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La degenerazione del terzo settore

22 Febbraio 2016 Nessun commento

Giovanni Moro, Contro il non profit ovvero come una teoria riduttiva produce informazioni confuse, inganna l’opinione pubblica e favorisce comportamenti discutibili a danno di quelli da premiare, Editori Laterza, Roma-Bari, 2014 . Secondo alcuni esperti, il terzo settore si chiama così perché si tratta di una realtà diversa da un primo settore costituito dallo Stato e da un secondo settore costituito dal mercato. Secondo me, è un metodo non del tutto corretto, fortemente ideologizzato di classificare i sistemi economici perché un conto è parlare di sistemi politici , ossia, di forme di Stato (Repubbliche, monarchie, sistemi presidenziali e dittature di vario genere) e un altro è descrivere i sistemi economici comparati (capitalistici puri, statalistici e/o del c.d. socialismo reale, autogestionari). Negli anni ’30 del secolo scorso si sviluppò anche una grossa letteratura che interpretava i modelli di stato sulla base delle forme di mercato per cui si individuano negli stati totalitari (fascismo, nazismo, ecc.) nella forma di mercato monopolistica, e stati democratici vicini al modello della concorrenza e il governo oligarchico nell’oligopolio. Nelle analogie il modello cooperativo veniva identificato come quello più vicino alla democrazia perché consentiva l’incontro meno squilibrato tra domanda (consumatori) e offerta (produzione) e/o l’identificazione tra le due categorie. In teoria, consentiva l’alternanza nel governo dell’impresa cooperativa e, quindi, il superamento della lotta di classe tra padroni e lavoratori. Ma già negli anni ’30 citati, c’è l’affermazione della grande impresa e la scissione tra proprietà e management. Vale la pena ricordare che la storia del movimento cooperativo si sviluppa in Europa quasi in parallelo con lo sviluppo del pensiero marxista e la nascita del movimento sindacale.
Oggi nei paesi liberal democratici prevalgono economie miste con diversa presenza di economia pubblica, ossia, di imprese pubbliche accanto a quelle private e diverse forme di regolazione delle attività economiche, creditizie e finanziarie. In molti paesi europei convivono anche imprese cooperative di produzione, di consumo e/o di entrambe e di cooperative c.d. sociali in analogia alle imprese sociali. In Italia e in Europa le cooperative hanno una storia gloriosa dietro le spalle che, purtroppo, recentemente si va caricando di schizzi di fango. Non sono passati inutilmente 40 anni di neoliberismo per cui anche all’interno del movimento cooperativo non sono pochi i dirigenti che sostengono che in fondo anche quelle cooperative sono imprese come le altre.
Nel dopoguerra, in molti Paesi occidentali si è affermato il c.d. compromesso socialdemocratico (accettazione del capitalismo in cambio di diritti civili e sociali) e l’economia mista con intervento pubblico più o meno ampio. All’interno di questa convivono imprese pubbliche, private e cooperative. Queste ultime del resto erano formalmente presenti anche nell’economia sovietica. Più recentemente nella UE, ad egemonia neoliberista, si afferma anche il partenariato pubblico privato – in non pochi casi un ibrido fonte di seri problemi di gestione corrotta ed inefficiente. Infatti il modello PPP non sempre riesce a superare l’innato conflitto di interesse tra la parte privata che continua a perseguire il profitto o quanto meno un reddito normale e la parte pubblica che in teoria non dovrebbe perseguire né l’uno né l’altro ma solo l’interesse generale.
Se questo inquadramento generale è fondato , allora ha ragione G. Moro quando sostiene che il nonprofit non esiste , che si tratta di un mostro concettuale, e che è “frutto di una cattiva idea” – poi amplificata dai media.
Non ultimo, più recentemente si è affermata la finanziarizzazione dell’economia che interessa anche i paesi democratici e le economie miste e che costituisce un serio pericolo per la stessa democrazia facendola degenerare in forme politiche oligarchiche sempre più verticalizzate. La finanziarizzazione dell’economia condiziona in un modo o nell’altro la nascita e la crescita delle imprese di ogni tipo.
Moro spiega il duro giudizio di cui sopra con due argomenti fondamentali: a) non si può definire qualcosa semplicemente dicendo che cosa non è, ossia, con il suo carattere residuale sempre che ce ne sia uno; 2) le classificazioni adottate dai ricercatori della Johns Hopkins University che si sono occupati molto delle società nonprofit e delle stesse Nazioni unite dicono che si tratta di organizzazioni private nella forma e pubbliche nello scopo che perseguono”, alias, organizzazione non governative (ONG) che perseguono obiettivi e interessi generali. Secondo Moro, si tratterebbe di una esperienza estranea non solo alla storia della nostra Repubblica ma anche ai principi della nostra Costituzione.
Affermazione quest’ultima molto forte e che non condivido pienamente perché da un lato l’art. 42 Cost. afferma che anche la proprietà privata deve svolgere una funzione sociale e, ancora in maniera più pertinente all’oggetto che stiamo discutendo, l’art. 45 comma 1 afferma che “la Repubblica riconosce la funzione sociale della cooperazione a carattere di mutualità e senza fini di speculazione privata”. Non è il caso di soffermarsi sulle sottili distinzioni che giuristi raffinati possono individuare tra i principi di mutualità storicamente applicati per categoria e l’interesse generale applicabile a tutti, ma mi sembra chiaro che le imprese cooperative in generale e quelle sociali – se correttamente definite ed in fatto operanti – abbiano sulla carta molte delle caratteristiche delle organizzazioni nonprofit. Ma se queste si debbono occupare dell’attuazione dei diritti civili e sociali e di quelli fondamentali, Moro ha ragione nel citare l’art. 3 comma 2 secondo cui questo è compito precipuo della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale e, quindi, il governo resta responsabile principale della loro attuazione.
In buona sostanza, Moro vede nel terzo settore un welfare all’americana che si incentra non sullo Stato ma sulla Comunità che rigetta l’idea del governo grosso e che si affida appunto alla Comunità e/o all’impresa per attuare certe politiche welfariste. In entrambi i casi, il governo nazionale non rimane neutrale ma viene coinvolte in maniera mediata con agevolazioni, esenzioni, tax expenditures (letteralmente imposta-spesa) e quant’altro.
Secondo me, c’è una forte analogia tra il welfare incentrato sulla Comunità e quello incentrato sull’impresa visto che quest’ultima si colloca sempre in una comunità locale. Come ho spiegato in un mio precedente post, il governo italiano sì è messo su questa strada con alcuni provvedimenti contenuti nella legge di stabilità 2016. Le Confederazioni sindacali CGIL-CISl-Uil, con il documento unitario del 14 gennaio scorso, hanno deciso di seguire il governo su questa linea appoggiando diversi istituti del welfare in chiave integrativa e complementare alla contrattazione di secondo livello.
Riferendosi nello specifico al welfare affidato alle imprese nonprofit G. Moro afferma che, in questo modo, si realizza una specie di alleanza tra neoliberismo e cultura delle opere pie contro lo Stato. A me sembra che governo e sindacati mettendosi su questa strada stiano sottovalutando il rischio di aggravare la disuguaglianza tra gli insiders e gli outsiders, tra occupati e disoccupati e inoccupati, ecc.. Da più parti è stato sottolineato che data la forte presenza di PMI (circa 5 milioni) rispetto alle grandi, il welfare aziendale non è generalizzabile e che in molte piccole imprese esso si riduce al pacco di Natale.
In condizioni come queste chi garantisce i livelli essenziali di assistenza e quelli delle prestazioni?
Se c’è una degenerazione del terzo settore, se gran parte dei risultati da esso conseguiti sono di dubbia utilità sociale, se ci sono arricchimenti personali, rapporti di lavoro insani, concorrenza sleale, se la presenza di volontari nelle nonprofit è minoritaria rispetto ai lavoratori dipendenti, se la partecipazione al governo delle cooperative è impedita dalla richiesta ai lavoratori di cambiare continuamente cooperativa in modo da non consentire al cooperante di vedere 2-3 bilanci di seguito, se la forma giuridica delle società nonprofit e delle cooperative sociali vengono scelte al solo scopo di eludere ed evadere le imposte, è alto il rischio che si creino nuovi veicoli di trattamento diseguale tra lavoratori e lavoratori.
Probabilmente consapevole di queste problematiche, il governo in data 14 luglio 2014 ha varato un ddl di riforma del terzo settore. In esso si propone tutto ed il contrario di tutto: a) la razionalizzazione e semplificazione dei regimi di deducibilità e detraibilità dal reddito delle persone fisiche e da quelle giuridiche, delle erogazioni liberali in denaro e in natura; b) la revisione e stabilizzazione del meccanismo del 5 per mille; c) la previsione del crowdfunding per le imprese sociali; d) l’assegnazione a imprese e cooperative dei beni mobili ed immobili confiscati alle organizzazioni criminali, ecc..
Rispetto al primo punto ricordo ancora una volta che governi precedenti avevano dato mandato ad un gruppo di lavoro coordinato da Vieri Ceriani di monitorare la situazione. Si erano individuati 720 fattispecie di agevolazioni, esenzioni e trasferimenti per una spesa di 254 miliardi. Ci sono stati diversi decreti legislativi di attuazione della riforma fiscale ma di razionalizzazione e semplificazione se n’è vista ben poca. Si sono viste molte sostituzioni di agevolazione ed esenzioni e molti tetti di spesa. Tutti conoscono lo stop and go della attività di revisione della spesa pubblica. È chiaro che se si vogliono sviluppare il welfare comunitario ed aziendale agevolazioni ed esenzioni sono destinate ad aumentare in maniera consistente e da qui i tetti di spesa.
Il governo Renzi non di rado presenta come novità modifiche della legislazione esistente di cui però non spiega le vere cause del mancato raggiungimento degli obiettivi. Il vero problema di questa legislazione è la sua distorta attuazione. Come appropriatamente spiega G. Moro il vero problema sta nell’assenza di trasparenza , nella mancata verifica nei fatti che le attività delle imprese nonprofit perseguano l’interesse generale, nella mancata previsione di efficaci controlli che, a mio giudizio, dovrebbero essere attribuiti al ministero delle finanze riformato e potenziato proprio nella sua capacità di controllo. Se i bilanci delle società di capitali – anche di quelle quotate in borsa – delle SRL, SAS, SNC, delle imprese individuali, delle società di comodo, delle cooperative, delle imprese nonprofit hanno un basso indice di attendibilità – non da ieri ma da sempre – allora prima di prevedere altri incentivi ed esenzioni il governo dovrebbe preoccuparsi di valutare il fabbisogno di controlli – anche di controllo sociale – necessario per migliorare la veridicità e completezza dei bilanci. L’integrazione tra economia sommersa ed economia “legale” comporta un massiccio ricorso ad operazioni in nero con e senza fatturazione. In questi termini non basta la fatturazione elettronica. Poi bisogna controllare le fatture elettroniche. Non solo l’evasione e l’elusione fiscale ma anche la corruzione passano attraverso la contabilizzazione di fatture false. L’ultima graduatoria di Trasparency International vede l’Italia al 61° posto tra i paesi più corrotti. Il governo non perde occasioni per riempirsi la bocca di parole come trasparenza, semplificazione, tax compliance, split payment, reverse charge ed altri termini inglesi di cui la gente comune non conosce il significato ma i risultati sia in termini di riduzione dell’evasione fiscale e della corruzione restano deludenti. Ma non basta. Emblematica dell’approccio altalenante e lassista del governo è la recente modifica legislativa di depenalizzare e prevedere una sanzione amministrativa per la responsabilità dell’amministratore di un’azienda in seguito a denuncia del revisore dei conti che abbia trovato irregolare e non veritiero il bilancio della azienda medesima. Non mi risulta o almeno non mi capita di leggere di molti casi del genere nelle cronache giudiziarie. Lascio al lettore di giudicare quale segnale di rigore possa costituire tale misura e quale incoraggiamento essa possa costituire per il revisore dei conti. Gli addetti ai lavori sanno che revisioni e certificazioni dei bilanci in Italia non sono svolte in maniera seria in ragione del plateale conflitto di interesse che interessa questi operatori, come noto, pagati dalle stesse società controllate.

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Sul rinvio delle votazioni sulle Unioni civili.

19 Febbraio 2016 1 commento

A proposito dei rinvii della votazione del ddl sulle Unioni civili, al di là delle regole procedurali della democrazia che pure sono fondamentali, si parla giustamente di attuazione dei diritti civili e, quindi, tutti i parlamentari della maggioranza e dell’opposizione dovrebbero concorrere – secondo coscienza ben formata come suggerisce Papa Francesco – alla sua approvazione senza accettare strumentalizzazioni di sorta. Molti commentatori dimenticano che in materia di attuazione del diritto al lavoro, consacrato nell’art. 1 della Costituzione del 1948, nei settanta anni della Repubblica, non c’è stato mai un consenso unanime e il diritto al lavoro non è mai stato attuato pienamente nel senso che, in pratica, non c’è stato un solo governo che abbia voluto fermamente e sia riuscito a spingere l’economia verso il pieno impiego.
Ora non mi sembra il caso di procedere ad una ponderazione attenta dell’importanza e della qualità dei diritti fondamentali, civili e di quelli sociali; e probabilmente mi attirerò molte critiche per averlo fatto. Si dà il fatto che il fondamentale diritto al lavoro in questo momento in Italia interessa sette milioni di donne e uomini senza lavoro. Il diritto sociale ad un salario e a una pensione che consentano uno standard di vita accettabile e non di mera sopravvivenza interessa otto milioni di persone tra quelli in povertà assoluta e relativa. Poi, secondo me, arriva l’insieme composito del popolo lesbico, gay, bisessuale e transgender (LGBT), di cui non conosco stime quantitative ma di cui molti ricadono comunque nelle due classificazioni precedenti. Ora anche ad accogliere un criterio lessicografico, è chiaro che lavoro e povertà vengono prima delle Unioni civili. Ma il vero problema culturale e politico è che gli italiani ed i loro governanti presi come sono dai loro interessi particolari e disattenti al bene comune, in generale, non amano definire priorità né lessicografiche né di altro genere. In molti casi amano rinviare la soluzione dei problemi.

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L’irrilevanza della riforma del Senato

16 Febbraio 2016 Nessun commento

Secondo sedicenti esperti, il bicameralismo perfetto o la navetta delle leggi tra la Camera dei Deputati e il Senato sarebbe la causa dell’inefficienza del nostro sistema istituzionale. Ripetuta acriticamente questa affermazione diventa una verità mediatica – l’ha detta la TV – specie se poi anche la più alta carica dello Stato (presente e passata) sposa la tesi. In un paese di conformisti le cose ripetute a iosa , le mezze verità o addirittura le falsità diventano verità assolute o saggezza convenzionale.
Personalmente ritengo che l’efficienza delle istituzioni dipende dalle capacità tecniche, dall’abilità, dalla cultura e dal senso di responsabilità e dallo spirito cooperativo delle persone che le animano. Ma ragionare genericamente di istituzioni non basta, bisognerebbe scendere nell’analisi delle forme di Stato , di governo, dei comportamenti degli attori nel gioco conflittuale e/o cooperativo tra i poteri dello Stato tenendo anche conto che l’Italia è inserita da un lato in un processo di integrazione politica a livello europeo, nella Comunità internazionale e, quindi, in un contesto di forte interdipendenza. L’Italia (come nessun altro paese membro della UE) non è più uno Stato sovrano di stampo ottocentesco.
Uno degli argomenti che viene addotto è che il mercato decide con i tempi rapidi dell’economia mentre la politica è inevitabilmente lenta. Si tratta in realtà di un sofisma perché si confondono i tempi della finanza rapace con quelli dell’economia. Anche questa ha tempi lunghi e lenti se parliamo di produzione, di processi di accumulazione , di grandi trasformazioni dei sistemi economici e delle stesse fasi della globalizzazione nell’era della rete. Quindi attenzione perché secondo Lamberto Maffei (Elogio della lentezza, il Mulino, 2014) “alla bulimia dei consumi si è associata una grave anoressia delle idee e purtroppo anche dei comportamenti una volta ritenuti civili, morali. Il pensiero rapido che non guarda né al passato né al futuro non considera la loro valenza né storica né di programma, non ha tempo per rifletterci, e ritiene che questo lavoro della mente riguardi il campo dei metapensieri da relegare nei giorni piovosi, quando non c’è niente di meglio da fare”.
Un secondo argomento mistificatorio è quello della semplificazione che suona bene all’orecchio dei cittadini poco avvertiti e/o degli elettori ansiosi di delegare ad altri i problemi delle scelte difficili. Una società moderna è un organismo molto complesso. La complessità va studiata e compresa in tutti i suoi risvolti. Questo processo richiede tempo e pazienza.
Ma torniamo all’argomento principale. Il governo Renzi sta portando a termine una riforma costituzionale che, a mio giudizio, è un vero pasticcio. Un punto importante di essa è la riforma del Senato in cui entrerebbero consiglieri regionali in carica. La loro scelta avverrà con una modifica futura dei sistemi elettorali regionali attraverso una non meglio identificata procedura che darebbe agli elettori la facoltà di indicare quali rappresentanti regionali potranno rappresentare la Regione al Senato non delle Regioni ma delle autonomie. Un’aggettivazione questa che cambia di molto l’idea portata dalle forze federaliste e dalla Lega Nord di un Senato federale. Qual è la differenza? È sostanziale. Il governo Renzi, in continuità con i governi degli ultimi cinque anni, ha sospeso l’attuazione della riforma federalista del 2001 e della successiva legge delega n. 42/2009. Un Senato delle autonomie che non ha voce in capitolo nell’approvazione della legge di stabilità non ha niente di federale e supera lo stesso modello di Stato regionale che è scritto nella Costituzione del 1948. Resta la navetta su una serie di competenze legislative condivise in materia di leggi costituzionali, elettorali, di struttura degli organi di governo, di funzioni fondamentali dei comuni e delle città metropolitane, di regole di partecipazione dell’Italia alla formazione e all’attuazione delle politiche dell’UE, di leggi sulle incompatibilità e ineleggibilità. Come si può capire, in teoria, si tratterebbe di leggi che, per la verità, non dovrebbero richiedere continue modifiche e manipolazioni.
Qui casca l’asino. Guardando per ora solo agli aspetti interni al nostro Paese, il problema non è la navetta ma la pretesa tutta italiana – ovviamente illusoria – di amministrare legiferando a getto continuo. Il primo problema è quindi la legislazione alluvionale, incerta e confusa. Siamo anni luce lontani dai tempi in cui Tremonti contrapponeva la legislazione per principi a quella casistica che il legislatore italiano ama praticare. Le sue leggi sono delle vere e proprie enciclopedie che nessuno riesce a leggere da cima a fondo. Come ha scritto Victor Uckmar, una legislazione incerta, confusa, di tipo alluvionale fa straripare i fiumi meglio regimentati. Senza saperlo, ci troviamo spesso a violare leggi che non conosciamo neanche e, quindi, possiamo essere tutti incriminati a prescindere dalla propensione a delinquere (Remo Bodei). Portando alle estreme conseguenze questo tipo di analisi Giulio Tremonti nel 1997 raccoglieva una serie di suoi saggi in un libro dal titolo sconvolgente “Lo Stato criminogeno” (Sagittari, Laterza) . Ma al governo il nostro si dimenticava del tutto delle sue riflessioni di studioso e. come ministro dell’economia e delle finanze, come legislatore, di lunga lena, si è comportato in modo conforme alla prassi. Per altre pertinenti considerazioni sul punto mi sia consentito rinviare a un mio precedente post :http://enzorusso2020.blog.tiscali.it/2006/02/03/la_legge_criminogena__1583545-shtml/
Un eccessivo numero di leggi anche se in calo è confermato sulla base dei dati consuntivi della XVI legislatura. Circa 384 atti legislativi contro i 686 della XIV legislatura 302 in meno. 179 contro 232 i giorni necessari per approvare un provvedimento. Nella XIV 538 erano provvedimenti governativi 138 di iniziativa parlamentare; 10 misti; nella XVI 296, 80 e 8. E poi dicono che il governo non riesce a legiferare. Il problema è che legifera male e troppo. Per fare un confronto molto significativo, ricordo che il Parlamento inglese approva ogni anno da 15 a 20 leggi di principi. Solo in Italia vediamo il Parlamento spesso in sessione a Ferragosto e durante le Feste natalizie. “Il contenuto delle leggi degli ultimi anni è di carattere amministrativo” (Sabino Cassese, il Sole 24 Ore del 2-02-2013). La qualità della legislazione è sempre più bassa e difficile da capire come afferma lo stesso Comitato parlamentare per la legislazione. Il motivo fondamentale è che né il governo né le Commissioni parlamentari controllano bene il processo di attuazione delle leggi e preferiscono riscrivere le leggi dei loro predecessori. Abbiamo visto l’inutilità dei falò di Calderoli che, a suo dire, avrebbe bruciato centinaia di migliaia di leggi. In fatto, continuano ad ammucchiarsi leggi su leggi non di rado ispirate a principi diversi e contraddittori. Come detto, si amministra legiferando. Si deresponsabilizza la PA nel senso che si toglie ogni discrezionalità alla dirigenza e alla magistratura – spesso oggetto di attacchi delegittimanti da parte del governo di turno. Si determina quella che viene chiamata la ragnatela di Solone nella quale “La grande illegalità riesce spesso – non sempre, per fortuna – a infrangere impunemente la legge o a servirsi dei suoi interstizi, codicilli e scappatoie per evitarne i rigori” mentre i cittadini comuni rischiano continuamente di essere incriminati sulla base di leggi che nemmeno conoscono (Remo Bodei, Sole 24 Ore del 29-12-2005). Torna di attualità un’antica locuzione latina attribuita a Tacito: “Corruptissima re publica plurimae leges”. Niente è cambiato nella seconda repubblica rispetto alla prima – neanche con Renzi al governo. Se prendiamo l’ultima legge di stabilità vediamo che l’articolo unico su cui il governo ha posto la fiducia contiene 997 commi kilometrici che occupano ben 206 pagine della Gazzetta Ufficiale notoriamente scritta con caratteri molto piccoli.

Per fare approvare le sue leggi complicate, “criminogene” e, per lo più, destinate a rimanere inattuate, il governo abusa della decretazione d’urgenza, del voto di fiducia, del maxiemendamento e, da ultimo, del c.d. emendamento canguro o super canguro per cui proposte di modifiche simili e/o equivalenti vengono rigettate in blocco . Il governi italiani e le oligarchie centraliste che hanno preso il posto dei partiti, negli ultimi tempi, hanno anche il vantaggio di avere a che fare con parlamentari nominati. E con la nuova legge elettorale c.d. Italicum, la subordinazione del Parlamento al governo è destinata ad aumentare. Se questi sono i problemi, pensare che la deformazione del Senato possa avere benefici economici di sistema è solo propaganda ingannevole e mistificatoria di chi, in qualsiasi modo, vuole aumentare ulteriormente i poteri del governo in linea con la deriva autoritaria che si è determinata ed in corso, in primo luogo, a livello europeo.
Emblematici ed opposti i pareri del Senatore Giulio Tremonti citato sopra e di un economista che è consulente del Presidente del consiglio. In una intervista al primo Monica Guerzoni (Corriere della Sera del 5-09-2015), gli chiede di commentare l’affermazione di Renzi che lega le sorti della legislatura alla fine del bicameralismo paritario, Tremonti risponde: “ Quando il processo legislativo viene compresso in 60 giorni, al ritmo di due fiducie al mese, tempi e modi sono tali da soddisfare ogni fabbisogno di potere dell’esecutivo. E’ un fatto di sistema ormai. E il Senato non è più un fattore di ostacolo. Con questa evoluzione della Costituzione (materiale, ndr) è indifferente che le Camere siano due, una sola o al limite nessuna, come vorrebbe qualcuno”. E Tremonti è parlamentare di lungo corso con ampia esperienza di governo.

Apparentemente sofisticato e tecnico il parere di Marco Simoni economista della London School of Economics e consulente di Renzi. Simoni cita il libro di Acemoglu e Robinson, Perché i Paesi falliscono, il Saggiatore e afferma che la crescita e lo sviluppo dei sistemi economici dipendono anche dalla qualità delle istituzioni. Come non essere d’accordo? Riprendendo i due economisti citati, Simoni distingue le istituzioni in inclusive e estrattive e/o predatorie. Quelle inclusive sarebbero quelle che con gli incentivi aiutano gli individui e le imprese a migliorare la loro sorte. Quelle estrattive son quelle che sfruttano le masse e i governi restano agenti delle oligarchie. A quanto appare anche dal suo CV, il giovane economista non ha una grande esperienza con la politica degli incentivi in Italia praticata massicciamente e sistematicamente a partire dall’immediato dopoguerra ed in particolare con quella diretta a migliorare le sorti del Mezzogiorno. Né pare tenga presente il lungo rapporto del gruppo di lavoro di Vieri Ceriani che ha elencato ben 720 agevolazioni per una spesa fiscale complessiva di 254 miliardi e dei falliti tentativi governativi di tagliare quelle senza una seria giustificazione. Mi sembra appunto che il governo Renzi abbia del tutto abbandonato anzi contraddetto le indicazioni probabilmente grazie al supporto teorico agli incentivi e alle agevolazioni che viene dai suoi consulenti con una differenza che non si parla più di incentivi e/o sussidi ma di voucher. Suona bene e diverso, la gente comune non sempre capisce bene l’inglese, ma la sostanza è la stessa: incentivi a pioggia che fanno crescere le clientele fiscali.
Ha ragione Simoni a parlare di qualità delle istituzioni ma è difficile collegare il suo miglioramento alla obbrobriosa deformazione del Senato che il governo sta portando avanti. Non basta occuparsi di una sola istituzione perché è tutto l’insieme che deve funzionare.

Per dissipare ogni equivoco, non sto difendendo ad oltranza il bicameralismo paritario come previsto nella Costituzione del 1948. Il problema va esaminato alla luce del nuovo contesto istituzionale che si è determinato con il processo di integrazione europea. Nel dopoguerra c’era già il Manifesto di Ventotene ma non c’erano ancora le istituzioni europee che vengono dopo a partire dagli anni 50. Nonostante la grave crisi che stanno attraversando, penso che esse sopravviveranno e si svilupperanno sempre più in senso genuinamente federale. Se così la mia proposta che riprendeva quella analoga del prof. D’Alimonte prima che diventasse consulente di Renzi, è e rimane quella di abrogare del tutto non solo il Senato ma anche la Presidenza della Repubblica. In un contesto federale o federativo in itinere a livello europeo, dico che Roma sta a Bruxelles come Palermo sta a Roma. In altre parole, quello di Roma, di Parigi , Berlino, Madrid ecc. sono governi regionali e sarebbe tempo che loro ne prendessero tutti atto se non vogliono contribuire alla dissoluzione delle istituzioni europee – anche esse di bassa qualità. In un assetto genuinamente federale , negli Stati federati non c’è il Senato né il Presidente. Negli USA c’è il governatore. Il Senato sta al Centro e, vedi caso, ha gli stessi poteri e competenze della Camera dei rappresentanti. Negli Stati federali le leggi e i regolamenti federali sono immediatamente applicabili negli Stati federati.

Se si volesse veramente semplificare, sveltire il procedimento legislativo integrativo (“amministrativo”) in Italia, lo ripeto, bisognerebbe abrogare del tutto la seconda Camera, la Presidenza della Repubblica e la c.d. legge comunitaria che ritarda l’adeguamento alla legislazione europea e contribuisce a innescare procedure di infrazione. Allora si che si potrebbero conseguire vantaggi economici significativi.

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La partecipazione nel documento delle Confederazioni CGIL-CISL-UIL

8 Febbraio 2016 Nessun commento

Positiva la scelta strategica delle tre Confederazioni a favore della partecipazione in linea con l’art. 46 Cost. italiana, con l’art. 23 della Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo (1948) e con gli artt. 27-28 della Carta dei diritti fondamentali dell’Unione europea (2000).
Nel documento unitario, la partecipazione viene articolata su tre livelli:
- Partecipazione alla governance dell’impresa, ossia, partecipazione al processo decisionale sulle scelte strategiche dell’impresa ivi compresi – in sintonia con le raccomandazioni dell’ultima Enciclica di Papa Francesco Laudato si – i programmi i programmi di conversione ecologica dei prodotti e dei sistemi produttivi. Tale partecipazione prevede la presenza di rappresentanti eletti direttamente dai lavoratori dell’azienda nei Consigli di sorveglianza in posizione tendenzialmente minoritaria salvaguardando le prerogative del management;

- Partecipazione organizzativa. Attraverso di essa i lavoratori concorreranno alla determinazione delle scelte in materia di innovazione organizzativa, di qualificazione del lavoro, ecc., “rendendo pienamente agibili i diritti di informazione e consultazione attraverso la proceduralizzazione di sedi, tempi e strumenti”;

- Partecipazione economico-finanziaria. Le tre Confederazioni la ritengono complementare e strumentale alla valorizzazione del ruolo del sindacato all’interno dell’azienda. Auspicano linee-guida per la definizione di modalità e strumenti (ways and means) “ispirati ai principi di diversificazione , flessibilità, gradualità, sperimentazione , negoziati e regolati dalla contrattazione collettiva nella consapevolezza anche della necessità di “adeguati sostegni normativi”; nella consapevolezza della sua utilità innanzitutto ai fini del rilancio del dialogo sociale, dello sviluppo e del consolidamento dei meccanismi di informazione e consultazione; (non è visione riduttiva?).

Positivo mi appare il “pistolotto finale del documento laddove le 3 Confederazioni – non di rado criticate per l’azione di freno che nel passato avrebbero esercitato nei confronti di federazioni e/o istanze sindacali periferiche – dichiarano di voler “definire un quadro generale di regole” idoneo a superare la crisi di rappresentanza (non solo propria ma anche delle organizzazioni datoriali) con una scelta di grande coraggio e discontinuità verso l’innovazione , la trasparenza e la democrazia”. Su tali basi esse ritengono sia possibile anche “rilanciare un progetto di unità sindacale a partire dai luoghi di lavoro”. Argomento per la verità comune e presupposto fondamentale sia nella contrattazione sia ai fini della partecipazione.

Che dire? La partecipazione comincia a piacere anche alle tre Confederazioni. La parola partecipazione nel testo e nelle rubriche ricorre ben 25 volte rispetto alle otto volte di occupazione e alle due di disoccupazione. L’inflazione ricorre due volte; la deflazione non è menzionata eppure appare essere la massima preoccupazione dei banchieri centrali e degli economisti, ma, secondo me, il concetto è implicito nel discorso sulla domanda interna. Non viene menzionata esplicitamente neanche la parola disuguaglianza e/o diseguaglianza – anche se nel documento si menzionano due volte i minimi salariali da definire con la contrattazione collettiva nazionale in alternativa all’ipotesi di un salario minimo definito dalla legge. È un segno dei tempi. Sta alle controparti private e pubbliche andare alla verifica di tale disponibilità.

Personalmente ritengo che questo terzo volet del documento delle 3 Confederazioni sia quello meglio strutturato e promettente anche se incompleto come vado a dimostrare.
Devo fare due premesse: 1) probabilmente hanno ragione le 3 Confederazioni a non mettere in chiaro quello che chiamo il quarto obiettivo della partecipazione; 2) devo confessare che i miei suggerimenti nascono da un lato dall’origine storica della cogestione in Germania, dall’altro dalla filosofia sottostante l’idea del sindacato dei cittadini che a suo tempo fu lanciata dalla UIL di Giorgio Benvenuto e , non ultimo, da alcune brillanti osservazioni conclusive di Tiziano Treu della raccolta di saggi nel libro Astrid “la partecipazione incisiva” (il Mulino, 2015).
Queste osservazioni mi portano a fare una valutazione a carattere storico sul mancato successo , alias, mancata generalizzazione di passate esperienze partecipative. Secondo me, non è questione di crisi strutturale e/o congiunturale dell’economia bensì di struttura del sistema produttivo e di cultura politica. Si è trattato in primo luogo di questione culturale e, soprattutto, politica di rifiuto e/o contestazione radicale del capitalismo anche nella versione del c.d. compromesso socialdemocratico.

Nella RFT del secondo dopoguerra la costituzione federale, la doppia suddivisione dei tre poteri dello Stato, la espansione della partecipazione anche nelle imprese è imposta dagli anglosassoni (in particolare britannici) proprio ai fini di controllo sociale organizzato. Quest’ultima si cala sulla grande industria dell’acciaio e del carbone prima e poi su quella automobilistica. Si cala in un paese a forte coesione sociale.

Nell’Italia dell’immediato dopoguerra, c’erano la FIAT, la Montecatini, la Pirelli, le industrie elettriche, l’IRI e le imprese PPSS; tra i padroni e i manager prevaleva ancora la mentalità del padrone del ferriere e, peggio, ancora non c’era – e non c’è tuttora – una grande coesione sociale. C’era il forte PC dell’occidente e un PSI suo fellow traveller sino al 1956. Avevano una forte influenza nel mondo del lavoro. E parlare di partecipazione ancora negli anni ’70 era anatema perché a sinistra molte menti pensanti credevano nelle c.d. tesi crolliste secondo cui il capitalismo era ineluttabilmente condannato e, quindi, bisognava andare oltre verso il socialismo sia pure per via democratica. Accogliere la partecipazione significava rafforzare il capitalismo. Dopo la grande trasformazione degli anni 50 e 60, l’Italia emergeva come la quinta potenza industriale del mondo ma con un sistema proprietario caratterizzato da poche grandi imprese (strettamente controllate) e per il 95% da PMI. Prima l’agricoltura e poi la stessa industria perdono peso a favore non di un terziario avanzato ma di un settore dei servizi omogeneo al sistema in parte arretrato delle PMI. Negli anni 70 e 80 molte grandi imprese venivano travolte dalla crisi mondiale ed erano in fase di forte ristrutturazione. Con le dovute eccezioni, pensavano soprattutto alla loro sopravvivenza ed avevano comunque controparti ancora ideologizzate. Pur avendo i sindacati strappato nella prima metà degli anni 70, diritti di informazione e consultazione , successivamente non c’erano né i presupposti né i vincoli esterni che potessero promuovere e generalizzare forme articolate di partecipazione. Anche per questi motivi le raccomandazioni e direttive delle Comunità europee venivano disattese.

Apprezzo molto la lucidità e il realismo di Tiziano Treu nella valutazioni conclusive del volume citato. Sostiene Treu che il problema vero è quello della democrazia tout court. Il modello che sposa la Costituzione europea (declassata a TFUE) è quello della democrazia partecipativa e della sua effettiva attuazione in tutti i paesi membri e, in particolare, in quelli euromed. Se questo avverrà, allora ci sarà maggiore probabilità che il modello partecipativo si diffonda anche nelle fabbriche e negli uffici pubblici. Ma se l’Europa – come sembra – entra in crisi istituzionale; se si abbassa ulteriormente il livello – già infimo – di coesione sociale; se saltano gli attuali precari equilibri di potere, allora diventeranno sempre più scarse le probabilità di attuare la partecipazione nelle fabbriche perché si radicalizzerebbe lo scontro politico tra le forze della sinistra radicale e quelle della destra populista e xenofoba.

Ciò posto sul quadro generale vengo alla situazione specifica dell’Italia che presenta vincoli particolari . Nel nostro paese dilaga la illegalità e la corruzione (60 miliardi stimati dalla CdC) ; crescono e prosperano tre la più grandi organizzazioni criminali del mondo; l’economia sommersa viene stimata nel 17% del PIL. La base imponibile ai fini delle imposte dirette in 10-12% (stima prudenziale); i bilanci delle imprese hanno un indice molto basso di attendibilità. Sommando tutti questi elementi, è facile stimare che circa 1/3 del PIL è confezionato nella carta dell’illegalità. E questa quota dell’economia non è un mondo a se stante. Si compenetra e interagisce sistematicamente con il resto. In queste condizioni parlare di diritti di informazione , di consultazione e di partecipazione può sembrare velleitario e alquanto avventato.
Ma proprio questa situazione non brillante né favorevole, secondo me, dovrebbe costituire motivo profondo per andare avanti con decisione sulla strada ora scelta della partecipazione. A fronte del fallimento dei controlli interni ed esterni nel pubblico e nel privato, ritenendo che la corruzione e alla criminalità organizzata non si risolve con la nomina di commissari straordinari, la mia proposta è che la partecipazione dovrebbe diventare non solo un utile strumento di democrazia economica ma soprattutto di controllo sociale organizzato.
Essendo il nostro un paese che non ha una teoria condivisa della giustizia sociale, con il pessimismo della ragione, ritengo la mia proposta di assegnare alla partecipazione una funzione di controllo sociale organizzato un atto di fede più che una prospettiva realistica. Ma mi piacerebbe molto essere smentito dai fatti.

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