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Archivio Luglio 2015

Una menzogna la rivoluzione copernicana delle tasse

Chi parla di rivoluzione copernicana in materia fiscale o non sa di che cosa parla oppure mente spudoratamente. Ovviamente il riferimento va all’annuncio del Presidente del Consiglio della settimana scorsa. Dopo l’annuncio del premier, i commentatori dei principali giornali – alcuni anche increduli e scettici – si sono buttati a capofitto sul nuovo e più avanzato programma del PD. Non sono mancati i commenti di quanti si ricordavano delle analoghe proposte di Berlusconi del febbraio 2013.
In quella occasione Berlusconi, oltre all’abolizione dell’IMU sulla prima casa e dell’IRAP, propose la restituzione dell’IMU 2012 e un condono fiscale tombale, a suo dire, motivato da una profonda riforma fiscale. Sull’ultimo punto l’ex Premier mentì spudoratamente perché dopo il condono del 2002 e quelli del 2010 e 2011 – prorogati da Monti sino al 2012 – c’era ben poco da condonare. Bisogna ricordare che allora l’utilizzo dell’arma anti-tasse non funzionò e che Berlusconi non vinse le elezioni come gli era riuscito di fare nel 2001 e nel 2008.
Bisogna dare atto che Renzi non ha proposto un nuovo condono anche perché ormai da decenni siamo in regime di condono permanente e c’è una nuova linea di dialogo dell’Agenzia delle entrate con i contribuenti-evasori che naturalmente va a beneficio soprattutto di quanti sono soggetti agli studi di settore che ormai da sette anni sono stati continuamente revisionati al ribasso per tener conto “opportunamente” degli effetti della stagnazione economica in cui è caduta l’economia italiana dopo le pesanti recessioni del 2009 e del 2012.
A quanto pare all’insaputa del ministro competente, Renzi ha annunciato un piano riduzione delle tasse per 45 miliardi di euro in tre anni. Non ha previsto alcun condono. Non ha spiegato come intende finanziare un simile rilevante sgravio. Lo hanno fatto nei giorni scorsi i suoi esperti di economia e finanza e, più tecnicamente il nuovo commissario alla revisione della spesa Gutgeld. Gli sgravi saranno finanziati in parte con i tagli della spesa e in parte con i margini di flessibilità che il governo pensa di ottenere dalla Troika. Vedremo all’opera le straordinarie capacità di Gutgeld dopo il fallimento di tutti i precedenti commissari alla spending review. E vedremo se davanti a tanta irresponsabilità, la Troika sarà disponibile ad aumentare i margini di flessibilità finanziaria se le riforme di cui mena grande vanto il premier sono quelle costituzionali e quelle della scuola e della PA. Le prime non hanno alcuna rilevanza economica e finanziaria e le seconde, semmai saranno applicate correttamente, potrebbero avere qualche effetto positivo nel medio-lungo e non nel breve termine. In un post precedente ho cercato di spiegare come ai complessi meccanismi dell’output gap e del deficit strutturale e non mi pare che l’Italia si troverà nelle condizioni migliori per potere invocare maggiore flessibilità per il fondamentale motivo che negli ultimi anni ha tagliato gli investimenti che avrebbero potuto accrescere il gap tra la crescita effettiva e quella potenziale e, di conseguenza, la flessibilità. A mio giudizio, si tratta di conti fatti senza l’oste e di annunci programmatici campati in aria per recuperare consenso a fronte del calo di popolarità di cui soffre il grande rottamatore.
Alcuni hanno scritto anche che l’annuncio possa essere stato un diversivo per distrarre le masse dal caso Roma e da quello di Palermo dove il partito democratico si trova in grosse difficoltà perché se manda a casa Marino e Crocetta rischia di favorire l’ulteriore successo del Movimento 5 stelle e se li mantiene al potere rischia comunque di perdere ulteriori consensi. Si tratta di situazioni veramente difficili e complesse. Personalmente non ritengo che questa argomentazione sia fondamentale per spiegare l’uscita disinvolta di Renzi. Dico che tale discorso mi ricorda le discussioni ferragostane, le grandi riflessioni sotto l’ombrellone, che politici e commentatori facevano dopo che il governo, in fretta e in furia, aveva pubblicato il Documento di programmazione economica e finanziaria. Sarebbe quindi stato molto più serio da parte di Renzi aspettare la Nota di aggiornamento al Documento economia e finanza atteso per settembre per avere un quadro della situazione economica e finanziaria più aggiornato e prendere decisioni più meditate. E non al ritorno di un viaggio in Africa dove si è meritoriamente occupato di altri problemi.
Trovo a dir poco disinvolta l’idea dei suoi esperti che uno sgravio fiscale strutturale si possa finanziare con i margini di flessibilità eventualmente strappati alla Troika. In altre parole, si finanzierebbero gli sgravi con un maggiore indebitamento. Una tale misura sarebbe una plateale violazione del principio del pareggio di bilancio e, in teoria, della golden rule che prescrive l’indebitamento solo per finanziare investimenti direttamente produttivi. Se questo è vero – come è vero – allora Renzi e il suo ministro dell’economia e delle finanze dovrebbe battersi non per avere qualche miliardo in più da una gestione più flessibile delle regole di bilancio ma per la golden rule. Ma sottili lingue biforcute difendono la proposta di Renzi di abrogare l’imposta sulla prima casa dicendo che questa rappresenta il risparmio degli italiani e che esso va protetto perché è condizione necessaria per potere rilanciare gli investimenti. Si tratta di un’argomentazione fasulla intanto perché detto risparmio non è liquido e solo se si verifica un effetto ricchezza che dipende dal mercato immobiliare, può spingere gli italiani a spendere di più. Se la ripresa è stentata e debole sono più efficaci gli investimenti diretti da parte dell’operatore pubblico anche a livello locale. Ma se si taglia la maggiore fonte di entrata dei comuni questi investiranno sempre meno per la manutenzione delle strade, l’edilizia popolare e l’arredo urbano. Ma la Confcommercio è corsa subito in soccorso del governo sostenendo che a livello di finanza locale ci sarebbero 73 miliardi di sprechi e che 23 di questi sono eliminabili senza nessuno effetto depressivo sulla domanda. A me i numeri di Confcommercio non sembrano credibili.
Altri esegeti ed apologeti della rivoluzione fiscale di Renzi giustificano la proposta come strumento per rompere la maledizione delle socialdemocrazie del XXI secolo secondo cui la sinistra europea non può vincere senza fare i conti con la questione fiscale e con il modello sociale europeo. Dopo otto anni, i socialdemocratici sono tornati al governo della Svezia e i loro predecessori si sono ben guardati dallo smantellare il welfare state. E la Svezia insieme all’Austria, la Francia, il Belgio, la Danimarca hanno una pressione tributaria ben più alta di quella italiana. Non ci si rende conto che la pressione fiscale – a parte gli sprechi o l’uso improprio che i politici corrotti fanno della spesa pubblica – è una questione fondamentale di democrazia che trova il suo fondamento economico nella tendenza storica all’aumento della spesa pubblica. In altre parole, al crescere del reddito medio pro-capite i cittadini elettori vogliono consumare non solo più beni privati ma anche più beni pubblici. Sostenere che essi vogliano consumare solo più beni privati è falso – senza trascurare che il soddisfacimento di certi bisogni pubblici con beni pubblici quasi sempre è più economico ed efficiente che farlo con finanziamenti privati attraverso le assicurazioni. Sul caso sanità, le statistiche dell’OCSE dimostrano che la sanità Usa costa il doppio della media dei paesi OCSE in cui prevalgono i sistemi pubblici di finanziamento.
In conclusione se Renzi vuole affrontare direttamente e più efficacemente il rilancio della crescita e dell’occupazione dovrebbe intervenire con un massiccio programma pluriennale di investimenti pubblici e non con la agevolazioni e i sussidi alle imprese e alle famiglie i cui risparmi eventualmente e dopo l’intermediazione bancaria si tradurrebbero in maggiori investimenti privati.
Sulla questione fiscale ieri è intervenuto saggiamente il governatore della Banca d’Italia Ignazio Visco cercando di scoraggiare la proposta. Il problema è la produttività che non cresce da un quarto di secolo. L’Italia in pratica è nella c.d. stagnazione secolare. Se vuole sostenere la crescita l’Italia deve investire massicciamente nel capitale umano, nel capitale fisico e nell’organizzazione del lavoro; deve investire in ricerca e sviluppo e deve promuovere una grande ristrutturazione del suo sistema produttivo non esposto alla concorrenza internazionale. Inganna se stesso e la gente se pensa che l’efficienza della pubblica amministrazione possa migliorare semplicemente con i tagli o reintroducendo obsoleti criteri di gerarchia. Si tratta di compito estremamente complicato e difficile che implica una programmazione a medio e lungo termine. Abbassare le tasse è ricetta semplicistica. Quando lo fece Reagan negli USA degli anni ’80, lasciò un debito pubblico più grande di quello che aveva trovato. Speriamo che Renzi voglia ascoltare sagge raccomandazioni di Visco e non quelle dei suoi cortigiani e adulatori.

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Le prospettive economiche della Grecia dopo l’accordo.

È stato raggiunto l’accordo tra le istituzioni europee e la Grecia . L’accordo è stato approvato dal Parlamento greco la notte del 15 u.s.. Il 17 luglio l’accordo è stato “ratificato” anche dal Parlamento tedesco. Nei giorni scorsi si sono succeduti una serie di valutazioni negative sulla bontà di detto accordo imposto alla Grecia dai falchi del Consiglio europeo. Grazie all’azione congiunta degli Stati Uniti e della Francia, fiancheggiati anche dall’Italia e dall’Austria, è stata sconfitta la proposta dei falchi tedeschi che volevano la Grecia fuori dalla zona euro. Tale azione, subito dopo, si è tradotta soprattutto nella chiara presa di posizione del FMI secondo cui è comunque necessario un taglio sostanziale del debito greco perché esso possa avere una qualche probabilità di diventare sostenibile. In pratica, solo dopo avere firmato l’accordo capestro, il governo greco – fin qui sulla carta – ha ottenuto quello che aveva chiesto precedentemente.
Apprezzo molto la presa di posizione del FMI, ora appoggiata anche dalla BCE, ma la mia tesi è che, con o senza il taglio, il residuo debito greco resta insostenibile se con altre misure (anche di necessarie riforme dei Trattati) non si riesce a rilanciare la crescita economica in Grecia – come del resto in Italia – in modo sostenuto e sostenibile. Cito solo la Grecia e l’Italia perché questi due paesi membri (d’ora in poi: PM) dell’eurozona hanno il primo e secondo posto per la dimensione del debito pubblico, ma ci sono altre situazioni analoghe.
In teoria, infatti, non c’è un limite assoluto al debito pubblico – come dimostra il caso del Giappone – se le risorse raccolte con l’indebitamento vengono utilizzate per migliorare l’efficienza allocativa e la produttività del fattori (capitale e lavoro). Inoltre il vero vincolo stupido dei Trattati (Maastricht, Fiscal Compact e Regolamenti annessi e connessi) non riguarda nello specifico il debito pubblico. Riguarda il deficit corrente che impropriamente contabilizza anche le spese in conto capitale. In realtà nel Trattato di Maastricht, per il debito c’è anche il vincolo del 60% individuato come media dei PM virtuosi sul finire degli anni ottanta e l’inizio degli anni novanta del secolo scorso. Tale vincolo ormai è superato dalla nuova media che si colloca al 92,5% del PIL ma il problema è che la dinamica del debito viene governata attraverso il contenimento del deficit corrente aggiustato per il ciclo e l’output gap. In modo molto semplificato, chiarisco che l’output gap è la differenza tra il tasso di crescita effettiva di un’economia e la crescita potenziale che si potrebbe realizzare se tutti i fattori produttivi fossero appropriatamente e pienamente utilizzati alla produttività data. L’output gap viene utilizzato come variabile strumentale per aumentare o ridurre la flessibilità rispetto all’obbligo di rispettare il vincolo del 3% sul deficit c.d. strutturale. In pratica, più alto è l’output gap e maggiore è la flessibilità che la famigerata Troika può dare ai PM in difficoltà. Senonché , secondo le regole del Fiscal Compact, del Two Pack e del Six Pack, per i PM in difficoltà si determina un circolo vizioso, per cui l’output gap si riduce nei limiti in cui il paese non può fare investimenti per via delle regole del Fiscal Compact, mentre esso si allarga per i paesi che hanno margini per aumentare gli investimenti, l’efficienza e la produttività. A parte le differenze statistiche che emergono nei calcoli delle diverse variabili in gioco nel definire il deficit strutturale aggiustato, i moltiplicatori e quant’altro, dette regole stanno mostrando la corda e, se applicate in maniera rigida, portano più ad una divaricazione crescente che alla convergenza delle economie dei PM: quelli più virtuosi diventano sempre più efficienti mentre quelli in ritardo vedono aumentare le distanze dai primi. Per questi motivi, il vero problema della Grecia e dell’Italia non è austerità si o austerità no. In primo luogo, bisogna battersi per la modifica delle regole che devono consentire la c.d. Golden rule, ossia, la non contabilizzazione nel deficit corrente e/o strutturale degli investimenti in conto capitale. Questo consentirebbe di mantenere l’austerità ossia le gestione più rigorosa solo per la spesa pubblica corrente (anche attraverso una seria spending review) e permetterebbe ai governi di indebitarsi per sostenere la crescita. Solo in questo modo sarebbe maggiormente fattibile risanare i conti pubblici senza compromettere il processo di accumulazione salvaguardando in questo modo correttamente gli interessi delle future generazioni.
Oltre quaranta anni di tentativi ci dicono che l’Italia non è riuscita a fare una serie revisione della spesa e sono prevalsi in fatto i c.d. tagli lineari che non migliorano l’efficienza allocativa complessiva. Figuriamoci la Grecia che negli ultimi due decenni sembra avere utilizzato la spesa corrente per sostenere l’occupazione nel settore pubblico e la domanda interna . Negli ultimi anni l’Italia ha rispettato in media il vincolo del 3% ma sacrificando la crescita del reddito e aggravando la situazione dell’occupazione.
E veniamo ai problemi dell’economia reale. C’è un punto fondamentale connesso al discorso sull’Unione economica e monetaria su cui si è molto discettato nelle ultime settimane senza cogliere un aspetto molto critico dell’attuale meccanismo di sviluppo. Si è detto che né la Grecia né l’Italia avrebbero dovuto aderire alla moneta unica perché le loro strutture economiche erano troppo squilibrate. Alcuni commentatori non si rendono conto che se per costruire una moneta unica si dovessero preventivamente armonizzare le strutture economiche una moneta comune non nascerebbe mai. Singolare la storia del dollaro la cui circolazione viene fatta risalire al 1690 prima della rivoluzione americana e poi autorizzata dal Congresso continentale il 6 luglio 1785, prima che fosse approvata nel 1787 la Costituzione degli Stati Uniti. In contesti sovranazionali, lo scopo fondamentale di una moneta comune è quello di facilitare il commercio interstatale e la circolazione delle persone. La Francia, l’Inghilterra, l’Italia e la Germania non sarebbero state mai unificate né politicamente né monetariamente se avessero dovuto superare preliminarmente gli squilibri economici tra le diverse regioni. Si è citata al riguardo la teoria dell’ottima area valutaria che è analoga al modello della concorrenza perfetta, senza rendersi conto che dette teorie sono, in ultima analisi, modelli per pensare. Questi servono per valutare quanto il reale funzionamento dei sistemi economici concreti si allontani da certi modelli teorici – supposto che questi ultimi non siano del tutto astratti e/o inadatti a cogliere la complessità del reale. Il modello dell’ottima area valutaria prevede un sistema di trasferimenti ma la Germania e la stragrande maggioranza dei PM che la seguono non vogliono massicci trasferimenti né di tipo solidale né compensativo. E quelli che ci sono già sono insufficienti.
È un fatto che all’interno di un singolo paese, di una vasta area integrata, oggi dell’economia globalizzata, i capitali affluiscono nelle zone centrali dove i rendimenti sono più sicuri e in media maggiormente produttivi. Lo spread tra il titolo decennale tedesco e gli analoghi titoli dei PM euromediterranei consente alla Germania finanziamenti abbondanti e a bassi tassi di interesse; viceversa è vero per i paesi periferici in cui i rischi sono più alti e la produttività di norma è più bassa. Ma i rischi più alti implicano interessi più alti e, quindi, una riduzione degli investimenti che si possono finanziare. Dal 1973 la Comunità europea gestisce una politica regionale del tutto insufficiente ad affrontare e ridurre i divari territoriali e, meno che mai, a promuovere la coesione economica e sociale.
Negli ultimi sei mesi il governo greco si è battuto in modo incerto e confuso ma con tutte le sue forze per una modifica radicale delle politiche economiche e finanziarie portate avanti dalla maggioranza dei governi di centro-destra dell’eurozona. Molti si sono illusi che ce la potesse fare da solo. Il governo italiano si è comportato in maniera levantina schierandosi a fasi alterne con la Germania e con la Grecia. A quest’ultima , a cui alcuni rimproverano comportamenti levantini, a mio giudizio, va l’onore delle armi per il tentativo insistito e solitario di cambiare una politica economica e finanziaria sbagliata e per avere evidenziato tutti i limiti e difetti della c.d. governance europea. Nella sua ottusità, quest’ultima non si rende conto che il paradigma tecnocratico e autoritario creato da Maastricht (coordinamento semiautomatico delle politiche economiche e finanziarie attraverso parametri anche stupidi) sta promuovendo l’allargamento dei divari economici e territoriali tra le aree centrali e quelle periferiche. Nel Trattato sul funzionamento dell’Unione europea (2009) è detto solennemente nel Titolo XVIII e nel Protocollo n. 28 che l’Unione ha competenza concorrente in materia di coesione economica, sociale e territoriale e adotterà tutte le misure necessarie per promuoverla. Senza e, ancor più, con la moneta comune la situazione è peggiorata. Se il problema greco e, in misura minore, quello italiano è la ristrutturazione di tutto il sistema economico, è chiaro che il piano triennale su cui è stato raggiunto l’accordo è solo una risposta parziale. Nel piano non c’è traccia delle politiche industriali che il governo dovrebbe adottare nei diversi settori. Servirebbe un piano a medio-lungo termine (decennale) ed una economia rigorosamente programmata. Purtroppo la questione non è ancora all’ordine del giorno.

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Inappropriato salmodiare sulla democrazia greca.

Parlare di ritorno alla democrazia nel caso del referendum greco è a dir poco inappropriato. Si può guardare al fatto da due punti di vista. Da quello interno (della Grecia) e allora si dovrebbe tener conto, da un lato, che è difficile pensare che ogni programma di politica economica debba essere sottoposto a votazione diretta da parte degli elettori. Specialmente in questo caso bisogna tener conto che le elezioni politiche che hanno dato a Syriza il compito di formare il governo sono avvenute appena sei mesi fa, nel gennaio 2015, e che il programma portato avanti in questi sei mesi è sostanzialmente lo stesso. Il problema è che Syriza ha fatto promesse che difficilmente avrebbe potuto mantenere: ha fatto i conti senza l’oste. E la condotta delle trattative non è stata la migliore per colpa di entrambe le parti. Quindi convocare un referendum appena sei mesi dopo l’insediamento del governo può essere interpretato come un segno di debolezza da parte di una dirigenza inesperta e avventuristica. Salmodiare sul valore democratico del referendum può essere visto anche come un sottoprodotto di certo populismo demagogico.
Il governo greco sapeva che si sarebbe trovato a trattare con Istituzioni europee dominate da governi a maggioranza di centro-destra e con programmi di ispirazione neo-liberista. Che poi non abbia raccolto l’appoggio di governi di centro-sinistra come quelli francese e italiano dipende, in parte, dalla sua inesperienza e, in parte, dalla resistenza di questi governi non disponibili a schierarsi frontalmente contro la Germania.
Ma sostenere che il governo greco è il solo legittimato da una scelta referendaria non può significare che gli altri governi dei Paesi membri (PM) dell’eurozona siano privi di legittimazione democratica. Inoltre c’è un punto che non mi sembra sia stato toccato dai commentatori degli ultimi giorni. Il governo greco è a un tempo componente del Consiglio europeo e governo della Grecia (una regione piccola dell’Unione). Le politiche economiche adottate dal Consiglio europeo non possono essere capovolte da un referendum di un PM al di là della legittimità – e non solo della opportunità – di un simile atto. Infatti, bisogna ricordare che i referendum in materia fiscale non sono ammessi in molti ordinamenti e, per analogia, lo stesso criterio vale per le scelte di politica economica in generale. Si tratta di materia molto complessa per la quale chiedere agli elettori una risposta positiva o negativa comporta un eccesso di semplificazione sempre di sapore demagogico.
Diverso il discorso sulle conseguenze dolorose di una scelta di politica economica imposta a colpi di maggioranza. A mio giudizio, si sta facendo strada l’idea di processare le autorità di politica economica che applicando ottusamente scelte economiche sbagliate causino danni enormi in termini di perdita di reddito, di posti di lavoro, di riduzione dei diritti sociali, ecc.. Vedi sul punto Wolfgang Munchau in Corriere della Sera del 7 luglio u.s..
Diverso ancora è il discorso sulle procedure decisionali europee che ormai da decenni evidenziano un grave deficit democratico. Intanto c’è una verticalizzazione di detto processo che alcuni ritengono inevitabile ma altri condannano perché lascia ampi spazi decisionali ad Autorità amministrative c.d. indipendenti, ma senza diretta legittimazione democratica. Sappiamo che a livello europeo c’è una deriva tecnocratica e tendenzialmente autoritaria già evidenziata e stigmatizzata da diversi politologi e commentatori. Vedi da ultimo le illuminanti considerazioni di Papa Francesco nella Enciclica “Laudato sì”: “Non si può pensare di sostenere un altro paradigma culturale e servirsi della tecnica come di un mero strumento, perché oggi il paradigma tecnocratico è diventato così dominante, che è molto difficile prescindere dalle sue risorse, e an¬cora più difficile è utilizzare le sue risorse sen¬za essere dominati dalla sua logica.
Il paradigma tecnocratico tende ad eser¬citare il proprio dominio anche sull’economia e sulla politica. L’economia assume ogni sviluppo tecnologico in funzione del profitto, senza pre¬stare attenzione a eventuali conseguenze negati-ve per l’essere umano. La finanza soffoca l’eco¬nomia reale. Non si è imparata la lezione della crisi finanziaria mondiale e con molta lentezza si impara quella del deterioramento ambientale. ……”.
Personalmente ritengo che le istituzioni europee che lasciano più a desiderare sono il Consiglio europeo dove siedono i capi di Stato e di governo che non sono eletti per rappresentare gli interessi generali di tutti i PM ma, inevitabilmente, sono portatori, in prima istanza, degli interessi generali o delle sole maggioranze all’interno dei loro paesi. Anche la Commissione europea – embrione di un governo federale – soffre dello stesso difetto di composizione. Ogni commissario rappresenta un paese. Per consuetudine la presidenza è stata affidata spesso a rappresentanti di Paesi piccoli e deboli. E questo ha contribuito a trasformare la Commissione in una sorta di Ufficio studi per conto del Consiglio europeo. Da ultimo c’è stata la designazione diretta del candidato alla Presidenza della Commissione ma tale procedura non mi sembra abbia portato ad un salto di qualità nel ruolo di un organo che dovrebbe essere l’interlocutore diretto del Parlamento europeo.
Proprio perché non si voleva un vero e proprio governo europeo, nel 1992 nel Trattato di Maastricht si scelse un coordinamento delle politiche economiche attraverso dei parametri che ora sono ampiamente superati anche perché dal 2008 è intervenuta una crisi prima finanziaria e poi economica molto più grave di quella del 1929. Il monitoraggio del rispetto dei parametri e del coordinamento delle politiche economiche avviene ad opera della tecnocrazia di Bruxelles e di Francoforte sul Meno per cui agli stessi politici sono lasciati margini ristretti di discrezionalità. Per fare un esempio, l’Italia rispetta il vincolo del 3% sul deficit e, quindi, non può indebitarsi per fare investimenti pubblici. Con l’allentamento monetario, adottato con cinque anni di ritardo, c’è un mare di liquidità ma i governi dei PM euromediterranei non possono mobilitarla emettendo nuovo debito pubblico. Non possono finanziare lavori pubblici, ricerca e innovazione , investire nel capitale umano e nell’organizzazione del lavoro. Questo vale per la Grecia e per l’Italia le cui economie stagnano da circa un quarto di secolo. L’Italia avrebbe avuto interesse a non firmare il Fiscal Compact nel 2012 ma il Prof. Monti era ideologicamente in pieno accordo con la Merkel. Il governo Renzi avrebbe dovuto chiedere la revisione di quelle normative nell’inverno 2014 ma non lo ha fatto perché ha giocato le sue carte sulla flessibilità sull’applicazione dei parametri. I risultati sono sotto gli occhi di tutti e, democraticamente, ognuno può pensarla come vuole.
Come ho detto, negli ultimi sei mesi il governo greco si è battuto in modo incerto e confuso ma con tutte le sue forze per una modifica radicale delle politiche economiche e finanziarie portate avanti dalla maggioranza dei governi di centro-destra. Molti si sono illusi che ce la potesse fare. Il governo italiano si è comportato in maniera levantina schierandosi a fasi alterne con la Germania e con la Grecia. A quest’ultima , a cui alcuni rimproverano comportamenti levantini, a mio giudizio, va l’onore delle armi per il tentativo confuso e solitario di cambiare una politica economica e finanziaria sbagliata e per avere evidenziato tutti i limiti e difetti della c.d. governance europea. Nella sua ottusità quest’ultima non si rende conto che il paradigma tecnocratico creato da Maastricht sta promuovendo l’allargamento dei divari economici e territoriali tra aree centrali e quelle europee. Nel Trattato sul funzionamento dell’Unione europea è detto solennemente che l’Europa assicura la coesione economica e sociale dei diversi PM. Senza e con la moneta comune la situazione è peggiorata. La questione non è all’ordine del giorno.

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La Grecia dopo il referendum

Ha vinto il no. Ha vinto Tsipras e ha perso la Merkel. Magari le cose fossero così semplici. Da ultimo il governo greco ha chiesto una ristrutturazione del suo debito pubblico nell’ordine del 30%; inoltre ha chiesto ripetutamente il cambio della politica economica dell’austerità. Secondo me, è questo l’obiettivo o che conta di più. Un obiettivo che va meglio precisato e che in teoria potrebbe raccogliere un consenso maggiore di quello che si può ottenere su un ulteriore taglio del debito pubblico dopo i primi due e dopo che, negli anni scorsi, tale misura è stata negata ad altri paesi membri (PM) in condizioni analoghe. A parte il debito in mano alla BCE che non può essere ristrutturato secondo Statuto, il motivo che mi porta a questa conclusione é che, con o senza tagli più o meno consistenti, il residuo debito pubblico rimane non sostenibile se l’economia non riprende il sentiero di una crescita sostenuta e sostenibile.
In teoria non c’è un limite assoluto al debito pubblico – come dimostra il caso del Giappone – se le risorse raccolte vengono utilizzate per migliorare l’efficienza allocativa e la produttività del fattori. Ma il vincolo stupido dei Trattati (Maastricht, Fiscal Compact e Regolamenti annessi e connessi) non riguarda nello specifico il debito pubblico. Riguarda il deficit corrente che impropriamente contabilizza le spese in conto capitale. In realtà nel Trattato di Maastricht c’è anche il vincolo del 60% individuato come media dei PM virtuosi sul finire degli anni ottanta e l’inizio degli anni novanta del secolo scorso. Tale vincolo ormai è superato dalla nuova media che si colloca al di sopra del 90% ma il problema è che la dinamica del debito viene governata attraverso il contenimento del deficit corrente aggiustato per il ciclo e l’output gap. In modo molto semplificato chiarisco che l’output gap è la differenza tra il tasso di crescita effettiva di un’economia e la crescita potenziale che si potrebbe realizzare se tutti i fattori produttivi fossero appropriatamente utilizzati alla produttività data. Output Gap viene utilizzato come variabile strumentale per aumentare o ridurre la flessibilità rispetto all’obbligo di rispettare il vincolo del 3% sul deficit. In pratica più alto è l’output gap e maggiore è la flessibilità che la famigerata Troika può dare ai PM in difficoltà. Senonché , secondo le regole del Fiscal Compact, del Two Pack e del Six Pack, per i PM in difficoltà si determina un circolo vizioso, per cui l’output gap si riduce nei limiti in cui il paese non può fare investimenti mentre si allarga per i paesi che hanno margini per aumentare gli investimenti, l’efficienza e la produttività. A parte le differenze statistiche che emergono nei calcoli delle diverse variabili in gioco nel definire il deficit strutturale aggiustato, i moltiplicatori e quant’altro, dette regole stanno mostrando la corda e, se applicate in maniera rigida, portano più ad una divaricazione crescente che alla convergenza delle economie dei PM. Per questi motivi, il vero problema della Grecia e dell’Italia non è austerità si o austerità no. In primo luogo, bisogna battersi per la modifica delle regole che devono consentire la c.d. Golden rule, ossia, non contabilizzare nel deficit corrente gli investimenti in conto capitale. Questo consentirebbe di mantenere l’austerità ossia le gestione più rigorosa della spesa pubblica corrente attraverso una seria spending review. Finora l’Italia non è riuscita a farla e sono prevalsi i c.d. tagli lineari che non migliorano l’efficienza allocativa complessiva. Negli ultimi anni l’Italia ha rispettato in media il vincolo del 3% ma sacrificando la crescita del reddito e aggravando la situazione dell’occupazione. L’Italia ha l’accesso ai mercati ma non può indebitarsi per fare investimenti pubblici. Con l’allentamento monetario della BCE , assunto con 5 anni di ritardo, c’é un mare di liquidità ma questa non può essere utilizzata da i Pm euromed che ne avrebbero maggior bisogno. Meno che mai dalla Grecia. Entrambi i paesi hanno bisogno di un programma di massicci investimenti pubblici che possano sostenere l’occupazione e trainare anche quelli privati. L’Italia conserva l’accesso al mercato del debito pubblico e basterebbe una deroga che attui la golden rule per potere procedere. La Grecia paga tassi insostenibili e perderebbe ogni accesso ai mercati se non si raggiunge un accordo di medio lungo termine perché deve ristrutturare non solo il debito pubblico ma tutta l’economia. Alla Grecia serve un piano straordinario del tipo Piano Marshal che preveda massicci investimenti pubblici e privati in grado di recuperare il 25% del PIL perduto, aumentare consistentemente l’occupazione e rovesciare il trend storico dalla divergenza alla convergenza con le economie degli altri PM. La Grecia – come del resto altri PM c.d. periferici – non può fare questo da sola. Come è stato proposto nel 2011-12 intanto si potrebbero anticipare alla Grecia tutti i fondi strutturali che le spettano dal bilancio comunitario 2014-2020, riservare una quota consistente degli investimenti della Banca europea degli investimenti e del Piano Juncker. E non basta. La Grecia non può pagare interessi che incorporano uno spread ben al di sopra del 10%. Bisogna consentirle di emettere debito con una garanzia comunitaria da approntare subito. Non si tratterebbe di trasferimenti solidali a fondo perduto. Si tratta di trasferimenti compensativi per superare handicap straordinari che si sono determinati non solo per la cattiva gestione dei governanti degli ultimi decenni ma anche per la inadeguatezza dei meccanismi che regolano il grande mercato unico e non solo la moneta unica. Se in 58 anni di mercato comune, non poche economie periferiche non convergono e se la disciplina della moneta unica sta aggravando la situazione , bisogna sottoporre a revisione tutta l’attuale governance politica ed economica se l’Unione vuole essere inclusiva e non cominciare a perdere pezzi.

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L’ecologia integrale di Papa Francesco

La terra è la casa di tutti gli essere umani, di tutti gli animali e dei vegetali. È questo il presupposto fondamentale dell’ecologia integrale che tutti gli uomini di buona volontà devono assumere.
Afferma Papa Francesco che “se teniamo conto che anche l’essere umano è una creatura di questo mondo, che ha diritto a vivere e ad essere felice, e inoltre ha una speciale dignità, non possiamo tralasciare di considerare gli effetti del degrado ambientale, dell’attuale modello di sviluppo e della cultura dello scarto sulla vita delle persone”.
Speciale dignità, speciale responsabilità individuale e sociale. Le frasi che riportiamo sono citazioni dal paragrafo rubricato deterioramento della qualità della vita umana e degrado sociale. Il degrado ambientale è anche degrado sociale che è generato dall’attuale modello di sviluppo che non produce spontaneamente un “rapporto armonioso” tra crescita economica e miglioramento dell’ambiente. Anzi non di rado la prima viene collegata anche alla produzione di diseconomie esterne di cui le imprese e i governi non si danno carico.
Continua Papa Francesco: “Oggi riscontriamo, per esempio, la smisurata e disordinata crescita di molte città che sono diventate invivibili dal punto di vista della salute, non solo per l’inquinamento originato dalle emissioni tossiche, ma anche per il caos urbano, i problemi di trasporto e l’inquinamento visivo e acustico. Molte città sono grandi strutture inefficienti che consumano in eccesso acqua ed energia. Ci sono quartieri che, sebbene siano stati costruiti di recente, sono congestionati e disordinati, senza spazi verdi sufficienti. Non si addice ad abitanti di questo pianeta vivere sempre più sommersi da cemento, asfalto, vetro e metalli, privati del contatto fisico con la natura”.
Il riscaldamento causato dall’enorme consumo di alcuni Paesi ricchi ha ripercussioni nei luoghi più poveri della terra, specialmente in Africa, dove l’aumento della temperatura, unito alla siccità, ha effetti disastrosi sul rendimento delle coltivazioni.
In queste frasi, come in altre che ricorrono nel documento, si esprime la visione dell’interdipendenza tra la natura, l’ambiente e l’uomo, tra l’economia e l’ambiente, tra il modello di sviluppo economico e sociale e la natura. Non è vera l’equazione che alcuni fanno tra crescita economica e crescita civile della società. Anzi prevale il contrario. Alla crescita di alcuni corrisponde l’impoverimento di altri. Un’interdipendenza totale tra destino della natura e destino dell’uomo via via che ci avviciniamo pericolosamente all’esaurimento di certe risorse come l’acqua e l’aria pulita.
A fronte delle diseguaglianze crescenti non solo all’interno dei paesi poveri ma anche di quelli ricchi, a fronte del global warming e del degrado sociale, serve una ecologia integrale. Serve quella che Papa Francesco chiama una “conversione ecologica” ma che, in realtà, è una vera rivoluzione culturale, economica e sociale.
Rispettare l’ambiente, curarlo, evitarne il degrado, ridurre il riscaldamento globale non è opera facile, alla portata dei governi nazionali.
Si tratta di un bene pubblico globale per eccellenza per il quale servirebbe un’autorità planetaria, un governo mondiale che si desse carico anche delle diseconomie esterne che certe attività produttive creano. Purtroppo siamo ben lontani dall’averne una in grado di affrontare un simile problema. Da alcuni decenni, in alcuni paesi, si è affermato il principio “chi inquina paga”, ma la sua applicazione non è rigorosa e coerente neanche nei paesi dove la cultura ecologica è relativamente più sviluppata.
Serve anche una nuova cultura politica, economica ed ecologica che sappia affrontare a livello globale non solo i problemi dell’equità verticale ed orizzontale ma anche quelli intergenerazionali. La casa comune, la “sorella terra” non appartiene solo alle generazioni presenti ma anche a quelle future e le generazioni presenti hanno delle precise responsabilità rispetto a quelle future.
Papa Francesco è pienamente consapevole che “non disponiamo ancora della cultura necessaria per affrontare questi problemi” e, tuttavia, non si ferma e non resta li a guardare. Il suo messaggio è un monito e, a un tempo, un forte incitamento ad agire non solo per i governanti ma anche per i governati del mondo intero.

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