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A chi si applica il nuovo diritto del lavoro? Boh

28 Dicembre 2014 Nessun commento

Due problemi principali con l’interpretazione di quello che ha scritto o non ha scritto il primo decreto legislativo approvato dal Consiglio dei ministri il 24 dicembre scorso in attuazione della legge delega di riforma dello Statuto dei lavoratori di Giacomo Brodolini. Il primo: le nuove norme che tagliano fondamentali diritti dei lavoratori privati si applicano o no ai dipendenti pubblici? Il secondo punto controverso: le nuove norme sui licenziamenti si applicano solo a quelli individuali o anche a quelli collettivi? Non solo gli esperti dei partiti ma anche membri dello stesso governo dissentono. Il che la dice lunga sulla collegialità del governo e su come viene svolta la funzione di coordinamento generale del Presidente del Consiglio. Questi salomonicamente dice che deciderà il Parlamento, rectius, l’apposita Commissione parlamentare che valuta la effettiva corrispondenza tra le norme del Decreto legislativo e i principi di delega. Compito arduo se si tiene conto della vaghezza ed incertezza con le quali era stata scritta la delega.
Non sono questioni di dettaglio se, come detto, sono in gioco diritti fondamentali ed il ruolo della magistratura che con grande determinazione si voleva relegare al margine. Questo la dice lunga sul modo di legiferare di questo governo che vede al suo vertice due ex sindaci e come capo dell’Ufficio legislativo della Presidenza del Consiglio un ex Comandante dei vigili urbani del Comune di Firenze, ossia, tutta gente senza alcuna esperienza legislativa. La ministra Madia, chiamata in causa sulla questione dell’applicabilità agli statali delle nuove norme, sostiene che la vera volontà del governo e quella degli esperti di cui si circonda escludono che dette norme possano applicarsi ai dipendenti pubblici. La stessa tesi sembra sostenere l’ineffabile Ministro del lavoro , presumibile estensore del provvedimento, ma il suo parere non sembra avere alcun peso se, come abbiamo visto in altri casi, è sempre il Capo del governo che decide sulle cose importanti e questi ha detto che deciderà il Parlamento smentendo i suoi ministri.
Quando ero studente universitario, mi hanno insegnato che per chiarire qualche punto oscuro di una legge poteva essere utile leggere l’allegata relazione governativa di norma ben scritta. Ora abbiamo un governo che sta cambiando il Paese con i tweet a ripetizione e ben poco si cura di come sono scritte le leggi e, tanto meno, le relazioni governative. Sta cambiando il Paese ed in fretta. Il resto non conta. Se non capite quello che prescrive una legge, non c’è alcun problema. Potete sempre risalire alla volontà non scritta del governo che l’ha emanata oppure rifarvi alla giurisprudenza contrastante citata dallo stesso Presidente del Consiglio. E dire che anche questo governo parla continuamente di chiarezza e semplificazione delle leggi. In fatto, ne aveva già dato un altro esempio preclaro pochi giorni prima con il maxiemendamento alla legge di stabilità. Un articolo unico con 750 commi zeppo di errori e di collegamenti legislativi sbagliati ammessi dallo stesso governo. Il capogruppo PD al Senato Zanda fu costretto a chiederne l’approvazione nello stato in cui erano sulla promessa governativa che gli errori sarebbero stati corretti in sede di redazione finale del testo. Tenuto conto che la legge di stabilità è uno dei più importanti atti legislativi del governo che ne definiscono la politica economica e sociale, ogni altro commento è superfluo. Ma questo episodio costituisce un’ennesima prova dell’esproprio da parte del governo della funzione legislativa del Parlamento ormai ridotto ad approvare i testi del governo anche se pieni di errori. Siccome non c’è due senza tre, adesso aspettiamo la terza prova di appello.

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Come uscire dalla crisi europea.

26 Dicembre 2014 Nessun commento

Giuseppe Guarino, Cittadini europei e crisi dell’euro, Editoriale Scientifica, 2014.
La tesi apparentemente stravagante del prof. Guarino è che nell’Unione europea con il Trattato di Maastricht , con il Regolamento 1466/97 e i Trattati successivi in Europa e, quindi, nei Paesi membri dell’Unione c’è stato un colpo di Stato bianco e, quindi, la democrazia è stata, addirittura, “soppressa”. Cosa vuol dire? Vuol dire che con la firma del Trattato di Maastricht (1992), l’Europa adottò il piano di unione economica e monetaria lasciando però la politica economica e finanziaria a livello decentrato dei paesi membri. In coerenza con il progetto del mercato unico bisognava arrivare ad una moneta unica – come è avvenuto poi, con l’euro – perché questo era requisito fondamentale per il corretto ed efficiente funzionamento del mercato unico. Il piano era monetarista, mercatista e neo-liberista.
Il piano di Unione economica e monetaria rientrava nell’approccio funzionalista e gradualista. I paesi membri non erano pronti a rinunciare anche alla sovranità fiscale e perciò decidevano di andare avanti con gradualità e di centralizzare solo la politica monetaria. Sennonché politica monetaria e politica di bilancio fanno parte della politica economica generale e, in situazioni di crisi, è necessario utilizzare entrambi gli strumenti in stretto coordinamento. Infatti, senza il concorso delle politiche economiche e finanziarie in molti casi la politica monetaria può essere neutralizzata o minata nella sua missione fondamentale di mantenere la stabilità dei prezzi senza compromettere la crescita economica. Il coordinamento delle politiche economiche doveva avvenire in maniera “automatica” con il rispetto da parte dei paesi membri dei famigerati parametri di Maastricht: il 3% per il deficit corrente di bilancio; il 60% per lo stock del debito pubblico sul PIL; il tasso di inflazione ed il tasso di interesse. Questi ultimi non dovevano superare un certo scarto rispetto alla media riscontrata nei paesi più virtuosi. La scelta del coordinamento “automatico” invece che discrezionale, ossia, determinato di volta in volta, a seconda delle esigenze, da parte delle autorità di politica economica e finanziaria (ossia, i ministri dell’economia e delle finanze) dei paesi membri era coerente con l’impostazione neo-liberista che si era affermata negli anni ’80 in tutta Europa e negli Stati Uniti di Reagan, Bush senior e Clinton.
Specialmente dopo la crisi della lira del 1992-93, la Germania poneva all’ordine del giorno il problema dell’adesione dei paesi membri “al principio dell’equilibrio delle finanze pubbliche e all’obiettivo a medio termine consistente nel raggiungimento di un saldo di bilancio vicino al pareggio o positivo”. Si arrivava così all’approvazione del regolamento CE n. 1466/97 , alias, Patto di stabilità e crescita e al regolamento n. 1467/97 che prevede un preciso meccanismo di sorveglianza e coordinamento delle politiche economiche con relative sanzioni. Il problema è stato e rimane che il Regolamento 1466/97 si occupa sostanzialmente ed esclusivamente di stabilizzazione anche se, en passant, in 3-4 punti menziona gli obiettivi di crescita, di occupazione e di creazione di nuovi posti di lavoro. È mio parere che l’emanazione di simili regolamenti applicativi fosse comunque necessaria se si tiene conto che in tutto il II dopoguerra l’Italia, ad esempio, non ha mai avuto il bilancio in pareggio.
17 anni dopo l’emanazione di detti regolamenti e dopo la ratifica del Trattato intergovernativo c.d. Fiscal Compact e i regolamenti conseguenti TwoPact, SixPact, Europlus, ha senso richiamare i primi due perché con essi si risale al peccato originale del Trattato di Maastricht poi trasfuso nel Trattato di Lisbona, alias, Trattato sul funzionamento dell’Unione europea (TFUE). Per la verità il prof. Guarino osserva a ragione che il Reg. 1466/97 tradisce il Trattato proprio sul punto della crescita. Persino Mario Monti, in diversi interventi, ricorda che nel 2012 , dopo aver ratificato il Fiscal Compact, avrebbe strappato alla vecchia nonna europea la promessa di riconsiderare il secondo volet del PSC, ossia, la crescita ma poi non se n’è fatto niente. È il solito ritornello dei governanti italiani degli ultimi 20 anni, incapaci di negoziare con fermezza e schiettezza con i nostri partner europei. Gli osservatori fin dall’inizio, cioè, dalla definizione e ratifica del Trattato di Maastricht, misero in evidenza che la costruzione era squilibrata ed incompleta. Usarono anche l’immagine di un tavolino con sole tre gambe che non si poteva definire un modello di stabilità. Ma i governanti italiani, come noto, agiscono sempre in stato di necessità e, quindi senza margini di trattativa. Così ha fatto e sta facendo lo stesso governo Renzi il quale invece di porre con urgenza il problema della revisione di detti Trattati e dei relativi regolamenti, si è trastullato per dieci lunghi mesi sull’obiettivo di strappare qualche margine di flessibilità ai partner europei – pur disponendo negli ultimi sei mesi della presidenza dell’Unione europea. Dopo quattro anni di stagnazione e recessione di diverse ed importanti economie europee, il governo italiano si ritiene ora soddisfatto per essere riuscito a fare avanzare il discorso sulla crescita a livello europeo ed avere ottenuto il piano Juncker sugli investimenti che non mobilita nessuna risorsa aggiuntiva per il bilancio dell’Unione. Ma così non si va da nessuna parte e, vedi il caso, Juncker è la stessa persona che ha firmato i due regolamenti citati.
Il secondo punto fondamentale è quello della democrazia “soppressa”. L’affermazione è sicuramente congrua se il riferimento va in maniera specialistica alla democrazia di bilancio parte essenziale della democrazia tout court. In questi termini, l’affermazione del prof. Guarino è ampiamente fondata. Serve un inciso per dimostrarla. Per 30-40 anni, la letteratura economica monetarista ha sostenuto che la delicata funzione della gestione della politica monetaria e creditizia doveva essere sottratta alle autorità politiche ed affidata ad un’autorità amministrativa indipendente. Anche un governo italiano di centro-sinistra ha aderito a tale linea di pensiero realizzando nel 1981 il c.d. divorzio tra il ministero del Tesoro e la Banca d’Italia prendendo atto della sfiducia che gli ambienti economici e mercatisti nutrivano nei confronti delle scarse attitudini delle autorità pubbliche a gestire correttamente la politica monetaria. Ma la maggiore realizzazione di questa linea di pensiero è sicuramente la Banca centrale europea. Ci si deve chiedere se dopo il divorzio, la Banca d’Italia ed ora la BCE siano state e siano veramente indipendenti. La mia risposta è negativa e non per assenza di una costituzione monetaria che c’è sia nella Costituzione italiana del 1948 sia nel Trattato sul funzionamento dell’Unione europea (TFUE). Il motivo è che anche le costituzioni monetarie e non in alcuni casi sono calpestate e tradite dai governi. In un modo o nell’altro, specialmente quando gli obiettivi fondamentali da perseguire non sono condivisi e quando non c’è accordo sugli strumenti con i quali perseguire anche gli stessi obiettivi apparentemente condivisi. In tali circostanze si crea quella situazione di sfiducia generale per cui le stesse autorità politiche delegano i loro poteri a livelli sempre più alti alzando anche la fonte giuridica per conferirli. Siamo passati così dall’utilizzo del metodo comunitario che attua le norme fondamentali dei Trattati con la definizione di regolamenti attuativi agli “accordi solenni” formalizzati nei c.d. Trattati intergovernativi che, a loro volta, prevedono altri regolamenti attuativi. Il prof. Guarino elenca i principali tra cui quelli già citati per arrivare appunto al Fiscal Compact e ai relativi regolamenti attuativi passando anche per il Trattato di Amsterdam, di Nizza, ecc.. Si è creato così una ragnatela di Trattati e regolamenti attuativi che prevedono – come dice il prof. Guarino – “regole robotizzate” che cercano di supplire all’assenza di quella fiducia necessaria alla cooperazione fattiva e solidale in un contesto istituzionale che, a livello centrale, non prevede un vero e proprio governo dell’economia. Questo il quadro generale ma non tutti i Paesi membri e non tutti i governi sono eguali in una Unione a 28 membri ed una eurozona a 17 componenti. Certi governi hanno dato cattiva prova di se in termini di credibilità, autorevolezza e reputazione. In realtà si sono soppressi non tutti i governi dei paesi membri ma solo alcuni per cui si è venuta a creare un primo dualismo: i governi con deroga e quelli senza deroga rispetto all’adempimento delle regole di bilancio sempre più rigorose e imitatrici delle scelte di politica economica e finanziaria. Nella logica della ragnatela di Solone, i governi forti si liberano dalla presa della ragnatela, quelli deboli vi rimangono impigliati e vengono divorati dal ragno.
Nel libretto il prof. Guarino si riferisce al dualismo istituzionale che si creato all’interno dell’Unione tra i paesi aderenti all’eurozona (senza deroga) e quelli fuori (con deroga). I governi dei PMUE , sempre in preda a rigurgiti nazionalistici, continuano a sostenere che non vogliono centralizzare le politiche fiscali e di bilancio, ma i primi, in realtà, lo hanno fatto in via definitiva nel 2012, affidandosi appunto a “regole robotizzate” come le definisce il prof. Guarino. Ma questo tipo di regole può funzionare in una situazione normale – per così dire. Non può funzionare e non ha funzionato nel mezzo di una crisi e finanziaria più grave di quella del 1929. Per gestire questa crisi, in assenza di un governo economico a livello centrale, il Consiglio europeo non ha pensato di meglio che di avvalersi della Troika composta ed egemonizzata dalla BCE con la partecipazione del FMI e della Commissione europea ormai ridotta ad un centro studi del Consiglio appena citato. Non senza fondamento, questo fa dire a molti osservatori e a me che nell’Unione è in atto una deriva autoritaria e tecnocratica che impedisce il corretto funzionamento della democrazia all’interno di molti Paesi membri. Con l’introduzione del c.d. semestre europeo, il processo di bilancio dura tutto l’anno. Nella prima metà dell’anno i governi dei PMUE presentano i loro documenti di economia e finanza e subito dopo i loro Piani nazionali di riforme. Entro giugno la Commissione, esaminati i documenti, formula le proprie raccomandazioni. Significa questo che in Europa non c’è più democrazia? No, significa che la democrazia c’è ed è rimasta nei paesi che sanno rispettare le regole. In termini politologici, significa che la vera democrazia è rimasta in un solo paese la Germania anche per effetto di alcune sentenze della Corte costituzionale tedesca che hanno imposto al governo tedesco l’autorizzazione preventiva e la successiva ratifica da parte del Parlamento tedesco su ogni decisione rilevante che lo stesso governo va a prendere a Bruxelles. Agli altri Paesi che non condividono le regole, resta una sola via di uscita: quella di proporne la riforma oppure uscire dall’eurozona e passare con il gruppo dei paesi con deroga.
Qual è la soluzione proposta dal prof. Guarino per risolvere questi complessi problemi? A prima vista, sembrerebbe che la proposta sia quella di rivitalizzare le prerogative sovrane dello Stato nazionale. Su questo mi permetto di dissentire. Lo Stato nazionale per quanto mi riguarda è ormai un reperto ottocentesco. Lo Stato nazionale è troppo piccolo per affrontare i problemi della globalizzazione e troppo distante per affrontare i problemi della gente. Tutta la letteratura federalista del Novecento ha condannato lo Stato nazionale ritenuto responsabile di due guerre mondiali. In Europa lo Stato nazionale non ha ragione d’essere per via dello stato di avanzamento del processo di integrazione europea che vede ormai centralizzata la politica economica generale (monetaria ed economica finanziaria) e che vede delegata alla NATO la politica della difesa. Non ultima anche la giustizia è sostanzialmente centralizzata anche grazie al grande e meritorio lavoro giurisprudenziale condotto dalla Corte di giustizia europea e la Corte dei diritti umani per cui le violazioni ai diritti e alle libertà fondamentali della Carta sono continuamente sanzionate. E l’Italia figura tra i paesi che violano più di altri detti diritti. Se l’Italia non ha più la spada, né la moneta né la bilancia che senso ha rivitalizzare lo Stato sovrano? Ma alcuni obiettano che l’Unione non è ancora un vero e proprio stato federale. È vero formalmente anche il TFUE parla di Stati membri ma si tratta di una finzione perché con le limitazioni o le rinunce alle prerogative di cui sopra è difficile pensare che si tratti di Stati sovrani di stampo ottocentesco, per cui a me sembra corretto parlare e scrivere di paesi membri – anche se nel linguaggio corrente i due termini sono equivalenti.
In realtà la proposta del prof. Guarino è più complessa. Egli propone in primo luogo una prima aggregazione dei quattro paesi euro mediterranei con una loro moneta comune e governo politico della stessa, senza la Francia; una seconda aggregazione con la Francia; in terzo luogo, una riaggregazione di tutti i paesi dell’attuale eurozona. Personalmente non sono contrario alla geometria variabile considerate le diversità strutturali che caratterizzano le economie dei diversi paesi europei. I problemi di fondo restano quelli di aggregazioni di economie con strutture economiche simili che consentono il migliore funzionamento di un’area valutaria ottimale e che prevedano anche trasferimenti compensativi in caso di shock esterni. Di certo, il sistema si complicherebbe non poco. Non ultimo, non è chiaro come queste diverse aree monetarie all’interno dell’Unione a 28 si concilierebbero con il regime generale di piena libertà dei movimenti di capitale e di concorrenza fiscale senza provocare tensioni probabilmente esplosive.
Per questi motivi, a me sembra più realistica la proposta di riformare i Trattati per colmare i vuoti di potere al centro, riformare lo statuto della BCE e modificare sostanzialmente le regole di bilancio che fin qui hanno impedito di conciliare la stabilizzazione con il sostegno alla crescita del reddito e dell’occupazione. Mi rendo conto che la revisione dei Trattati può richiedere tempi lunghi, ma è un fatto che l’Italia ha perso ben dieci mesi a cercare qualche margine di flessibilità rispetto alle regole rigorose del Patto di stabilità mentre, avrebbe dovuto chiedere subito la introduzione della deroga (golden rule) per indebitarsi e finanziare un piano di investimenti pubblici. Infine , senza illudersi che questa proposta possa essere risolutiva perché il vero problema è e resta squisitamente politico. Per cambiare politica economica generale dell’Unione non bastano le modifiche ad alcuni meccanismi tecnici, serve il rovesciamento della maggioranza di centro-destra pervicacemente legata alle stolte politiche di austerità che tanti danni e sofferenze hanno inflitto alle popolazioni dei paesi euromed. Forse non è un caso che proprio da questi paesi stanno emergendo delle novità politiche significative – vedi il caso Podemos in Spagna e quello di Syriza in Grecia – che potrebbero dare maggiore forza e consenso alla proposta.

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Lo scandalo di Roma: Ulisse e le sirene

8 Dicembre 2014 Commenti chiusi

Ho forti dubbi sulla linea interpretativa dello scandalo di Roma Capitale. La Mafia avrebbe costruito una cupola attorno a Carminati e controllerebbe la politica romana per cui il problema è la lotta alla criminalità organizzata. Secondo me, la sequenza è rovesciata: sono i politici corrotti della Capitale che utilizzano anche la criminalità organizzata per conquistare e conciliare il loro potere. Intanto voglio premettere un discorso generale su quello che 15 anni fa ho definito il partito dei sindaci irresponsabili (PSI): a) l’elezione diretta dei sindaci ha dato troppo potere ad un solo uomo: il sindaco trasformandolo in una sorta di cacicco locale con annessi e connessi. Il Consiglio comunale peraltro composto da persone nominate non ha nessuno potere effettivo di controllo sull’operato sul sindaco e sulla sua giunta. Si è instaurato un sistema “simul stabunt simul cadunt” per cui se il Sindaco è messo in minoranza il Sindaco ha il potere di sciogliere il consiglio comunale. Detto sistema porta non di rado ad una certa collisione tra maggioranza e opposizione. Questo ha portato all’atrofizzazione della dialettica tra maggioranza ed opposizione e, quindi, al degrado della democrazia locale specialmente in tutte quelle aree dove è basso il senso civico. E Roma è uno di questi casi anche se non il solo. Più in generale il potere corrompe chi lo detiene: sindaci e governatori delle Regioni. La corruzione è una metastasi. L’Italia si conferma da decenni uno dei paesi europei più corrotti secondo la classifica di Trasparency e, da diversi anni ormai, la Corte dei Conti stima in 60 miliardi all’anno la corruzione;
b) i sindaci passati e presenti sono responsabili della devastazione del territorio. Nel tempo non hanno saputo far rispettare a dovere le norme urbanistiche e i piani regolatori. Non hanno vigilato sulla sicurezza dell’assetto del territorio dentro e fuori le loro giurisdizioni. Attorno ai piani regolatori delle città si sono confrontati grandi interessi della rendita fondiaria e dei costruttori e non di rado gli interessi particolari sono stati fatti prevalere su quello generale. Non è un caso che a Roma il maggior giornale locale Il Messaggero di proprietà della famiglia Caltagirone sia stato messo a disposizione degli ultimi Sindaci di Roma di cui detti costruttori hanno apertamente condizionato l’elezione;
c) la gestione disinvolta ed incontrollata delle società miste in tutta Italia più o meno, è divenuta veicolo di corruzione politica. Le società miste sono succedute alle vecchie municipalizzate e sono state costituite sulla base della Direttiva UE che prevede la partnership pubblico-privato nell’assunto non dimostrato che il pubblico tende ad essere inefficiente e che la presenza del privato renderebbe la gestione di alcuni servizi pubblici maggiormente efficienti. Le società miste operano in regime di diritto privato con qualche aggiustamento. I municipi non operano solo con le società miste ma anche con le società e/o cooperative attraverso le esternalizzazioni. Questo ha consentito ai sindaci più disinvolti di nominare nei consigli di amministrazioni amici, parenti e sodali. Ha consentito gli affidamenti diretti a società e cooperative e ai manager di dette società di assumere e licenziare senza concorso o affidandosi a società private di selezione del personale. A metà anni ’90, in attuazione del c.d. federalismo amministrativo (un ossimoro), sono stati abrogati i controlli esterni sugli enti locali (regioni comprese). A questa operazione non è seguita fin qui alcuna istituzione di sistemi di controlli interni di tal che, con le dovute eccezioni e cautele, si può sostenere che i sindaci sono irresponsabili in quanto non sottoposti ad alcun controllo. È chiaro che, senza controlli interni ed esterni , in un paese con bassi standard di moralità, la corruzione dilaga perché né i sindaci né gli amministratori locali sono angeli.
A livello locale si viene a creare un intreccio di interessi inestricabile tra pubblico e privato in cui si inserisce anche la criminalità organizzata. Ora se in piccole comunità locali, può sembrare plausibile che la Mafia condizioni soggetti privati e pubblici, la cosa non è più ragionevole nelle grandi città e, meno che mai, nella Capitale dove non di rado governano ex parlamentari anche con esperienza di governo nazionale e/o regionale. Che la Mafia che governa gli affari sporchi possa inquinare anche la politica della Capitale non è da escludere ma nel caso specifico ritengo che le carte vengano distribuite dai politici locali. Ovviamente le operazioni di gestione degli appalti, delle gare, di affidamento diretto non sono fatte in prima persona dai Sindaci e dai Governatori delle Regioni ma dagli alti burocrati ed in Italia questi, di norma, sono collusi con i politici che li hanno nominati o assunti con concorsi a scarsa evidenza pubblica.
Come le massicce privatizzazioni degli anni ’90, anche le esternalizzazioni in Italia sono state fatte e continuano ad essere fatte male semplicemente perché non sono mai precedute da uno straccio di analisi costi e benefici che dimostri che un servizio pubblico affidato ad un privato o anche ad una società mista costi di meno della gestione diretta. L’esternalizzazione è giustificata solo se si assume a priori che la gestione diretta di un servizio è sempre e comunque inefficiente. Lo stesso vale per il principio di sussidiarietà orizzontale secondo cui l’operatore pubblico non deve spiazzare e/o sostituirsi in quello che il privato svolge bene. Anche questo assunto è, in molti casi, una falso ideologico perché, al di fuori di casi limitati di non profit e/o di genuino altruismo, il privato di norma non può gestire un servizio pubblico senza remunerare il capitale investito.
Nei giorni scorsi se ne sono dette di cotte e di crude, ma non ci si è soffermati abbastanza sulla questione dei controlli esterni ed interni. Si è parlato in qualche caso di trasparenza senza però chiarire che la trasparenza è condizione necessaria ma non sufficiente se non si prevedono i controlli. Si è parlato delle nomine nella Commissione della trasparenza del Consiglio comunale di Roma. Recentemente ho avuto modo di rivedere su Rai-Storia il film di Francesco Rosi Le mani sulla città (1963). In questo film il grande regista dedica una decina di minuti al funzionamento della Commissione trasparenza e fa vedere come essa non poteva funzionare e che era solo un espediente per non concludere alcunché di serio. Lo ripeto, la trasparenza è fondamentale ma servono i controlli interni ed esterni anche perché la funzione di controllo è strettamente connessa a quella di bilancio. È chiaro che senza controlli non è possibile alcuna seria analisi e valutazione dell’efficienza e dell’efficacia delle politiche pubbliche a qualsiasi livello di governo. Non è possibile alcuna seria revisione della spesa (spending review) che, come noto, anche negli ultimi tre anni, non ha funzionato ed il governo è arretrato o ha preferito fare ricorso ai tagli lineari. Di nuovo, questo problema riguarda tutti i livelli di governo centrale e sub-centrali. Nella Capitale è particolarmente grave se consideriamo che Veltroni, a suo tempo, ha lasciato un debito pubblico più alto di quello della Regione Lazio e che esso è stato affidato ad un Commissario governativo.
Osservatori attenti hanno spiegato lo scandalo di Roma con l’intreccio politica-affari più o meno sporchi. È vero: questo è forse la causa principale ma bisogna anche dire che questo intreccio è alimentato dall’avidità dei politici i quali non solo vogliono consolidare il loro potere ma anche arricchirsi. In questo motivati appunto dall’avidità e dall’invidia di vedere manager (rectius: maneggioni) da loro nominati o confermati guadagnare 6-7 o anche 10 volte quello che guadagnano loro. Perché meravigliarsi che ciò succeda in un Paese in cui i codici etici storicamente sono stati sempre più bassi di quelli delle democrazie più avanzate?
Queste sono alcune delle considerazioni che mi portano a rovesciare le affermazioni superficiali e mistificatorie che vanno per la maggiore sulla stampa e gli altri media: la cupola mafiosa assedia la Capitale e corrompe i politici locali. No. A Roma è la cupola politica – che non coincide necessariamente con i vertici istituzionali – che utilizza anche la criminalità organizzata per i suoi sporchi fini. Come altrove, c’è l’intreccio politica-affari; c’è la politica autoreferenziale ma c’è anche l’avidità e la veduta corta degli stessi politici.
Nella metafora di Ulisse e le sirene, il Re di Itaca chiede ai suoi marinati di legarlo all’albero della sua barca perché non potesse cedere alle lusinghe delle sirene. A Roma non vedo alcun Ulisse che chieda di essere legato all’albero e non sento molte proposte serie per uscire da questa crisi. Secondo me, sono i cittadini-marinai che devono legare all’albero i loro rappresentanti. Se per ignavia o per ignoranza politica non sapranno farlo, sarà peggio per loro. Dice Platone che la punizione per chi non si occupa del bene pubblico è quella di essere governati da uomini malvagi.

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La retorica della fiducia 2

1 Dicembre 2014 Nessun commento

La retorica della fiducia impazza anche a livello delle autorità europee. A Bruxelles servirebbe uno stretto coordinamento delle politiche monetarie, fiscali e delle riforme strutturali, ma attraverso il Fiscal Compact ed i protocolli aggiuntivi del Six Pact e del Two pact, in pratica, i governi dei Paesi Membri dell’eurozona non hanno alcuna autonomia decisionale in materia di politica fiscale perché questa deve essere approvata preventivamente e successivamente dalla Commissione europea per conto del Consiglio europeo. Ma mentre predicano la fiducia, le autorità europee, un giorno si e l’altro pure, minacciano l’apertura di una procedura di infrazione. L’esempio concreto e un articolo sul Corriere della Sera del 26-11-2014 di Jyrki Katainen e Werner Hoyer (Vice-Presidente della Commissione europea , responsabile per l’occupazione, la crescita, gli investimenti e la competitività il primo e Presidente della Banca europea degli investimenti il secondo). I due stimano un calo degli investimenti europei di 430 miliardi (-15% rispetto al picco del 2007), valutano il fabbisogno sostenibile tra i 270 e i 340 miliardi (annui?), proprio attorno al dato del piano Juncker che però è triennale mentre i dati prima citati sembrano essere annuali. Un piano che secondo Daniel Gros e Tito Boeri è mera fiction, fumo negli occhi, o gioco delle tre carte perché in fatto i dati empirici dimostrerebbe che non si è mai vista una leva finanziaria di 15 volte rispetto ai capitali messi a disposizione da un Fondo strategico pubblico. Per l’ennesima volta abbiamo la prova che la classe dirigente europea non è e non può essere migliore di quella dei paesi membri anche perché è selezionata da quest’ultima.
Ma leggiamo un passaggio di quanto scrivono i suddetti rappresentanti europei: “L’incertezza e l’avversione al rischio dei promotori dei progetti frenano gli investimenti reali. Per stimolare l’investimento e attrarre gli investitori privati e i promotori dei progetti sono necessari la fiducia nel quadro economico complessivo, la prevedibilità e la chiarezza del contesto normativo e politico, la fiducia nel potenziale dei progetti di investimento in fase di sviluppo e la capacità di sopportare i rischi. Si tratta di questioni che devono essere affrontate a tutti i livelli”. In pratica i due mazzieri della “vecchia nonna Europa non più fertile, non più vivace” – secondo quanto ha detto Papa Francesco al Parlamento europeo – sorvolano sul quadro economico di stagnazione dell’economia europea, sui ventisei milioni di disoccupati a livello di Unione, sulla stagnazione e deflazione conclamate in alcuni paesi c.d. periferici tra cui l’Italia. Trascurano di dire che se le aspettative degli imprenditori non sono positive, è compito dell’operatore pubblico e, quindi, anche loro di rovesciarle: se non investono gli imprenditori privati, lo deve fare direttamente l’operatore pubblico proprio per dare prova concreta che esso crede nel futuro. Se il quadro normativo e confuso ed incerto allora la Commissione preparasse le opportune proposte di legge da portare davanti al Parlamento europeo. Ci dicono che non hanno disposizione gli eurobond e che possono contare su alcuni storni di fondi del bilancio europeo e sulla leva finanziaria che potrebbe mobilitare la BEI nei prossimi tre anni.
Io ribadisco che la fiducia si alimenta con atti concreti da parte dei governi e non con gli auspici e l’ottimismo di maniera. E peggio ancora con le minacce degli esami che non finiscono mai: il Presidente Juncker, appena superata la fiducia nel Parlamento europeo, si è affrettato a dire che non aveva aperto la procedura d’infrazione nei confronti dell’Italia come avrebbe potuto ma aveva rinviato a marzo la decisione. Ma forse questo era il modo in cui Juncker ringrazia o si sdebita per l’appoggio ricevuto da Renzi.

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