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Archivio Marzo 2016

Quale strategia contro il terrorismo ?

Dopo gli attentati di Bruxelles si accentua il dibattito su come condurre la lotta al terrorismo. In particolare l’attenzione si concentra sull’alternativa secca: migliore coordinamento dei servizi di intelligence o procura unica a livello centrale. Si tratta di ipotesi di soluzione molto diverse che si infrangono contro assetti molto diversi dei Paesi membri (PM) dell’Unione europea e tra questa ed altri paesi che, per lo stesso motivo, possono e devono essere coinvolti nella lotta globale al terrorismo. In un contesto di attacchi terroristici sempre più frequenti ed in paesi molto diversi non è possibile scegliere tra due alternative nette: affidare la lotta al terrorismo solo alla magistratura inquirente o ai soli apparati di sicurezza. Serve invece la cooperazione tra i diversi apparati giudiziari e dei servizi di intelligence specialmente in quei Paesi dove funziona male la separazione dei poteri. Dove questa è dubbia o fumosa servono strutture più sofisticate e complesse che non possono essere guidate solo da magistrati inquirenti. Fare irruzione in un covo di terroristi pronti a compiere un attentato non può attendere l’autorizzazione del magistrato.
Tornando all’UE, in ogni caso, non ci sono le condizioni né per la prima né per la seconda soluzione per quanto auspicabili e necessarie. Infatti i governi dei PM sono in preda a rigurgiti nazionalistici e, attraverso il Consiglio europeo, frenano qualsiasi sviluppo istituzionale in senso genuinamente federalista. A mio parere, il Consiglio europeo composto dai capi di governo dei diversi PM è il cancro delle istituzioni europee. Finché c’è questo consiglio europeo con questa composizione politica, non è prevedibile un vero cambiamento della situazione nella direzione di un vero e proprio governo federale. Il modo indecente in cui i governi dei PM stanno gestendo il problema dei migranti, il modo scoordinato e del tutto inadeguato in cui stanno affrontando gli attacchi terroristici alle città e alle infrastrutture europee sono la prova provata della incapacità ed inettitudine dell’attuale classe politica europea, indecisa a tutto. Non è questione di inefficienza o addirittura stupidità dei servizi belgi e di abilità di quelli francesi. Porre la questione in questi termini è stupido. La Francia, l’Inghilterra e la Spagna hanno subito analoghi attacchi e non hanno saputo evitarli – non senza ricordare che nulla hanno potuto la CIA e la FBI nell’attentato dell’11-09-2001. Per questi motivi lancio una mia modesta proposta che potrebbe essere utile ad affrontare hic et nunc gli attacchi e le minacce del terrorismo internazionale.
C’è un problema serio di coordinamento delle strutture di intelligence non solo all’interno dei PM della UE ma anche tra l’UE, gli USA, la Turchia e tutti i paesi minacciati dallo Stato islamico. Ritengo che la struttura a cui bisognerebbe guardare sia la NATO, una organizzazione non solo militare ma anche di intelligence efficiente ed efficace che dal II dopoguerra ad oggi ha assicurato la sicurezza esterna ed interna dei Paesi che vi aderiscono. Non ultimo dal 2001 al 2014 ha garantito una certa stabilizzazione della situazione in Afghanistan con la missione ISAF (International Security Assistance Force) contro i Talebani e Al-Qaida. È la NATO che ha l’esperienza e la capacità per agire immediatamente all’interno dei paesi membri e che, su autorizzazione dell’ONU, potrebbe agire oltre i suoi confini storici. Se quella in corso è una guerra che l’ISIS e le altre organizzazioni terroristiche stanno combattendo contro gli USA, l’UE e i loro paesi alleati e, più in generale, contro gli infedeli, credo che l’unica organizzazione sovranazionale in grado di fronteggiare la minaccia terroristica sia proprio la NATO.
Se il terrorismo agisce a livello mondiale come illustra Moisès Naìm su Repubblica del 29 u.s. citando 37.400 vittime solo nell’ultimo anno e i 72 morti di Lahore (Pakistan) del giorno di Pasqua, la risposta non può che essere globale. Se, purtroppo, l’ONU non è in grado di prendere alcuna iniziativa operativa al riguardo, allora, di nuovo, non resta che valorizzare la NATO, l’unica organizzazione che ha tutti gli strumenti per agire subito come la situazione lo richiede. Se le forze della Coalizione anti ISIS telecomandano un drone armato per uccidere i capi dei terroristi islamici, non puoi non aspettarti una escalation di attentati nelle principali infrastrutture mondiali, come aeroporti, linee ferroviarie, metropolitane, luoghi affollati, ecc.. Per mettere in sicurezza questi posti non bastano le normali forze di polizia e l’impiego dell’esercito per controllare meglio il territorio – come contribuisce l’Esercito italiano con il programma Strade sicure. Servono i servizi antiterrorismo, il loro migliore coordinamento anche a livello sovranazionale – senza escludere l’uso della forza militare. Non c’è una fortezza America né, tanto meno, una fortezza Europa se i PM della UE vogliono conservare le loro competenze esclusive in materia di sicurezza.

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Quale futuro per il mondo della cooperazione ?

Tito Menzani, Cooperative: persone oltre che imprese. Risultati di ricerca e spunti di riflessione sul movimento cooperativo, Rubettino, Soveria Mannelli, 2015
C’è storicamente un parallelismo tra la nascita delle cooperative, dei movimenti sindacali e l’affermarsi delle imprese capitalistiche durante il processo di industrializzazione in Inghilterra. Le cooperative nascono appunto come modello alternativo alla classica impresa capitalistica. In meno di due secoli, si contano nel mondo circa un miliardo di soci cooperanti. In Italia, le cooperative pesano per l’8% del PIL con 12 milioni di soci e 1.200 di dipendenti. Non c’è dubbio che si tratti di una storia di successo che viene da lontano e che sembra destinata ad avere ancora un futuro davanti a se. Anzi , secondo alcuni studiosi, il modello cooperativo sarebbe destinato a superare quello capitalistico. Anche negli anni ’30 del secolo scorso quando anche in Italia fiorivano gli studi sui sistemi economici comparati e quelli fondati sull’analogia tra forme di mercato e forme di Stato, tra economie pianificate di stampo sovietico ed economie capitalistiche un terzo modello che veniva proposto era quello autogestionario che nel secondo dopoguerra, trova una sperimentazione nel modello iugoslavo caratterizzato dai tentativi di conciliare il piano con il mercato e dalla presenza di imprese autogestite. Inoltre, dopo l’implosione dell’Unione sovietica e la grande trasformazione della Cina (solo formalmente ancora comunista), il dibattito si svolge non sul futuro del capitalismo ma su quale tipo di capitalismo avrà la meglio. E tra questi raccoglie interesse scientifico anche il modello autogestionario.
Ma il motivo di fondo per cui l’ideale cooperativo ha resistito, da un lato, al forte approccio statalista dei comunisti sovietici e dei regimi fascisti (a partire da quello attuato in Italia tra le due guerre mondiali) sta nel fatto fondamentale che la cooperazione tra i fattori produttivi è imprescindibile nella produzione efficiente sia di beni privati che di quelli pubblici – questi ultimi peraltro non prodotti dal settore privato per le note caratteristiche di indivisibilità, alias, non escludibilità e non rivalità nel consumo dei medesimi. In altre parole, senza “patti cooperativi” non nasce alcuna Comunità, non nasce lo Stato. A meno di assumere modelli predatori nell’economia pubblica – che, in fatto, ci sono specialmente nelle forme di Stato dittatoriali – lo studio dell’economia pubblica, in buona sostanza, descrive le ragioni di fondo per cui le persone cooperano per avere la sicurezza esterna, l’ordine pubblico interno, le regole del fare e assicurarsi la produzione di beni pubblici che il mercato non produce.
In un periodo in cui la cultura generale è in ribasso e quella politica, secondo alcuni, sarebbe scomparsa , non sorprende che anche quella della cooperazione sia in sofferenza e che si verifichino sempre più frequentemente fenomeni di corruzione e malaffare con le c.d. cooperative spurie, che negano la missione originaria della mutualità e della reciprocità. In Italia il movimento cooperativo si è sviluppato all’interno dei filoni culturali delle diverse declinazioni del socialismo utopico, di quello ortodosso, poi socialdemocratico e riformista, di quello delle diverse anime del cristianesimo sociale, del repubblicanesimo, del liberalismo che si preoccupavano della emancipazione dei lavoratori meno abbienti. Attorno all’idea di conciliare etica ed economia, di produzione diretta della ricchezza e di giustizia sociale. La dimensione ideologica che caratterizzava detti filoni culturali non impedì la nascita e la crescita del movimento cooperativo. Infatti se l’ideologia è un sistema di valori attorno ad un progetto di società, sbagliano coloro che comunemente associano un giudizio di valore negativo a tutte le ideologie senza distinguere quelle che si ispirano agl’ideali di libertà, uguaglianza e fraternità da quelle totalitarie e nichiliste. Sentiamo continuamente affermare che viviamo in una era post ideologica dove non c’è né destra né sinistra ma non è vero perché, in fatto, in molti paesi membri dell’Unione europea, vive e prospera l’ideologia mercatistica, economicistica, secondo cui l’individuo razionale sarebbe solo quello che massimizza il proprio interesse individuale e lo fa nel mercato dove guidano i prezzi e non i valori. Per gli economisti di destra, la solidarietà e l’altruismo sono mere eccezioni che confermano la regola dell’homo oeconomicus.
Ma anche a rimanere all’interno dello schema mercatistico, resta il problema del rapporto tra politica e mercato. Anche quello globale può funzionare se la politica crea quell’ambiente di sicurezza e un sistema di regole che garantiscano l’attuazione dei contratti. Il mercato economico interagisce con quello politico, lasciando nell’ombra il rapporto che dovrebbe caratterizzare l’etica e la legge. Alcuni politologi studiano il mercato politico con le categorie del mercato economico. Se applichiamo il modello agente principale in un impresa privata abbiamo che il modello funziona se c’è condivisione degli obiettivi. Il lavoratore dipendente rende di più se sa che il suo sforzo produttivo sarà premiato direttamente con incrementi salariali e/o indirettamente con benefit collaterali, con modalità di partecipazione all’innovazione organizzativa ed anche agli utili della società. Anche questa è cooperazione. A maggior ragione, la cooperazione dovrebbe svilupparsi nel suo habitat naturale dell’impresa cooperativa sempre che i singoli lavoratori e i loro dirigenti nelle strutture più complesse siano animati da lealtà, genuino spirito collaborativo, adeguatamente alimentato dall’interesse comune. Analogo è il discorso per una comunità locale e nazionale. Ricordo che Adamo Smith definisce un paese un condominio. Qui il rapporto agente/principale si svolge tra eletti ed elettori. I secondi sono lì, nelle sedi decisionali, per attuare il mandato ricevuto dagli elettori e sarebbero tenuti a rispettarne le preferenze. Ma queste non sempre si aggregano per formare maggioranze qualificate o semplici. Il lavoro della politica è più facile in un paese a forte coesione sociale dove è più facile che le preferenze degli elettori si aggreghino su obiettivi largamente condivisi. Questa è la logica di base che guida la cooperazione nel pubblico, nelle imprese cooperative e nelle imprese private – secondo le più aggiornate tecniche di management (World Class Manufacturing, Lean Production, Ergo-UAS: Universal Analysis System, ecc. su cui rinvio al n.3/2015 di economia & lavoro rivista quadrimestrale della Fondazione Giacomo Brodolini).
Nella pratica, come sappiamo, neanche i soci cooperanti sono tutti angeli e non si possono escludere comportamenti opportunistici e di shirking da parte dei soci lavoratori e di vero e proprio sfruttamento da parte dei dirigenti. In un contesto socio-economico dove prevale il paradigma neo-liberista sia pure con forte regolazione degli assetti monopolistici ed oligopolistici non si esce dall’inferno dell’oligopolio per entrare nel paradiso della concorrenza perché, nella migliore delle ipotesi, il meccanismo concorrenziale tra lavoratori e lavoratori, tra lavoratori e capitalisti, tra produttori e consumatori acuisce e sostiene il conflitto di interessi facendo perdere di vista quello comune. La teoria marginalista pone al centro del meccanismo concorrenziale la sovranità del consumatore per cui più forte è la concorrenza più alto è il vantaggio del consumatore. Ma questi è anche lavoratore e se la concorrenza tra i lavoratori è più alta più basso sarà il suo salario. Il più basso salario compenserà sempre il suo maggiore potere d’acquisto discendente dalla maggiore concorrenza tra le imprese ?
Al riguardo un ruolo molto importante può e deve avere l’educazione e la formazione come sottolinea Menzani nel capitolo “educare a cooperare” e più in generale – aggiungo io – a migliorare la cultura economica e finanziaria dei cittadini. Presupposto fondamentale della propensione alla cooperazione è a fiducia. Ma se, in un dato contesto sociale dilaga l’illegalità e la corruzione, la fiducia viene meno o si riduce a livelli insufficienti e , di conseguenza, anche la coesione sociale. Questo spiega il processo di ibridazione che interessa anche le imprese cooperative in generale, e nella specie, le cooperative c.d. spurie e/o truffaldine, non di rado, costituite per appropriarsi non solo dei benefici fiscali ma anche della maggior parte dei trasferimenti diretti ad assistere soggetti bisognosi – come nel caso di alcune cooperative sociali di Mafia Capitale che recentemente hanno attirato l’attenzione e della magistratura e dell’opinione pubblica.
Come noto, negli ultimi anni, fioriscono gli studi e le proposte che rilanciano il discorso del welfare aziendale e della partecipazione dei lavoratori alla gestione delle aziende. Il discorso ha trovato spazio nel Documento unitario delle Confederazioni sindacali CGIL-CISL-UIL del 14 gennaio 2016. Non è casuale che le esperienze più avanzate di partecipazione – come si può leggere nel volume di Astrid sulla partecipazione incisiva (il Mulino, 2015) – oggi si riscontrino nella Regione Emilia-Romagna dove storicamente il movimento cooperativo ha sempre registrato una forte presenza. Non è un caso che il volet welfare aziendale per il quale la legge di stabilità 2016 prevede più ampi incentivi, in fatto, riprende due obiettivi originari delle cooperative: quello della previdenza e assistenza dei lavoratori quando non esisteva il lo Stato sociale e quello dell’investimento nel capitale umano. Di tutto questo ci sono pagine essenziali nell’agile e scorrevole volumetto di Tito Menzani che riassume 15 anni di ricerche più specifiche dell’autore e che perciò merita un’attenta lettura in un momento in cui è di moda parlare e scrivere di sharing economy. Non ultimo , vale la pena citare il libro di James E. Meade, Agathopia: L’economia della partnership, Feltrinelli, 1990. Secondo il noto economista inglese, le tendenze – che nei decenni precedenti si osservavano – verso la co-gestione, le imprese gestite direttamente dai lavoratori , gli schemi di suddivisione dei profitti o alla partecipazione al capitale delle società in cui lavorano potrebbero rappresentare la vera alternativa a certe forme tradizionali di capitalismo.

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Sulle proposte per rilanciare la democrazia nelle imprese

Astrid, La partecipazione incisiva. Idee e proposte per rilanciare la democrazia nelle imprese, a cura di Mimmo Carrieri, Paolo Nerozzi e Tiziano Treu, il Mulino, Bologna, 2015. Come è detto nella quarta di copertina, i 13 saggi raccolti nel volume di Astrid nascono dalla discussione di un gruppo di studio, composto da valenti studiosi della materia: “essi mettono a fuoco i caratteri e gli strumenti che può assumere una declinazione italiana della partecipazione, a partire dalle esperienze concrete sui luoghi di lavoro e dalla ricerca di affinità con impianti regolativi stranieri, in particolare Germania e Francia”.
Per iniziare è utile ricordare che la partecipazione dei lavoratori alla governance dell’impresa è richiamata dall’art. 46 Costituzione italiana, dall’art. 23 della Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo (1948) e dagli artt. 27-28 della Carta dei diritti fondamentali dell’Unione europea (2000). Ne consegue che il sistema politico ed istituzionale adotta un modello di democrazia partecipativa come fa la Costituzione italiana e quella europea. Questa deve caratterizzare la vita e lo svolgimento delle attività non solo dell’operatore pubblico ma anche quella delle imprese e delle famiglie. È utile ancora sottolineare che l’impresa, la famiglia e la pubblica amministrazione sono i tre fondamentali operatori del sistema economico e sociale. Non è casuale che l’adozione dello Statuto dei diritti del lavoratore nel 1970 fu salutato come l’ingresso della democrazia e della Costituzione nella fabbrica e, analogamente, l’adozione del nuovo diritto di famiglia che nel 1975 mise su un piede di parità uomini e donne con riguardo a diritti ed obblighi dei coniugi. Con alcuni decenni di ritardo, l’Italia entrava nella modernità e cercava di mettersi su un terreno di parità con gli altri paesi fondatori della Comunità europea.
A quest’ultimo riguardo è utile ricordare che in Germania una costituzione federale e la partecipazione dei lavoratori prima nelle imprese dell’industria pesante e poi in quella automobilistica fu imposta dagli alleati anche come forma di controllo sociale organizzato. La cosa è del tutto coerente con le finalità fondamentale del governo federale che, rispetto a quello centralizzato, moltiplica le sedi di partecipazione dei cittadini alla vita politica e sociale del paese. Ed è chiaro che lo status di cittadino non può cambiare quando i lavoratori entrano in fabbrica o la donna ritorna in famiglia.
Quanto alla partecipazione nell’impresa si distinguono: a) la partecipazione alla governance dell’impresa con possibilità di influire sulle scelte strategiche della medesima (art. 46 Cost.); b) la partecipazione organizzativa valorizzando le idee e competenze dei lavoratori in materia di organizzazione del lavoro; c) la partecipazione economico finanziaria tra cui la partecipazione alla distribuzione degli utili prodotti dall’impresa e/o accesso all’investimento azionario diretto o indiretto nelle grandi imprese (art. 47 Cost.). Senza dimenticare i vincoli generali che gli artt. 41 e 42 Cost. pongono in materia di utilità e funzione sociale della proprietà privata nonché la possibilità di trasferire allo Stato , a enti pubblici, a comunità di lavoratori imprese che producano servizi pubblici essenziali, energia, o imprese che agiscano in regime di monopolio e siano di preminente interesse generale (art. 43 Cost.).
È facile constatazione che, in un contesto di polverizzazione e/o di forte frammentazione delle attività produttive come quello italiano, il governo e le parti sociali dovrebbero valorizzare maggiormente, da un lato, la concertazione circa le politiche economiche, industriali e sociali da perseguire e, dall’altro, la funzione di controllo sociale organizzato che la partecipazione all’interno dell’impresa potrebbe assumere. Anche queste sono forme di partecipazione incisiva di cui questo volume di Astrid si occupa poco, solo indirettamente o in maniera implicita. A mio giudizio, solo con politiche industriali idonee a superare la frammentazione del settore manifatturiero e la riforma strutturale del settore distributivo e dei servizi si potrebbero aprire nuovi e più ampi spazi alla partecipazione. Ma sappiamo che, da un lato, il governo scivola sempre più su una deriva autoritaria, dall’altro, le tre Confederazioni accettano più o meno passivamente la linea del governo. Al premier piace visitare questa o quella fabbrica ma non piace perdere tempo a discutere con i sindacati di questo o quel problema. Del resto, è noto che anche le stesse riunioni del Consiglio dei ministri sono ormai ridotte ai tempi strettamente necessari per varare formalmente, alias, mettere il timbro della collegialità – come d’obbligo – sui provvedimenti senza un’approfondita discussione collegiale del merito delle diverse questioni.
Il libro raccoglie 13 saggi molto interessanti ed approfonditi . Non c’è lo spazio per dedicare un commento a ognuno di essi. per questo motivo mi limiterò a trattare le questioni comuni a partire dall’analisi delle esperienze emblematiche attuate in Italia. Molto rilevanti mi sembrano i dati e le valutazioni raccolti dalla Gandiglio con i questionari bene argomentati ai dirigenti del personale di alcune imprese che stanno conducendo esperienze di avanguardia. Ma queste non possono compensarci della mancata disponibilità del governo a tenere conto delle istanze di concertazione avanzate in particolare dai sindacati dei lavoratori. Ci sono problemi gravi da discutere a partire da quello della disoccupazione anche giovanile (nell’insieme ancora al di sopra dell’11%), del basso tasso di partecipazione delle donne – questa si ad alta priorità rispetto a quella di cui ci stiamo occupando – dell’economia sommersa, dell’evasione fiscale e contributiva e, come sappiamo, il governo rifiuta di intrattenere rapporti regolari con i corpi intermedi ad esclusione di quelli che percepisce come più vicini alle proprie posizioni. Anche la concertazione è partecipazione al confronto, alla condivisione delle analisi e all’individuazione delle soluzioni meglio idonee ad risolvere i problemi appena detti. Di nuovo, il premier Renzi non si limita solo a scegliere simulacri di partecipazione mediatica che piacciono a lui ma, addirittura, continua a minacciare interventi autoritativi se le parti sociali non riescono a trovare accordi preliminari. PQM non possiamo accontentarci di alcune significative esperienze di avanguardia come quelle raccontate nel volume di Astrid. Basti riflettere all’esperienza illuminata ed illuminante della Olivetti . Bellissima, soprattutto perché dimostrò, nel secondo dopoguerra, che un modo di produrre diverso, una fabbrica parte integrante di una comunità erano possibili. Ma sappiamo che, purtroppo, quella esperienza non era generalizzabile, non poteva e non ha cambiato il sistema economico e sociale dell’Italia. Adriano Olivetti fu capitano d’industria illuminato, appassionato urbanista e riformatore sociale, ma gli altri imprenditori, la classe industriale , la “razza padrona” , i c.d. boiardi di Stato sono stati quelli che conosciamo – ovviamente con le dovute eccezioni. Quello che abbiamo visto storicamente è che in Italia i sindacati ottennero la concertazione incisiva dopo il 1968 gestendo la forte spinta unitaria del movimento e grazie anche alla “complicità” di forze progressiste all’interno del governo e della maggioranza che ritenevano necessaria un’intesa con il sindacato per vincere le resistenze delle forze conservatrici. Dopo la fine del Centro-sinistra e nella fase di massimo attacco terroristico, il sindacato seppe dimostrare di essere anche forza determinante a difesa delle istituzioni. Anche questa fu partecipazione della massima rilevanza ai fini della salvaguardia del sistema democratico. Che cosa è successo nella c.d. II Repubblica che ha impedito forme più incisive di partecipazione dei lavoratori e dei loro rappresentanti alla gestione delle imprese e alla concertazione ? è successo che, dopo il crollo del Muro di Berlino, dopo l’implosione dell’Unione Sovietica, nonostante che, in fatto, c’è stata un’alternanza tra centro-sinistra e centro-destra al governo, il berlusconismo è riuscito a sostituire la lotta di classe che trovava ampi proseliti a sinistra con lo schema amico-nemico di Carl Schimtt: se sei mio amico e sodale ti proteggo, se sei mio nemico e/o antagonista cerco di distruggerti e/o delegittimarti. A mio giudizio, sia pure in maniera larvata, Renzi segue lo stesso schema che del resto Berlusconi aveva anche attenuato dopo la sua prima brutta esperienza di governo durata appena sei mesi. Come interpretare differentemente il comportamento del governo: non vuoi il decentramento della contrattazione, non vuoi il welfare aziendale, te lo impongo io non con la forza di una legge fortemente prescrittiva ma con quella soft degli incentivi che ti metterà in forte difficoltà con i tuoi stessi affiliati se la respingi. Anche in questo senso il governo Renzi è in continuità con la strategia di Berlusconi al di là dei toni più o meno roboanti.
Questa linea di ragionamento mi porta a fare due considerazioni finali: la prima riguarda la richiesta da parte dei curatori del libro di una legislazione di supporto e la seconda riguarda la questione degli incentivi. In un contesto dove non c’è concertazione, in cui il sindacato è debole , in cui il governo abusa della decretazione d’urgenza, dei voti di fiducia per strozzare il dibattito parlamentare , chiedere una legislazione di supporto rischia di avallare dei provvedimenti che, a dir poco, non sono veramente conformi agli interessi generali di tutti i lavoratori, indebolendo ulteriormente la posizione della rappresentanza. Per fare passare in Parlamento lo Statuto dei lavoratori, le riforme strutturali dei primi anni settanta ci sono voluti molti scioperi unitari non solo di categoria ma anche generali. Secondo me, è un azzardo chiedere una legislazione di supporto in materia di modello contrattuale, di rappresentanza, di partecipazione, di welfare aziendale perché si rischia di ottenere dei provvedimenti che deformano o applicano in maniera riduttiva i principi costituzionali contenuti negli articoli citati all’inizio. Stiamo vedendo quello che questo governo sta facendo in materia di riforme costituzionali. So che la materia è opinabile, ma io do un giudizio negativo su dette riforme e non capisco perché dovrei attendermi un comportamento diverso in materia di relazioni industriali.
La questione degli incentivi. Molti degli autori dei saggi sostengono che la mancanza di appositi incentivi costituirebbe un vincolo ed un ostacolo alla diffusione della partecipazione anche se alcuni di essi riconoscono che essi non bastano. Infatti deve essere chiaro che la partecipazione , a mio a giudizio, non può essere imposta con la legge né da una c.d. conquista del sindacato. Deve essere frutto di un genuino spirito cooperativo.
Da economista vengo agl’ incentivi . Secondo me, questi funzionano se sono selettivi e temporanei. Un esempio di scuola è quello per la formazione professionale e l’aggiornamento dei lavoratori. Se è vero che la vera formazione professionale si fa in azienda e che le PMI raramente hanno la capacità e le risorse per organizzarla, allora gli incentivi e/o i contributi diretti e finalizzati dall’operatore pubblico sono giustificati. Se invece gli incentivi diventano ordinari e permanenti allora essi alterano il calcolo economico e diviene poi molto difficile rimuoverli. Vedi ad esempio le agevolazioni agli utili distribuiti. Al riguardo il punto di domanda è : non è meglio incentivare gli utili reinvestiti in una fase in cui langue il processo di accumulazione ? serve un uso intelligente (selettivo) di questi strumenti. Ricordo che Berlusconi e Tremonti hanno fatto ricorso 2-3 volte alla esenzione degli utili reinvestiti guadagnandosi grande popolarità in certi ambienti imprenditoriali e nella stessa Confindustria. Eppure la ripetizione di detto strumento non è stata sufficiente e rilanciare gli investimenti anche perché, come sappiamo, una buona metà delle imprese presentano bilanci in rosso e anche perché, secondo Pierluigi Ciocca e altri, è continuato lo sciopero degli investimenti in Italia per tutta una serie di motivi a partire da quello della scarsa fiducia che gli imprenditori ripongono nel futuro di questo Paese. Non si spiega altrimenti la fuga continua dei capitali da 50 anni a questa parte. Per cui vale l’osservazione generale secondo cui gli incentivi funzionano se si applicano ad un settore produttivo in temporanea difficoltà magari per uno shock esterno e che ha bisogno di aiuto ma in un contesto in cui gli altri settori e l’economia nel suo insieme funzionano normalmente e in maniera efficiente.
Diverso è il caso se si tratta di diritti di informazione e di consultazione la legge può aiutare ma serve in via preliminare un salto culturale da parte dei lavoratori e dei datori di lavoro che prendano atto che l’impresa è comunità di interessi e di destino e che , pur salvaguardando i diversi ruoli dei proprietari, dei manager e dei lavoratori, solo la propensione alla cooperazione tra le parti sociali può promuovere quello spirito di collaborazione che salva l’impresa bene comune nella congiuntura negativa e la fa progredire nelle fasi normali.
Detto questo, dico che, in linea generale, non sono radicalmente contrario alla proposta di una legislazione c.d. di supporto purché si tenga ben presente il problema dell’attuazione della legge e del controllo sociale sui mille rivoli in cui si incanalano gli incentivi a pioggia. E qui rileva non solo la forza del sindacato a livello delle singole imprese ma soprattutto la cultura dell’imprenditore individuale e familiare per lo più poco propenso ad assumere un manager esterno (magari con una formazione di livello superiore) o, tanto meno, a far partecipare in maniera formalizzata i lavoratori alla gestione dell’impresa.
Avere messo in rilievo alcuni aspetti poco trattati dalla ricerca di Astrid nulla toglie al valore delle analisi dei singoli collaboratori a cui erano assegnati compiti specifici di approfondimento e dei curatori che affrontando il delicato tema della partecipazione, come abbiamo detto, affrontano il tema dell’attuazione piena della democrazia partecipativa in una fase storica in cui la deriva tecnocratica ed autoritaria in corso in Italia e in Europa sta mettendo in serio pericolo i livelli essenziali della democrazia.

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