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Archivio Novembre 2014

La retorica sulla fiducia

30 Novembre 2014 Nessun commento

Il fallimento del sistema politico contribuisce all’instabilità dell’economia e questa alimenta le diseguaglianze. E se queste continuano ad alimentare, la gente perde fiducia nel sistema e la democrazia è in pericolo.
La fiducia è necessaria non solo nella politica e nei rapporti tra le istituzioni ma anche nell’impresa, nella società, in qualunque attività commerciale, nell’interscambio sociale e individuale. Stiglitz (Il prezzo delle diseguaglianze, 2013) cita casi concreti in cui i lavoratori mantenuti a lavoro hanno incrementato la loro produttività. A me basta il rinvio al caso tedesco. Nel 2008 governo e parti sociali tedeschi decidono di ridurre l’orario di lavoro a tutti e di non licenziare nessuno. Questo ha consentito alla Germania di affrontare la crisi meglio di qualsiasi altro paese europeo.
Vedo in senso opposto il caso italiano. Il governo Berlusconi 2011 perde ogni credibilità; letteralmente manda l’economia a puttane e assume provvedimenti draconiani a danno dei lavoratori dipendenti e pensionati. Tremonti mette a disposizione delle banche i c.d. Tremonti Bond; il governo Monti, proditoriamente voluto dal Presidente della Repubblica, aggiunge altri e più pesanti provvedimenti sulla gobba dei lavoratori dipendenti e dei pensionati. Nel 2012 la Fornero ridimensiona il ruolo dell’art. 18 ; due anni dopo il neo premier – altro nominato dal Presidente della Repubblica, spinge per una ulteriore riforma dello Statuto dei lavoratori – a suo dire reperto di un tempo passato come se i diritti fondamentali delle persone cambiassero ogni 30-40 anni. Il motivo vero è quello di accogliere le richieste dei settori più retrivi dell’imprenditoria che non gradisce l’eventuale intervento della magistratura nelle controversie sui licenziamenti c.d. discriminatori. A mio giudizio, si tratta di politica sconsiderata perché, da un lato, non aumenta i posti di lavoro, anzi fin qui ha prodotto un milione di disoccupati in più, dall’altro, aumenta la sfiducia all’interno dell’impresa; inasprisce le relazioni industriali e rende più difficile la cooperazione all’interno dell’impresa e della società. Le manifestazioni di protesta e gli scioperi fatti e da fare, la guerra tra i poveri nelle periferie delle grandi città ne sono la prova. Allora che senso hanno le manciate di ottimismo e di speranza che Renzi dispensa giornalmente quando, nei fatti, fa il possibile per distruggere la fiducia? A me il comportamento del Premier sembra paradossale: non essendo riuscito a cambiare verso alla politica economica dell’UE, vorrebbe dare fiducia agli investitori stranieri. E come poteva cambiarla se andando a Bruxelles e ai Consigli europei andava a dire e ripetere che avrebbe rispettato le regole prefissate? In ogni caso, dare fiducia agli investitori esteri è missione impossibile se uno pensa: a) allo stato di illegalità diffusa in cui versa il Paese; b) all’inefficienza del sistema giudiziario; c) alla corruzione; d) all’incertezza della legislazione anche in materia fiscale; e) alla conseguente inefficienza della Pubblica Amministrazione; f) alle metastasi della criminalità organizzata; …. Il paradosso è che nel mentre velleitariamente vuole dare fiducia agli investitori esteri e agli imprenditori più retrivi che sono una minoranza, in maniera spavalda, crea sfiducia e massimo stress per la stragrande maggioranza dei lavoratori occupati, quelli disoccupati e gli inattivi che non vedono alcuna speranza nel loro futuro. Il dati di ieri dell’Istat che stima la disoccupazione al 13,2% pari a quello del 1977 è veramente deprimente, ma lui si rifugia nel dato parziale dei 100 mila posti di lavoro creati non da lui ma dall’economia e trascurando il saldo netto.

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Renzi ha qualche problema con la democrazia rappresentativa

23 Novembre 2014 Nessun commento

C’è giustizia sociale ed uguaglianza se c’è uguale libertà, uguale opportunità di partecipazione alla gestione della cosa pubblica. Per partecipare i cittadini si organizzano in gruppi di interesse omogenei secondo la logica dell’azione collettiva. Non riconoscere i sindacati dei lavoratori dipendenti è negare la libertà e/o il diritto di partecipazione. È negare il principio di rappresentanza che non si esaurisce nella elezione dei membri delle Camere rappresentative, dei consigli regionali e dei sindaci magari con sistemi elettorali di dubbia costituzionalità. In buona sostanza, è negare la democrazia.
Non a caso l’art. 99 della Costituzione del 1948 prevedeva Il Consiglio nazionale dell’economia e del lavoro con funzioni consultive per le Camere e lo stesso Governo. “Il CNEL era composto, nei modi stabiliti dalla legge, di esperti e di rappresentanti delle categorie produttive, in misura che tenesse conto della loro importanza numerica e qualitativa. Era organo di consulenza delle Camere e del Governo per le materie e secondo le funzioni che gli sono attribuite dalla legge. Aveva l’iniziativa legislativa e poteva contribuire alla elaborazione della legislazione economica e sociale secondo i principi ed entro i limiti stabiliti dalla legge”. Non a caso una delle misure della devastante riforma costituzionale proposta dal governo Renzi prevede l’abrogazione del CNEL. Quindi c’è coerenza e metodo nell’azione del Presidente Renzi quando si rifiuta di dialogare con i sindacati. Molti osservatori e opinion leader, a mio giudizio, sottovalutano la gravità di tale scelta e di tale comportamento che, da una parte, rifiuta il dialogo con i rappresentanti dei lavoratori, dall’altra, ogni settimana va a visitare questa o quella impresa accompagnato da un rappresentante della Confindustria.
Renzi non si limita a non riconoscere alcuni corpi intermedi (nel caso di specie i sindacati dei lavoratori) ma va oltre. Li accusa di essere responsabili di tutti i mali del Paese come fa con la burocrazia. Anche se quest’ultima è un potere dello Stato va bene lo stesso. Bisogna delegittimarla in continuità con l’azione iniziata metodicamente da Brunetta ministro della Funzione pubblica nel governo Berlusconi 2008-2011. Quindi c’è perfetta continuità tra la politica di delegittimazione propria della destra e quella di Renzi. Burocrazia e sindacati sarebbero di ostacolo alla efficienza del governo ma non ci si rende conto che senza la burocrazia il governo sarebbe una testa senza un corpo. Burocrazia e sindacati vengono accusati di rallentare l’azione del governo perché la prima complica le procedure di attuazione e i secondi vogliono addirittura condizionare la scelta degli obiettivi da parte del governo come se questo potesse governare solo con gli annunci e/o con i tweet.
Nel tempo noi abbiamo creato un sistema di guardie e ladri. Per cui i poteri dello Stato diffidano l’uno degli altri. Non c’è fiducia e leale collaborazione tra di loro. Ognuno di essi è, in modo e grado diversi, deresponsabilizzato. Tutti vogliono che sia la legge a dire che cosa ognuno di essi deve fare. Da qui l’abnorme produzione legislativa che per lo più rimane inattuata. Se la missione fondamentale della burocrazia è quella di applicare giornalmente la legge, è logico pensare che la colpa sia della burocrazia e se questo lo dice il governo, sarà vero – pensa la gente comune. Invece è falso. Non che la burocrazia non abbia la sua parte di responsabilità ma il fatto fondamentale è che le leggi chilometriche e complicate sono approvate dal Parlamento e che la quasi totalità di dette leggi è di iniziativa del governo. Quindi, ad essere chiari, la colpa della inefficienza del sistema paese è prima di tutti del governo. Una burocrazia inefficiente nega i diritti dei cittadini o non li attua al meglio. Per far valere i loro diritti, i cittadini facoltosi si fanno assistere da avvocati specializzati. Gli altri possono farsi assistere dai Patronati organizzazioni collaterali ai sindacati. E che cosa ha già fatto il governo Renzi? ha tagliato i sussidi ai Patronati. Se questi vogliono continuare ad assistere i loro iscritti devono aumentare le quote e i contributi.
La delegittimazione della burocrazia non consente la democrazia dell’uguaglianza e lo Stato di diritto. Non riconoscere le legittime rappresentanze dei lavoratori nega la democrazia rappresentativa. In questi termini Renzi, il Sindaco d’Italia, mi sembra in preda a delirio di onnipotenza e con metodo cerca di compromettere il processo democratico nel nostro Paese. Ci riuscirà? Non credo. Potrà abrogare l’art. 99 sul CNEL ma non credo potrà cancellare anche l’art. 39 della Costituzione del 1948. Se ci riuscisse si troverebbe davanti anche l’ostacolo dell’art. 11 del Trattato sul funzionamento dell’Unione europea. Il comma 1 recita: Le istituzioni danno ai cittadini e alle associazioni rappresentative, attraverso gli opportuni canali, la possibilità di far conoscere e di scambiare pubblicamente le loro opinioni in tutti i settori di azione dell’Unione; comma 2: le istituzioni mantengono un dialogo aperto, trasparente e regolare con le associazioni rappresentative e la società civile”. Salto per brevità gli altri commi e le altre norme che prevedono la consultazione obbligatoria del Comitato economico e sociale (composto dalle parti sociali) e del Comitato delle Regioni. Ma ho voluto riproporre detti principi perché da come parla e da come si comporta non mi pare che Renzi ne abbia piena conoscenza.

P.S.: Mentre completo questa nota, sento alla radio di una lettera di Renzi al Direttore di Repubblica. Il Presidente afferma ripetutamente di essere di sinistra e cita le persone a cui si ispira idealmente. Tutto bene. Ma un conto solo le parole e un altro sono i comportamenti. Non ritengo di dover cambiare nulla di quello che ho appena scritto. Anzi non so come qualificare un Presidente del Consiglio che crede cambiando l’art. 18 dello Statuto dei lavoratori e raggruppando alcuni contratti, sta cambiano il mondo del lavoro. Non credo che abbia chiaro in testa come funziona il mercato del lavoro. Renzi si potrebbe consolare se sapesse che nessun governo della Repubblica – e meno che mai il suo – ha spinto l’economia verso il pieno impiego. Si legga per favore il Rapporto Saraceno del 1964. Il paradosso è che il mercato del lavoro in Italia è entrato in tensione, alias, si è avvicinato a situazioni di pieno impiego al Nord solo due volte, in corrispondenza di due stagioni contrattuali 1961-62 e 1969-70 di forti aumenti salariali. Se ci sono 6 milioni e passa di senza lavoro e oltre otto milioni di persone in povertà assoluta e relativa, non c’è giustizia sociale.

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Stagnazione economica e giustizia sociale

18 Novembre 2014 Nessun commento

In tutti i paesi del mondo avanzato e meno aumentano le diseguaglianze nella distribuzione del reddito e della ricchezza.
Nella Unione Europea di giustizia e/o coesione sociale si occupa ordinariamente la Commissione europea. Recentemente è uscito un Rapporto di una Fondazione privata (la Bertelsmann Stiftung, emanazione di una grande azienda editoriale tedesca) che ha fatto un confronto sistematico tra i 28 Paesi membri della UE sulla base dei 35 indici utilizzati dagli esperti internazionali. Ne viene fuori una divaricazione crescente tra Nord e Sud e tra giovani e anziani. Sulla base dell’indice sintetico l’Italia figura al 24°posto/28. L’Italia è un paese ad alto reddito medio pro-capite ma a basso indice di giustizia sociale.
In questa fase, l’Italia è fanalino di coda per la crescita economica.
Non sto ad elencarvi tutti i 35 indici. Vi dico sinteticamente che l’Italia si colloca al di sotto della media UE tranne che in due casi: l’indice PISA (4° posto) e quello della non discriminazione (14° posto). Occupa l’ultimo posto per il rischio esclusione sociale, per i giovani NEET, e per l’indice di dipendenza degli anziani. Sta al 27° posto per la giustizia intergenerazionale e per il debito pubblico. Al 25° posto per il tasso di attività e per la disoccupazione giovanile; al 24° posto per la povertà di chi lavora (working poor) e per il numero di abbandoni scolastici; al 23° posto per la facilità di accesso al mercato del lavoro, per la coesione sociale e la non discriminazione, per l’accessibilità ai servizi sanitari (basato sull’indice EHCI ); ecc.. Nel 2013 la posizione è peggiorata rispetto agli anni precedenti. Se aggiungo il dato della disoccupazione ufficiale 12,6% sempre al di sopra della media UE28 (10,1) e che, solo nel 2013, l’Italia ha versato sanzioni per 61 milioni irrogate dalla Corte europea di Strasburgo a causa di violazioni dei diritti dell’uomo, credo che abbiamo prove sufficienti per ritenere che in Italia la giustizia sociale non gode di alta considerazione. Quello che sta succedendo in alcuni municipi di Roma e di altre città italiane credo che siano un segnale preoccupante di allarme sociale che trova fondamento nei dati di cui sopra che non hanno avuto grande risonanza nella stampa e nei media. Come non è stato ripreso il Rapporto sulla povertà della Charitas. Naturalmente cinque anni di crisi economica hanno aggravato la situazione sociale. È aumentata la disoccupazione e, secondo me, c’è una emergenza occupazionale e sociale che rischia di infiammarsi ulteriormente. I poveri diventano sempre più poveri e i ricchi sempre più ricchi. La classe media si è impoverita e i ricchi sono diventati sempre più egoisti. In queste condizioni, non ci sono spazi per significative manovre di redistribuzione del reddito e della ricchezza. Ovviamente c’è una correlazione tra giustizia tributaria e giustizia sociale, anzi la prima è strumento fondamentale per perseguire la seconda. Ma in un contesto politico in cui il Presidente Renzi punta innanzitutto a conquistare il consenso di elettori di Centro-destra sarebbe sorprendente che il governo adottasse una seria politica di redistribuzione attraverso il prelievo di imposte maggiormente progressive a carico dei ceti sociali che vuole portare dalla sua parte e che, nel caso specifico, si facesse una seria lotta all’evasione fiscale. Se poi aggiungo che obiettivo anche di questo governo è il taglio della spesa pubblica anche di quella sociale – in perfetta continuità con i tre governi che l’hanno preceduto – è chiaro che il nostro Paese sembra destinato a restare caratterizzato anche da un basso livello di giustizia tributaria ancora per lungo tempo.
Senza una teoria ed una prassi della giustizia sociale, non si può parlare di giustizia tributaria. Non si può costruire un sistema tributario o, più in generale, un sistema fiscale senza determinare preliminarmente gli obiettivi di giustizia sociale che esso deve perseguire. In Italia ed in Europa in questa fase prevalgono governi di Centro-destra ed il loro obiettivo è quello di ridimensionare il Welfare State. In Italia le larghe intese sono una necessità ed il Partito Democratico, formalmente ed informalmente, è alleato con due partiti di Centro-destra. E se la concorrenza elettorale è per i voti di elettori di Centro-destra, non vedo ampi spazi per la giustizia sociale.
Ricordo a me stesso che su questo tema c’è un’ampia letteratura a livello mondiale che collega democrazia e sviluppo, democrazia e giustizia sociale. Mi basta citare Amartya Sen e John Rawls.
In teoria, in fasi di crescita economica ci sono più risorse ed è, in teoria, più facile affrontare anche i problemi di giustizia e coesione sociale.
Ma noi siamo dentro l’UE, siamo ingabbiati dentro l’eurozona che non ci consente di fare neanche politiche riallocative e le politiche europee di coesione sociale sono finanziate in maniera del tutto insufficiente. Se considero che gli stessi documenti governativi non prevedono crescita sostenuta e sostenibile per i prossimi due anni, dobbiamo aspettarci che le tensioni sociali e i conflitti distributivi si aggraveranno vieppiù.
A coloro che volessero approfondire le politiche europee ed italiane di coesione economica e sociale segnalo che il n. 3/2014 della Rivista giuridica del Mezzogiorno, Trimestrale della SVIMEZ, Associazione per lo sviluppo dell’industria nel Mezzogiorno, è tutta dedicata alle problematiche della programmazione del nuovo ciclo dei fondi strutturali europei 2014-2020 – non di rado poco e malamente utilizzati dal nostro Paese.

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Ai fini del successo elettorale conta l’economia o la politica?

9 Novembre 2014 Nessun commento

I disoccupati negli Usa sono sotto il 6% – mai così pochi dall’inizio della crisi. Eppure Obama perde la maggioranza anche al Senato nelle elezioni di midterm. Ora viene definito un’anatra zoppa (lame duck) . Venerdì scorso 7-11.14 ulteriore calo della disoccupazione dal 5,9 al 5,8%. Come si spiega? Secondo alcuni osservatori, il crollo della popolarità di Obama è dovuto al fatto che le classi sociali con reddito medio e medio-bassi non si vedono gran che avvantaggiate dalla ripresa economica perseguita con successo dal Presidente e dalla Federal Reserve Bank. Altri osservatori la spiegano con le incertezze del Presidente in materia di politica estera. Secondo me, atteso che di politica estera negli USA si occupa una minoranza qualificata, è più plausibile la prima tesi. Nel 1992 Bill Clinton vinse il suo mandato contro Bush padre criticando i fallimenti del Presidente in carica nella gestione dell’ economia. Nel 2014 la teoria del ciclo politico-economico non sembra funzionare, ma bisogna tenere presente che Obama non era in corsa per il rinnovo del suo mandato. Quindi è presto per dare un giudizio perché detta teoria è costruita più sulle elezioni del Presidente che sugli scaglionati rinnovi parziali della Camera dei rappresentanti e del Senato. Dobbiamo aspettare le elezioni presidenziali del 2016.
Negli USA, ora abbiamo un Presidente che non ha una maggioranza né al Congresso né al Senato. Una situazione non nuova che però non evoca disastri o riforme istituzionali perché negli USA è prassi consolidata arrivare comunque ad accordi cooperativi tra le Camere e il Presidente che potrebbe mettere il veto sulle leggi approvate dalle Camere senza il suo consenso. Per contro le Camere possono non approvare le leggi proposte dal Presidente. La separazione netta dei poteri e i veti reciproci in qualche modo costringono alla collaborazione e/o a compromessi più o meno alti nell’interesse generale del Paese.
In Italia i disoccupati sono al 12,6% e non si vede alcun segnale di crescita dell’economia. Il continuo aumento della povertà e delle disuguaglianze interessa solo alcuni addetti ai lavoratori. I commentatori politici dei grandi giornali sorvolano ma si arrabattano ormai da diversi decenni a commentare le proposte poco serie di riforme costituzionali che hanno il solo scopo di rafforzare il governo garantendogli una maggioranza precostituita e un Senato senza il voto di fiducia. E poi dicono che nel Paese non c’è una deriva autoritaria e tecnocratica!

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