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La doppia crisi spiegata ai nostri nipoti da Luciano Gallino

17 Dicembre 2015 Nessun commento

Luciano Gallino (2015), Il denaro, il debito e la doppia crisi. Spiegati ai nostri nipoti. Passaggi Einaudi, Torino. Cinque snelli capitoli di cui tre fondamentali per capire i veri termini della crisi come non ce la raccontano i governanti né i media per lo più asserviti al potere dell’oligarchia. Nel primo capitolo, Gallino spiega la doppia crisi del capitalismo e del sistema ecologico. Nel secondo scrive della c.d. finanziarizzazione dell’economia, ossia, del ruolo egemonico della finanza rapace che ha spinto l’uomo su una linea autodistruttiva. Ha oscurato o spinto nelle retrovie i discorsi sulla crescita sostenibile e sulla giustizia sociale i cui obiettivi dovrebbero mirare soprattutto a migliorare le condizioni di vita degli strati sociali più deboli e più bisognosi di aiuto da parte della collettività. Nel terzo capitolo l’Autore ci porta dentro la crisi del processo di integrazione europea dove è in corso un processo di verticalizzazione del meccanismo decisionale senza che al centro ci sia un vero governo politico che abbia la fiducia del Parlamento europeo. Come noto, al centro c’è il Consiglio europeo formato dai capi di governo e di Stato. Soprattutto i primi rispondono ai loro elettori nazionali e, pure avendo votato per la centralizzazione non solo della politica monetaria ma anche di quella fiscale, ricorrono sistematicamente al doppio gioco di scaricare sull’Europa la responsabilità delle decisioni più sgradevoli che essi stessi hanno proposto e sottoscritto. Come noto l’UE è un’area regionale vasta con 500 milioni di cittadini. Essa opera nel contesto globale in un doppio regime di piena libertà dei movimenti di capitale e di concorrenza fiscale tra le diverse grandi potenze e i rimanenti Stati nazionali di stampo ottocentesco, ossia, di entità che avevano un buon controllo dei tre fondamentali strumenti che caratterizzavano lo Stato: la spada, la bilancia e la moneta. Oggi lo Stato nazionale è troppo piccolo per affrontare efficacemente i gravi e complessi problemi della globalizzazione e, a un tempo, troppo lontano dalla gente, nella maggior parte dei casi, per poterne rilevare correttamente le preferenze. Da qui si sviluppa un doppio processo: quello di integrare politicamente aree regionali vaste da un lato e decentrare all’interno dei singoli paesi membri. I governi italiani degli ultimi anni sembrano seguire una linea che contraddice entrambe le tendenze. Da un lato hanno sottoscritto Trattati e regolamenti che hanno centralizzato tutta la politica economica e finanziaria in fatto in testa ad un’Autorità amministrativa indipendente la BCE, dall’altro propongono riforme costituzionali che riducono le competenze di Regioni e comuni dopo avere surrettiziamente abrogato le Province. La finanza rapace dopo le deregolamentazioni degli anni ’80 e ’90 – ben descritte da Gallino – opera a livello globale. L’uso spregiudicato della moneta, del credito e dei prodotti derivati dopo l’abbattimento delle due torri (11-09-2001) porta alla crisi finanziaria prima (2007) e a quella economica (2008-09) subito dopo. La crisi non riguarda solo gli USA perché banchieri e finanzieri americani attraverso CDO, CDS e massicce cartolarizzazioni nude, senza una vera operazione economica sottostante, avevano provveduto a creare un rischio c.d. sistemico a livello globale. Simon Johnson (The Atlantic, 2009), ex capo economista del Fondo monetario internazionale, ha definito l’operazione un Golpe silenzioso delle banche americane, mettendo a dura prova la stabilità del sistema finanziario mondiale. Negli USA a metà settembre 2008 fallisce Lehman Brothers, a novembre viene eletto Barack Obama. Questi si coordina con Bush Jr. che restò in carica sino al 20 gennaio 2009, giorno dell’insediamento del successore. D’intesa intervengono per salvare AIG la più grande società americana di assicurazioni. Obama quindi interviene con decisione per salvare altre banche, assicurazioni e l’industria dell’automobile anche con l’accordo dei sindacati che mettono a disposizione le consistenti risorse dei loro fondi pensioni. Tutti i paesi europei subiscono gli effetti pesanti della prima recessione (2009). L’UE reagisce più lentamente e, peggio ancora, adottando la politica suicida dell’austerità che finirà con il precipitare l’economia in una seconda recessione, quella degli anni 2011-14. Correttamente Gallino spiega questa scelta europea con la prevalenza all’interno del Consiglio europeo di governi di centro-destra raccolti attorno alla Germania. L’analisi non si limita a spiegare solo la crisi 2007-14 considerata più grave di quella del 1929 (crollo di Wall Street e conseguente grande depressione). Essa va alle radici profonde della crisi del capitalismo e cita il caso emblematico di Wal Mart l’azienda americana della grande distribuzione che si è trasformata in una specie di rullo compressore dei prezzi a danno dei salari dei propri dipendenti. Questi se vogliono continuare a lavorare devono rinunciare a forme minime di protezione sociale e sindacale. Gallino spiega anche in questi termini il progressivo impoverimento delle classi medie con un forte aumento delle diseguaglianze. Quando il livello dei salari dei top manager supera di 4-500 volte in media – in Wal Mart l’AD o CEO guadagna 900 volte di più – quello del salario medio dei propri dipendenti. Diversa la situazione in Europa dove il grado di concorrenza è senz’altro più basso. Le imprese tendono a colludere e a fare cartello. I sindacati restano relativamente più forti e proteggono maggiormente gli occupati.
Ha scritto Robert Reich (in Supercapitalismo, Fazi editore, 2008 ) che Wall Street assedia il congresso americano e contribuendo alle costose campagne elettorali di deputati, senatori, e dello stesso Presidente è in grado di comprarsi tutte le agevolazioni e le deregolamentazioni che le servono. Sappiamo che in borsa prevale l’ottica di breve e brevissimo termine. Cresce enormemente l’influenza delle banche d’affari. I manager dell’industria devono produrre risultati trimestrali e utilizzano la liquidità anche per operazioni speculative a breve. L’industria e , più in generale, le banche e la borsa si mettono al servizio dell’alta finanza. Tende a prevalere la logica della finanza su quella dell’economia reale (della produzione) e, nei casi peggiori , della finanza speculativa con CDO “nude” e CDS anche nella forma di pure scommesse.
Come può avvenire tutto questo e come avviene che bolle speculative si gonfiano e si sgonfiano sempre più frequentemente lasciando comunque sul lastrico milioni di lavoratori? Avviene perché le banche da lungo tempo, anzi da quando sono nate, hanno avuto il potere di creare moneta bancaria e, più recentemente, sono state deregolamentate come se si trattasse di imprese qualsiasi. Non solo sono diventate banche universali che possono fare credito a breve e medio termine, possono assumere partecipazioni nelle imprese, possono attraverso interposizioni fittizie di comodo fare direttamente speculazioni con i titoli derivati. Hanno un potere di leva straordinario perché per ogni deposito che ricevono hanno un obbligo di riserva molto basso pari solo all’1%. Negli ultimi decenni si è detto che le banche sono imprese come le altre e possono fare profitti come qualsiasi altra impresa. Da qui la proposta di Gallino di riprendere il c.d. Piano Chicago degli anni 1930 per togliere alle banche detto potere elevando l’obbligo di riserva al 100%. Ora se si tiene conto che da un lato la politica monetaria è stata trasferita alla Banca centrale europea, ossia, ad un’autorità amministrativa c.d. indipendente ma in fatto, sotto il tallone del governo tedesco, dall’altro sul lato interno la Banca d’Italia esercita solo funzioni di vigilanza ora per delega della BCE, è chiaro che il vuoto di guida politica è occupato dalle banche, che a dispetto della funzione pubblica che assegna loro l’art. 47 Cost. perseguono i loro interessi.
La maggiore concorrenza spinge a tagliare i costi e, tra questi, in primo luogo, quelli del lavoro. E così la classe media si impoverisce vieppiù. Aumenta in essa la paura di perdere i livelli di benessere conquistati. In America i lavoratori soffrono per l’eccesso di concorrenza e di liberalizzazione, in Italia e in Europa per mancanza di concorrenza e liberalizzazione.
Nel primo capitolo Gallino si occupa anche della crisi del sistema ecologico. Ho avuto modo di recensire l’Enciclica “Laudato Si’” di Papa Francesco. http://enzorusso2020.blog.tiscali.it/?s=ecologia+integrale+&doing_wp_cron
Trovo che ci sia una totale convergenza di valutazioni nell’analisi della crisi ecologica. Cito dalla mia recensione dove sintetizzo il pensiero di Papa Francesco.
“Il degrado ambientale è anche degrado sociale che è generato dall’attuale modello di sviluppo che non produce spontaneamente un “rapporto armonioso” tra crescita economica e miglioramento dell’ambiente. Anzi, non di rado, la prima viene collegata anche alla produzione di diseconomie esterne di cui le imprese e i governi non si danno carico.
Continua Papa Francesco: “Oggi riscontriamo, per esempio, la smisurata e disordinata crescita di molte città che sono diventate invivibili dal punto di vista della salute, non solo per l’inquinamento originato dalle emissioni tossiche, ma anche per il caos urbano, i problemi di trasporto e l’inquinamento visivo e acustico. Molte città sono grandi strutture inefficienti che consumano in eccesso acqua ed energia. Ci sono quartieri che, sebbene siano stati costruiti di recente, sono congestionati e disordinati, senza spazi verdi sufficienti. Non si addice ad abitanti di questo pianeta vivere sempre più sommersi da cemento, asfalto, vetro e metalli, privati del contatto fisico con la natura”.
Il riscaldamento causato dall’enorme consumo di alcuni Paesi ricchi ha ripercussioni nei luoghi più poveri della terra, specialmente in Africa, dove l’aumento della temperatura, unito alla siccità, ha effetti disastrosi sul rendimento delle coltivazioni.
In queste frasi, come in altre che ricorrono nel documento, si esprime la visione dell’interdipendenza tra la natura, l’ambiente e l’uomo, tra l’economia e l’ambiente, tra il modello di sviluppo economico e sociale e la natura. Non è vera l’equazione che alcuni fanno tra crescita economica e crescita civile della società. Anzi prevale il contrario. Alla crescita di alcuni corrisponde l’impoverimento di altri. Un’interdipendenza totale tra destino della natura e destino dell’uomo via via che ci avviciniamo pericolosamente all’esaurimento di certe risorse come l’acqua e l’aria pulita”.
Posso aggiungere qui che questa analisi risulta quanto mai appropriata non solo per i Paesi con reddito medio pro-capite al di sotto dei 20 mila dollari ma anche per quelli più ricchi se è vero come è vero che negli Stati Uniti ed in molti paesi membri dell’Unione europea le percentuali dei soggetti a rischio povertà si collocano al di sopra del 20% delle rispettive popolazioni.
Se così è chiaro che si è perso ogni senso della misura. E questa è una fondamentale questione di etica pubblica e di giustizia sociale.
L’ultimo capitolo del libro è una sorta di testamento morale dell’Autore “alla ricerca di alternative… in attesa del nuovo soggetto”. Gallino sottoscrive la tesi della crisi strutturale del capitalismo e del suo inevitabile crollo che ha affascinato tanta cultura di sinistra nel secolo breve. Purtroppo detta cultura ha sempre sottovalutato la capacità di rinnovarsi del capitalismo. Si cita il caso emblematico di Wal Mart ma si ignora, ad esempio, la decisione di un’altra grande società americana Starbucks che si è impegnata a finanziare aggiornamento professionale e studi di secondo e terzo livello ai suoi dipendenti. È il c.d. welfare aziendale: una strada che stanno percorrendo anche i sindacati italiani. Si sottace il fatto più macroscopico che, nonostante i continui attacchi, il c.d. modello sociale europeo (alias, il compromesso socialdemocratico) resiste ancora e sopravvive. Si stenta a prendere atto che nel secolo scorso il socialismo reale dell’Est europeo ha perso la sua sfida al capitalismo occidentale. Bisogna prenderne atto non per rinunciare definitivamente all’idea socialista, socialdemocratica o al socialismo ecologico a cui accenna Gallino perché è vero che “il sentiero si traccia camminando. Ma –come precisa Egli stesso – bisogna camminare nella direzione giusta” (p.156). E se vogliamo essere realisti dobbiamo prendere atto che, in questa fase storica, nella UE e negli USA non c’è alcuna sfida seria al capitalismo e, se così, sulla sorte finale del capitalismo potrebbe risultare maggiormente fondata la tesi di Giorgio Ruffolo (Einaudi, 2008) secondo cui il capitalismo “ha i secoli contati”. Al momento, l’UE è sotto il tallone di governi di centro-destra, avanzano le destre reazionarie, la sinistra è divisa e, nella migliore delle ipotesi, possiamo prevedere contraddittori governi di larghe intese. Probabilmente Gallino scrivendo del “nuovo soggetto” voleva accendere un lumicino di speranza.

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L’ennesima crisi delle banche e la tutela del risparmio

13 Dicembre 2015 Nessun commento

Il governo sta fronteggiando l’ennesima crisi bancaria. Ha adottato un decreto legge c.d. salva banche e, a fronte delle proteste degli azionisti ed obbligazionisti delle stesse, sta studiando misure di ristoro per questi ultimi. Ma prima di entrare nel merito di queste ultime conviene fare qualche passo indietro e ricordare quello che è successo, nel nostro paese, allo scoppio della crisi finanziaria del 2007.
La crisi inizia negli USA e raggiunge il suo acme con il fallimento di Lehman Brothers il 15-09-2008. Tra l’altro le banche italiane avevano indotto poco meno di 130 mila risparmiatori italiani a comprare le obbligazioni di detta banca d’affari e questo dopo che nel 2005 era stata approvata una legge per tutelare il risparmio che riprenderò dopo. Il panico si diffonde quindi nella Unione europea e ,quindi, anche in Italia.
Con decreti legge e decreti attuativi delle leggi del 2008 e 2009 sono stati previsti i c.d. Tremonti bond di cui le banche potevano avvalersi per superare le fasi più acute della crisi finanziaria. Solo poche di esse se ne avvalsero con una spesa nell’ordine di 50-60 miliardi mentre negli altri Paesi membri della UE i governi garantirono prestiti per 3.800 miliardi pari al 30% del PIL e la Commissione europea in 4 anni dovette approvare deroghe alla disciplina sugli aiuti di Stato in 450 casi. Ma era la fase dell’emergenza ed era prioritario salvare le banche altrimenti i danni all’economia reale sarebbero stati di gran lunga più gravi. Nel frattempo infatti la crisi si era trasmessa al settore reale dell’economia. Gli aiuti alle banche avevano portato ad un aumento del debito pubblico di tutti i PM della UE. Obtorto collo meno in quei paesi come l’Italia che partiva con un debito molto più alto. Secondo la narrazione governativa, le banche italiane erano sane e comunque, non avevano fatto grosse speculazioni con i prodotti derivati – disse Tremonti allora ministro dell’economia e delle finanze (Mef) pro-tempore – perché le banche italiane non parlano inglese e, quindi, non capivano bene quel tipo di operazioni. Come molti ricordano e, come se ciò non bastasse, a fronte di una crisi da molti tempestivamente riconosciuta come più grave di quella iniziata nel 1929, il governo Berlusconi, per tre lunghi anni, negò che la stessa interessasse il nostro paese. Ancora nella Primavera del 2011 andava raccontando che se la crisi c’era stata era di natura psicologica e, comunque, era già passata. Nel frattempo nella UE si centralizzava a Francoforte sul Meno la vigilanza e si costruivano altri strumenti finanziari di gestione e risoluzione di nuove eventuali crisi con l’obiettivo di creare una vera e propria Unione bancaria – tuttora da completare.
Si definiscono anche nuove regole sulle crisi bancarie mirate da un lato a salvaguardare gli interessi dei risparmiatori e dall’altro a disincentivare comportamenti scorretti da parte dei manager delle banche – purtroppo sempre nell’assunto fondamentale (secondo me, errato) che le banche sono imprese come le altre e che esse devono massimizzare i loro profitti. Chi sbaglia paga. Anche i risparmiatori che comprano azioni e obbligazioni delle banche, negando la sostanziale funzione pubblica della raccolta e dell’impiego del risparmio , come esplicitamente riconosciuta dall’art. 47 della nostra Costituzione.
Nel frattempo arrivano gli stress test della BCE e le banche italiane li superano “bene”. Si fa per dire perché la BCE raccomandava e continua a raccomandare il rafforzamento patrimoniale secondo determinati parametri . La stampa amica ha continuato a ripeterci che le banche italiane sono sane. Intanto crescono paurosamente le c.d. sofferenze. Hanno ora raggiunto i 200 miliardi di euro. Il governo vuole una bad bank per tutte le banche ma la Commissione europea non l’autorizza perché configurerebbe una palese fattispecie di aiuto di Stato alle imprese bancarie in una fase congiunturale che non riguarda quelle dei principali paesi membri del centro e del Nord Europa. Qui vale la pena fare una prima considerazione. È vero che la crisi attuale riguarda quattro banche minori (Banca Etruria, Banca delle Marche, CariChieti e CariFerrara) e non quei tredici gruppi sottoposti agli stress test della BCE. Ma c’è stato il caso del Banco Monte Paschi di Siena non ancora del tutto risolto e su tutte le banche pesa il macigno dei duecento miliardi. E c’è ancora il caso di centinaia di Banche cooperative che hanno difficoltà ad accedere al mercato finanziario. Secondo me, la crisi delle quattro banche per le quali il governo ha emanato il decreto legge pure contestato dalla Commissione europea è solo la punta di un iceberg in un mare che sembra vieppiù agitato anche per la mancata crescita del PIL e dell’occupazione.
A suo tempo i governi dei principali PM della UE nel 2008 e 2009 hanno fatto dei veri e propri salvataggi delle loro banche e la Commissione europea non sollevò la questione degli aiuti di Stato. Allora la crisi finanziaria rischiava di produrre dei veri e propri disastri. Le decisioni sono state assunte dal Consiglio europeo su parere della BCE, FMI e Commissione europea mentre erano in fase di elaborazione le nuove regole – ora in vigore dal 2013.
Oggi la crisi finanziaria generale non c’è più ma ci sono le nuove regole formalmente più rigorose, anche se rimangono gli strascichi della seconda lunga recessione che le insensate politiche dell’austerità hanno inflitto soprattutto ai paesi periferici della UE. Sulle banche di questi ultimi si ripercuotono anche gli effetti della mancata ripresa economica e il rallentamento della crescita mondiale. Più recentemente abbiamo visto il caso drammatico della Grecia. Non è il contagio ma è un fatto che le quattro banche erano in pratica commissariate da circa due anni e tutto il sistema non è così sano come sostiene la narrazione ufficiale – ovviamente per non creare pericolosi allarmismi. Ma c’è il macigno dei 200 miliardi di sofferenze. Al riguardo, sarebbe molto interessante sapere di chi sono i crediti inesigibili o, meglio, chi sono esattamente, per nome e cognome, i clienti insolventi. E’ noto che storicamente le banche sono deboli con i forti e forti con i deboli. Inoltre esse sono molto servizievoli con i governanti. Sono servizievoli anche alcune società di rating che stanno lucrando con i derivati sui titoli del debito pubblico italiano, nella specie sulla base di contratti derivati non meglio individuati di cui il ministero dell’economia nega la visione anche alle Commissioni parlamentari in violazione di fondamentali principi di chiarezza, trasparenza e completezza del bilancio dello Stato e che devono caratterizzare anche la gestione di un debito pubblico molto alto.
Non solo ma una recente sentenza de TAR Lazio ha respinto il ricorso di un giornalista che chiedeva di poter visionare i contratti derivati di cui sopra.
E se il governo non gestisce in piena trasparenza i suoi derivati sul debito pubblico, che cosa ci vogliamo aspettare dalle banche private? Ma quale problema c’è se, dopo il recente esame c.d. SREP (Supervisory Review and Evaluation Process) prescritto dalla BCE, la società di rating Moody’s si affretta a ripetere che 11 su 13 banche italiane godono buona salute (1-12-15)?
La situazione precipita nelle settimane scorse e il governo ha dovuto fare un decreto-legge (180/2015) per le suddette quattro banche minori sull’orlo del fallimento.
Il decreto salva le banche con una spesa di 3,6 miliardi. Una spesa non indifferente ma scoppia la rivolta dei risparmiatori che evidentemente non conoscevano le nuove regole del bail in. Queste chiamano in causa in primo luogo gli azionisti e i sottoscrittori delle obbligazioni c.d. subordinate proprio per responsabilizzare gli investitori assumendo che essi controllino attentamente i prodotti finanziari che comprano. L’alternativa sarebbe far pagare la generalità dei contribuenti. Dall’altro lato, c’è anche la direttiva Mifid che impone alla banca emittente di spiegare le caratteristiche del prodotto. Ma è evidente da un lato la bassa cultura economico e finanziaria dei risparmiatori italiani e, dall’altro, il conflitto di interesse delle banche e dei loro dipendenti che spesso si limitano ad affermare che i prodotti venduti sono buoni e rispettano tutte le regole previste. Da un lato hanno sempre funzionato le catene di S. Antonio e, dall’altro, banche e imprese non bancarie di dubbia reputazione, anche se non in situazione di stress, non si fanno tanti scrupoli ad ingannare i loro clienti. In una intervista alla TV il presidente dell’ABI ha detto che prodotti simili a quelli venduti dalle quattro banche citate sono offerti da tutte le banche europee. Servono i controlli ed una vera cultura della protezione dei risparmiatori e più in generale dei consumatori. Sono state chiamate in causa la Banca d’Italia e la Consob due massime autorità indipendenti che si dividono la responsabilità di tutelare la prima la stabilità del sistema e, la seconda il corretto funzionamento del mercato finanziario interno e dei prodotti che vi si scambiano. Sappiamo che tra i soci della Banca d’Italia ci sono le stesse banche e che essa ha sempre privilegiato la stabilità del sistema nel suo insieme e che, in nome di questa, in non pochi casi, ha coperto le magagne di alcune gestioni bancarie a dir poco disinvolte. La Consob, di più recente istituzione, ha visto le dimissioni volontarie del suo primo presidente Guido Rossi e non sembra godere di un’alta reputazione nell’esercizio delle sue funzioni di controllo delle speculazioni borsistiche. Come altre alte autorità spesso viene “catturata dai controllati” come ci spiega la letteratura specialistica . C’è di leggi più e meno adeguate a monte. A mio giudizio, il problema fondamentale resta il seguente: se, a dispetto delle prescrizioni dell’art. 47 della Costituzione, a dispetto delle varie regolamentazioni come Patti Chiari, le banche sono imprese come le altre come si fa a proteggere risparmiatori e consumatori poco avveduti dalla pubblicità ingannevole e dalle vere e proprie truffe che operatori economici e finanziari senza scrupoli mettono in atto abusando della buona fede dei cittadini? A quanto si apprende, in alcuni casi , alcune delle citate banche avrebbero messo in atto dei veri e propri ricatti nei confronti dei loro clienti che richiedevano fidi e ai quali imponevano l’acquisto delle obbligazioni subordinate. Bene se quello che i giornali scrivono è corretto, occorre che i clienti ricattati si rivolgano al più presto alle Procure della Repubblica facendo nomi e cognomi. Banca d’Italia e Consob si sono parzialmente difese dicendo che non possono mettere un uomo in ogni agenzia per controllare quello che le banche e/o i promotori finanziari fanno giornalmente. Vero, ma allora aprissero una procedura o diffondessero un numero da chiamare – come il 117 della Guardia di finanza – a cui segnalare comportamenti poco corretti dei dipendenti delle banche e dei promotori, i quali non possono limitarsi a dire che loro sono tenuti ad eseguire disposizioni che vengono dall’alto. Non che queste procedure, che in parte esistono, siano risolutive, ma è tutta l’architettura dei controlli che va messa a punto e resa efficace. Una ultima annotazione riguarda il comportamento dei politici ai massimi vertici dei partiti e del governo che attaccano la burocrazia di Bruxelles e che si scagliano contro le regole europee per pura convenienza politica. Dove erano loro quando si discutevano dette regole e quali interventi hanno prodotto nel Parlamento italiano ed in quello europeo? Forse farebbero meglio a tacere, invece di strapparsi le vesti, gridare all’untore e criticare regole che non hanno mai studiato e sull’applicazione delle quali non hanno esercitato regolari controlli provocano effetti iniqui e anche tragici? Nessuno di loro, specialmente di quelli del centro-destra, ricorda che, dopo gli scandali dei bond argentini, Cirio e Parmalat , Tremonti presentò il 16 febbraio 2004 il ddl n. 4705 rubricato come Interventi a tutela del risparmio che ebbe una lunga e travagliata vicenda in Parlamento e che fu convertito nella legge 28 dicembre 2005. È stata fatta una manutenzione di detta legge? Adesso sentiamo i roboanti annunci di Renzi su una nuova riforma a tutela del risparmio. Per una mia analisi di quella legge vedi il mio post del 21/03/2006. Qui mi basta ricordare che quella legge era iniziativa di un governo Berlusconi che aveva fortemente mutilato la normativa penale sul falso in bilancio e nelle comunicazioni sociali.
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