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Archivio Gennaio 2015

La trasformazione antropologica che non c’è mai stata.

20 Gennaio 2015 1 commento

Il presente post prende lo spunto dalla lettura di alcune pagine del libro di Guido Crainz, Storia del miracolo economico. Culture, identità, trasformazioni fra anni cinquanta e sessanta, Donzelli editore, 1996.
Lo storico ci ricorda la “grande trasformazione” soprattutto dell’economia che avvenne tra gli anno ’50 e ’60 e che portò l’Italia nei primi anni ’70 a occupare il V posto tra i paesi più industrializzati del mondo. Come noto, gli anni ’50 e ’60 sono considerati quelli della stagione della programmazione quando fiorivano i tentativi di guidare lo sviluppo democratico ed economico del nostro Paese promuovendone una vera unione economica, ossia, il superamento del divario Nord-Sud, come non era stato mai tentato prima. La strategia della programmazione nel caso italiano è concetto equivalente alla strategia delle riforme strutturali del Paese introducendo lo Stato sociale con l’espansione degli impieghi sociali del reddito. Terreno sul quale l’Italia era rimasta indietro di almeno 15 anni rispetto ai Paesi più avanzati del Centro e Nord Europa. Per alcuni storici e commentatori – e anche per Crainz – la vera spinta riformatrice del Paese sarebbe durata appena 18 mesi – gennaio 1963-giugno 1964 – e poi si sarebbe verificato il fallimento della programmazione e/o della strategia delle riforme. È vero che la “grande trasformazione” non era stata ben governata ma questo era dovuto proprio alla scarsa qualità della classe dirigente politica ed industriale che evoca alcune caratteristiche antropologiche degli italiani su cui farò alcune osservazioni più avanti.
Certo rispetto alle aspettative che il Centro-sinistra aveva determinato agli inizi degli anni ’60, per alcuni aspetti, il giudizio negativo sulla nuova fase politica italiana può apparire in parte giustificato ma, personalmente, non condivido un tale giudizio conclusivo. Intanto bisogna distinguere tra giudizio sulla programmazione come opera di razionalizzazione della politica economica, finanziaria e sociale e l’approvazione di alcune fondamentali riforme strutturali e sociali che nel periodo 1957-76 hanno comunque cambiato il volto dell’Italia. In secondo luogo, bisogna distinguere tra i problemi di stabilizzazione del ciclo, di consolidamento dei conti pubblici, di governo della domanda aggregata, di sostegno della crescita e salvaguardia del processo di accumulazione del sistema.
È vero che già dopo la crisi del 1963-64 la spinta riformatrice si attenuò non poco per via delle reazioni che i settori più conservatori della DC, dell’imprenditoria e della finanza avevano messo in moto. Ma la scelta del Centro-sinistra in quella fase era irreversibile e, quindi, la reazione conservatrice si tradusse “nello svuotamento dei contenuti programmatici” più innovatori o ritenuti tali. In terzo luogo, bisognerebbe tener conto dei vincoli interni ed internazionali che hanno pesato sulla politica italiana che dopo la fase di apertura ed innovazione che si era determinata con l’avvento al potere di Giovanni XXIII a Roma, di Kennedy negli Usa e di Kruscew nell’Urss, proprio in quei 18 mesi vedeva la scomparsa del Papa del Concilio, di Kennedy e la defenestrazione del segretario generale del PCUS. E in Italia nel suo piccolo, il tentativo di spostare a destra l’asse della politica o, quanto meno, di moderare la spinta innovatrice del Centro-sinistra si materializza nella crisi (tentativo di golpe) del 1964 e, successivamente in un lavorio sistematico che durerà per un quinquennio sino al dicembre 1969. Dalla strage di Piazza Fontana parte la strategia stragista che culmina nella crisi del 1974 e nelle stragi di Brescia e del treno Italicus (riuscite) e in due altre stragi per fortuna mancate: quella di Silvi Marina (Pescara) e quella di Vaiano (Prato).
Su quello che è successo negli anni sessanta, sulle aspettative che aveva determinato l’apertura ai socialisti, sui successi e i fallimenti dei governi di quel periodo c’è un’ampia letteratura. Quello che mi interessa riprendere qui è la seconda grande trasformazione – questa si mancata del tutto – di cui parla Crainz nel suo libro “Il paese mancato. Dal miracolo economico agli anni ottanta, Donzelli, 2003” : quella antropologica avvenuta tra gli anni settanta e ottanta che probabilmente pesa ancora più di quella economica sulle sorti del Paese. Crainz sostiene che non si può capire la mancata trasformazione se non la si inserisce nei tumultuosi sviluppi del miracolo economico. L’Autore si riferisce alla mancata rigenerazione dei valori collettivi che dovevano prevalere su quelli individuali e, quindi, più che di mutazione antropologica si tratta di consolidamento di alcuni tratti morali già presenti nel carattere degli italiani: la mancanza di senso civico, il familismo amorale, la propensione a violare le regole (evasione fiscale, esportazione illegale di capitali, l’accettazione della corruzione e di un clima di illegalità diffusa stante l’incapacità dello Stato di combattere la criminalità organizzata, ecc.. Questi elementi c’erano prima. Erano un retaggio storico. Con la nascita della Repubblica e l’emanazione della Costituzione del 1948 sembrava delinearsi una fase rigenerativa ma con la cacciata delle sinistre dal governo e l’avvento della Guerra fredda, sul piano interno subentra quel periodo che Calamandrei chiama della desistenza che dura più di un decennio. Ed è proprio con il Centro-sinistra che si riprende il discorso dell’attuazione della nuova Costituzione.
Come sappiamo le vicende del Centro-sinistra sono state molto travagliate con gli stop and go, con la politica dei due tempi (prima la congiuntura, poi le riforme), con la contestazione studentesca e l’Autunno caldo, con i tentativi di cambiarne la direzione di marcia e la c.d. strategia stragista a partire dal 1969 ed non ultimo il tentativo di svolta a destra del governo Andreotti-Malagodi. Si può dire che dal 1960 al 1975 ci siano stati quattro fasi diverse del Centro-sinistra.
A sciabolate, dico che prima del 1968 in Italia c’erano due grossi partiti che alcuni identificavano come due Chiese (la DC e il PCI) che egemonizzavano la maggioranza e l’opposizione. In fasi diverse della Guerra fredda, in un modo o nell’altro, le due Chiese predicavano la superiorità della propria dottrina. A torto o a ragione, c’era un continuo dibattito sui valori collettivi comunque superiori a quelli individuali – anche se le prassi erano non poco lontane dalle dottrine e, di certo, non trascuravano gli interessi di parte. Tutto questo viene messo in discussione dalla contestazione giovanile del 1968 e post ’68. Nei primi anni ’70 si sviluppavano una serie di movimenti politici anche extraparlamentari che raccoglievano la protesta contro l’incapacità dei partiti tradizionali di governare il paese ma che, allo stesso tempo, prospettavano sbocchi politici del tutto irrealistici se si prendevano sul serio i vincoli internazionali gravanti sul Paese. L’Italia appariva il paese più politicizzato d’Europa ma da lì a qualche anno tutto cambierà. I socialisti usciranno dal governo e dopo le elezioni politiche del 1976 subentrerà il governo di solidarietà nazionale appoggiato dall’esterno dal PCI. L’anno della svolta fu il 1974 per la crisi economica e il 1975 per la forte affermazione del PCI alle elezioni amministrative – successo poi confermato nelle politiche del 1976. Dietro l’apparente lealismo delle forze armate, in quegli anni, c’erano settori militari che mal tolleravano il ritorno dei socialisti al governo e il PCI al 25%. Nel mondo occidentale i paradigmi dominanti diventavano: a) la linea antistatalista della Tatcher e di Reagan; b) i fallimenti dello Stato più gravi di quelli del mercato; c) il consumismo edonistico privato; d) le privatizzazioni; e) le esternalizzazioni; f) a parole, le liberalizzazioni; g) gli attacchi allo welfare state, ritenuto insostenibile; ecc..
Abbiamo detto della politica dei due tempi: prima la congiuntura e poi le riforme. Oggi la BCE e la Commissione europea ci dicono: prima le riforme, poi la congiuntura e/o le misure per rilanciare la crescita e l’occupazione. È questa una prima differenza ma ci sono delle analogie. Sempre di due tempi si tratta e su questo tema fondamentale ( come conciliare i problemi di breve con quelli di medio lungo termine) i governi della Repubblica hanno sempre fallito –anche se in prospettiva storica bisogna riconoscere che i fallimenti di quelli di centro-sinistra del periodo 1957-76 (il ventennio della programmazione) sono meno gravi di quelli successivi. Per illustrare velocemente questo punto riprendo il confronto della crisi del 1974 con quella del 2008-14. Dalla prima si esce con un lungo periodo di politiche di stabilizzazione che dura 10 anni (dal 1973 al 1982) passando attraverso il secondo shock petrolifero del 1979 e due elezioni politiche. Una lunga fase di instabilità politica disseminata da eventi tragici come le stragi del 1974 e il sequestro e l’assassinio dell’On. Moro del 1978 ad opera delle Brigate Rosse. Almeno per gli aspetti economici, c’è una qualche analogia con la fase di stabilizzazione conseguente alla crisi mondiale iniziata nel 2007-08 e dalla quale alcuni Paesi membri dell’Ue non riescono ad uscire. Ovviamente c’è una differenza fondamentale: 40 anni fa c’era un conflitto distributivo interno ed internazionale molto più aspro di quello attuale e l’inflazione era il problema principale. La crescita preoccupava molto meno. In Italia, infatti, la crescita, in media annua del decennio anni ’70, fu del 3,75% sostanzialmente ridimenzionata rispetto agli anni sessanta, ma un tasso di tutto rispetto per un’economia matura. Oggi il problema principale è la stagnazione-depressione dei c.d. paesi periferici della UE, la bassa crescita media dei 28 paesi UE e la deflazione. Non c’è un grande conflitto distributivo interno né, in apparenza, a livello internazionale. Sostenere la crescita economica è il problema più grave se solo si considera che nella UE ci sono 26 milioni di disoccupati. E si aggrava vieppiù la questione sociale per via degli attacchi al modello sociale europeo.
Dalla crisi del 1974 l’Italia uscì nel 1983 agganciandosi alla ripresa del ciclo internazionale. Oggi il crollo del prezzo del petrolio al di sotto dei 50 dollari per barile e la svalutazione dell’euro potrebbero preludere alla possibilità di agganciarsi alla ripresa di altri paesi ma purtroppo il FMI nel corso del 2014 ha tagliato ripetutamente le previsioni di crescita mondiale (ora al 3,5%). Il problema principale resta la bassa domanda interna e la Banca d’Italia, nei giorni scorsi, ha tagliato la crescita dell’economia italiana nel 2015 allo 0,4% dall’1,3% stimato nel luglio scorso. Anche la stima dell’1,2% per il 2016 appare poco fondata se si considerano gli scarsi margini di flessibilità concessi dalla Commissione europea sugli investimenti.
L’ottimismo di maniera di Renzi 2014-15 mi sembra analogo a quello infondato e nefasto di Craxi 1983-89. Craxi annunciava la modernizzazione ma a fronte di una crescita del 2,5% annuo mancava del tutto l’obiettivo della riduzione del debito pubblico che anzi crebbe nell’ordine di 5 punti all’anno. Gli ottanta alla fine sono gli anni della negazione dei problemi economici (“la nave va”) e dei valori collettivi. Sono gli anni in cui si impongono l’edonismo reaganiano e l’individualismo metodologico (l’individuo è il miglior giudice di se stesso). Renzi annuncia il cambiamento del Paese ma senza un programma economico, senza politica industriale, senza un progetto culturale. A fronte di crescita economica pari a zero o negativa, di una borsa boccheggiante non è in grado di affrontare neanche a parole il problema del debito pubblico che continua ad aumentare. Le sue riforme costituzionali non hanno nessuna rilevanza ai fini della crescita e dello sviluppo sostenibile. La sua riforma elettorale, in contrasto con la sentenza della Corte costituzionale che ha censurato il c.d. Porcellum, mira esclusivamente a assegnare una maggioranza parlamentare ad una lista e ad un governo che in realtà non hanno e non possono avere il consenso della maggioranza degli elettori. Si profila all’orizzonte non la crescita economica e civile del Paese ma un ulteriore degrado della democrazia italiana più o meno in linea con la deriva tecnocratica ed autoritaria che prevale a livello europeo.

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Le favolette sulla flessibilità del Patto di stabilità.

14 Gennaio 2015 Nessun commento

Ieri si è chiuso il semestre di presidenza italiana della UE e nel pomeriggio la Commissione ha presentato una nota di aggiornamento sulla tediosa questione della flessibilità nell’applicazione dei famigerati parametri di Maastricht, del patto di stabilità (senza crescita!), del Fiscal compact e degli annessi e connessi regolamenti di attuazione. In realtà il documento della Commissione (vedi Corriere della Sera di oggi) è una presentazione del famigerato Piano Juncker sugli investimenti, alias, Fondo europeo per gli investimenti strategici. Perché il piano funzioni si legge nella premessa – occorre spezzare il circolo vizioso tra la mancanza di fiducia e la carenza di investimenti… un ragionamento veramente singolare e circolare da parte delle autorità europee. Circolare perché è ovvio che per investire serve fiducia nel futuro. Singolare perché Juncker e i suoi rivoltano la frittata scaricando la responsabilità sui cittadini e gli imprenditori europei come se il loro compito non fosse proprio quello di creare loro la fiducia non con le parole ma con piani seri di investimenti pubblici e privati, con politiche attive per l’occupazione e lo sviluppo sostenibile.
Rivoltano la frittata perché sono loro che hanno perso reputazione e credibilità praticando da sei anni politiche dell’austerità tutte sbagliate ed applicate a tappeto che hanno causato ingenti danni in termini di posti di lavoro e redditi persi. Sono loro che nel 2013 hanno approvato un bilancio comune con tagli da 90 miliardi secondo una precisa richiesta del governo inglese. Ed ora ci vengono a chiedere di avere fiducia per un piano di investimenti pubblici e privati con un moltiplicatore di 15 del tutto irrealistico. Per essere finanziato il Piano Juncker dovrà contare anche su una parte di nuovi contributi da parte dei Paesi membri. Bontà sua, nel documento si enuncia la possibilità che detti nuovi contributi possano essere lasciati fuori dal conteggio del deficit. Ma si tratta di decimali di punto di PIL e non è questa la deroga e/o flessibilità che serve in una situazione straordinaria come quella che attualmente affligge i Paesi periferici. Servirebbe l’applicazione piena della c.d. golden rule, ossia, la regola di non conteggiare ai fini del deficit le spese in conto capitale dell’operatore pubblico a tutti i livelli di governo. E invece la Commissione e il governo italiano si trastullano a discutere la stima dell’output gap: 3,1 oppure 3,5%. Certo si liberebbero altri decimali di punto di PIL ma a noi serve una manovra addizionale ed autonoma di almeno tre punti interi di PIL (50 miliardi di euro).
Se è vero che la globalizzazione, gli squilibri macro-economici fuori e dentro l’Unione europea, il rilancio degli attacchi terroristici dei fondamentalisti islamici, creano paura ed incertezza sul futuro e sulle prospettive economiche, il compito delle autorità europee di politica economica è quello di ridurre per quanto possibile la paura e l’incertezza. Non possono lavarsi le mani e dire che tale compito fondamentale appartiene in ultima istanza ai governi dei Paesi membri. La mancanza di un’idonea strategia di politica economica e finanziaria, del coordinamento tra questa e la politica monetaria, condotta autonomamente dalla Banca Centrale europea, dipende anche dalle stesse Autorità europee. È stato detto autorevolmente che l’efficienza e l’efficacia delle annunciate nuove misure di politica monetaria dipenderà dall’effettiva realizzazione di tale coordinamento . Ma di questo nulla dice il documento di ieri della Commissione.
Il governo italiano si dice soddisfatto dei risultati raggiunti nel semestre: avrebbe “imposto” il discorso sulla crescita e sulla flessibilità. Ma sappiamo che non è vero e che la flessibilità di cui si discute riguarda alcuni decimali di punto di PIL. Sappiamo che in questi termini il governo Renzi ha già utilizzato detta flessibilità nella legge di stabilità 2015 approvata la settimana prima di Natale. La “nuova” flessibilità prevista da Juncker riguarda i nuovi contributi al FEIS che rimarrebbero fuori dal conteggio del 3%. Sappiamo che a novembre la Commissione ha sospeso il suo giudizio sulla Legge di stabilità 2015 e che esso sarà dato a marzo come ribadito ancora ieri da esponenti della Commissione. Probabilmente la “nuova” flessibilità sarà appena sufficiente a evitare la richiesta di una manovra aggiuntiva da parte della Commissione. Ma questo non basta a rilanciare la crescita e l’occupazione nel nostro Paese e tantomeno in Europa. E del resto lo ha confermato nei giorni scorsi lo stesso mef Padoan: nel 2015 l’Italia ritorna ad una crescita (striminzita), poi arriveranno i nuovi posti di lavoro.

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