Archivio

Archivio Aprile 2015

Le baggianate di Renzi sulla dignità del partito.

28 Aprile 2015 1 commento

La Repubblica parlamentare è tale perché pone al centro il Parlamento. Questo rappresenta la sovranità popolare ed è titolare del potere legislativo. In una vera democrazia che si innesta su una società libera e pluralista c’è una maggioranza ed una opposizione. Solo in casi particolari, maggioranza e opposizione coincidono con un sistema bipartitico. Una società libera e pluralistica tende ad esprimere più partiti e più correnti di opinione.
Nella tripartizione del potere Il governo invece rappresenta l’esecutivo e per potere operare ha bisogno di avere la fiducia del Parlamento. Per applicare le leggi, il governo si avvale della pubblica amministrazione.
In un assetto federale, ci possono essere diversi livelli di governo.
Nella repubblica parlamentare, il Rapporto fiduciario del governo con il Parlamento è necessario a maggiore garanzia che il governo persegua il bene comune (della maggioranza e dell’opposizione).
Nel sistema presidenziale USA, i padri costituenti misero al centro del sistema istituzionale il Congresso, poi previdero il Presidente concepito inizialmente come alto funzionario che prendeva il posto del monarca che rappresentava l’unità del Paese e riceveva i capi di stato stranieri. Poi via via tra i costituenti maturò l’idea che la separazione dei poteri dovesse essere più netta e suddivisa almeno su due livelli a maggior garanzia dei diritti e delle libertà fondamentali dei cittadini.
Con il c.d. Compromesso di Filadelfia (1787 dopo 11 anni di discussioni) né usci fuori un sistema di pesi e contrappesi per cui il potere legislativo è condiviso con il Presidente: le leggi proposte dal Presidente devono essere approvate dal Congresso e il Presidente può porre il veto sulle leggi approvate dal Congresso che lui non condivide. Come è stato bene illustrato nel recente film su Lincoln, il Congresso e il Presidente sono costretti a cooperare se vogliono legiferare e se vogliono garantirsi la correttezza nell’applicazione e/o attuazione delle leggi. Nel sistema della divisione netta dei poteri e dei pesi e contrappesi ovviamente il potere giudiziario ha la sua propria autonomia ed un sistema di regole che la garantiscono.
Ciò detto in termini generali, torniamo nell’Italia di questi giorni. Abbiamo appena festeggiato la liberazione di 70 anni fa mentre si inaspriscono le polemiche sulla riforma del sistema elettorale collegata a quella costituzionale che prevede il rafforzamento del ruolo del premier e l’abrogazione del c.d. bicameralismo perfetto.
L’elezione diretta del premier invece istituisce un rapporto fiduciario diretto tra il premier e gli elettori. Ma questo è un rapporto troppo generico e di parte. In ogni caso, l’elezione diretta del premier mentre rafforza il rapporto fiduciario diretto del premier con gli elettori indebolisce il suo rapporto fiduciario con le assemblee elettive. Volente o nolente, l’elezione diretta del premier provoca la fuoriuscita dalla Repubblica parlamentare e innesca una deriva verso il sistema presidenzialista senza però il sistema di pesi e contrappesi previsto nella Costituzione USA e, quindi, verso regimi plebiscitari che nel passato non hanno dato buona prova.
Nel sistema americano di oggi i partiti sono strutture deboli che giocano un ruolo minimo nelle campagne elettorali che sono gestite direttamente dai candidati e dai loro collaboratori. Anche in Italia, a torto o a ragione, non esistono più i partiti strutturati e radicati nella società di una volta. Il Presidente Renzi attraverso delle primarie, organizzate in maniera disinvolta e dilettantesca, ha scalato prima il Partito democratico e poi è stato “nominato” primo ministro dal Presidente della Repubblica in sostituzione dell’On. Letta anche lui “nominato” al posto dell’On. Bersani il quale aveva vinto o perso – a seconda delle opinioni – le elezioni politiche del 2013.
Ma se i partiti, in un modo o nell’altro, sono scuole di politica, comunità democratiche, per essi valgono o dovrebbero valere le stesse regole di democrazia e trasparenza che valgono per le assemblee elettive. Questo in generale. Ma in Italia da 21 anni abbiamo la legge n. 81 del 25-03-1993 per l’elezione diretta del Sindaco, un sistema che ha ridimensionato il ruolo dei consigli comunali e, comunque, ridotto gli spazi della democrazia locale. Fin da allora si è sviluppato un movimento che ha imposto un analogo sistema elettorale per i Presidenti delle Province (ora surrettiziamente abrogate) e poi per i governatori delle Regioni. Fin da allora si è sviluppato un movimento che vorrebbe il c.d. Sindaco d’Italia. Si dà il caso che l’attuale Presidente del Consiglio sia stato Sindaco di Firenze, rappresenta egregiamente quello che, da circa venti anni, definisco il partito dei sindaci irresponsabili e che il suo Italicum (il nuovo sistema elettorale per l’elezione del Parlamento) assomigli molto al sistema elettorale per l’elezione diretta dei sindaci. Purtroppo assomiglia molto anche al precedente sistema elettorale che la Corte Costituzionale ha dichiarato illegittimo in parti significative. Finalmente nel Partito democratico la minoranza si è accorta della vera portata della legge elettorale proposta dal Presidente del Consiglio e minaccia di non votarla.
Vale la pena commentare alcuni passaggi della lettera di Renzi agli iscritti.
“Gli italiani ci hanno dato credito. Eravamo al 25% nel 2013, siamo passati al 41% nel 2014. In un anno abbiamo aumentato in modo incredibile il consenso. Abbiamo vinto nel 2014 cinque regioni su cinque: una era l’Emilia Romagna, le altre quattro le abbiamo strappate al centrodestra. Siamo oggi la forza politica che può restituire speranza e orgoglio all’Italia. Ma non possiamo fare melina. Non possiamo puntare a star qui solo per conservare la poltrona: siamo al Governo per servire l’Italia, cambiandola. Non ci abitueremo mai alla palude di chi vorrebbe rinviare, rinviare, rinviare”.
Indubbio il successo alle elezioni europee. C’è un sistema elettorale diverso e, secondo me, ha giocato l’elemento novità. Comincia a nauseare questa retorica del cambiamento: “stiamo cambiando l’Italia”, lasciateci governare. Non sono contrario al cambiamento se il cambiamento è per il meglio; se si cambia per peggiorare le cose, è meglio non cambiare.
Riprendo Renzi: “Ecco perché la legge elettorale che domani va in Aula alla Camera diventa decisiva. Non solo perché è una legge seria, in linea con le precedenti proposte del nostro partito. Ma anche perché non approvare la legge elettorale adesso significherebbe bloccare il cammino di riforme di questa legislatura. E significherebbe dire che il PD non è la forza che cambia il Paese, ma il partito che blocca il cambiamento. Sarebbe il più grande regalo ai populisti. Ma sarebbe anche il più grande regalo ai tanti che credono nel potere dei tecnici: quelli che pensano che la parola politica sia una parolaccia e bisogna affidarsi ai presunti specialisti che ci hanno condotto fin qui, prima dell’arrivo al governo del PD”.
Passaggio confuso: è vero che il PD di Veltroni voleva una riforma costituzionale ed una legge elettorale sul modello “un uomo solo al comando” ma poi al partito sono arrivati altri dirigenti e le cose erano cambiate. Bersani voleva un gruppo dirigente qualificato e responsabile. Nessuno credeva nel potere dei tecnici anche se – a livello europeo – c’è una deriva tecnocratica e autoritaria.
“Nel merito la legge elettorale è modellata sulla base dell’esperienza dei sindaci. Chi vince governa per cinque anni. È previsto il ballottaggio. Il premio è alla lista per evitare che i partiti più piccoli possano dividersi dal giorno dopo le elezioni e mettere veti. Circa la metà dei seggi viene attribuita a candidati espressione del collegio (candidato di collegio, non più liste bloccate come nel porcellum) e l’altra metà con preferenze (massimo due, una donna e un uomo). Si può sempre fare meglio, per carità. Ma questa legge rottama il Porcellum delle chilometriche liste bloccate con candidati sconosciuti e il Consultellum che tanto assomiglia al proporzionale puro della prima repubblica, imponendo inciuci e larghe intese”.
Evidentemente, come ex sindaco, non si rende conto dei limiti della legge per la elezione diretta dei sindaci. La valutazione di quella esperienza dovrebbe essere preliminare ad ogni proposta di estendere il modello addirittura a livello nazionale. È mia modesta opinione – e non credo di essere il solo a pensarla così – che la legge n. 81 del 1993 vada bene per i piccoli comuni ma non funziona e non sta funzionando bene né per le cento città né per i grandi comuni né, tanto meno, per le regioni. Lo ripeto, i sindaci – con le dovute eccezioni e cautele – hanno ridotto gli spazi della democrazia locale, hanno consentito la devastazione del territorio, la corruzione nella gestione delle società miste; non contribuiscono come dovrebbero alla lotta all’evasione fiscale.
Continua Renzi: “Questa legge l’ha voluta il PD. L’abbiamo definita una urgenza e ora dovremmo fermarci? L’abbiamo proposta alle primarie del dicembre 2013, con due milioni di persone che ci hanno votato. L’abbiamo ribadita alla prima assemblea a Milano. L’abbiamo votata in direzione a gennaio 2014. L’abbiamo votata, modificata sulla base delle prime richieste della minoranza interna, alla Camera nel marzo 2014. L’abbiamo di nuovo modificata d’accordo con tutta la maggioranza e l’abbiamo votata al Senato nel gennaio 2015. L’abbiamo riportata in direzione nazionale e l’abbiamo votata. Poi abbiamo fatto assemblea dei deputati e l’abbiamo votata ancora una volta. L’abbiamo votata in Commissione e adesso siamo alla terza lettura alla Camera, in un confronto parlamentare che è stato puntuale, continuo, rispettoso”.
È vero la legge è stata votata ripetutamente ma senza un serio dibattito e a colpi di maggioranza come fece Berlusconi con il Porcellum e la riforma costituzionale. Ma far valere la forza dei numeri non significa essere sempre nella verità – specie se uno considera come sono state costituite l’assemblea e la direzione del PD e come vengono nominati i parlamentari.
Riprende Renzi: “Vi domando: davvero è dittatura quella di chi chiede di rispettare il volere della stragrande maggioranza dei nostri iscritti, dei nostri parlamentari, del nostro gruppo dirigente? Davvero è così assurdo chiedere che dopo 14 mesi di dialogo parlamentare si possa finalmente chiudere questa legge di cui tutti conosciamo il valore politico? Davvero vi sembra logico che dopo tutta questa trafila ci dobbiamo fermare perché una parte della minoranza non vuole?
Se questa legge elettorale non passa è l’idea stessa di Partito Democratico come motore del cambiamento dell’Italia che viene meno. Se, davanti alle prime difficoltà, anche noi ci arrendiamo come potremo costruire un’Italia migliore per i nostri figli? Se gli organi di un partito (primarie, assemblea, direzione, gruppi parlamentari) indicano una strada e poi noi non la seguiamo come possiamo essere ancora credibili? Abbiamo portato il PD a prendere tanti voti degli italiani: davvero oggi possiamo fermarci davanti ai veti?
Ecco perché nel voto di queste ore c’è in ballo la legge elettorale, certo. Ma anche e soprattutto la dignità del nostro partito. La prima regola della democrazia è rispettare, tutti insieme, la regola del consenso interno. Quando ho perso le primarie, ho riconosciuto che la linea politica doveva darla chi aveva vinto. Adesso non sto chiedendo semplicemente lealtà; sto chiedendo rispetto per una intera comunità che si è espressa più volte su questo argomento, a tutti i livelli. Perché questa legge elettorale l’abbiamo cambiata tre volte per ascoltare tutti, per ascoltarci tutti. Ma a un certo punto bisogna decidere”.
Sembra del tutto evidente che Renzi preferisce il metodo plebiscitario. La sua lettera è diretta agli scritti ai circoli che non funzionano e raramente discutono nel merito e nei dettagli le proposte legislative. Risibile il discorso sulla “dignità del partito”. Secondo me, il concetto di dignità meglio si addice alle persone, agli individui e non a una comunità di cittadini ed individui che hanno affinità elettive, come si può definire un partito. Sono gli esseri umani che sono dotati di ragione e di coscienza e se si confrontano in una comunità possono anche cambiare idea e dissentire tra di loro. Renzi sembra ignorare che nell’orizzonte laico la dignità degli uomini è inviolabile e da ultimo tutelata dalla Carta dei diritti fondamentali dell’Unione europea (art. 1). Probabilmente, Renzi si riferisce alla “dignità come posizione che incute e merita rispetto riconosciuta ai sovrani, ai loro dignitari, alle magistrature, ai nobili, alle autorità ecclesiastiche e solo marginalmente a uomini comuni……” (Casavola F. P., 2014: 17)…….. “la dignità dell’uomo dunque perché membro di una comunità mondiale degli uomini. Il genere umano non come specie biologica, ma come universo politico. L’uomo non appartiene ad uno Stato, a un popolo, ad una società, ma alla comunità mondiale degli uomini”.
Nell’orizzonte laico, “la dignità è fonte di diritti e limite dei poteri pubblici e privati” (Casavola, 2014:19). Invece da quello che va dicendo e facendo Renzi, in coerenza con il suo modello di un uomo solo al comando, è chiaro che la sua visione è equivalente della struttura gerarchica militare. C’è il comandante in capo, gli altri sono tutti subordinati; il loro compito è quello di obbedire. Nella struttura gerarchica, non ci sono corpi intermedi da riconoscere. La consultazione dei gruppi parlamentari che menziona è una mera formalità. Nell’orizzonte laico, nella dignità dell’uomo c’è anche la libertà morale. E solo un uomo libero può essere responsabile perché si lascia guidare da ragione, dalla sua coscienza e agisce senza coercizione.
Riprendo la citazione di Renzi: “Ho preso l’impegno con voi, iscritti al PD, di guidare il partito fino al dicembre 2017, quando si terranno le primarie. In quell’appuntamento toccherà a voi, alla nostra comunità, scegliere se cambiare segretario. Ma fino a quel giorno lavorerò senza tregua per dare alla nostra comunità la possibilità di essere utile all’Italia. Milioni di nostri concittadini affidano le loro speranze al nostro lavoro: già altre volte in passato le divisioni della nostra parte hanno consentito agli altri di tornare al potere e di fare ciò che abbiamo visto. Farò di tutto perché questo non risucceda. Possono mandare a casa il Governo se proprio vogliono, ma non possono fermare l’urgenza del cambiamento che il PD di oggi rappresenta”.
Qui siamo al parossismo della missione superiore da portare a termine senza se e senza ma. E dalle blandizie passa alle minacce, non rendendosi conto che la legge elettorale è legge di regole che dovrebbe essere attuata con il massimo consenso e con i legislatori avvolti nel c.d. velo dell’ignoranza, ossia, senza sapere ex ante chi saranno i beneficiari delle “nuove regole”. Sappiamo invece che l’Italicum non solo non supera le censure poste al Porcellum dalla sentenza della Corte costituzionale ma anche che, esso in caso di elezioni anticipate, avvantaggerebbe esclusivamente il PD. Altro che velo dell’ignoranza, quella di Renzi mi sembra arroganza del potere di chi ha scalato un partito con le primarie non bene regolamentate. Ma lo sappiamo l’ambizione di alcuni sindaci è inversamente proporzionale alle loro competenze.
Mentre completiamo questa nota, apprendiamo che alla Camera la maggioranza ha respinto le pregiudiziali di costituzionalità sulle legge elettorale. È un primo successo del governo.
Se Renzi resta al governo, va affrontato seriamente il problema del rapporto tra maggioranza e opposizione su cui vale la pena citare un grande giurista come Piero Calamandrei. Come noto, nella letteratura si parla di dittatura della maggioranza quando in applicazione formale del principio maggioritario, la maggioranza schiaccia i diritti della minoranza e scarica su di questa tutti o quasi i costi di alcune scelte pubbliche. Scrive Calamandrei: “non basta l’aritmetica a darle diritto di seppellire l’opposizione sotto la pietra tombale del voto…… chi dice che la maggioranza ha sempre ragione dice una frase di cattivo augurio….. ma anche l’opposizione, se si vuole che il Parlamento funzioni, non deve mai perdere la fede nella utilità delle discussioni e nella possibilità che hanno gli uomini, anche uno contro cento, di persuadersi tra di loro con il ragionamento…. nel governo parlamentare la maggioranza si legittima se supera con il ragionamento e il dialogo i motivi, la resistenza dell’opposizione come l’aereo si tiene in volo grazie alla resistenza dell’aria”. Chi vuol capire, capisca.

Categorie:democrazia Tag:

Il DEF 2015 è roba da ragionieri micragnosi

Il governo è vittima della politica dell’austerità imposta dalla Merkel, dalla BCE e dalla sua stessa miopia dato che per più di un anno si è trastullato a chiedere qualche margine di flessibilità. Ora é ben servito, ma il grande comunicatore ci dice che non ci saranno aumenti di tasse né tagli di spesa pubblica. In realtà, Renzi si riferiva alle clausole di salvaguardia da lui stesso previste nella legge di stabilità per il 2015 perché il governo è fiducioso che alla fine di quest’anno sarà acquisito l’obiettivo del deficit.
Poi si corregge dicendo che a settembre ci saranno altre riduzioni di imposta e che esse saranno finanziate con i risultati della spending review. Aggravando la dose di pubblicità ingannevole, qualche giorno dopo, aggiunge che sarebbe addirittura emerso un tesoretto. Ora se tagli alcune spese per finanziarne altre, non c’è taglio della spesa. Se si tagliano gli sprechi e si rendono più efficienti e qualitativamente migliori i servizi pubblici l’operazione è positiva. Se invece a parità di domanda per detti servizi, tagli gli sprechi ma non aumenti la quantità di servizi, utilizzi le risorse in maniera più efficiente ma lasci insoddisfatta parte della domanda. Non di rado, serve l’efficienza e l’aumento dell’offerta. Non di rado, per perseguire contestualmente i due obiettivi servono maggiori risorse. E’ illusorio pensare che l’efficienza sia sempre gratis. Nella pubblicistica giornaliera si ragiona come se ci fosse un’offerta sproporzionata rispetto alla domanda di certi servizi, salvo poi a scoprire che i servizi di sicurezza dei Tribunali sono esternalizzati perché non ci sarebbero abbastanza carabinieri e poliziotti per assicurarli direttamente. E invece possiamo dimostrare che l’Italia è il paese con il maggior numero di uomini in armi.
Ma il DEF è solo un documento preliminare alla legge di stabilità ; è uno step procedurale ai fini del c.d. semestre europeo mirato ad attuare un controllo e un coordinamento preventivo delle politiche di bilancio dei Paesi Membri dell’eurozona. A giugno la Commissione europea ci dirà se i propositi vanno bene o no. Intanto il grande comunicatore ci racconta quello che vuole e tira a campare. Le previsioni di crescita dello stesso DEF non sono soddisfacenti (0,6 nel 2015 e 1,3% nel 2016) ma vengono presentate come buone come se non avessimo perso 10 punti dall’inizio della crisi. La verità è che il governo si affida o spera di cavarsela agganciandosi al ciclo internazionale che sicuramente è migliore di quello europeo.
Semestre europeo e procedure interne di bilancio sono diventate una messa in scena inutile perché giocate su previsioni di per se incerte e confuse, e se nell’interlocuzione tra gli esperti del MEF e quelli della Commissione europea tagliano fuori il Parlamento italiano e le sue commissioni specializzate.
Un commentatore ha detto che si torna al cacciavite di Letta per allentare qualche vite ma sappiamo che detta operazione non basta dopo cinque anni di depressione. Non basta se gli investimenti pubblici e privati restano insufficienti, se la domanda interna di consumi non basta per rilanciare la crescita e l’occupazione, se persino il programma garanzia giovani non funziona perché non c’è domanda di lavoro.
Il governo oltre il DEF presenta il Programma nazionale di riforme e qui torna il solito mantra delle riforme strutturali dettato dalla BCE e dalla Troika. Se il riferimento è quello della c.d. riforma del mercato del lavoro, non è vero che non si sono fatte le riforme. L’argomento è in grossa parte falso perché se stiamo ai fatti sappiamo che da venti anni si interviene con modifiche legislative che in alcuni casi hanno anche funzionato. Vedi le leggi o pacchetto Treu (del 24-06-1997, n. 196) e la legge Biagi (24-02-2003, n. 30). Poi si è intervenuti di nuovo con la legge Fornero e da ultimo con il Jobs Act . E’ un fatto che nel 2007, prima dell’inizio della grande crisi, il tasso di disoccupazione era sceso al 6,7% mentre ora sta al 12,6% e non accenna a scendere. La legge Biagi aveva funzionato pur intervenendo in una fase storica di bassa crescita che ha ben altre cause di quelle relative ai contratti di lavoro. Se così, ben altri rimedi sono necessari in una situazione in cui le cause strutturali si sommano a quelle congiunturali.
Nel passato prima si affrontavano le crisi congiunturali e si rinviavano le riforme che dovevano affrontare i problemi strutturali. Più recentemente si è rovesciato l’approccio e per giunta nel mezzo della crisi più grave degli ultimi 70 anni. Si fa finta di affrontare i problemi strutturali e si trascurano quelli congiunturali. In realtà si affrontano male sia i primi che i secondi. Mi spiego meglio con un esempio: la riforma Biagi intervenne in una fase di bassa crescita del PIL ma di sostenuta crescita della spesa pubblica, mentre le riforme Fornero e Renzi si inseriscono in un quadro congiunturale fortemente deflattivo in cui ogni riforma del diritto del lavoro è destinata a rimanere sulla carta se il vero obiettivo congiunturale dei tre governi del Presidente Napolitano è stato ed è la svalutazione interna dei salari e la deflazione dei prezzi. Anche la modifica dello Statuto dei lavoratori e il disconoscimento del ruolo del sindacato è coerente con detto obiettivo: ridurre i diritti sociali e privare i lavoratori dei residui strumenti di difesa della loro dignità e degli strumenti più incisivi della contrattazione collettiva. Alcuni dati sintetici descrivono i risultati della disastrosa politica della svalutazione interna dei salari e della deflazione dei prezzi. I salari reali sono tornati al livello del 1999; la disoccupazione è salita al 12,6% con circa un milione di disoccupati in più rispetto al 2007 e 3,5 milioni di scoraggiati; la produzione industriale si è ridotta di 20 punti; si è registrata una forte contrazione (-30%) degli investimenti pubblici e privati nel periodo 2007-14; l’inflazione è stata ridotta ai minimi storici. Per un paese che per oltre 60 anni aveva sempre sommato componente strutturale e congiunturale dell’inflazione siamo al miracolo-disgrazia della deflazione? No! è l’obiettivo scientemente perseguito della c.d. politica dell’austerità dettata da Bruxelles e Francoforte con il Fiscal Compact nel tentativo maldestro di far recuperare competitività all’economie dei paesi periferici dell’eurozona. A fronte di tanto disastro il Presidente della BCE Draghi prova a rimediare con circa cinque anni di ritardo con l’adozione del Quantitative Easing che il Presidente Obama adottò subito dopo che la crisi finanziaria si trasmise all’economia reale. L’allentamento monetario di Draghi è operativo da pochi mesi ma ci vorranno ancora diversi mesi e forse qualche anno prima che gli effetti si traducano in maggiore sostegno della domanda di consumi e investimenti. Intanto noi “speriamo che Renzi se la cavi”.

Categorie:Argomenti vari Tag:

Anche ai federalisti del Movimento europeo serve maggior coraggio

E’ quanto mai urgente una riforma dei Trattati. Bisogna collocare al centro del sistema istituzionale il Parlamento europeo. Se si vuole un Senato federale questo non può essere l’attuale Consiglio europeo che rappresenta solo i Capi di Stato e/o di governo e, quindi, riflette solo le maggioranze che si formano nei vari Paesi. In un Senato federale dove sono presenti solo i governi finiscono con il prevalere i più forti.
Sono d’accordo che bisogna trasformare la Commissione in un vero e proprio governo europeo di genuino stampo federale con competenza generale non solo sugli affari economici e finanziari ma anche in materia di difesa, giustizia e politica estera, ecc.. Basta con gli Alti rappresentanti e i Presidenti del Consiglio che vengono sistematicamente bypassati dai ministri competenti dei Paesi più forti e/o da gruppi improvvisati.
A livello europeo c’è una deriva tecnocratica ed autoritaria e allora, se si concorda su questa premessa, bisogna avere chiare le idee sul sistema politico che si vuole costruire: o una Repubblica presidenziale sul modello USA con netta separazione dei poteri oppure un sistema semipresidenziale alla francese ma sempre con sistemi elettorali omogenei per tutti i paesi . Il governo del premier non si addice ad un assetto federale.
Su questi punti, non mi sembra che il Manifesto chiarisca bene i vari nodi e i modi per scioglierli. E se i federalisti non hanno le idee chiare al riguardo, figuriamoci gli antieuropeisti o i vari movimenti populisti che vorrebbero dissolvere quello che fin qui si è faticosamente e meritoriamente costruito.

Categorie:Europa Tag: