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Archivio Maggio 2015

La proposta di politica industriale di Altiero Spinelli.

1. Il contesto e i precedenti.
Mentre a livello europeo si ricomincia a parlare timidamente di politica industriale – vedi tra l’altro le comunicazioni della Commissione 2010 (614) e 2014 (14) – può essere utile ripercorrere brevemente il tentativo di Altiero Spinelli di lanciare, oltre 40 anni fa, detta politica poi abbandonata perché si è dato più credito alle virtù taumaturgiche del libero mercato.
Dopo la Conferenza sulle economie regionali del 1961 e la continuazione dei lavori di questa a livello di esperti, protrattasi sino al 1964(1), l’11 maggio del 1965 venne presentata al Consiglio dei ministri della Cee una prima comunicazione sull’argomento. Nel 1969 la Comunità pubblicò il primo documento sulla politica regionale.
Nel frattempo si era costituito, a livello comunitario, anche un Comitato per la politica economica a medio termine. Il primo programma a medio termine , approvato dal Consiglio dei ministri il 9-02-1967, comprendeva un capitolo sulla politica regionale nel quale si sottolineava la necessità di predisporre un insieme di misure coordinate con quelle regionali e nazionali (Documento Cee, 1969: p. 10).
Il 18 maggio 1970 il commissario Colonna di Paliano presentò il Rapporto “La politica industriale della Comunità”, meglio noto come “Memorandum Colonna”. Questo indicava le seguenti linee guida della politica industriale comunitaria: a) il completamento del mercato interno con 3 delle 4 libertà fondamentali: b) la piena realizzazione della libertà di circolazione delle merci; c) la liberalizzazione dei mercati pubblici a livello europeo; e d) la libera circolazione dei capitali. Il documento prevedeva inoltre:
1) la promozione della collaborazione comunitaria nel campo della ricerca e sviluppo; 2) la promozione di settori industriali innovativi; e 3) la promozione di ristrutturazioni industriali verso una maggiore concentrazione.
Il documento aveva raccolto molte critiche.
Nell’Autunno 1971, l’Ufficio Statistico della Comunità pubblicò un bilancio analitico sull’evoluzione delle regioni europee. I dati evidenziavano la continua concentrazione della popolazione nelle zone più sviluppate: dal 1950 al 1969 le regioni della Germania meridionale, quella parigina, e quelle dell’Italia Nord-occidentale avevano visto passare la loro popolazione rispettivamente da 15,4 a 19,4 milioni, da 7 a 9,5; da 11,3 a 14,6 milioni.
La forza lavoro occupata in agricoltura era passata dai 30 milioni del 1950 a circa la metà (14,7) nel 1960 a 11, 5 milioni nel 1968. L’Italia e la Francia restavano i paesi in cui l’incidenza del lavoro agricolo era più alta.
L’occupazione nell’industria era passata da 26 milioni (1950) a 31 milioni (1960) stabilizzandosi sul livello del 42,7% nel periodo 1960-68.
Nel settore terziario l’occupazione era passata da 23 milioni del 1950 (32,8%) ai 28 milioni del 1960 (37,7%), ai 30 milioni del 1968 (42,1%).
Questi dati non misuravano bene il divario. Guardando all’occupazione totale, il Rapporto indicava un calo di posti di lavoro in 45 su 100 regioni CEE.
Erano interessate a questo fenomeno 16 delle 20 regioni italiane; 14 delle 38 regioni tedesche; 9 delle 21 regioni francesi; e 5 delle 9 regioni belghe e il Lussemburgo.
In 13 di queste 45 regioni si era verificato che l’aumento dei posti nei settori extra-agricoli non era riuscito a controbilanciare la diminuzione dei posti nel settore agricolo. Questo era avvenuto in particolare modo alla periferia della CEE e cioè in 8 regioni della Francia occidentale, in 14 regioni dell’Italia meridionale ed orientale, e in 5 regioni della Germania del Nord ed orientale.
Nell’Inverno-Primavera del 1972, il Commissario Spinelli mise in moto il meccanismo di consultazione e concertazione che portò alla Conferenza di Venezia nel mese di Aprile (2). Nello stesso 1972 la Commissione elaborava le prime linee-guida di un programma comunitario per l’ambiente. Ancora nel 1972, alla vigilia della prima grande Conferenza delle Nazioni Unite sull’ambiente umano, tenutasi a Stoccolma nell’Autunno, il Club di Roma, promosso da Aurelio Peccei, pubblicò un apposito Rapporto commissionato al System Dynamics Group del MIT, con un titolo molto chiaro: “The Limits to Growth” (I limiti della crescita) che, quasi a sottolineare la confusione di allora tra i termini crescita e sviluppo, fu tradotto nell’edizione italiana “I limiti dello sviluppo”. Il logo della Conferenza fu: “il nostro destino comune”. Nel 2012 è stato celebrato il quarantennio dalla Conferenza di Stoccolma.
Non a caso la Relazione introduttiva di Altiero Spinelli era intitolata: Lo sviluppo industriale e il problema ecologico.
1.1 I lavori della Conferenza di Venezia.
Furono due lunghe giornate di confronti tra le parti sociali e con gli esperti c.d. indipendenti. Allora la concertazione era d’obbligo. Perché i sindacati erano al massimo del loro potere negoziale con piattaforme di ampio respiro che non si occupavano solo di salari.
Oggetto principale di analisi era la politica industriale della CEE ed i suoi rapporti con la società contemporanea. Chiaramente una nozione ampia – direi quasi onnicomprensiva – del termine. Si trattava di prendere atto del fallimento dell’approccio liberistico (previsto dai Trattati) fino ad allora seguito dalla Commissione: qualche intervento nelle infrastrutture, qualificazione della manodopera e, soprattutto, mobilità della medesima.
Si trattava di valutare le critiche che aveva ricevuto il Memorandum Colonna soprattutto riguardanti l’obiettivo fondamentale del programma che era quello di creare dei campioni europei in grado di competere con le grandi imprese americane e multinazionali. Ciò implicava, in primo luogo, fusioni e concentrazioni.
Preliminarmente Spinelli, pur dandosi carico dei problemi dell’ambiente, della biosfera, prendeva le distanze dai sostenitori della decrescita, ritenendo questa scelta possibile per qualche individuo ma non per la società e/o per l’umanità (398). Riconduceva il problema alle esternalità positive da internalizzare e alle diseconomie esterne da valutare attentamente nel calcolo della funzione del benessere sociale. In termini più generali, riconduceva il problema al rapporto tra società e natura.
Nella visione di Altiero Spinelli, si trattava di programmare interventi strutturali in tutti i settori dell’economia reale tenendo conto anche dei problemi della localizzazione degli impianti al fine di contribuire al superamento degli squilibri territoriali, intersettoriali e intrasettoriali.
Si enunciava quindi una stretta correlazione tra la politica industriale e quella regionale, tenendo conto dell’impatto sull’ambiente e la qualità della vita.
1.2 Il ruolo dell’industria nello sviluppo economico.
La constatazione dalla quale si prendeva le mosse era che allora lo sviluppo economico si poneva ancora in termini di sviluppo industriale – come sottolineava Spinelli. Ma questa equazione (identità) che sino ad allora appariva pacifica era non di meno sottoposta a dura critica da parte degli ecologisti.
Si diceva anche da parte sindacale che l’industrializzazione era responsabile dell’inquinamento, del deterioramento dell’ambiente ecologico, dello spopolamento delle regioni agricole, dell’approfondimento del divario tra le regioni c.d. centrali e quelle periferiche, del peggioramento delle condizioni di lavoro, della intensificazione dei ritmi.
2. I nuovi compiti della Commissione.
Dagli effetti diretti ed indiretti del processo di integrazione si faceva discendere la necessità che la CEE desse un suo contributo significativo e non marginale al finanziamento della politica di sviluppo delle aree arretrate.
Allora l’ostacolo più grosso era la Politica Agricola Comune che assorbiva l’86% delle risorse del bilancio della CEE. Il 90% dei fondi del FEOGA, a sua volta, andavano al sostegno dei prezzi e solo il 10% alla Sezione orientamento.
Anche allora, si constatava che, alla crescente integrazione delle economie dei Paesi membri nell’economia comunitaria ed internazionale, non aveva corrisposto un adeguato sviluppo delle istituzioni comunitarie per cui , anche allora, si registrava uno scompenso a livello degli strumenti necessari per la condotta della politica economica (3).
Si richiedeva allora che la CEE si dotasse di adeguati strumenti di intervento. Questo poneva alcuni gravi problemi di riforma delle istituzioni comunitarie che, allora, nessuno sembrava volesse affrontare.
Il commissario Spinelli aggrediva con coraggio e determinazione i suddetti ostacoli e, da visionario in senso alto qual era, allargava l’orizzonte a livello planetario. Poneva un problema morale e sociale di ridistribuzione della ricchezza tra Europa e i PVS ben al di là di quanto si faceva allora con gli aiuti allo sviluppo, l’assistenza tecnica, ecc.. Inoltre riteneva necessario “l’accrescimento delle capacità industriali di questi Paesi e l’apertura dei nostri confini ai loro prodotti citando l’adozione unilaterale delle preferenze generalizzate”.
Questo implicava che la “nostra politica industriale dovesse affrontare una sfida nuova e senza precedenti…. Quella di aiutare e guidare i cambiamenti strutturali nella varie industrie in modo che la nostra società non ne soffrisse….. (p. 402) accenna ai settori già in crisi: il tessile, la cantieristica, l’elettronica ed altre che seguiranno di lì a breve come la siderurgia, ecc..

3.1 La politica industriale come ulteriore strumento di sviluppo.
La mancanza di una vera e propria politica industriale e di una politica della ricerca scientifica a livello comunitario e nazionale dei paesi membri, aggravava sempre più lo squilibrio nella divisione internazionale del lavoro – con crescente subordinazione dell’economia europea e mondiale a quella americana – che vedeva, da un lato, un forte sviluppo di alcuni settori (chimico, elettronico, aeronautico , aerospaziale, della metallurgia d’avanguardia, ecc.) che avveniva in imprese americane e/o in multinazionali controllate dagli americani e, dall’altro lato, il progressivo deterioramento dei settori in crisi (estrattivo, tessile, cantieristico, ecc.) che restavano in mano europea.
Era in corso una profonda ristrutturazione dell’economia internazionale della quale le imprese multinazionali erano veicoli e protagoniste. Oltre alla soluzione del problema del loro controllo si poneva ancora la necessità di individuare concretamente le linee di una politica industriale a livello nazionale ed europeo che rendesse più tangibile e concreto il concetto di sviluppo in senso qualitativo. Infatti, se sviluppo qualitativo in Italia significava senz’altro privilegiare i consumi sociali rispetto a quelli individuali – come testimoniavano il Piano Giolitti poi Pieraccini, il Progetto ’80 e i documenti di preparazione del II piano quinquennale 1971-75 – a livello europeo, era necessario andare oltre e definire meglio le possibili linee di quello che ambiziosamente alcuni vedevano come modello europeo di sviluppo.
Al riguardo, Spinelli innanzitutto ricorda che il Trattato di Roma non menzionava la politica industriale. Si preoccupava soprattutto della rimozione delle barriere doganali e non…
Il bisogno di una politica industriale emerse quando ci si rese conto che serviva la piena integrazione dell’industria europea, lo sfruttamento pieno della sua dimensione continentale , l’apertura dei mercati pubblici, l’integrazione delle politiche energetiche e tecnologiche, i limiti dei controlli che i fatti e la preveggenza impongono allo sviluppo economico…… se la crescita e i suoi limiti restano temi essenziali, – dice Altiero Spinelli – abbiamo bisogno di saggezza, di direttive e di conoscenza fondamentale circa le priorità da adoperare per spendere le ricchezze che la Comunità produce….
“Sorge così tutta la problematica delle nuove priorità fra consumo pubblico e consumo privato, fra investimento industriale e investimento pubblico, tra condizioni di lavoro in fabbrica e ricerca di una migliore qualità della vita, anche in termini di democrazia industriale , di partecipazione democratica alle decisioni strategiche delle grandi imprese e delle multinazionali presenti nella Comunità……. Chiusa la citazione di AS.
3.2 Attenzione particolare alla ricerca.
Con particolare riguardo all’assenza di una adeguata politica di ricerca scientifica e tecnologica, si osservava come essa fosse determinata anche dal fatto che la dimensione nazionale si rivelava sempre più inadeguata ai compiti e poteva essere superata solo con la creazione di un’apposita competenza specifica a dimensione comunitaria che utilizzasse anche lo strumento delle imprese e delle commesse pubbliche e/o potesse finanziare progetti comuni di ricerca. In questo quadro e per questi obiettivi, si dovevano utilizzare gli organismi di ricerca pubblici e privati, in alcuni casi, opportunamente riformati e rinnovati.

4. Alcune valutazioni conclusive.
Nella Primavera 1972 erano già iniziati gli incontri preparatori del Vertice di Ottobre (a Parigi) a cui erano stati invitati i tre nuovi paesi membri (Regno Unito, Danimarca, Irlanda). Anche la Commissione aveva promosso degli incontri per studiare i temi che potevano essere inclusi nell’Agenda dei Capi di Stato e di Governo. Gli argomenti trattati sopra erano solo una parte dell’odg. C’erano aspettative diverse pessimistiche ed ottimistiche. Quelle più realistiche vedevano la conferma della necessità di proseguire per tappe nel processo di integrazione monetaria e l’assunzione di alcuni impegni formali su altri temi come, ad esempio, la politica regionale di cui si era occupata approfonditamente la Conferenza organizzata da Altiero Spinelli.
La concezione della politica industriale elaborata dalla Conferenza raccolse un ampio consenso delle parti sociali, degli esperti e dell’opinione pubblica.
Nell’ottobre 1972, il Vertice di Parigi assumeva l’impegno formale di un fondo speciale per la politica regionale da attuare entro l’anno successivo. Fu la decisione più importante.
Quale fu il messaggio fondamentale della Conferenza?
Nei primi anni ’70 – alla luce dei profondi processi di ristrutturazione che l’economia europea aveva subito – si prendeva atto che bisognava agire direttamente sulle strutture produttive agricole, industriali, sulla ricerca scientifica e tecnologica, sulle comunicazioni e le infrastrutture pubbliche.
Ma in Europa il processo decisionale era e rimane molto lento e farraginoso. Per tali motivi al Parlamento e al Consiglio servono mesi o addirittura anni per arrivare a qualche decisione (4).
Per questi motivi, serve non solo più Europa ma anche un’altra Europa.

Note e riferimenti bibliografici.
1) Vedi “La politica regionale nella CEE. Relazioni dei gruppi di esperti”, Bruxelles, luglio 1964.
2) Per inciso ricordo che due anni prima, nel febbraio 1970, in Italia era uscito il Rapporto Pirelli che animò per alcuni anni il dibattito sul rinnovamento dell’organizzazione datoriale, il rapporto tra Industria e società e le nuove relazioni industriali. Successivamente il Rapporto fu lasciato cadere dalla Confindustria.
3) Va ricordato che grazie alla crescita impetuosa dell’economia italiana negli anni 50 e 60, nel 1971 l’Italia occupava il quinto posto tra i paesi più industrializzati del mondo.
4) Sul punto vedi Martin Schulz, Il gigante incatenato. Ultima opportunità per l’Europa? Fazi editore, 2014.
Il documento della COMMISSIONE EUROPEA – Horizon 2020: boosting industrial competitiveness, Contributo al Consiglio europeo del 20-21 marzo 2014 è scaricabile dalla pagina web: http://www.astrid-online.it/La-produtt/Atti-dell-/Commission2/Comm-UE_horizon-2020_contribution-EU-Council-03_2014.pdf)
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Il dibattito sul reddito minimo garantito.

Portare avanti quelli che sono rimasti indietro. Proposte per modelli universalistici e per un reddito di cittadinanza. Questo il logo di un interessante convegno organizzato dalle Fondazioni Nenni, Friedrich Ebert, Buozzi e dalla UIL circa un mese fa. A parte l’equivoco sul reddito di cittadinanza che è misura chiaramente universalistica, il riferimento più specifico è al reddito minimo garantito che è misura certamente selettiva ma non per questo meno giusta. È soprattutto strumento di lotta contro la povertà.
Il logo “portare avanti quelli che sono rimasti indietro” evoca il maximin di John Rawls uno dei massimi teorici della giustizia sociale il quale sosteneva a ragion veduta che ogni operazione di politica economica si legittimava in quanto contribuisse, in tutto o in parte, a migliorare la sorte dei più deboli. Politicamente è stato un liberal americano e rifuggiva dall’idea che per massimizzare il benessere dei più deboli fossero necessarie massicce operazioni di redistribuzione della ricchezza esistente. Riteneva che un lavoro dignitoso fosse strumento fondamentale della politica sociale. È il lavoro che dà più dignità del sussidio. E scegliere il lavoro come principale strumento della politica sociale è più congeniale alla missione del sindacato. E questo vale oggi in Italia perché, nel nostro paese come nell’Unione europea, è anatema ipotizzare massicce redistribuzioni del reddito specie in una fase di recessione. Infatti ci sono quattro vincoli molto stringenti che non vengono messi bene in evidenza nel dibattito sul reddito minimo garantito.
Il primo è di carattere interno. In Italia nessuno sembra volere battersi per la piena occupazione. A questo riguardo mi è sembrato emblematico l’intervento dell’on. Bruno-Bossio secondo cui non possiamo parlare di piena occupazione. Certo, la disoccupazione in Italia di recente ha toccato il 13% e per il 2015 e 2016 secondo l’Istat rimarrà attorno al 12,5%. Se poi teniamo conto che abbiamo 3,5 milioni di scoraggiati, arriviamo a circa sette milioni di persone senza lavoro. Ma se non ci poniamo la massima occupazione come obiettivo programmatico, allora siamo al suicidio politico. È vero che negli ultimi settanta anni, in Italia nessun governo ha mai raggiunto tale obiettivo ma almeno nello Schema Vanoni (1954) e nel piano Giolitti (1964) l’obiettivo fu formalmente posto. Secondo me, è vero quello che sostiene Giovanni Vecchi nel suo bel volume “Gli italiani in ricchezza e povertà”, pubblicato da il Mulino in occasione delle manifestazioni per il 150° dell’Unità del Paese, cioè, che la giustizia sociale non interessa nessuno. È sotto gli occhi di tutti il fallimento del programma garanzia giovani. È vero anche che i fautori dell’austerità alla tedesca hanno vinto, che i salari reali sono tornati ai livelli del 1999 e che, per la prima volta in 70 anni, siamo in deflazione. Raccogliamo anche gli effetti del Protocollo sulla politica dei redditi del 1993 che i sindacati non hanno saputo gestire. Dall’inverno scorso la Banca Centrale europea è stata costretta ad adottare l’allentamento monetario con l’obiettivo di riportare l’inflazione almeno al 2%.
Un secondo vincolo di carattere interno è il debito pubblico. A partire dai primi anni 70 esso è frutto di un implicito patto criminogeno tra gli evasori e i governi di questo Paese. In pratica, esso significa che i governi preferiscono chiedere ai ricchi i soldi in prestito piuttosto che prelevarli da loro a titolo definitivo. Il patto trova nuova linfa nella c.d. finanziarizzazione delle economie e nella loro globalizzazione. Come dice Piketty, se io posso guadagnare al margine il 4-5% con gli investimenti finanziari perché investire nell’economia reale? Anche se i sindacati non sono forti come nel passato e disturbano di meno, perché creare un’attività reale quando posso fare tutto alla scrivania utilizzando solo il computer? Se non hai fiducia nel futuro del tuo Paese, allora porti i soldi all’estero, ad esempio in Svizzera, dove la consulenza è molto meglio di quella che sanno dare le banche e le finanziarie italiane.
Tutto questo è favorito non solo dal regime di concorrenza fiscale instaurato nell’Unione europea non solo a causa della globalizzazione ma per precisa scelta dei governi dei paesi membri quando decisero la piena libertà dei movimenti di capitale – necessario complemento della libertà di stabilimento delle imprese e della mobilità dei lavoratori. Concorrenza economica nel mercato unico da un lato, concorrenza fiscale nel settore pubblico dall’altro, nell’impostazione neoliberista che si è affermata nella UE a partire dagli anni 80, dovevano mettere un limite stringente al progressivo aumento della spesa pubblica nei diversi paesi membri. Una delle conseguenze di tale impostazione – non sempre tenuta presente – è che bisogna abbattere il welfare state. Dall’alto della sua carica, il Presidente Draghi, di tanto in tanto, ci ricorda che il modello sociale europeo non è sostenibile. Per renderlo tale bisogna ridurre la spesa pensionistica e quella assistenziale.
È quello che tutti i governi di questi ultimi 20 anni hanno cercato di fare anche con notevole “successo” con particolare riguardo alle pensioni anche in considerazione dell’invecchiamento della popolazione. Altrettanto non possiamo dire con riguardo alla c.d. spesa assistenziale anche perché questa è al di sotto dei livelli dei paesi più avanzati. In Italia ci troviamo nella situazione del cane che si morde la coda. Negli ultimi venticinque anni e passa la crescita economica è stata bassa e decrescente sino a diventare negativa nell’ultimo decennio. Si evocano miglioramenti nella spesa per la famiglia, per i disoccupati, per una migliore formazione dei lavoratori e dei giovani ma, in fatto, le migliori intenzioni si infrangono sugli scogli della scarsità delle risorse e dei vincoli di bilancio.
Una prima domanda che si pone è: un welfare generoso è compatibile con la stagnazione e/o bassa crescita economica? La riposta è ovviamente negativa. Infatti con un reddito medio pro-capite decrescente, secondo il paradigma dominante, è gioco forza ridurre la spesa pubblica. Ci sarebbe o c’è un problema di sostenibilità economico-finanziaria. Ma l’Italia è uno dei paesi più ricchi del mondo quanto a patrimonializzazione. Allora la domanda che bisogna porsi è la seguente: è proprio vero che l’unica risposta possibile sia quella della riduzione della spesa pubblica? La mia risposta è negativa. C’è un’altra strada da percorrere ed è quella del rilancio della crescita e dell’occupazione. Ma prima di illustrare questo punto, dobbiamo porci un’altra domanda: un welfare generoso è compatibile con un alto debito pubblico? No, perché, come ci insegna la Svezia, un’alta spesa sociale comporta un’alta pressione tributaria. In Italia questa è già molto alta per i lavoratori dipendenti per via della massiccia evasione fiscale perpetrata da imprenditori, lavoratori autonomi e rentiers. Se la pressione tributaria è molto alta diventa molto delicato il problema dell’evasione fiscale. Non c’è giustizia tributaria e questa è parte integrante e strumento importante della giustizia sociale. E deve chiaro che le risorse per finanziare ed attuare l’assistenza sociale non possono venire dall’indebitamento ma dalla ordinaria fiscalità generale.
Ora è chiaro che più alto è il numero dei senza lavoro, più alto è il numero dei poveri assoluti e più alto è il costo del finanziamento del reddito minimo garantito e degli altri strumenti di lotta alla povertà. Ben più alto dei 15-16 miliardi stimati nella proposta del Movimento5stelle. C’è chi parla di 70 miliardi, chi di 100 e chi addirittura di 170 miliardi. Una cosa è certa. I modelli universalistici sono i più costosi e quelli selettivi sono una necessità e, allo stesso tempo, i più complicati da attuare perché bisogna tener conto delle specifiche e diverse situazioni di bisogno ed avere una precisa scala delle priorità su cui non sembra esserci accordo neanche tra coloro che concordano nel progetto generale di lotta alla povertà. Bisogna ad esempio scegliere se l’unità beneficiaria deve essere l’individuo o la famiglia. Bisogna scegliere se affrontare prima la questione del lavoro o quella dell’assistenza o entrambe allo stesso tempo. Sappiamo infatti che dal 2007 al 2013 il numero delle famiglie in povertà assoluta si è raddoppiato e interessa 6 milioni di persone. Supposto pure che si riuscisse nel medio termine a dimezzare il numero dei disoccupati, rimarrebbero da assistere adeguatamente 10-11 milioni di persone. Un numero consistentemente più alto della somma attuale di disoccupati e inoccupati (7 milioni circa). Se tengo conto che per affrontare il problema dei working poor non basta solo l’integrazione del reddito ma bisogna investire consistentemente anche nella formazione permanente, allora mi sembra chiaro che servono non solo le integrazioni del reddito per raggiungere la soglia della povertà ma anche la rivalutazione degli assegni familiari, il sussidio casa, i fondi per l’assistenza i disabili e quant’altro.
Se, non ultimo, tengo conto che la povertà si concentra al Sud dove tocca punte del 24% della popolazione; che il tasso di partecipazione femminile in Italia è più basso che in molti paesi europei; che la disoccupazione giovanile è la più alta; che nel Sud ci sono le pensioni più basse e che – come se non bastasse – è in corso un processo di desertificazione industriale non contrastata dall’attuale governo che non ha una politica economica adeguata per il Mezzogiorno. Tito Boeri e Paola Monti tempo fa hanno analizzato i probabili effetti della proposta del Movimento5stelle e hanno concluso i maggiori beneficiari sarebbero le famiglie e/o le persone residenti nel Mezzogiorno. Tenuto conto che negli ultimi anni il Sud non ha ottenuto una proporzionale rappresentanza nel governo, questa circostanza mi fa concludere in termini pessimistici perché, di nuovo, il governo non solo non ha una politica per l’occupazione né tanto meno una politica per la giustizia sociale. Si è affidato per motivi elettorali al bonus degli 80 euro in violazione di ogni seria priorità di effettivo bisogno e al Jobs Act per soddisfare la domanda dei settori più retrivi dell’imprenditoria.
E tuttavia, a fronte della forte concentrazione dei redditi e dei patrimoni, in un contesto in cui la classe media si impoverisce, e i poveri diventano sempre più poveri, resto convinto che bisogna lavorare perché il governo adotti una politica economica di forte rilancio della crescita e dell’occupazione attraverso un serio programma di investimenti pubblici e privati. Volente o nolente la Commissione europea, il governo dovrebbe finanziare gli investimenti a debito sfruttando i bassi tassi e la sua credibilità sui mercati. Nei limiti in cui la nuova politica economica avesse successo, si ridurrebbe anche il fabbisogno per la politica sociale. Secondo me, la scelta dell’approccio selettivo è obbligata e l’assoluta priorità dovrebbe andare ai più deboli a qualsiasi categoria professionale essi appartengano. Il mio pessimismo circa la capacità del governo Renzi di affrontare la questione sociale non è invocazione dell’inerzia. La questione sociale è molto critica e rischia di diventare esplosiva. Secondo la teoria sociale e la dottrina sociale della Chiesa, la missione del governo è la giustizia sociale. O questo governo si decide ad affrontarla o, per quanto mi riguarda, è meglio che si dimetta e che si vada alle elezioni.

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