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Archivio Ottobre 2015

I metalmeccanici e l’Italia 1968-76

31 Ottobre 2015 Nessun commento

La presente recensione è il testo rivisto e integrato della presentazione a Bari Facoltà di Giurisprudenza (9 ottobre 20159) del libro di Antonio Maglie, 1969-1972: La metamorfosi della UILM. Seconda edizione aggiornata, Fondazione Bruno Buozzi, iQuaderni, 10, Tipolitografia Empograph, Roma, settembre 2015.
Sono un economista e come tale poco adatto a un libro che tratta l’evoluzione interna di un sindacato di categoria come quello dei metalmeccanici UIL nel periodo 1969-76, in realtà, su un periodo molto più esteso prima e dopo l’Autunno caldo. Da sempre vicino al sindacato, devo precisare che, per lo più, ho collaborato con le Confederazioni sui temi della politica economica e finanziaria nazionale e sovranazionale e, da vicino, ho seguito solo il sindacato scuola-università in ragione della mia qualifica di docente universitario.
Il libro è scritto in maniera brillante ed approfondisce in modo penetrante gli aspetti oggettivi e soggettivi della metamorfosi della UILM. Altre personalità presenti alla manifestazione di Bari hanno potuto meglio di me entrare nel merito. Io ho cercato di limitare le mie valutazione sui contenuti, sugli obiettivi della politica dei metalmeccanici cercando di metterli in relazione al contesto politico ed economico di quel periodo post-1968, ad un tempo, tragico, travagliato ed esaltante. Preciso che questi agganci al contesto esterno ci sono nella narrazione di Antonio Maglie, io ne approfondisco alcuni. L’Autore è uomo di grande cultura e ha saputo inquadrare l’evoluzione della UILM nel contesto storico del dopoguerra specialmente dagli inizi degli anni ’60 sino alla seconda metà degli anni ’70. Ma non manca di elencare i problemi degli anni ’50: ritmi lavorativi sempre più intensi, luoghi di lavoro insalubri e pericolosi; l’alienazione della catena di montaggio; l’organizzazione autoritaria, repressiva e punitiva del lavoro; alti costi delle abitazioni; un’assistenza che penalizzava e lasciava fuori i più deboli; una previdenza non universale; ecc..
Le prime radici della metamorfosi dei metalmeccanici della UIL si collocano nella fase dell’apertura a sinistra (al PSI) dei primi anni ’60 grazie al rinnovamento dei quadri e alla presa di coscienza di molti lavoratori meridionali. Da qui nasce la grande stagione contrattuale dei primi anni ’60 e la fine della cosiddetta desistenza costituzionale come Calamandrei ha definito il periodo post 1948. Il grande giurista ha scritto che la Costituzione resta un pezzo di carta inerme se non trova la gente che la fa vivere e/o le gambe per farla camminare. Agli inizi degli anni ‘60, si registrano non solo gli scioperi per i contratti ma anche quelli politici contro il governo Tambroni. Il programma del Centro-sinistra che si va delineando è per molti versi la ripresa del discorso dell’attuazione della Costituzione. L’episodio di Piazza Statuto a Torino (luglio 1962) che Antonio Maglie valorizza, si inquadra anche in quel contesto. Si erano aperti nuovi spazi di libertà e l’UILM li coglie prontamente. Partono le spinte unitarie anche se restano ancora altre divisioni. Si fanno degli accordi separati che Giorgio Benvenuto valuta come un errore. Si registrano i colpi di coda della repressione poliziesca, i licenziamenti, ecc.. ma il movimento va avanti. Ci fu il primo comunitario unitario CGIL-CISL-UIL e lo sciopero generale dell’8-02-1963.
C’era stato il miracolo economico e la classe operaia ne aveva pagato i costi. Con i contratti di quegli anni, i lavoratori si prendevano quello che spettava loro. Sappiamo che ci furono conseguenze non lievi sulla congiuntura economica con l’esplosione dei consumi, delle importazioni di auto e suppellettili per la casa e anche di carne. Poi ci fu la brusca frenata monetaria e creditizia della Banca d’Italia che premeva per mettere a posto le cose. C’era il rischio di una svalutazione della lira da cui ci salvarono gli americani sollecitati dal duo Colombo-Carli. L’azione degli americani non fu altruismo puro ma di interesse reciproco perché, in quella fase, la loro bilancia commerciale era in forte deficit e una lira svalutata avrebbe favorito le esportazioni italiane anche sul mercato USA aggravando la loro situazione.
Non mi soffermo, per ovvie ragioni di spazio, sulla crisi congiunturale del 1963-64 e, soprattutto, sulla crisi politica del governo Moro I del luglio 1964, sulle vicende del Piano Giolitti, sulla questione della delimitazione della maggioranza a sinistra imposta dagli americani e dalla maggioranza dorotea della DC; sul conseguente rinvio dell’attuazione delle regioni a statuto ordinario (RSO) e della riforma della Pubblica amministrazione; sul mancato ingresso di Giolitti nel governo Moro II e sulle attenuazioni delle spinte riformatrici di questo governo; e, non ultimo sui contratti del 1965-66; e sull’atteggiamento altalenante del movimento sindacale nei confronti della programmazione. Consentitemi di annunciarvi che è già in tipografia un Quaderno della Fondazione Giacomo Brodolini su quella stagione del Centro-sinistra da me curato e che contiene ampie analisi anche sulle vicende della politica dei redditi, della politica industriale, urbanistica e per il Mezzogiorno.
Ma anche nella parte centrale degli anni ’60 continua il rinnovamento non solo generazionale ma anche culturale dei quadri sindacali che rivendicano maggiore autonomia e partecipazione al processo decisionale e fanno avanzare il discorso delle incompatibilità tra militanza sindacale e quella politica. E questo andrà a riflettersi sui contenuti innovativi dei contratti del 1969, 1973 e 1976. Secondo me, l’evoluzione culturale non solo della UILM ma anche degli altri metalmeccanici e – perché no – anche di altri sindacati di categoria andava di pari passo e/o interagiva con il dibattito sugli obiettivi della programmazione economica, il ruolo delle riforme di struttura e, non ultimo, con il problema del recupero del ritardo nell’attuazione del Welfare State nel nostro Paese.
A p. 43 Maglie accenna alla questione della divisione dei compiti tra sindacato di categoria e Confederazioni, e a quella tra partiti e sindacati. Dice chiaramente che nella UIL non c’era cinghia di trasmissione e che questo era il vantaggio comparato della UILM. Il sindacato ne guadagnò in termini di autorevolezza. Non sono la persona adatta per fare valutazioni affidabili al riguardo ma mi sembra che anche allora non mancarono tentativi di questo o quel partito di influire sulle vicende interne di alcune Confederazioni. E tuttavia non solo la UILM ma anche il sindacato in generale seppe conquistarsi ampi spazi di autonomia non solo perché, nel frattempo, c’era stata la decisione sulle incompatibilità ma anche perché le ali più avanzate della maggioranza governativa chiedevano la collaborazione di un sindacato forte per potere vincere le resistenze all’interno della stessa maggioranza. E tutto è stato possibile perché da un lato c’era una forte spinta di base che voleva decidere sulle cose autonomamente, dall’altro, c’era una dirigenza sindacale che seppe recepire e guidare quelle istanze, che seppe incanalare anche la protesta studentesca su obiettivi generali come quelli delle riforme di struttura (fisco, casa, sanità, scuola, università, trasporti, previdenza, ecc.).
Sulle riforme di struttura vale la pena aprire una piccola parentesi. C’erano due letture di esse: una prima riformista di razionalizzazione dei servizi esistenti e di ampliamento dei diritti dei lavoratori e dei più deboli; una seconda sedicente rivoluzionaria secondo cui alcune riforme dovevano servire a superare il capitalismo ed avviare la transizione al socialismo. Questa linea creò delle illusioni specie tra i giovani che non avevano buona cognizione dei vincoli esterni all’interno dei quali doveva evolversi il sistema politico italiano. In ogni caso, le riforme di struttura del Centro-sinistra erano una cosa seria mentre quelle di oggi sono una pagliacciata tranne quelle sovrastrutturali riguardanti la disciplina giuridica del mercato del lavoro con le quali si mira proprio a ridurre i diritti conquistati negli anni di cui si occupa il libro di A. Maglie. In quegli anni non c’era più la guerra fredda ma, peggio ancora, c’era la guerra guerreggiata. Nel 1967 c’era stato il golpe dei colonnelli greci. L’Italia era l’unica democrazia nel Mediterraneo e la destra occidentale pensava che l’Italia fosse un’anomalia. Nel 1968 c’era stata la repressione della Primavera di Praga. Non era neanche pensabile che un Paese del blocco atlantico potesse transitare nel blocco sovietico e viceversa. Giustamente Maglie parla di “visioni oniriche” di chi pensava che qualcosa del genere fosse possibile. A conclusione dell’Autunno caldo, abbiamo la strage di P.za Fontana a Milano (12-12-1969) e da lì si scatena la strategia stragista. Nel 1969 a Washington governavano Nixon e Kissinger. Volevano chiudere con le buone o con le cattive la guerra del Vietnam e lanciavano bombe al napalm a non finire. Ricordo questi fatti storici di contesto per sottolineare come la metamorfosi della UILM, della FLM e di tutto il movimento sindacale – che, al confronto del presente, appare sempre più come l’età dell’oro del sindacato italiano – non avvenne in un contesto di “normalità” ma di grande trasformazione disordinata e contestata, di grande turbolenza politica interna ed internazionale, con il “golpe sempre in agguato” (G. Sabbatucci), a cui poi segue “il golpe invisibile” di G. Galli, che spiega meglio “il paese mancato” di G. Crainz. C’è proprio in quegli anni una sequenza di tentativi di colpi di Stato (Tambroni, De Lorenzo, Borghese, la rivolta di Reggio Calabria dal luglio 1970 al febbraio 1971 stoppata grazie anche all’impegno determinante del sindacato che ha saputo schierarsi dalla parte giusta a difesa della Repubblica e della sua Costituzione. C’erano non ultime le gerarchie militari che non erano entusiaste della partecipazione socialista al governo e, meno che mai, di quella comunista che si profilava all’orizzonte dopo che, nell’autunno del 1974, si era esaurito per contrasti interni tra Giolitti e La Malfa il resuscitato Centro-sinistra. Va ricordato che il segretario del PSI De Martino – già dall’ottobre 1970 – aveva enunciato l’idea dei nuovi equilibri avanzati e che, dopo le elezioni anticipate della Primavera del 1972, c’era stata l’aperta svolta a destra del governo Andreotti-Malagodi che non riuscì a reggere più di un anno. Eppure quella dirigenza sindacale seppe sbrogliarsela bene in mezzo a tante difficoltà e convulsioni.
Sui contenuti delle piattaforme rivendicative che, via via, si allargavano alle condizioni di vita fuori dai posti di lavoro e ai diritti civili e sociali c’è analisi approfondita di Maglie. Mi limito a sottolineare che sui diritti civili e sociali c’è primato della UILM che va riconosciuto. E tutti sanno quanto questo lavoro sia tuttora necessario in un Paese dove i diritti dei più deboli non sono garantiti. Torno sulla questione per collegarla all’altro punto sollevato dall’Autore sui rapporti tra Confederazioni e sindacati di categoria. Ecco nei limiti in cui l’Italia era in ritardo di almeno venti anni nell’attuazione del Welfare State, è chiaro che il sindacato doveva spingere per quelle riforme ed entrare in un rapporto dialettico con il governo. Da qui la necessità della concertazione che dal premier Renzi viene considerata un’eresia ma l’ex sindaco di Firenze e i suo corifei sbagliano se pensano di poter cambiare il paese da soli, senza il sindacato. Allora il sindacato imponeva la concertazione e spesso vinceva perché era unito o agiva in chiave unitaria mentre la maggioranza di governo era divisa. Negli ultimi 20 anni, i governi di centro-destra sono apparsi relativamente più compatti e sono riusciti almeno in parte a delegittimare il sindacato; sono riusciti soprattutto a dividerlo.
Certo rispetto alle aspettative, i risultati delle lotte di quegli anni non furono del tutto soddisfacenti. Ma quella stagione resta più altamente riformatrice. Basti pensare alle riforme portate a casa dal governo Colombo (fisco, Mezzogiorno, casa, urbanistica, salari, ecc.). Certo la questione meridionale non fu risolta ma è un fatto statisticamente documentato dall’Istat, dalla Svimez, da Giovanni Vecchi (In ricchezza e in povertà…,il Mulino, 2011) e altri che gli investimenti pubblici e privati nel Sud negli anni ’60 conobbero un’impennata come non si era mai vista prima e come, purtroppo, non si è più verificata dopo sino ad oggi. Ma l’aspetto più qualificante incorporato nelle rivendicazioni salariali fu l’egalitarismo con gli accorpamenti delle mansioni, gli aumenti uguali per tutti e il punto unico di scala mobile. La destra e le controparti criticarono aspramente quella politica sostenendo che si era andati troppo oltre. È certo che ci fu nella prima parte degli anni ’70 una crescita quantitativa e qualitativa della massa salariale. La quota del PIL attribuita al lavoro dipendente salì al 74,2% nel 1975 e l’indice di Gini che misura la diseguaglianza nella distribuzione del reddito scese dal 40 al 35%, di oltre il 10%. Un risultato senza precedenti. Secondo il Centro Studi Confindustria siamo tornati agli anni ’70 per il primo parametro ma le diseguaglianze sono fortemente aumentate. E sappiamo per altro verso che il fisco non riesce a redistribuire granché e quel poco che riesce a fare lo fa all’interno del recinto del lavoro dipendente.
Questo mi porta a riprendere un concetto che esplicitai per la prima volta nel 1972 in uno scritto incluso nel volume collettaneo “il futuro del sindacato” curato da Maria Luisa Astaldi. Nel mondo occidentale, nei sistemi liberaldemocratici, la determinazione del salario è compito delle parti sociali come dimostra ampiamente anche l’esperienza dei primi anni ’60 e ’70 e, soprattutto, quella degli altri Paesi occidentali. Le parti sociali sono autorità di politica economica e, che ne siano consapevoli o meno, esse concorrono in prima persona al governo della domanda aggregata; possono determinarne non solo l’incidenza sul PIL ma anche la composizione tra consumi ed investimenti come hanno fatto specialmente negli anni ’70 con le richieste di controllo degli investimenti e con il discorso più generale sul modello di sviluppo. Determinano e/o partecipano alla definizione della distribuzione primaria del reddito. Se la domanda langue, il sindacato ha una leva importante in mano per potere agire. Maggiore è la loro capacità di incidere sulla distribuzione primaria e minore è poi la necessità di redistribuzione attraverso il prelievo fiscale e la spesa pubblica. È invece illusorio affidarsi alla capacità redistributiva del Fisco perché, come detto, la progressività delle imposte personali è tutta interna al lavoro dipendente. Certo ci sono gap temporali da gestire ma questo evoca un sistema economico programmato magari accompagnato da uno appropriato scaglionamento delle scadenze contrattuali come aveva proposto Sylos Labini nei primi anni ’60. Ma sappiamo com’è andata a finire. A fine anni ’70 arriva la Tatcher (1979) e, nel 1981, Reagan negli Stati Uniti. La prima combatte duramente e sconfigge il sindacato inglese; il secondo sostiene che il governo è il problema del Paese. Trionfano le scuole neoliberiste e, dove più e dove meno, i governi si affidano alle virtù taumaturgiche del mercato. E se le cose non funzionano la colpa è della burocrazia e dei sindacati. Eppure i governi controllano o dovrebbero controllare la burocrazia. Se non riescono a farlo, di nuovo, è colpa dei sindacati che hanno imposto troppi vincoli. È il ritornello dei governi di centro-destra e, in non pochi casi, anche di alcuni governi di centro-sinistra degli ultimi 40 anni in Italia e all’estero – vedi il caso di Blair nel Regno Unito. Naturalmente neanche i sindacati sono immuni da colpe. Non sempre hanno fatto tutto il possibile per ridurre la disoccupazione. Sostengo che nessun governo di centro-sinistra o di centro-destra in Italia ha mai spinto l’economia verso il pieno impiego. Ma se guardate le statistiche sul reddito e sulla disoccupazione degli ultimi 70 anni – gli anni della Repubblica – troverete che gli anni in cui i livelli di disoccupazione sono stati più bassi sono proprio quelli dei primi anni ’60 e ’70 caratterizzati da un forte attivismo sindacale e da forti aumenti salariali. È un caso (una correlazione spuria) oppure ha funzionato la c.d. sferza sindacale. Io propendo per la seconda spiegazione.
Che cosa dimostra l’esperienza della UILM, della FLM e/o della c.d. IV Confederazione? Che uniti si vince e divisi si perde. La FLM fu egemone nel dibattito sindacale di quegli anni e funse da apripista rispetto alle tre Confederazioni. Purtroppo l’unificazione delle Confederazioni fallì anche per l’intervento dei soliti amici americani. Fu colpita dal “fuoco amico”. Nel 1974 finiva il Centro-sinistra al cui interno, come detto, c’erano forze che volevano un sindacato forte. Si apriva la strada ai governi di solidarietà nazionale (o più realisticamente dell’astensione e della non sfiducia) che emarginavano il PSI e dava a sinistra un ruolo preminente al PCI reduce da notevoli successi elettorali. Fu scelta necessitata e travagliata per la DC e per il PCI. Pochi mostravano ancora fervore per un sindacato forte ed unito. Nel Paese c’era una grande spinta a sinistra ma questa non era ben vista né all’interno né all’esterno. C’era il terrorismo di destra e di sinistra e l’Italia era terreno di scontro dei servizi segreti Est-Ovest e Nord-Sud. In Cile, come noto, c’era stato il golpe di Pinochet appoggiato dagli americani, che aveva indotto il segretario del PCI Berlinguer a lanciare il c.d. Compromesso storico. A Washington, però, c’erano Nixon e Kissinger e c’era poco da scherzare. Ancora prima da noi, come detto, c’era stata l’inversione di rotta del governo Andreotti-Malagodi. C’era la crisi mondiale dell’industria dell’acciaio e della cantieristica. Salta il progetto del V centro siderurgico di Gioia Tauro. Rientrato al governo insieme ad Ugo La Malfa nel luglio 1973 Giolitti prova a rilanciare il discorso della programmazione ma non ci riesce anche per dissensi con il leader repubblicano La Malfa. Si fanno gli ultimi tentativi anche con il lancio di programmi annuali ma l’Italia ha anche un drammatico problema di stabilizzazione dell’economia e, di nuovo, si impone la politica dei due tempi: prima la congiuntura poi le riforme. C’è anche un problema di trovare uno sbocco diverso alla crisi politica conseguente alla fine del centro-sinistra. Più in generale in occidente tramontano attorno alla metà degli anni ’70 i “trenta gloriosi” (1945-1975). Si apre una nuova fase storica.
Quaranta anni dopo, oggi, siamo di fronte a processo inoltrato di commoditization (mercificazione) del lavoro. Questo è una merce sottoposta alla legge della domanda e dell’offerta. Se l’offerta è abbondante si abbassa il prezzo; se il paese non è competitivo e si è in regime di moneta unica, si opera la c.d. svalutazione interna: si devono ridurre prezzi e salari. Se il lavoro si deteriora con l’uso, si getta via. Questa è la flessibilità che piace alla destra mondiale. 40 anni fa questi discorsi erano improponibili e inaccettabili. Pochi osavano farli ma ora secondo un’ineffabile editorialista del Corriere della Sera, siamo o stiamo passando ad una società post-sindacale. Contesto detta affermazione perché non argomentata e senza vero fondamento. Ma proviamo a vedere cosa potrebbe significare. Una società con i lavoratori senza diritti e il ritorno al capitalismo selvaggio? Improbabile. La fine del modello socialdemocratico come alcuni osservatori non ostili cercano di certificare? Anche questa ipotesi resta indimostrata perché, nonostante i tentativi di archiviarlo, in fatto, il modello sociale europeo resiste e sopravvive. Una forma di sistema misto alla cinese senza diritti di libertà e un sindacato inesistente? Anche questa forma di società mi sembra difficile che possa trovare cittadinanza in Europa o negli USA. A fronte anche di tentativi velleitari di tornare indietro, bisogna mobilitarsi ed utilizzare il potenziale della più grande forza organizzata di cui il Paese dispone.
Oggi abbiamo sette milioni di persone senza lavoro e più di otto milioni di poveri. Oggi è sempre più attuale il problema del riscaldamento climatico e dell’inquinamento ambientale. A Taranto ne abbiamo un esempio preclaro che ci tocca da vicino. Non ci può essere bilanciamento o trade off tra salute dei lavoratori e conservazione del posto di lavoro. Chi di dovere deve intervenire su entrambi i fronti. Come dice Papa Francesco nella sua Enciclica Laudato sì: “senza riconversione ecologica totale, non si salva né il lavoro né l’ambiente”. Se vogliamo proseguire nell’analisi delle analogie e delle differenze tra ieri ed oggi, lo ripeto: allora il sindacato era forte perché unito o agiva unitariamente. Oggi è diviso e perciò debole e indeciso. Allora concertava influenzando e, a volte, determinando le scelte pubbliche. Oggi si ferma perché il governo rifiuta la concertazione o addirittura prova a metterne in discussione la rappresentanza mentre è più attento nei fatti alle domande delle organizzazioni datoriali. Usa due pesi e due misure ma è un gioco troppo scoperto di cui i lavoratori prenderanno atto. Oggi non basta tornare alle categorie come qualcuno propone specialmente se uno pensa alla situazione del Sud dove è in fase avanzata un processo di desertificazione industriale – come lo dimostra per tabulas la Svimez da diversi anni. Oggi bisogna agire sul territorio a livello regionale e/o interregionale con piattaforme unitarie, possibilmente di tutte le regioni meridionali. Ricordiamoci che la missione originaria affidata alle RSO era la programmazione dello sviluppo. Era il 1970 e purtroppo l’attuazione della riforma prese 5-6 anni. Nel frattempo, in fatto, veniva accantonata la programmazione nazionale e le regioni si trasformavano in stazioni di mediazione politica, in non pochi casi, di basso livello. Sappiamo che, negli ultimi decenni, il 70-75% del bilancio delle RSO è impegnato sulla sanità e pochi spiccioli sono lasciati alle altre competenze tra le quali le politiche attive del lavoro. Ora il governo Renzi accentra questa ultima funzione e pensa di affidarla ad un’agenzia nazionale. A mio giudizio, sta commettendo un errore grave perché solo a livello locale ci sono le conoscenze idonee a formulare le migliori politiche di sviluppo e perché mettere in piedi una nuova struttura a livello centrale richiede tempo, personale addestrato e capacità organizzativa tutta da inventare. Secondo me, il sindacato che ha una struttura organizzativa capillare sul territorio deve andare in soccorso in particolare delle regioni meridionali. Deve aprire delle vertenze sul piano regionale, sui piani di sviluppo regionale. Se non lo è già deve attrezzarsi per fare questo. Il piano di sviluppo regionale potrebbe essere lo strumento, l’oggetto di interesse comune attorno al quale ricostruire un nuovo processo unitario. Anche qui ricordo l’esperienza dei comitati regionali per la programmazione economica degli anni ’60, ossia, nati prima che la programmazione fosse organizzata a livello centrale. Oggi ci sono gli istituti studi regionali le cui ricerche potrebbero essere valorizzate anche dal sindacato – sempre che esso voglia tornare ad essere forza incisiva di cambiamento come lo fu negli anni post-68.
Ecco se la rivisitazione di quel periodo storico di protagonismo della UILM, della FLM e di tentativi di unificazione delle tre Confederazioni non vuole essere solo un amarcord, dobbiamo avere consapevolezza che rileggere la storia passata serve non solo a chiarire le circostanze in cui si svolsero certi eventi, le cause dei successi e dei fallimenti ma serve anche a capire il presente e organizzare e programmare meglio le azioni per il futuro che il sindacato vuole contribuire a determinare.
P.S.: Nel suo intervento al Forum del Sole 24 Ore del 20-10-2015 sulla legge di stabilità 2016, il ministro Padoan ricorda che per il Sud il governo non attingerà a nuove risorse, ma renderà disponibili alle regioni risorse che in passato erano bloccate soprattutto a causa del patto di stabilità. Il lavoro che stiamo facendo è di tradurre questo spazio fiscale in progetti. Ringrazia il sottosegretario De Vincenti per il lavoro di coordinamento che sta facendo e che dovrebbe portare alla firma di 15 patti con regioni ed aree metropolitane per individuare i progetti. Tutti gli accordi consentirebbero di spendere in totale 11 miliardi (6 in più rispetto ai 5 del cofinanziamento). E di questi 7 andrebbero al Sud. Sarà così ma se uno guarda ai prospetti delle entrate ed uscite del ddl di stabilità non si trovano appostazioni contabili corrispondenti. Anche queste affermazioni sono emblematiche dell’atteggiamento del governo nei confronti dei sindacati. Il governo pensa di firmare patti con aree metropolitane che non esistono ancora e/o con le regioni di cui sta centralizzando rilevanti competenze in materia di politica economica e del lavoro ma ignora i sindacati radicati sul territorio. Sarebbe un errore grave se le Confederazioni e le loro segreterie regionali accettassero passivamente una simile impostazione e rinunciassero all’azione a livello regionale.

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Sulla cultura economico-finanziaria del nuovo PD

21 Ottobre 2015 Nessun commento

Debora Serracchiani, sul Corriere della Sera del 19-10-2015: “l’IMU è una tassa sul patrimonio, non sul reddito delle persone fisiche. Quindi non dovrebbe applicarsi il principio di progressività dell’art. 53. Se anche fosse, togliendola a tutti è progressivo perché incide di più su chi ha redditi più bassi, in proporzione”. Il vice-segretario del Partito democratico è coerente con la linea adottata dal suo leader: abrogare le imposte di tipo patrimoniale e tassare solo il reddito. La progressività va applicata solo alle imposte sul reddito e non anche a quelle sul patrimonio. È la linea che a suo tempo hanno perseguito Berlusconi e Tremonti abrogando l’ICI e le imposte di successione. Il passo successivo potrebbe essere quello di tassare solo i consumi ed esentare del tutto i risparmi.
Anche la Serracchiani cita il dato (80%) della diffusione della proprietà della casa di abitazione tra le famiglie italiane. Se la casa ce l’hanno tutte o quasi, non c’è capacità contributiva differenziale. Non importa se Tizio ha due stanze e Caio ne ha sei. Tizio e Caio hanno un c/c bancario e il secondo anche un deposito titoli. Non importa se il primo ha sul conto poche centinaia di euro e il secondo 100 mila euro. Hanno entrambi un conto in banca: sono ricchi; stanno bene. Se questa è la cultura economico-finanziaria della nuova classe dirigente del PD, siamo fritti. È non una novità! A suo tempo, anche Rutelli sosteneva la stessa idea. Qualcuno disse: Rutelli non ha uno straccio di laurea e non distingue tra imposta e tassa, mentre la Serracchiani è laureata in legge, ha esercitato la professione di avvocato e, per giunta, è presidente della Regione Friuli e di imposte e tasse dovrebbe capirne per ragioni di ufficio. Ma al di là del titolo di studio, la Serracchiani sembra mancare di buon senso. L’art. 53 va letto per intero. Il comma 1 parla di capacità contributiva ed è chiaro che questa dipende non solo dal reddito che il contribuente produce ma anche dal suo patrimonio, dalle rendite, dai gioielli, dai quadri di valore che esso possiede e di cui gode. È vero che, di norma, le imposte sono pagate con il reddito ma la capacità contributiva è nozione diversa.
È vero anche l’art. 53 Cost. è solo una norma programmatica, non di rado, attuata solo in minima parte tassando esclusivamente il reddito o, peggio ancora, solo i consumi. Questo significa che il giusto principio costituzionale non viene correttamente applicato consentendo così l’aumento delle diseguaglianze e quindi la violazione anche dell’art. 3 Cost.. Chiunque abbia un minimo di pratica legale – magari per avere presentato un ricorso – sa che i due articoli vanno letti insieme e che il secondo, ragionando in termini di capacità contributiva e di progressività, è uno strumento importante – ma non l’unico – per attuare l’uguaglianza o, quanto meno, cercare di ridurre le diseguaglianze.
Se la nuova classe dirigente del PD non ha chiaro questi collegamenti, è probabile che mancherà anche essa l’obiettivo della giustizia tributaria che è semplicemente premessa fondamentale per attuare la giustizia sociale. Un PD che non ha questo obiettivo non è più un partito di centro-sinistra checché ne dicano i suoi dirigenti. Non mi risulta che questi abbiano prodotto un documento sulla loro visione della giustizia sociale. In questo senso, hanno ragione i dissidenti come Civati, D’Attorre, Fassina e altri secondo cui il PD ha subito una vera e proprio mutazione genetica. Forse non è un caso che alcuni osservatori attribuiscano a Renzi l’idea di costruire un partito della nazione.
PS: Ho condotto il discorso sull’IMU perché tutti scrivono di IMU e non di Tasi. In realtà, l’IMU è stata sostituita dalla TASI nel 2013 e il discorso va riferito a questa ultima imposta.

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Abrogare l’IMU viola o no la Costituzione?

20 Ottobre 2015 1 commento

Secondo Bersani e Speranza, due noti esponenti della minoranza del Partito democratico (PD), l’abrogazione dell’Imposta municipale unificata (IMU) viola l’art. 53 della Costituzione e, ovviamente, usano questo argomento per criticare la scelta del premier nonché segretario del PD. Si sono scatenate subito delle pesanti critiche nei confronti dei due esponenti del partito del premier. È intervenuto pure il costituzionalista Michele Ainis dalle colonne del Corriere della Sera (19-10-15) per dire che i due esponenti sbagliano a cercare la progressività nella singola imposta. È vero la progressività va ricercata nell’insieme del sistema tributario ma –aggiungo io – anche nel sistema fiscale complessivo perché, in pratica, un sistema proporzionale o, nel caso estremo, regressivo può essere corretto e reso progressivo se la spesa pubblica – ed in particolare – i trasferimenti fossero costruiti in modo fortemente progressivo, ossia, andassero a beneficiare esclusivamente i soggetti e/o le famiglie con i bisogni più impellenti. Viceversa un sistema progressivo di prelievo – in formale rispetto del comma 2 dell’art. 53 della Cost. – potrebbe essere in fatto contraddetto ossia, reso regressivo da un sistema di trasferimenti che andasse a prevalente beneficio di persone e/o famiglie con redditi e patrimoni medio-alti.
Infatti sono superati i tempi in cui nei manuali di scienza delle finanze si sosteneva che la progressività si coniugava meglio con le imposte sul reddito personali mentre le aliquote proporzionali si addicevano alle imposte reali su singoli cespiti. Oggi elementi di progressività sono introdotti anche nelle imposte reali di tipo patrimoniale e in quelle indirette. Anche l’IMU porta una forma di progressività: quella elementare per detrazione. Ma è a tutti gli effetti un’imposta progressiva. Lo era ancora di più l’ICI che prevedeva aliquote differenziate per i residenti e i non residenti.
Sono superati i tempi in cui le imposte indirette sui consumi erano ad aliquota proporzionale fissa o eguale per tutti e , perciò, fortemente regressive rispetto al reddito. Oggi l’Imposta sul valore aggiunto prevede dei consumi fuori campo e/o esenti e, in più, aliquote ridotte, normali e maggiorate. Nel passato alcuni consumi c.d. di lusso venivano sottoposti ad un’aliquota maggiorata del 38%. Discorso analogo vale anche per le imposte di fabbricazione e/o accise che sono graduate anche in relazione al grado alcoolico e alla qualità del prodotto.
Facendo una valutazione di insieme sul sistema tributario che, come noto, prevede diverse decine di imposte. Una volta si valutava la progressività sulla base del rapporto tra imposte dirette (tendenzialmente progressive) e quelle indirette (tendenzialmente reali e proporzionali) : se prevaleva il gettito delle prime, il sistema era progressivo ; se prevalevano le seconde il sistema era regressivo. Se come abbiamo visto elementi di progressività sono introdotti in diverse imposte, occorrono analisi più attente per valutare la progressività del sistema. Anche perché essa va valutata non solo rispetto al reddito dichiarato – come erroneamente sostiene Ainis – ma anche ai cespiti di tipo patrimoniale di cui il soggetto è in possesso. Il comma 1 dell’art. 53 non parla di reddito ma di capacità contributiva che è nozione ben diversa. Anche perché nel sistema sono previste ben sei categorie di reddito diverse, le loro definizioni sono diverse; i metodi di accertamento e di riscossione sono diverse e, soprattutto, il grado di adesione al sistema dei titolari delle varie categorie di reddito sono diversi. Alcuni possono evadere e altri no.
Sembra intuitivo che è più facile arrivare ad un sistema tributario progressivo se anche le imposte di tipo patrimoniale compresa quelle sui trasferimenti e di successione abbiano aliquote progressive sia pure moderate che non farlo affidando la progressività solo all’imposta sul reddito.In questi termini, le critiche di Bersani e Speranza sono fondate e sbagliano coloro che, a vario titolo, criticano o arricciano il naso a causa della loro affermazione apparentemente estremistica.
PS: Ho condotto il discorso sull’IMU perchè le persone citate e la stampa per lo più parlano di IMU. In realtà questa nel 2013 è stata sostituita dalla imposta sui servizi locali indivisibili TASI e il discorso va riferito a quest’ultima imposta.

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Una legge di stabilità di stampo elettorale

18 Ottobre 2015 Nessun commento

Una manovra da 26,5 miliardi che potrebbero diventare 29,5 se la Commissione europea accogliesse la proposta del governo di aumentare il deficit di altri 2 decimi di punto portandolo al 2,4% del PIL. La richiesta è motivata dalla spesa programmata per i migranti ma il governo non chiede maggiore flessibilità per il fatto che abbiamo avuto due terremoti, diversi dissesti idrogeologici, scuole da mettere in sicurezza, strade statali e locali ridotte a colabrodo. Eppure nei primi due casi si tratta di eventi imprevisti – si fa per dire – ai quali non si può provvedere solo con gli stanziamenti normali della protezione civile. Anche negli altri casi, si tratta di spese straordinarie di notevole spessore che si rendono necessari quando, per anni e anni, non si provvede all’ordinaria manutenzione. Lo sappiamo i politici italiani amano l’inaugurazione ma non l’ordinaria manutenzione che non costituisce un evento che richiede la presenza del ministro, del governatore regionale o del sindaco e, così, all’occorrenza si tagliano i fondi per la manutenzione. Ma se lo fai per più anni, poi hai bisogno di fondi straordinari che possono essere mobilitati solo con il ricorso all’indebitamento perché non si può fare manutenzione straordinaria con aumenti straordinari delle imposte o con fondi messi da parte in via precauzionale. Ma qui scattano i vincoli europei che non sono stabiliti dai burocrati di Bruxelles ma dai governi che hanno sottoscritto, il SixPack, il Twopack (i tre regolamenti che modificano il Patto di stabilità e crescita del 1997, il Fiscal Compact, e , nel nostro caso, dal governo Monti che ha prontamente accolto anche la modifica dell’art. 81 della Costituzione ed emanato la legge rafforzata n. 243/2012.
Coerentemente appena nominato Renzi è corso a Bruxelles a rassicurare tutti dicendo che avrebbe rispettato le regole approvate dai suoi predecessori e che avrebbe agito nei margini della flessibilità prevista dalle medesime regole. E così ha fatto e sta facendo salvo a lasciarsi andare a qualche affermazione da gradasso quando la Commissione non apprezza qualche decisione di merito. Il saldo e i dati sulle entrate, sulle spese sono tutti provvisori e non vale la pena soffermarsi a lungo su di essi. Quello che conta secondo me, è se il disegno della legge di stabilità affronta i veri problemi dell’economia italiana e della finanza pubblica italiana.
A me pare che essa non lo faccia quanto meno nella misura che sarebbe necessaria.
Siamo in stagnazione storica. La produttività non cresce ormai da un quarto di secolo e che cosa fa il governo? Poco o niente. Ma se la produttività non cresce più o meno in tutti i settori economici, è chiaro che questo incide sulla competitività del sistema-paese. Certo ci sono le imprese manifatturiere che hanno saputo ricollocarsi sui mercati ma si tratta del 20-22% e, da sole, esse non bastano a spingere tutta l’economia su un sentiero di crescita sostenuta e sostenibile.
Al riguardo bisogna citare la misura degli ammortamenti deducibili al 140% per gli acquisti di beni strumentali e la proroga della detassazione del salario di produttività. La prima misura è potenzialmente positiva ma rischia di non essere operativa nel breve termine perché le imprese rinnovano gli impianti e allargano la propria capacità produttiva dopo che utilizzano in percentuale molto elevata gli impianti e quando si aspettano che la ripresa si consolidi e arrivano ordinativi crescenti. Non mi sembra che questa sia il caso dell’Italia, dell’Ue e del resto del mondo. Tutti dicono che la ripresa è debole e andrebbe meglio consolidata.
Quanto alla tassazione agevolata del c.d. salario di produttività – ormai in essere da 7 anni, è noto che spesso e volentieri esso ha poco a che fare con effettivi aumenti della produttività, che ha dato luogo anche ad accordi di tipo collusivo per pagare meno tasse, che comporta una notevole complicazione nella gestione delle ritenute alla fonte e che, non di rado, sta creando differenziali salariali motivati solo dall’agevolazione fiscale.
La LdS è costruita in un’ottica di breve termine per due motivi. Il primo è quello elettorale. La Primavera prossima si vota in 1287 comuni tra cui Napoli , Milano e Roma. È un testo elettorale molto delicato a fronte del calo di popolarità del governo e dello stesso premier. Questi non sembra avere la veduta lunga e se ce l’ha la nasconde bene ed è noto che è sempre più difficile affrontare e risolvere i problemi strutturali. È tale il problema del Mezzogiorno che pesa come un macigno sulle prospettive a medio-ungo termine dell’economa italiana. Ma per Renzi il problema non esiste e lo dimostra l’impegno che pone su di esso: 150 milioni. Ad agosto – quando si discutevano i dati agghiaccianti pubblicati dalla Svimez sul disastro meridionale – per effetto di un colpo di sole il premier aveva promesso un master plan ma di esso non c’è più traccia come lamenta il presidente dei giovani industriali Marco Gay.
Il disegno di legge di stabilità mantiene le agevolazioni fiscali per le ristrutturazioni, gli acquisti di elettrodomestici e le opere di efficientamento energetico. Certo sostenere l’edilizia che nella crisi ha perso oltre 700 mila posti di lavoro è importante ma questo è un settore che non contribuisce molto alla competitività del sistema economico. Aiuta le famiglie negli acquisti di beni durevoli e nel miglioramenti delle abitazioni, ma vista la scarsità delle risorse, sarebbe stato meglio investire direttamente in altri comparti produttivi che devono migliorare la loro efficienza.
Ma i governi populisti sanno che gli italiani amano le loro case e tengono ad esse molto di più di quanto tengono al decoro delle stesse strade e dei quartieri su cui insistono. Da qui anche la scelta sciagurata di abolire l’IMU sulla prima casa.
Non ha fondamento secondo me la tesi propalata dal governo secondo cui con detto risparmio d’imposta si sostiene la domanda interna di consumi. Questo può valere per le famiglie con i redditi più bassi ma è improbabile per le famiglie con i redditi più alti. Ma se quello proposto fosse veramente il vero obiettivo, il governo avrebbe potuto abbassare di un punto o due l’aliquota dell’IVA. Tutto fa pensare che il governo riducendo l’IMU, l’Irap e altre imposte dirette quest’anno o quello prossimo, in realtà, punti a ridimensionare ulteriormente quel poco di progressività che residua nel sistema tributario.