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Archivio Ottobre 2014

Due crisi a confronto (1974-2014)

22 Ottobre 2014 2 commenti

Analogie e differenze tra la situazione odierna e quella di 40 anni fa.

Nell’agosto 1971 crollò il sistema dei cambi fissi di Bretton Woods; i cambi iniziavano a oscillare liberamente; questi – secondo gli americani – avrebbero trovato spontaneamente il loro equilibrio di mercato.

Nel 1971 la prima frenata dell’economia italiana di quel decennio.
Nel 2011 i conti pubblici erano fuori controllo; lo spread toccava i 575 punti; venivano introdotte drastiche misure di taglio della domanda interna.
Nel 1972-73 il governo Andreotti-Malagodi cerca di correggere la situazione ma fallisce grazie anche alla resistenza dei sindacati.
Si torna al Centro-sinistra. Si alternano misure espansive e restrittive di politica monetaria.

Nel 1973 arriva il I shock petrolifero: il prezzo del petrolio aumenta di 4 volte in poche settimane. La c.d. tassa degli sceicchi drenava liquidità al sistema;
le banche centrali espandevano l’offerta di moneta; si parlava di riciclaggio dei dollari posseduti dall’OPEC.
Si metteva in moto una spirale perversa: prezzi-salari-svalutazioni competitive nei diversi paesi; l’Italia era accusata di fare fluttuazione sporca.
Il coordinamento delle politiche economiche non funzionava neanche allora.
Nel 1974, l’economia era in uno stato disastroso e tuttavia, il PIL aumentò del 5% a valori costanti.
2012: il governo NapoMonti applica senza esitazioni le scelte monetariste della Troika e vara le riforme del mercato del lavoro e delle pensioni.
Del trittico rigore, equità crescita abbiamo visto solo il rigore, la crescita negativa (-2,4%) , l’aumento della disoccupazione e delle diseguaglianze: equità zero;
i sindacati continuano a sonnecchiare anche a livello europeo.
Nel 2012-13 abbiamo l’euro, alias, un sistema equivalente ai cambi fissi e una BCE dimezzata.

Nel 2014 abbiamo timidi segnali di inversione del ciclo per l’Italia: previsioni del FMI e di società di rating tra lo 0,5 e lo 0,6%. Solo il governo Letta annuncia l’1%. Nonostante che i debiti delle banche siano stati trasferiti ai governi che, a loro volta, li abbiano scaricati sui contribuenti, i c.d. debiti sovrani diventano il problema; il sistema bancario è rimasto debole e , in particolare in Italia, viene chiamato a sottoscrivere i titoli del debito pubblico.
A livello istituzionale europeo, si moltiplicano gli strumenti di coordinamento, facendo ricorso soprattutto al metodo intergovernativo. In questo modo, l’aggiustamento resta compito esclusivo dei paesi in difficoltà (18 su 27).
In pratica, si centralizza anche la politica economica e finanziaria senza un formale governo economico a livello centrale: in sua vece agisce la Troika egemonizzata dalla BCE.
Come previsto soprattutto dagli economisti americani tra cui 5-6 premi Nobel, l’economia europea cade nel seconda recessione (W). Nel 2012 e 2013 il PIL italiano scende del 2,4 e dell’1,8.
Nei Paesi euromed si procede con determinazione nell’aggiustamento (riduzione) di prezzi e salari a costo di un forte aumento della disoccupazione.
Un confronto molto significativo sulla disoccupazione: negli anni ’70 essa si mantiene tra il 5,9 del 1969 e il 6,9 (1979), in media attorno al 6,5%; nel 2014 abbiamo appena raggiunto il 13% un dato drammatico che ci riporta al livello del 1977 come qualche giornale ha scritto ma a quello del 1952 (12,6%). Prendete quest’ultimo dato con la dovuta cautela perché la serie omogenea dell’Istat parte solo dal 1977. Se considero che nel 1959 anno del boom economico, il tasso di disoccupazione era sceso al 7,2%, mi confermo nell’idea che nessun governo di centro-destra e di C-S ha mai spinto l’economia verso la massima occupazione.
Non a caso i periodi di massima tensione nel mercato del lavoro delle regioni italiane più avanzate si registrano proprio in coincidenza con le campagne rivendicative dei primi anni ’60 e quelle post autunno caldo.

I sindacati non fanno alcuna resistenza: sono divisi e non si coordinano a livello europeo. L’euro è salvo ma c’è il credit crunch: il credito non arriva alle imprese né alle famiglie.
L’espansione monetaria della BCE è utilizzata dalle banche per comperare titoli dello Stato. Solo nel 2014, con grande ritardo, al sesto anno di crisi, la BCE lancia misure non convenzionali per far giungere il credito alle imprese e alle famiglie.
Nel 1974 si azionò una panoplia di strumenti: doppio mercato dei cambi; sul piano interno si introducono strumenti di controllo amministrativo del credito; a livello macro ci si inventa il credito totale interno; si abbandona la manovra sul tasso di sconto. Nel 1976 il governo decide di pagare i punti di contingenza con i BOT.
I sindacati non arretrano e spingono con determinazione sull’egualitarismo
con cambi flessibili, con la spirale prezzi-salari, con la necessità di contrastare gli effetti deflattivi della tassa degli sceicchi. Non c’era lo scenario adatto che consentisse ai sindacati di accettare la politica dei redditi.
L’elaborazione del II piano quinquennale 1971-75 fu sospesa dal governo Andreotti-Malagodi: non c’erano i termini per programmare a medio termine;
governi precari arrancavano ad assumere misure tampone di breve termine
c’era un forte conflitto redistributivo a livello interno ed internazionale.
Nel 2012-13 sono venti anni che i sindacati subiscono la politica dei redditi introdotta in due fasi dal governo Amato e da quello tecnico Ciampi.
Nel ventennio 1993-2012 c’è stata una forte caduta degli investimenti e, quindi, la stagnazione della produttività e della crescita; i salari sono tornati ai livelli del 1999 e c’è chi teme la stagnazione secolare (Onofri, Repubblica del 141020).
Quel poco di risanamento dei conti pubblici che si è ottenuto, lo si è fatto a spese degli investimenti pubblici. Esattamente il contrario di quello che si faceva 40-50 anni fa: si sacrificavano i consumi privati – peraltro a livelli molto più bassi di quelli attuali – per sostenere un livello di accumulazione in grado di avvicinare la massima occupazione.
Per questi motivi, negli anni ’70, nonostante due recessioni e la continua fuga dei capitali, si è continuato ad investire: alla fine il decennio si è chiuso con un tasso di crescita annuo medio del 3,75%; funzionava la frusta sindacale.
tasso di certo più basso di quello del ventennio precedente ma oggi neanche pensabile per il prossimo decennio; allora avevamo l’inflazione; oggi abbiamo la deflazione. Nel 2014 il governo Renzi dà un bonus di 80 euro al mese a quelli che lavorano. Cerca di “comprare” il consenso di ceti con redditi medio-bassi ma i consumi non ripartono perché scatta una gragnola di tasse locali.

Nei primi anni ’70 si varavano importanti riforme strutturali grazie alla forte pressione sindacale: statuto dei lavoratori; riforma fiscale, della scuola, dell’Università, ospedaliera, urbanistica, ecc.
Si agisce non solo sul salario in termini egualitaristici – probabilmente in misura eccessiva – ma anche in termini di stato giuridico, di diritti civili e sociali
basti citare la battaglia per il divorzio.
I primi anni ’70 sono quelli della democrazia sindacale, dell’unità d’azione e della grande aspettativa dell’unità sindacale : c’era l’inflazione e nella II metà degli anni ’70 il governo di solidarietà nazionale mette in atto una dura politica di stabilizzazione e di rientro dall’inflazione.
Gli ultimi 20 anni e in particolare i primi anni del secondo decennio del 21mo secolo sono gli anni della sostanziale divisione sindacale, della crisi della rappresentanza anche sindacale e i risultati si vedono: c’è ora la deflazione, ossia, calano i prezzi, i salari, gli investimenti pubblici e privati. Va meglio o peggio?
Si stava meglio con la scala mobile o senza scala mobile come adesso?
Nel 1974 e nei rimanenti anni 70 il problema era fermare l’inflazione a due cifre, 40 anni dopo ci ritroviamo senza inflazione e senza crescita e, addirittura, con la deflazione che Draghi e Visco continuano a sottovalutare.

Se conflitto e cooperazione è la chiave interpretativa del funzionamento delle relazioni industriali nei paesi industriali, noi siamo passati da un ‘epoca di conflitto permanente ad una di cooperazione appiattita e acquiescente con il governo di turno, di qualsiasi colore questo fosse.

Nei primi anni ’70 con il C-S in crisi si andava anche allora alle grandi intese: al governo di solidarietà nazionale che avviava il processo di stabilizzazione dell’economia italiana. Ma 40 anni fa la potenza negoziale del movimento sindacale era tale che, non di rado, il governo era costretto a dire: non possiamo fare un torto al sindacato; lo stesso Presidente della Confindustria Gianni Agnelli nel 1975 scelse l’accordo con Lama piuttosto che la sfida.
Negli ultimi 4 anni, capi di governo “nominati” e, quindi, ancora più deboli di quelli degli anni ’70, dicono che loro non trattano con il sindacato, che la concertazione è superata e, addirittura, evitano anche di consultarli, pretendono di decidere da soli. In realtà debbono solo applicare le direttive di Bruxelles o, peggio ancora, di Francoforte sul Meno.
Cosa pensare? Il mio parere è che c’è una deriva tecnocratica e autoritaria che nasce al centro dell’UE e si proietta all’interno dei Paesi Membri della Unione. Oltre a un declino economico, civile e culturale, c’è un’involuzione del sistema democratico che non promette niente di buono. Tutto questo in contrasto con il modello di democrazia partecipativa scritto nel Trattato sul Funzionamento della UE che ha costituzionalizzato il ruolo del Comitato economico e sociale originariamente previsto dal cap. 3 del Trattato di Roma (1957) artt. 193-198 + 118-121 e il Comitato delle Regioni.
I Governi dei PM in preda a rigurgiti nazionalistici, fanno il doppio gioco, approvando certe regole a Bruxelles e le presentano come imposizioni appena tornano a casa.

Ni primi anni ’10 siamo di nuovo (da oltre tre anni) alle larghe intese e non si vede come uscire dalla stagnazione.
La tragedia del C-S – secondo Luigi Spaventa – fu “la mancata condivisione di un programma comune”.
La tragedia delle larghe intese è la mancata condivisione di ogni singolo provvedimento e la veduta corta.
Nel 1974 anche Napolitano pensava alla trasformazione in senso socialista della società italiana; nel 2014 persegue indirettamente la linea di continuità nella cooperazione con settori della finanza rapace.
Allora come oggi manca il governo e non è questione di legge elettorale e/o di riforme costituzionali.
È questione di qualità della classe dirigente a tutti i livelli.
Quella di 40 anni fa aveva dei limiti ma a leggere le schede sui singoli dirigenti sindacali nel libro di Giorgio Benvenuto e Antonio Maglie (Il divorzio di San Valentino) , – se mai ce ne fosse bisogno e ce n’è soprattutto per i giovani – troviamo che nel sindacato c’erano personalità di grande qualità e grosso spessore culturale.

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Vallauri su Borges, Dorfles e Renzi: tra realtà, finzioni e speranze

In attesa di pubblicare la recensione di “I cento libri che rendono più ricca la nostra vita” di Piero Dorfles anticipiamo alcune considerazioni tratte dalla citazione relativa a “Finzioni” di Jorge Luis Borges.
Il nostro valente scrittore e critico osserva tra l’altro che l’autore argentino più che creare storie e personaggi mette in scena idee ed immagini mentali, dando luogo a una sorta di simbolismo del pensiero astratto. Infatti i suoi protagonisti sono, volta per volta, avvenimenti o brani di una storia, come nel descrivere un uomo che ricordava di tutto ma non sapeva pensare, spiegandoci la possibilità di conoscere ciò che l’esperienza non ci può dare. Borges – aggiunge – promette di fare un salto dalla dimensione dell’esperienza pratica a quella dell’esperienza fantastica.
Espressione che oggi, quasi alla fine del 2014, non può non richiamare la recente vicenda del giovane nostro politico premier Matteo Renzi. Questi infatti, nel valutare eventi e nell’indicare le proprie previsioni sul terreno delicato ed impervio della ripresa economica sembra proprio rientrare nella considerazione di Dorfles, cioè non tiene tanto conto dell’esperienza finanziaria recente nostra come degli altri paesi europei mentre sembra preferire volgersi verso una previsione ricca di annunci che contengono speranze. Borges – scrive Dorfles – ci permette di parlare al di là, vedere quello che sta fuori della nostra quotidianità con argomenti e nuove prospettive, visioni alternative, un intero universo di eventi quasi inimmaginabili.
Il nostro Renzi, “nostro” perché oggi rappresenta il nostro intero paese, a seguito del suo vittorioso esito elettorale (non dimentichiamolo) e perché ha fatto sorgere in un rilevante numero di italiani, tanta speranza per scelte economiche che dovrebbero migliorare le condizioni dell’Italia. Ma egli appare come il prototipo di chi sembra ignorare gli sviluppi che possono derivare dai suoi comportamenti e preferisce quindi regalare anche “fantasticherie”, secondo il linguaggio di Borges, cioè astrazioni più che analisi aderenti alla dura realtà. Ma se Borges, per professione e passione, anticipava fantasticherie, il nostro Renzi per professione e pensiero è legato inevitabilmente alla dimostrazione di una precisa capacità di leggere e vivere giorno per giorno i nostri ritardi, le insufficienze del nostro sistema, ravvisare le operazioni da compiere mediante indicazioni precise. Ecco perché il termine nel libro “Finzioni” di Borges riconduce a quel che avviene nel mondo politico italiano. Possiamo così immaginare dove potranno condurre le speranze (di Renzi) ma se la letteratura, per sua natura, può farci conoscere cose che l’esperienza pratica non può dare, Matteo dovrebbe tenere sempre presente che egli appartiene a comunità nelle quali si è tenuti a lavorare per aprirsi ai fatti concreti, comprese nuove prospettive, visioni alternative, ma realizzabili mentre la letteratura è universale ed è quindi tenuta a presagire anche contenuti inimmaginabili. Dovere di Renzi è restare ancorato invece alla realtà, nella quale è stato chiamato da tanti italiani e quindi suo dovere è restare quanto più possibile aderente alla dura realtà dei drammatici eventi europei e quindi effettuare le necessarie verifiche.
Speriamo che l’eccessivo speranzoso linguaggio del premier al quale tanti italiani (persino molti suoi dichiarati avversari) non hanno negato il sostegno nel momento della scelta elettorale, possa essere meglio sostenuto da un linguaggio e da comportamenti aderenti direttamente al concreto divenire della nostra economia, secondo quella che è stata l’indicazione dei “democratici” e degli altri italiani che lo hanno votato.

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