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Archivio Agosto 2014

La grande riforma (deform) della giustizia

Secondo la mendace propaganda governativa, la riforma della giustizia sarebbe attesa da venti anni. Oggi verifichiamo che non c’è accordo nella maggioranza sulle intercettazioni e sulle prescrizioni. La prima è una questione vecchia quanto il cucco. Negli Stati Uniti se ne discute da almeno 50 anni e sono state emanate diverse regolamentazioni. Dopo il Patriot Act di Bush jr. (26-10-2001) è noto a tutti che non c’è privacy e che siamo tutti spiati. L’”acronimo” sta per Unire e rafforzare l’America con la messa a disposizione di appropriati strumenti necessari per intercettare e bloccare il terrorismo. Tutte le nostre telefonate sono registrate e conservate. La nostra mail è controllata. La tecnologia più aggiornata consente questo e di più. Abbiamo visto recentemente che nessuno è risparmiato. La Merkel è intercettata dagli americani; il segretario di Stato Kerry è a sua volta intercettato dagli israeliani e così via. In Italia si fa finta di niente e si va avanti a discutere proposte che hanno un solo fondamentale scopo. Limitare l’uso di uno strumento investigativo di fondamentale importanza per combattere la criminalità organizzata, la corruzione dilagante e il terrorismo. Noi siamo immunizzati rispetto a questi problemi?
Da un lato si allarga il dissenso sulle prescrizioni. C’è chi vorrebbe tornare allo status quo ante legge Cirielli e chi vorrebbe estendere le prescrizioni brevi come si è fatto anche in materia fiscale, dall’altro si introduce l’indulgenza per i reati minori. Hai i soldi, paghi e ti conquisti la grazia. È l’amnistia a pagamento, ma la misura più grave restano le prescrizioni brevi. Data la lentezza del sistema giudiziario queste fungono da un condono ordinario quasi gratuito. Ma mi possono obiettare: il piano per la giustizia prevede misure per rimediare a questo problema. Un piano straordinario di mille giorni – il premier non può fare a meno di questo intervallo temporale – attraverso il taglio o il dimezzamento del periodo di ferie dei giudici e del personale amministrativo. Che manchino 8 mila unità di personale tecnico nel settore della giustizia non importa, i giudici devono lavorare di più. Se poi sbagliano arriva la più severa responsabilità civile degli stessi. È diventata l’ossessione dei governanti. I giudici che sbagliano devono risponderne direttamente ed in pieno. Così imparano a perseguire i potenti. Continua quindi la campagna di intimidazione dei magistrati che, per carità, avranno le loro colpe ma, di norma, amministrano la giustizia, cioè, applicano la legge per eccezione e, non di rado, alla cieca, ossia, in modo imparziale. Ma così non va bene ai politici potenti e corrotti ed, in Italia, pare che ce ne siano tanti per un motivo o per un altro.
Come cittadino, mi chiedo. Ci sono altri funzionari pubblici che applicano giornalmente la legge. Come mai Matteo – così nella sua mail ufficiale – non si pone il problema della responsabilità civile dei burocrati di cui lui è il sommo capo? Anche i burocrati applicano o dovrebbero applicare imparzialmente la legge e non credo che ragionevolmente, si possa assumere che non commettano mai errori. Di contumelie e vituperi nei confronti dei burocrati provenienti anche da esponenti del governo sono pieni i giornali. Mi viene di chiedermi come mai queste voci non giungono neanche alle attente orecchie della ministra Madia? Se questo è il modo di cambiare l’Italia, lo lascio dire ai lettori.

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Il lavoro al centro del simposio dei banchieri centrali

È da apprezzare il fatto che gli organizzatori del simposio di Jackson Hole (Wyoming) abbiano individuato nel mercato del lavoro l’argomento su cui far discutere alcun dei banchieri centrali del mondo. Evidentemente anche questa categoria di persone comincia a rendersi conto che c’è una emergenza occupazionale da risolvere. La politica monetaria può essere importante nell’affrontare e risolvere il problema della disoccupazione. In realtà, nella sua analisi Draghi accenna solo alle cause strutturali e cicliche che determinano la riduzione del tasso di partecipazione e dell’occupazione – una tema molto meglio sviluppato nel precedente discorso di Janet Yellen governatrice della Banca Federale americana che, come noto, ha come obiettivo primario di perseguire la massima occupazione.
Draghi si sofferma sul confronto della evoluzione del mercato del lavoro negli Stati Uniti e nell’Unione europea, constatando che dal 2008 al 2011 gli andamenti erano convergenti nel senso dell’aumento della disoccupazione. Dal 2012 la disoccupazione accelera nella UE diminuisce velocemente degli Stati Uniti. Ci ritroviamo così ad un tasso medio ponderato di disoccupazione dell’11,5% con la punta più bassa della Germania al 5% e quella più alta della Spagna al 25%. L’Italia con il suo 12,3% sta certamente meglio della Spagna ma la posizione mediana non è virtù.
Draghi parla asetticamente di una “seconda fase recessiva” ma si guarda bene dallo spiegare chi l’ha causata. Non ricorda di essere stato in prima linea a sostenere la validità delle sciagurate politiche dell’austerità. Si nasconde dietro l’ampia varietà dei fattori ciclici e strutturali che caratterizzano le diverse situazione dei paesi membri dell’UE. Non manca di citare esplicitamente il caso tedesco e altrettanto semplicisticamente attribuisce l’ottimo risultato tedesco (migliore di quello USA 6,2%) alle riforme Hartz che non sono frutto di mere operazioni di flessibilizzazione entrate in vigore nel 2005 ma di ben altro, ossia, del nuovo patto sociale adottato a partire dal 2008 per cui in cambio della conservazione dei posti di lavoro tutti hanno accettato una riduzione dell’orario di lavoro ovviamente con corrispondente riduzione dei salari peraltro già taglieggiati con le varie forme di lavoro a tempo determinato, minijobs, ecc..
Basta una breve scorsa al discorso della Yellen dedicato alla significatività del tasso di disoccupazione e al diverso peso che giocano nel mercato del lavoro i fattori ciclici e quelli strutturali per capire quanto sia arretrato nel nostro Paese il dibattito sul mercato del lavoro – specialmente a livello politico-decisionale – e quanto siano semplicistiche le misure che negli anni sono state in parte adottate (e ora considerate sbagliate) per rendere flessibile il mercato del lavoro. Il riferimento va all’ultima proposta del contratto unico con protezioni crescenti e al rilancio della proposta di abolire o modificare radicalmente lo Statuto dei diritti dei lavoratori per rendere più semplici le procedure di licenziamento collettivo, al fatto che i maggiori esperti di diritto del lavoro finiscono con il trascurare che flessibilità e mobilità richiedono una situazione di massima occupazione nel mercato del lavoro che, non ultimo, deve essere non solo flessibile ma anche efficiente. Il riferimento va alla cultura giuridica prevalente in Italia per cui si ritiene che il diritto sia sempre in grado di modificare fenomeni economici che rispondono a ben altri fattori e all’approccio puntuale per cui, in nome della semplificazione, di volta in volta, questo o quel governo interviene su un particolare meccanismo senza toccare altre ed importanti parti senza le quali la macchina non raggiunge né efficienza né efficacia.
La Yellen dice che la FED ha sviluppato un modello di analisi delle condizioni del mercato del lavoro che utilizza ben 19 indici dello stesso mercato e, tuttavia, reputa che i risultati ottenuti in termini di riduzione della disoccupazione sovrastimano l’effetto complessivamente positivo e ribadisce che l’indice della disoccupazione non rappresenta correttamente e completamente le reali condizioni del mercato del lavoro. Parla di “pent-up wage deflation” , deflazione salariale confinata, imprigionata per spiegare perché i salari nominali e reali non crescano abbastanza neanche nella fase di ripresa del mercato del lavoro. Ed in fatto, dice che i salari reali sono cresciuti meno rapidamente della produttività.
Negli USA c’è la deflazione salariale, nella UE abbiamo la deflazione dei prezzi. Ce lo ricorda Draghi dicendo che l’inflazione è scesa dal 2,5% dell’Estate del 2012 allo 0,4% di oggi, ma la BCE non si muove frenata com’è dalla Bundesbank. Draghi ricorda che nella UE non abbiamo una rete di protezione comune. Ha ragione. Con il suo discorso a Londra del luglio 2012 ha guadagnato due anni di tempo per i governi ma questo non è stato utilizzato bene dalle autorità fiscali. Ammette che è veramente difficile definire una fiscal stance (posizione espansiva o restrittiva) coordinata a livello dei 18 PM dell’eurozona. Comincia a riconoscere che c’è una domanda aggregata fiacca, una emergenza occupazionale ed un livello di investimenti insufficiente. Si guarda bene dal fare ravvedimento operoso circa la bontà delle politiche di austerità. Comincia ad individuare i tempi diversi delle diverse misure: rilancio della domanda aggregata a breve e riforme strutturali a medio termine. Coniuga i verbi al condizionale. Il che solleva il quesito finale: sono la BCE e il suo Presidente veramente indipendenti? Possono la BCE e Draghi dar seguito a quello che dicono? Al di là delle diverse missioni della FED e della BCE (che a norma di statuto non avrebbe competenza in materia di occupazione e cambio dell’euro), la BCE non sembra bene organizzata bene neanche per far funzionare bene la politica monetaria con un mercato bancario e dei capitali segmentato. L’Unione Bancaria già varata abbisogna di tempi ancora molto lunghi per iniziare a funzionare. Forse è il tempo di pensare anche alle riforme strutturali che interessano la stessa BCE.

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Carlo Vallauri presenta il libro su Matteotti curato da Stefano Caretti

Questo libro Giacomo Matteotti, Socialismo e guerra, curato con grande attenzione e penetranti osservazioni di critica storica da Stefano Caretti (Pisa University Press, 2013), offre al lettore la possibilità di inquadrare la personalità della più grave vittima del fascismo in un più ampio quadro, al di là delle tragiche vicende che ne hanno fatto il simbolo di uno scontro storico di alto significato morale e civile.
Come scrive nella premessa Ennio Di Nolfo, Matteotti rappresentava quella presenza socialista nell’Italia post-bellica che seppe meglio interpretare le esigenze stesse che il conflitto 1915-18 aveva portato alla ribalta mediante le nuove forme di intervento dello Stato per accumulare la ricchezza collettiva a vantaggio di singoli profittatori. La stessa partecipazione al dibattito sulle nuove leggi scaturite proprio dagli effetti della guerra mostrò un modo di intendere l’interesse collettivo nel quadro profondo delle nuove condizioni economiche dell’Europa. Una visione della politica internazionale che andava oltre precedenti dispute per coinvolgere lo stesso problema dei mutamenti socio-economici nella nuova realtà effettiva, come spiega lo stesso Caretti nell’introduzione.
E aggiungiamo che fu proprio la partecipazione di Matteotti al dibattito sulle nuove iniziative in materia fiscale, secondo le indicazioni di Giolitti, a dimostrare l’ampiezza del pensiero del deputato socialista.
Ed il tema della “ribellione” stessa si presentava nei socialisti in termini del tutto nuovi. La contestazione di Matteotti coinvolgeva molteplici aspetti della stessa azione socialista. Contro la guerra la sua posizione era stata chiara. “Pervicace, violento, agitatore” come lo definisce il prefetto di Rovigo, ma nello stesso tempo capace di interpretare le nuove necessità del popolo italiano, andando oltre la concezione di Turati. E lucidamente ne derivava la volontà di impedirne una lettura chiusa mentre lo stesso dilagare della violenza fascista imponeva una serie di atteggiamenti politici limpidi e netti.
Le posizioni intransigenti contro la guerra erano emerse con chiarezza sin dall’inizio del conflitto, in evidente contrapposizione di fronte a Mussolini. A questo proposito sono molto interessanti le osservazioni sul rapporto tra socialismo e patriottismo. Il tema del neutralismo dal punto di vista socialista chiamava in causa altri aspetti nell’apertura ai temi del confronto tra valori dell’integrazione nazionale italiana e l’internazionalismo. Contro la vergognosa azione degli interventisti le ragioni ideali, economiche ed umane emergevano nelle parole e nell’azione di Matteotti, con evidente chiarezza.
La parte successiva dell’interessante libro si volge al periodo post-bellico e consente di rendersi conto come i socialisti seppero subito intendere la novità rappresentata dal nuovo modo di intendere l’economia già nell’analisi finanziaria che rivelava i nuovi modi di impiego della ricchezza, come i nuovi economisti andavano spiegando, come proprio il dirigente socialista non mancava di indicare.
Il fallimento della “pace vittoriosa” appare evidente a chi sapeva intendere la nuova realtà, d’altronde già l’avocazione allo Stato dei sovraprofitti alla guerra era un tema primario nel quadro degli interventi parlamentari di Matteotti che indicavano un superiore modo di intendere l’espulsione delle contrastanti posizioni in seno al capitalismo (le parole riportata nel testo confermano la penetrante comprensione del fenomeno). Le proposte socialiste già andavano bel oltre antiche piattaforme, ormai superate dai fatti del 1921-22, quando alle parole su Keynes risulta illuminata la genialità dell’esponente socialista nel comprendere la gravità dei maggiori temi emergenti tra i debiti internazionali da un lato ed i tentativi di pacificazione dall’altro, proprio mentre la figura innovatrice di Keynes e le sue proposte rivelavano quali sarebbero state in seguito le vie nuove nelle scelte di politica economica.
L’attenzione particolare di Matteotti si sposta allora sul terreno internazionale e già sono alla ribalta i maggiori temi sui quali poi si determineranno gli eventi del successivo decennio a cominciare dalle riparazioni tedesche. Intanto vengono in evidenza fenomeni di “nuova violenza”, ed è proprio su questo punto cruciale che Matteotti riesce subito a leggere nel loro grave peso, le nuove collocazioni ed iniziative che minacciavano quel che si andava determinando nello stesso destino del paese.
Interessante peraltro l’impatto socialista di fronte alla appena nata Società delle Nazioni. E dalla Ruhr al trattato di Versailles sono già in atto gli elementi perturbanti della pace vanamente cercata mentre una visione “bancaria” ancora primeggiava nelle grandi dispute europee, nelle quali il socialismo internazionale già indicava i termini di nuove conflittualità.
Come si vede, sono tutte questioni che poi pesarono moltissimo sul destino dei paesi europei, e Matteotti ne seppe indicare limpidamente (v. i particolare le osservazioni a pag. 239) i termini nei quali ormai si avvitavano i rapporti inter-europei. La “scuola” socialista di Matteotti era in grado di indicare con acume e senso storico il nuovo farsi della storia con il prevalere di nuove violenze coinvolgenti l’intero svolgimento della vita economica, secondo un insegnamento socialista molto nitido. Un libro quindi che rievoca eventi nazionali esposti in chiave di chiaro confronto delle nuove difficoltà verso cui l’Europa intera si avviava. Pagine quindi di spiegazioni esemplari dei fenomeni in corso in quel periodo con indicazioni precise sulle vie “nuove” viste in senso critico ed internazionalista, secondo la personale e straordinaria capacità di Matteotti d’intendere esattamente le nuove esplosioni verso le quali conducevano quelle violenze e quegli orrori nascenti. Mentre ci scusiamo dei nostri disguidi editoriali, per i quali riferiamo con ritardo del libro qui recensito, siamo lieti di apprendere che la stessa Pisa University Press ha ora pubblicato un importante e amplissimo studio su gli Scritti e discorsi vari di Matteotti, testo con il quale Stefano Caretti completa la sua grande opera dedicata al campione più significativo della lotta anti-fascista.

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Torna il tormentone sullo Statuto dei lavoratori

Due interessanti interventi di Guido Crainz sulla Repubblica e di Susanna Camusso sul Corriere della Sera di oggi. Il primo analizza in prospettiva storica le premesse, i risultati ed il significato della legge 300/1970 voluta e presentata dall’allora Ministro del lavoro Giacomo Brodolini che, colpito da grave malattia non poté vederla pubblicata nella Gazzetta Ufficiale. La legge completò l’iter parlamentare grazie al convinto impegno di un altro grande ministro del lavoro Carlo Donat Cattin. Erano altri tempi: allora i ministri del lavoro avevano il coraggio di schierarsi dalla parte dei lavoratori sollevando aspre critiche. Ma i critici di allora e di oggi, non di rado, dimenticano che, senza e con lo Statuto, i lavoratori restano la parte più debole nel rapporto di lavoro. Oggi i ministri del lavoro centro-destra e di centro-sinistra si distinguono o gareggiano nei tentativi di ridurre le protezioni e le garanzie per i lavoratori. Negli anni ‘60 e ’70, il movimento sindacale che, quasi sempre, si muoveva unitariamente era forte ed otteneva buoni risultati o, quanto meno, riusciva a non peggiorare la situazione delle masse lavoratrici. Oggi i sindacati sono divisi e deboli; non riescono ad arrestare la caduta dei salari tornati ai livelli del 1999 e sono quasi giornalmente sbeffeggiati da autorevoli membri del governo. Il loro ruolo fondamentale come attori della contrattazione e della concertazione non viene riconosciuto da un governo a prevalente partecipazione di un partito sedicente di centro-sinistra che sulla riforma della pubblica amministrazione li ha invitati a mandare le loro osservazioni via mail.
Le polemiche ferragostane prendono lo spunto dall’ennesimo tentativo di strumentalizzazione ideologica condotto da Alfano (Nuovo Centro Destra) nei giorni scorsi a cui, ovviamente, si sono subito associati esponenti di Forza Italia e di Scelta Civica. Ma quello che personalmente mi preoccupa di più è la presunta frenata e risposta del Presidente Renzi: lo Statuto non è un totem. Ce ne occuperemo nella legge delega sul lavoro.
Guido Crainz ci ricorda i commenti favorevoli che seguirono all’approvazione della legge 300/1970. Riprendo quello principale: finalmente la Costituzione entra nella fabbrica dove fino ad allora il padrone per lo più l’aveva fatto da padrone del ferriere calpestando anche diritti fondamentali del lavoratore. Se così, lo Statuto non è una legge ordinaria qualsiasi. È una legge ordinamentale e/o rinforzata e/o di rango costituzionale e volerla modificare nel suo insieme sulla base di una delega ampia strappata al Parlamento magari a colpi di fiducia dimostra solo l’ignoranza e l’incompetenza del governo. Forse non è solo ignoranza e/o incompetenza ma qualcosa di peggio.
Ma un punto mi sembra importante ricordare. Qualsiasi regolamentazione del mercato del lavoro, qualsiasi legislazione sui diritti, sulla rappresentanza, sul numero dei contratti (altra questione di lana caprina) resterà di difficile attuazione pratica se il governo e le parti sociali insieme non si batteranno per una politica economica e finanziaria in grado di promuovere la crescita economica e una drastica riduzione della disoccupazione. Quello che molti commentatori e purtroppo anche molti giuristi del lavoro non tengono nella dovuta considerazione è che il governo e le parti sociali sono tutti e tre autorità di politica economica e, in questa fase storica, dati i vincoli europei, data l’emergenza occupazionale e sociale dovrebbero agire all’unisono per ottenere un tetto più alto al vincolo sul deficit e/o l’applicazione immediata della golden rule dando ai vari livelli di governo la possibilità di indebitarsi per finanziare investimenti direttamente produttivi. È solo in un contesto di massima occupazione che la mobilità assume valore positivo perché, in molti casi, è lo stesso lavoratore che lascia l’azienda che non lo valorizza o non retribuisce bene i suoi sforzi straordinari. Sono sempre più numerosi i commentatori e gli esperti che sostengono che la sola modifica delle regole non crea posti di lavoro, ma il governo ed il ministro del lavoro fanno finta di niente. Preferiscono accarezzare le propensioni dei datori di lavoro ( per la verità non tutti) alla deregolamentazione. È l’ora che i cittadini, gli elettori democratici si chiedano da che parte sta il governo che ci ha imposto il Presidente della Repubblica.

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Carlo Vallauri presenta il libro di Mammarella su Bruno Buozzi

Gabriele Mammarella Bruno Buozzi (1881-1944). Una storia operaia di lotte, conquiste e sacrifici), Ediesse 2014. Il libro si presenta come la più completa opera dedicata al grande sindacalista. Ne abbraccia l’intera vita politica con particolare riferimento ai punti essenziali, con speciale attenzione alle conquiste sindacali dei metallurgici (la cui federazione nazionale egli guidò negli anni dieci del secolo scorso), poi alle conquiste sindacali del primo dopoguerra (con i consigli di fabbrica) e la dura lotta contro la nascente dittatura fascista e quindi la fase più significativa per certi versi nell’esilio sino al rientro in Italia e la tragica fine ad opera dei soldati tedeschi in fuga da Roma nel 1944.
Come si vede l’autore copre l’intero arco di una vita difficile, complessa, travagliata, intessuta continuamente dai sui sforzi di rendere più forte la posizione dei lavoratori, intessuta di privazioni e sacrifici. Coraggioso anti-fascista, fu tra i più decisi nelle ore più difficili e mai cambiò il suo atteggiamento chiaramente definito.
Non possiamo intrattenerci in questa sede sull’intero ampio quadro offerto da questo libro, indispensabile per chi voglia approfondire non solo le vicende personali di Buozzi ma per conoscere meglio le posizioni e i caratteri delle dure battaglie condotte incessantemente, senza risparmio e sempre, singolarmente, con una precisa caratteristica posizione autonoma, come per altro risulta chiaramente dalla bella prefazione di Susanna Camusso.
Naturalmente ogni fase della sua esperienza di lotta rivela situazioni, caratteri, interventi del tutto specifici. Ed è significativo come, pur autodidatta quale era, Buozzi sia riuscito con le sue argomentazioni a conseguire notevoli successi nei confronti dell’avversario di classe. Fase emblematica quella precedente la prima guerra mondiale, con una serie di agitazioni nelle quali l’antagonismo sociale di Buozzi caratterizzava le forme organizzate via via promosse, in specie dai metallurgici, sino agli interventi nelle grandi fabbriche, con una particolare capacità di promuovere scioperi chiaramente impostati per ottenere adeguati appoggi della intera classe. L’autore segue il protagonista del suo bel “romanzo” anche in alcuni particolari di organizzazione. Dall’atteggiamento di fronte alla guerra alla ricerca di accordi con gli operai degli altri paesi in vista della ripresa post-bellica. Forse meritava più rilievo la posizione del grande organizzatore sindacale rispetto alle cause della guerra e quindi alla comprensione – non molto diffusa nel proletariato – del protezionismo come male profondo dell’economia europea. Molto ampia la parte del libro dedicata all’occupazione delle fabbriche, ma per quanto riguarda l’atteggiamento allora tenuto dal partito socialista qualche ulteriore approfondimento sarebbe stato utile: basti pensare che a Torino fu Togliatti a rispondere negativamente alla domanda postagli dagli operai occupanti le fabbriche sulle possibili iniziative da assumere in quel momento ed inoltre al ruolo svolto da una parte significativa del mondo industriale che – non scordiamolo – guardò con interesse all’occupazione al fine di sospingere il governo ad intervenire in funzione opposta a quelle del fronte operaio. Atteggiamento caratteristico del dualismo in cui spesso si trovava ad operare il sindacato.
Gli scontri sindacali nel mondo del lavoro nell’immediato primo dopoguerra videro Buozzi in prima fila, in posizione di autentico punto di riferimento dell’intera classe, per superare le situazioni di debolezza in cui versava una ampia parte del fronte operaio, malgrado le tante iniziative assunte. Le pagine di Mammarella sono molto chiare nello spiegare i reali termini del grande scontro sociale dal quale il movimento di classe seppe cogliere i fondamentali punti rivolti a migliorare le condizioni di vita e di lavoro delle operaie e degli operai. E su questa situazione, pagina dopo pagina, il lettore trova il resoconto preciso delle diverse situazioni, comprese ad esempio la prudenza e, in certa misura, la titubanza mostrata in alcune fasi dalla direzione della FIOM. Era una periodo tumultuoso, come si riscontra nella descrizione particolareggiata che l’autore ne presenta, indicando con precisione di fatti e dati la posizione dei diversi schieramenti in campo, non solo quelli sindacali, ma anche della parte avversa.
È tutto un susseguirsi di una storia attentamente riesaminata con una capacità di chiarimento sulla complessità della condizione creatasi nel movimento operaio dopo l’ascesa del fascismo al governo. Sulle difficoltà ed incertezze dal 1926-27 in poi sino a tutto il periodo della guerra, le pagine su Buozzi sono di uno straordinario interesse, con riferimenti molto precisi e dettagliati, sì da fare di questo testo un esemplare documentazione per mettere insieme tanti aspetti dei problemi che affliggevano quanti intendevano ancora operare, in un ampio arco di attività. La situazione era estremamente difficile, e Buozzi, trasferitosi in Francia, riesce a riprendere contatti e collegamenti che saranno fondamentali per mantenere anche lì la linea di un sindacato libero, capace di lottare nelle condizioni più difficili.
Una ricca dose di informazioni, anche sul prestigio personale di Buozzi, che seppe mantenere con la classe, anche a livello internazionale, i necessari collegamenti su posizioni nette e definite, malgrado la complessità e le contraddizioni dei comportamenti dei diversi operatori.
Anzi proprio a chi scrive questa nota è stato possibile rintracciare nell’istituto internazionale di Amsterdam la lettera con cui Buozzi chiedeva a Saragat quale dovesse essere l’atteggiamento degli operai socialisti di fronte al “successo” che sembrava assecondare da un lato il fascismo italiano, dall’altro l’esperienza sovietica. E – attenzione – Saragat, reduce da Vienna dove aveva conosciuto e subíto l’influenza degli austro-marxisti da un lato e dei nuovi economisti dall’altro – non esitò a far presente che – a suo avviso – il capitalismo era destinato a sopravvivere un altro secolo, e quindi prospettava ancora l’esigenza di dure lotte, da affrontare con coraggio e consapevolezza.
Giustamente molto rilievo l’autore riserva all’opposizione antifascista da parte della confederazione del lavoro: di fronte al dispotismo fascista la lotta non consentì né esitazioni né ripensamenti, e proprio le posizioni nette di Bruno risultano molto ben illustrate da questo studio così ampio e dettagliato, guardando ai caratteri propri della lotta antifascista quale fondamentale punto di riferimento.
Particolarmente interessante, anche sul piano personale di Buozzi, il succedersi degli eventi del periodo bellico, sino al ritorno in Italia, alla successiva cattura e alla tragica morte. Una esperienza esemplare da additare alle nuove generazioni che vivono in una situazione molto diversa.
Tutte pagine di un calvario, simbolo di una capacità ininterrotta di impegnarsi duramente nella battaglia politica e sociale condotta a rischio continuo della propria stessa esistenza, nella convinzione che le fabbriche erano proprio il punto nodale dal quale muovere per impostare i punti centrali della lotta sociale del proletariato, per conseguire possibili risultati positivi. Esempio quindi eccezionale di coraggio e di capacità di guida e di esempio la vita di Buozzi (ricordiamo in proposito anche il libro di Guglielmo Epifani) resta uno dei punti fondamentali della storia della democrazia italiana che vide allora l’impegno costante e tenace della classe operaia. Un libro da leggere per intero, capitolo per capitolo, per intenderne a pieno il valore e per ricordare uno dei maggiori protagonisti della lotta per le libertà e la causa del lavoro a livello europeo.

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È depressione non recessione

L’altro ieri l’Istat ha confermato quello che si vociferava in giro. Anche il secondo trimestre 2014 è andato in rosso: -0,2. Tutti hanno parlato di ricaduta nella recessione come se uno 0,1 positivo dell’ultimo trimestre 2013 fosse stato sufficiente a superare la crisi. Come noto si ha recessione tecnica quando il PIL cala per due trimestri consecutivi e la recessione economica quando il PIL si riduce di circa un punto a consuntivo rispetto all’anno precedente. In realtà per l’Italia non di recessione si tratta ma di depressione perché il PIL su base annua cala continuamente da quasi tre anni. I dati storici acquisiti sono: 0,4 nel 2011;-2,4 nel 2012; -1,9 nel 2013; la svolta negativa è iniziata nel IV trimestre 2011; in termini cumulati abbiamo perso quasi 4 punti di PIL in tre anni per una perdita media di 1,3 all’anno; e le previsioni per il 2014 non fanno sperare in alcun recupero sostanziale se lo stesso ministro dell’economia e delle finanze , seraficamente, rinvia la ripresa al 2015. Questa è la situazione degli ultimi 3-4 anni ma essa è l’epilogo di una fase storica molto grave che dura da oltre un ventennio, di crescita e produttività molto basse, di un livello di accumulazione insufficiente, di politiche economiche e finanziarie per lo più pro-cicliche e di manovre di risanamento dei conti pubblici operate per lo più con il taglio degli investimenti pubblici e il mancato utilizzo dei fondi strutturali europei.
Ieri abbiamo ascoltato il concerto sbagliato. Anche se qualcuno comincia a prendere atto che c’è un problema di investimenti, abbiamo sentito dire al Presidente del Consiglio che “la situazione (politica) economica in Italia è grave ma non seria” – a sua insaputa, parafrasando Ennio Flaiano – e che gli italiani possono godersi le vacanze tranquilli e sereni perché in Autunno metterà a posto le cose con la nuova legge di stabilità. Renzi ignora o fa finta di ignorare che la crisi picchia duramente sulle famiglie italiane, che aumenta la povertà assoluta e relativa e diminuiscono i redditi disponibili. E come se non bastasse ora siamo in deflazione. Secondo l’indagine biennale di Bankitalia del gennaio scorso, sui bilanci delle famiglie italiane tra il 2010 e il 2012 il reddito familiare medio in termini nominali è diminuito del 7,3%, la ricchezza media del 6,9%, mentre la povertà è salita dal 14% del 2010 al 16% nel 2012. La Banca d’Italia individua la soglia di povertà con un reddito di 7.678 euro netti l’anno (15.300 euro per una famiglia di 3 persone): un italiano su sei vive con meno di 640 euro al mese. Se specifichiamo che abbiamo oltre 3 milioni di disoccupati, altri tre milioni di inoccupati scoraggiati perché non c’è domanda di lavoro, oltre 2 milioni di giovani che non lavorano, non studiano e non si formano, circa 1.150.000 famiglie senza reddito che sbarcano il lunario indebitandosi o usufruendo dell’aiuto di parenti ed amici, arriviamo a stimare un 15-16 milioni di italiani sotto forte stress se non alla disperazione. Ma il Presidente del Consiglio fa finta di niente e dice: siate leggeri, godetevi le vacanze. La ripresa è in ritardo come l’Estate ma arriva.
Anche ieri il nostro operoso Presidente del Consiglio ha trovato modo di scrivere una lettera aperta ai Parlamentari sottolineando gli obiettivi politici e quelli amministrativi (sic!) del suo governo. Nell’ordine elenca le sue priorità: 1) la riforma costituzionale; 2) la riforma del sistema elettorale; 3) la politica estera; 4) la formazione, la scuola e la cultura; solo al 5° posto la revisione della spesa. Tra i secondi: a) la riforma del lavoro; b) la riforma della pubblica amministrazione; c) la riforma fiscale; d) la riforma della giustizia; e) il provvedimento “sblocca Italia”. Come si vede, le misure di più stretta rilevanza economica e finanziaria vengono al 5° e ultimo posto in entrambi gli elenchi. Il Presidente del Consiglio non sembra riconoscere che c’è una emergenza economica e una occupazionale e/o sociale. Interrogato dai giornalisti, Renzi ha confermato che lui è pienamente d’accordo con il Presidente della BCE Draghi. E veniamo quindi alle battute di quest’ultimo sull’Italia in coda alla riunione del Consiglio direttivo della BCE. Ha sciorinato la solita litania sulle riforme strutturali come se nulla fosse stato fatto dall’Estate 2011 quando, su richiesta di Berlusconi, scrisse insieme al suo predecessore Trichet la famigerata lettera del 5 Agosto che dettava i compiti da fare al governo Berlusconi prima e a quello Monti dopo. Come se la Fornero non avesse fatto la sue brave riforme del lavoro e delle pensioni, come se non fosse stato approvata la legge “salva Italia” , come se la famigerata Troika, egemonizzata dai membri BCE, non avesse sorvegliato il varo di quelle riforme e di quei provvedimenti. Sulla ricetta dell’austerità e delle riforme strutturali il FMI e la Commissione europea hanno fatto più e meno convintamente un ravvedimento ma Draghi e la BCE no. Proterviamente il Presidente della BCE insiste sui ritardi nell’attuazione delle riforme. Ha menzionato i ritardi sul terreno delle riforme strutturali menzionando il mercato dei prodotti, del lavoro, della giustizia e della burocrazia (nove mesi per un’autorizzazione). Ha detto cose gravi e serie ma anche incongrue e pochi osano dissentire. Io pensavo che del mercato dei prodotti, alias, della concorrenza si occupasse una Direzione della Commissione europea ma mi sbagliavo. Quanto alla burocrazia, sono almeno sette anni che i governi sbandierano gli sportelli unici ma evidentemente questi non funzionano perché le cose sono di norma più complicate . Draghi parla di problemi veri ma, sfortunatamente, questi non possono essere risolti “rapidamente” perché sono molto complicati. Vedi il caso della giustizia civile e penale per non parlare della complessità delle procedure fallimentari. Draghi ha ragione se intendeva riferirsi ai venti anni in cui i punti essenziali della riforma sono stati: la riforma dei codici di procedura per allungare i tempi a disposizione della difesa e accorciare quelli delle prescrizioni, separare le carriere dei magistrati inquirenti da quelli giudicanti e prevedere la responsabilità diretta e personale di questi ultimi. Non un piano straordinario per smaltire i 9 milioni di processi arretrati; non una più efficace lotta alle tre più potenti organizzazioni criminali del mondo che vivono e prosperano nel Paese; non un piano straordinario di edilizia carceraria; non un’attenta valutazione dell’adeguatezza del corpo dei giudici rispetto ai compiti che dovrebbero svolgere con sollecitudine e imparzialità. Lo sfogo di Draghi è frutto della sua foga tecnocratica oppure è adirato perché i due anni di tempo che ha conquistato anche per i politici italiani non sono serviti un granché? L’altro giorno Goldman & Sachs ha dato la sveglia al governo. Ieri una rassegna della stampa estera fa capire che la luna di miele di Renzi è finita. Facendo finta di niente, ieri Renzi, Del Rio, Padoan, Gutgeld in coro si sono detti d’accordo con Draghi ma con una differenza sui tempi circa gli effetti delle politiche strutturali. Draghi ha sostenuto che gli effetti si sono manifestati rapidamente nei paesi che le hanno adottate. I suddetti membri e consulenti del governo dicono che servono 2-3 anni. Considerato che siamo a sei anni dall’inizio della crisi e a tre anni dall’Estate 2011 la prospettiva decennale a me sembra ipotesi sciagurata date la depressione economica e l’emergenza occupazionale . La verità è che, come detto sopra, la BCE non intende cambiare politica ed il governo è andato a Bruxelles dicendo che rispetterà le regole (rectius, le politiche) concordate. Né la BCE né – tanto meno – il governo italiano sembrano rendersi conto che la politica monetaria con tassi vicino allo zero è inefficace e che servirebbe una svolta radicale nella politica economica e finanziaria. Ma i banchieri centrali né il governo tedesco amano il ravvedimento. Da qualche anno ormai si parla di contratti per le riforme strutturali. Quella di Draghi è una variante di questa idea più o meno balzana. In altre parole, ieri Draghi ha proposto di centralizzare la gestione delle politiche strutturali senza avere un vero e proprio governo centrale democraticamente legittimato. Cosa potevamo aspettarci da Super Mario espressione massima della deriva tecnocratica e autoritaria in corso in Europa? Voglio sperare che Draghi non faccia la stessa fine dell’altro Super Mario.

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Serve un nuovo sindacato italiano ed europeo

Domenico Proietti, Una quotidiana dedizione al futuro. Nuove sfide per il sindacato riformatore. Introduzione di Mimmo Carrieri, Tullio Pironti editore, 2014
Il libro affronta tre sfide: 1) il nuovo welfare; 2) il nuovo fisco; 3) la nuova politica. Sono gli argomenti dei tre capitoli (parti) del libro che per lo più è una raccolta di saggi e relazioni a convegni che l’Autore ha scritto negli ultimi 4-5 anni.
Nuovo welfare. Richiede veduta lunga proprio quella che manca ai politici e alle classi dirigenti italiani. Implica il riconoscimento della solidarietà intergenerazionale e la cosa non è facile per la gente che in fatto non riconosce quella praticata all’ interno della stessa generazione. Proietti cita opportunamente un recente Rapporto della Commissione europea che parla di adeguatezza e sostenibilità dei sistemi previdenziali nei paesi membri della UE (d’ora in poi PM). Ora è chiaro che non c’è e non può esserci adeguatezza individuale e generale se “si lavora poco”, si produce poco e se c’è alta disoccupazione. Opportune le virgolette sullo sforzo di lavoro perché in Italia in realtà si lavora un numero di ore maggiore che in altri paesi ma purtroppo la produttività totale dei fattori è bassa per gli scarsi investimenti nel capitale umano, in quello fisico ed immateriale. Le imprese e i lavoratori italiani sono dentro la trappola della bassa produttività e il governo non sa come uscirne. Non ultimo, non ci può essere adeguatezza se le spese della Gestione interventi assistenziali e di sostegno (GIAS) sono pagati con le contribuzioni sociali i conti non possono tornare e non torneranno mai se tali prestazioni non sono messi a carico della fiscalità generale. Non c’è sostenibilità per il Welfare, come per il debito pubblico, se non c’è crescita economica a lungo termine. Il tasso di crescita degli ultimi 13-14 anni si aggira sullo 0,30-0,40. Da qui i continui interventi sulle pensioni allo scopo fondamentale di fare cassa in un modo o nell’altro. Nel frattempo il lavoro dipendente ha perso 10 punti in percentuale de PIl, i profitti si ragguagliano al 17% e le rendite sono salite al 33%.
Nuovo fisco. Vedi in particolare il capitolo sullo spazio per la giustizia tributaria. Secondo me, lo spazio è molto angusto se non c’è giustizia sociale. Il primo strumento della politica sociale è una politica economica che spinga l’economia verso il pieno impiego ed assicuri un lavoro a tutti quelli che vogliono lavorare. A fronte delle crescenti diseguaglianze, da sindacalista Proietti propone due strumenti: a) la contrattazione e b) una diversa politica tributaria, innanzitutto, attraverso la lotta strutturale all’evasione fiscale. Cosa che fin qui non si è fatta per mancanza di volontà politica sia da parte del centro-sinistra che da parte del centro-destra. È ripetuta a iosa la richiesta di ridurre le tasse sui lavoratori solo perché la pressione tributaria sarebbe tra le più alte del mondo. A me la motivazione non sembra giusta. In Danimarca, Finlandia e Svezia le tasse sono più alte e non mi risulta che ci sia una forte pressione per ridurle. È questione di democrazia. Al netto di corruzione, sprechi ed inefficienze e, in Italia, degli oneri per il servizio dell’alto debito pubblico a me sembra che la gente chieda maggiori e migliori servizi pubblici. Se così, se la gente vuole più beni pubblici deve essere disposta pagarli – a prescindere dal livello della pressione tributaria. Si tratta di rispettare le preferenze dei cittadini circa la composizione dei beni privati e pubblici che intende consumare o avere a disposizione. Già nella seconda metà del XIX secolo il socialista tedesco Wagner aveva individuato una legge economica secondo cui al crescere del reddito medio aumenta la quantità di beni pubblici che la gente vuole consumare. Negli ultimi 35 anni anche la sinistra subisce la propaganda della destra sulla improduttività della spesa pubblica e sui fallimenti dello Stato che secondo i neoliberisti sarebbero più gravi di quelli del mercato. A fronte dell’apertura dei mercati e dell’accelerazione della globalizzazione e dell’acuirsi della concorrenza, la destra sceglie la via più semplice (a parole) della riduzione della spesa pubblica, dell’abbattimento del welfare State che consentirebbe di ridurre sostanzialmente la pressione tributaria.
Se questo è l’argomento interno sul sistema tributario, pesa anche un aspetto connesso al processo di integrazione europea che trova le radici nell’Atto unico del 1986 e nell’arrivo di Mario Monti a Bruxelles come commissario alla concorrenza. Pose fine ai lunghi e tortuosi tentativi di armonizzazione fiscale per passare alla fase tuttora in essere della concorrenza fiscale. Nel 1992 fu messo da parte anche il Rapporto Ruding che preludeva ad una Proposta di direttiva comunitaria sull’armonizzazione dell’imposta sulle società. Ciononostante, è indubbio che l’IVA è imposta comunitaria e che anche per le accise restano specifiche proposte di armonizzazione con l’obiettivo fondamentale di evitare effetti distorsivi al “corretto funzionamento” del mercato unico. Questo è il paradigma ideologico dominante che la sinistra e il sindacato non sanno contrastare. In fatto, opera la concorrenza fiscale deleteria che consente a paesi come l’Inghilterra, l’Irlanda e l’Olanda – e non solo questi – di fissare un’aliquota dell’imposta sulle società tra il 15 e il 20%. Negli ultimi anni, tutti i governi italiani hanno presentato misure pressoché insignificanti per attirare investimenti dall’estero ma finché le nostre aliquote restano su un livello doppio rispetto a quelle sopracitate il nostro paese rimarrà poco attraente per gli investitori stranieri – senza menzionare gli altri fattori che rendono il nostro paese inospitale. Per altro verso, l’Italia anche in materia fiscale ha a carico 11 procedure di infrazione e 35 direttive da applicare. Concordo pienamente con Proietti quando auspica “un maggiore coordinamento dei regimi fiscali”, un po’ meno quando propone un’agenzia europea per la lotta all’evasione fiscale. Non che la proposta sia del tutto sbagliata ma con i governi dei PM in preda a rigurgiti nazionalistici, essa assume sapore utopistico. Concordo, invece, con quanto afferma in altri documenti riprodotti nel libro che la priorità debba essere la creazione di un vero e proprio ministero dell’economia e delle finanze, di un vero e proprio governo europeo dell’economia ma anche questa sembra tuttora proposta solo futuribile. In assenza di tributi propri della UE, la lotta all’evasione fiscale resterà compito fondamentali delle amministrazioni finanziarie dei PM.
Nuova politica. Vedi i capitoli su rappresentanza e democrazia; democrazia e partecipazione. Al riguardo, secondo me, è forte il condizionamento europeo. Se a questo livello c’è una deriva tecnocratica e autoritaria è evidente che essa si ripercuota all’interno nei singoli PM. Nell’Italia del secondo dopoguerra abbiamo avuto una costante debolezza storica della politica italiana e del governo. Da cosa dipende? Dall’assenza di una classe dirigente politica all’altezza del compito e, quindi, dalla sua incapacità ad esprimere un governo in grado di affrontare e risolvere i problemi più gravi del Paese. Concordo con l’analisi di Proietti sulla debolezza della politica, avvelenata dalle spinte populiste e trasformistiche, dalla veduta corta, dalla scarsa propensione alla cooperazione, presa dai sistematici tentativi di delegittimare l’avversario, dalla lotta intestina tra i poteri dello Stato e all’interno di essi, dalla forzata contrapposizione prodotta dal sistema maggioritario, dalla sostituzione della lotta di classe con la categoria schmittiana dell’ amico-nemico, dal prevalere della sfiducia, e da ultimo anche dal mancato riconoscimento dei corpi sociali intermedi prima da parte del centro-destra ora anche da parte del nuovo leader del centro-sinistra in un contesto socio-economico in cui aumentano le diseguaglianze, la disoccupazione e l’ingiustizia sociale per cui molti non si riconoscono nel sistema e, quindi, non lo accettano quando non lo combattono apertamente e, così facendo, ne promuovono una involuzione autoritaria. Vedi il caso estremo dell’Ungheria. Anche l’Italia sembra voler contribuire in detta direzione con le riforme costituzionali in discussione al Senato illudendosi che basti la modifica di qualche articolo della Costituzione per garantire una nuova governabilità.
Un nuovo sindacato europeo. Da sindacalista Proietti non poteva non occuparsi dei sindacati. Elenca i punti più alti della politica sindacale degli ultimi 30 anni a partire dal Protocollo Scotti così chiamato dal nome del Ministro che contribuì a definirlo nel gennaio 1983. Si tratta di un complesso documento di politica economica e finanziaria concertata. Ma purtroppo resta l’ultimo documento che i sindacati firmarono come federazione unitaria e da lì alcuni fanno datare l’inizio del declino del potere sindacale. Subito dopo infatti arrivarono il decreto di San Valentino e il referendum sulla scala mobile. Dieci anni dopo arriverà il Protocollo del luglio 1993 una sorta di bis in idem ma anche questo accordo che prevedeva la programmazione degli investimenti resterà disatteso perché verrà a mancare il collegamento tra politiche dei redditi e contrattuali e strategia della programmazione non solo per insufficienza del sindacato ma per quella del governo e della parte datoriale che si adagia su politiche di corto respiro. Dopo l’abrogazione dell’intervento straordinario nel Mezzogiorno il governo da parte sua si prende 4-5 anni per tradurre le nuove procedure della programmazione all’interno delle ordinarie procedure di bilancio. Poi arriva il governo Berlusconi, l’11 settembre 2001 e cambia la musica: la priorità diventa la riforma e la flessibilizzazione del mercato del lavoro. Ma anche qui ci si illude che modificando il numero dei contratti o addirittura passando al contratto unico si possa rilanciare la crescita e l’occupazione quando c’è un chiaro deficit di domanda interna, un’emergenza occupazionale e, chiaramente, servirebbero necessarie misure straordinarie, da economia di guerra. Non è questa la sede per fare un’appropriata analisi delle politiche economiche dei governi e dei sindacati divisi di questo lungo e interminabile ventennio ma si dà il fatto che esso coincide con la persistente stagnazione dell’economia e della bassa produttività totale dei fattori. Al di là delle responsabilità dirette dei governi e della classe imprenditoriale, a me non sembra infondata la tesi di quegli economisti che, confrontando gli anni ’70 con l’ultimo ventennio spiegano il fenomeno con la sferza sindacale utilizzata nel primo periodo e non nel secondo. L’economia italiana è in preda alla deflazione e la politica monetaria centralizzata non è in grado di rimediarvi. Serve un’azione sindacale coordinata a livello europeo. Sono d’accordo con Proietti quando dice che serve un vero sindacato europeo sul vecchio modello confederale italiano che sappia cogliere tutti gli spazi che gli offre la Costituzione europea. A livello interno serve un sindacato decentrato che sia in grado di riprendere ed attuare la contrattazione di secondo livello del Protocollo 1993 non puntando su incentivi fiscali ma su piattaforme rivendicative a livello regionale e locale. I salari reali sono tornati al livello del 1999 – lo certifica l’Istat – e non è con gli sgravi fiscali che si rilancia la domanda interna. Servono aumenti salariali non solo in Germania ma anche in Italia. In termini di giustizia sociale Proietti e il sindacato sicuramente sanno che alla caduta dei consumi si rimedia direttamente con la creazione di nuovi posti di lavoro piuttosto che con le corbellerie del Job Act. Così io rileggo la “parabola del terzo fratello” di Ugo La Malfa citata nel libro.

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