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Archivio Giugno 2015

Deludente il Rapporto 2015 dei cinque Presidenti.

Il rapporto dei cinque Presidenti 2015 segue quello dei quattro Presidenti del 2012. Quest’ultimo si era posto i seguenti obiettivi: l’Unione bancaria; maggiore coordinamento delle politiche di bilancio e delle politiche economiche; una maggiore legittimazione democratica del processo decisionale. In effetti, già prima dell’uscita del Rapporto 2012, si era fatto molto – forse troppo – con il Fiscal Compact e i relativi regolamenti specialmente con riguardo alle politiche di bilancio. Inoltre si era centralizzata in testa alla BCE la vigilanza bancaria cautelativa. Si è creato l’ESM o MES il meccanismo di stabilizzazione europeo per assistere i paesi membri in difficoltà e si è introdotto il c.d. semestre europeo per monitorare le politiche di bilancio dei singoli Paesi membri (PM) dell’eurozona. Si è fatto poco o nulla in materia di eurobond, mutualizzazione del debito, di sostegno alla crescita e di legittimazione democratica.
Il Rapporto ripropone quattro obiettivi principali: a) un’autentica unione economica e monetaria; b) l’unione finanziaria; c) l’unione di bilancio e d) l’Unione politica. Sono previste tre fasi ma solo della prima si indicano l’inizio e la fine; della seconda si indica solo l’inizio, della terza la fine: il 2025. Dopo 7 anni di crisi , porsi un orizzonte decennale per obiettivi parziali di completamento di quello che già c’è mi sembra riduttivo. Ma la responsabilità non è solo dei Presidenti che evidentemente sanno che non c’è la volontà dei politici governanti di andare avanti più speditamente.
Premesso che “vi sono ora divergenze significative nella zona euro. In alcuni paesi, la disoccupazione è ai minimi storici, mentre in altri è a livelli record; in alcuni, la politica di bilancio può essere utilizzata in senso anticiclico, mentre in altri ci vorranno anni di risanamento per recuperare margini di bilancio”, i 5 Presidenti auspicano il completamento dell’UEM. Ma già dalla lettura dei primi paragrafi del Rapporto, traspare che gli autori dell’analisi in buona sostanza sottoscrivono la teoria dei mercati perfettamente efficienti.
“Si raccomanda la creazione da parte di ciascuno Stato membro della zonaeuro di un organismo nazionale incaricato di monitorare i risultati e le politiche in materia di competitività”. “Questo – afferma il Rapporto – è fondamentale in un’Unione monetaria come l’UEM, in cui non sono previsti grandi trasferimenti di finanze pubbliche tra i membri e in cui la mobilità del lavoro è relativamente limitata”. Ma allora di che razza di rilancio si tratta ? Il Rapporto, in realtà, si concentra sui problemi della zonaeuro certamente più gravi e delicati ma ci sono i problemi degli altri paesi dell’Unione a 28. Anche questa delimitazione può essere vista come un limite e/o una mancanza di lungimiranza perché molti degli altri 9 paesi hanno gravi problemi di crescita del reddito e dell’occupazione. Evidentemente i 5 Presidenti hanno tenuto conto delle prevalenti preferenze all’interno del Consiglio dei Capi di Stato e di governo. Ma in uno slancio di ottimismo (mal riposto), “marciano” verso l’Unione politica, ossia, verso un maggior controllo democratico e, quindi, una maggiore legittimazione e un rafforzamento delle istituzioni . Ma di quali istituzioni stiamo parlando? Se il riferimento va al Consiglio europeo, allora servirebbe una profonda revisione del Trattato di Lisbona per eliminarlo e creare un vero e proprio Senato federale. Non è possibile avere una specie di seconda Camera composta dai Capi di Stato e di governo non eletti per occuparsi precipuamente dei problemi europei e, quindi, portatori diretti degli interessi nazionali dei Paesi membri. Analogo discorso vale per la Commissione composta da membri designati dai 28 PM anche se Juncker ha avuto la designazione dal Partito popolare che ha raccolto la maggioranza dei voti ma, in fatto, risponde più al Consiglio che al Parlamento europeo. Non parliamo poi della Banca centrale che per statuto e tradizione ha lo status di autorità amministrativa indipendente (AAI).
L’idea che il rafforzamento dell’UEM si possa fare completando una rete ormai pletorica di AAI che controlli la concorrenza e la competitività dei vari segmenti del mercato unico non solo è alquanto illusoria ma è anche pericolosa perché, in fatto, rafforza la deriva autoritaria e tecnocratica già in essere in Europa ed è contraddittoria con l’obiettivo di democratizzare e meglio legittimare il processo decisionale a livello europeo.
Quanto alla proposta Autorità per la competitività, è bene chiarire che concorrenza e competitività sono e debbono essere complementari se il sistema deve funzionare in maniera efficiente. Sappiamo però che la concorrenza tra settori avanzati e quelli arretrati, senza adeguati meccanismi compensativi delle diseconomia esterne, approfondisce e non riduce i divari economici e territoriali. Sappiamo che legare strettamente produttività e salari ed affidare la gestione amministrativa ad un’AAI significa, in buona sostanza, imporre una politica dei redditi a livello tecnocratico e autoritario che trasformerebbe il modello liberal democratico in cui la determinazione dei salari è lasciata all’autonoma contrattazione tra le parti sociali – delle quali a parole nel documento si riconosce il ruolo (Renzi esulta). Se dovesse passare una misura del genere non si capirebbe che cosa ci starebbero a fare i governi e i Parlamenti dei PM perché i conti pubblici, i salari, i tassi di interesse sarebbero tutti “affidati” ad AAI. Se queste ultime riuscissero ad applicare rigorosamente la politica dei redditi, ciò significherebbe che i PM ad alta produttività avrebbero salari alti e quelli a bassa produttività salari sempre più bassi. In assenza di golden rule e/o di investimenti consistenti nel capitale fisico, in quello umano, nelle infrastrutture che possano spingere in alto la produttività delle regioni meno avanzate, la convergenza pure auspicata resterebbe una parola priva di senso – come è avvenuto fin qui.
E passiamo alla fase 2 (calendarizzata a partire dal 2017) appunto della convergenza che, a giudizio dei 5 Presidenti, dovrebbe contare solo e sempre sulle riforme strutturali e conti pubblici sani e sostenibili. È veramente sconcertante l’ottusità dei quattro presidenti tecnici di riproporre sempre e comunque la politica dell’austerità in essere ormai da 7 anni , che ha precipitato l’economia in due recessioni consecutive e che la tiene tuttora in una fase di ripresa in alcuni PM debole e nelle regioni periferiche di sostanziale stagnazione o di lieve ripresa senza aumento dell’occupazione. Tutti ragionano sul periodo medio-lungo e nessuno sembra preoccuparsi di quello che c’è da fare qui ed ora.
Non è prevista alcuna riforma dei Trattati, no golden rule anzi, la proposta di creare un’AAI per la valutazione della qualità dei bilanci dei PM, alias, della qualità delle loro politiche fiscali – sempre nella linea dell’espropriazione di tali competenze del Parlamento europeo e di quelli nazionali. Esattamente il contrario di quello che, a parole si auspica nel paragrafo rubricato “un ruolo fondamentale per il Parlamento europeo e quelli nazionali”. Al riguardo non si tratta di prevedere altri o più frequenti “dialoghi” tra le Commissioni parlamentari , il Consiglio, la Commissione e l’Eurogruppo ma … si tratta di dare al PE veri poteri di bilancio. Va bene anche il dialogo tra il PE e i Parlamenti nazionali ma se si fanno interloquire due istituzioni deboli (senza poteri di veto) non se ne crea una forte perché le competenze sono e restano diverse. È vero che in molti PM, i governi nazionali hanno un ruolo forte in materia di bilancio ma la maggioranza del Consiglio Europeo non vuole riprodurre tale ruolo al livello centrale europeo perché lo vuole tenere per se. Al riguardo sorprende che il Presidente del PE Schulz – precedentemente lasciato fuori – abbia potuto sottoscrivere un documento siffatto. È vero che ai fini della costruzione dell’Unione politica si menziona anche il rafforzamento del PE ma senza una coerente riforma dei Trattati, senza il ridimensionamento del ruolo del Consiglio dei Capi di Stato e di governo, difficilmente detto obiettivo potrà essere conseguito.
Tornando ai temi più strettamente economici il Rapporto chiede la istituzione a più lungo termine di una funzione di stabilizzazione di bilancio a livello europeo che alcuni primi commentatori hanno confuso con il ministero dell’economia e delle finanze europeo. Per valutare correttamente la proposta bisogna ricordare che le funzioni di bilancio sono 3-4: quella allocativa, quella di stabilizzazione, quella redistributiva e quella dei trasferimenti. Solo con tali competenze e con l’attribuzione di adeguate risorse proprie, si può avere un vero e proprio governo dell’economia a livello centrale. Ma i 4 Presidenti tecnici, ossessionati dal problema della stabilità, parlano prevalentemente della funzione di stabilizzazione e finiscono con il trascurare la crescita del reddito e dell’occupazione . Nonostante le belle parole, l’UEM è nata e resta zoppa anche con le proposte di cui sopra.

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