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Archivio Aprile 2016

La questione migranti è europea e mondiale

C’è un diritto a emigrare come si evince da diverse convenzioni sull’argomento. L’emigrazione come fattore di liberazione e di emancipazione.
Da anni l’Ocse e le organizzazioni delle Nazioni Unite raccomandano la ripresa dell’Emigrazione per compensare l’invecchiamento della popolazione nei paesi ricchi della Unione Europea – uno dei paesi con la popolazione più vecchia del mondo. A tal fine serve non solo l’inserimento nel mercato del lavoro ma anche la piena integrazione.
Ricordo il discorso che la direttrice della sezione demografia dell’Istat, una ventina di anni fa, diede alla Società degli economisti pubblici (Siep) a Pavia: ci disse che il fabbisogno di forze nuove per ottenere l’equilibrio demografico era stimato in circa 500 mila persone all’anno.
Dopo le dichiarazioni della Merkel del settembre 2015 uno dei 5 saggi che consigliano il governo tedesco in una intervista al Sole 24 Ore ha detto che l’analogo fabbisogno della Germania è pari a 700 mila persone all’anno. Dal lato della domanda, per citare solo due casi, ci sarebbe in teoria ampio spazio per assorbire gli attuali flussi emigratori.
Il problema più grave è dal lato dell’offerta, e la situazione dell’offerta si è aggravata con la crisi del 2008-09 che in Europa si trascina ancora sino ad oggi. La crisi ha prodotto secondo i calcoli dell’ILO (Ufficio internazionale del lavoro) 61 milioni di disoccupati in più rispetto alla situazione del 2008, colpendo in modo grave le aree del Sud dell’Asia e l’Africa a Sud del Sahara. E nei prossimi cinque anni la disoccupazione è vista peggiorare portando i disoccupati a 212 milioni nel 2019. Durante la sessione primaverile del G20 la direttrice del FMI ha confermato la gravità della situazione. Emma Bonino la settimana scorsa ha detto che 60 milioni di persone potrebbero emigrare dall’Africa.
C’è la globalizzazione che velocizza i meccanismi di trasmissione e, come noto, c’è una flessione della crescita mondiale. E la ripresa in Europa è vista molto debole se non proprio di stagnazione complessiva. C’è anche l’accresciuta debolezza del movimento sindacale a livello mondiale. C’è l’inadeguatezza strutturale delle istituzioni sovranazionali che si occupano di questi problemi: Onu, Fmi, Banca mondiale e del sistema delle banche regionali che si occupano dei problemi della crescita e dello sviluppo, G7, G8, G20 – ora abbiamo anche il G5…
All’assemblea generale dell’Onu prevalgono paesi dittature, nei paesi europei prevalgono governi di centro-destra. Ci sono alti tassi di disoccupazione nella UE : la crescita langue. Persino negli USA si teme la stagnazione secolare. Il Rapporto dell’ILO denuncia l’aumento delle diseguaglianze, calcola che al 10% più alto della popolazione va il 30-40% del reddito totale mentre al 10% più povero solo qualcosa tra il 2 e il 7%. Ovunque cala la fiducia nei governi ed è aumentato fortemente il disagio sociale dall’inizio della crisi globale.
In questo scenario si acuiscono i problemi della emigrazione per motivi politici, per scappare dalla fame, dalle persecuzioni, dai conflitti interni….
Dopo 40 anni di neo-liberismo nei paesi ricchi è fortemente aumentato l’egoismo e si è ridotta la solidarietà supposto che ce ne sia stata a sufficienza prima.
Ricordo che la solidarietà non funziona in contesti di aree regionali molto larghe(continenti) , figuriamoci a livello globale.
Come economista preferisco ragionare in termini di reciprocità , di interesse comune ma, come sappiamo dall’esperienza, molti soggetti non riconoscono l’interesse comune neanche nel contesto ristretto locale.
Cosa non funziona? Non funziona la governance mondiale, non funzionano i governi di centro-destra e, non di rado, neanche quelli di centro-sinistra . A livello globale, in un modo o nell’altro, prevale un consenso contrario all’intervento diretto della Stato nell’economia per cui non si adottano le politiche economiche più adatte a promuovere crescita del reddito, della occupazione e lo sviluppo sostenibile.
Come sappiamo non c’è una tendenza spontanea del mercato alla piena occupazione. Al contrario, agli imprenditori fa comodo avere un esercito industriale di riserva – anche in Cina.
Gli immigrati dicono alcuni rubano posti di lavoro ai locali. Ma il vero problema è che se c’è disoccupazione e c’è anche uno squilibrio demografico grave, i governi responsabili dovrebbero perseguire una politica economica in grado di creare posti di lavoro a sufficienza per i residenti e per gli immigrati.
Se non si fa questo, si alimenta la nascita e crescita dei movimenti populistici e xenofobi. È quello che avviene un po’ dappertutto anche in Europa e in Italia. Ma da noi abbiamo l’apparente paradosso delle regioni del Nord che chiedono deroghe per consentire l’ingresso di immigrati perché questi, in pratica, non hanno diritti o sono costretti a non rivendicarli perché rischiano di essere rimandati indietro.
Con alta disoccupazione e molti immigrati anche i lavoratori locali debbono accettare la riduzione dei loro diritti se vogliono continuare a lavorare.
Lo ripeto: il problema è globale. Manca una politica economica idonea a produrre la crescita del PIL e dell’occupazione. Non funziona la governance mondiale? Oppure le sue istituzioni sovranazionali e i governi e/o i poteri forti che le egemonizzano non vogliono farla funzionare nell’interesse della stragrande maggioranza dei lavoratori per favorire la minoranza dei ricchi e dei potenti?
Un’ altra riflessione riguarda il lancio da parte del governo italiano di un Patto per l’emigrazione con emissione di eurobond per il finanziamento di programmi di sviluppo nei Paesi africani. Secondo me, si tratta solo di una proposta che la Germania vede come provocatoria o come grimaldello per introdurre uno strumento che ha sempre avversato. Come si fa a pensare che l’UE possa emettere eurobond per finanziare lo sviluppo di Paesi africani quando non l’ha voluto fare per la Grecia o altri paesi c.d. periferici della stessa UE?
Se riteniamo che il problema della crescita e dello sviluppo sostenibile è problema di carattere globale che interessa, in primo luogo, l’Africa ma anche altri paesi del mondo, perché l’UE non spinge per mobilitare le organizzazioni specializzate delle NU a partire dalla Banca Mondiale e dalle banche regionali di sviluppo? Queste hanno una lunga esperienza in materia e si finanziano con l’emissione di obbligazioni nei mercati finanziari. Con il QE (l’allentamento monetario) in America e in Europa ci sono “oceani di liquidità” ma questa non viene utilizzata per gli obiettivi più importanti. Perché l’UE non spinge per incrementare le risorse della Banca Mondiale, dell’African development Bank e dell’Asian Development Bank – senza dimenticare il Banco interamericano di sviluppo ?
PQM ritengo che la proposta del governo italiano è solo fumo negli occhi degli altri partner europei.

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Prioritario intervenire sulla regolazione del mercato

Robert B. Reich, Come salvare il capitalismo, Fazi Editore, Roma, 2015.
Nel 2010 – scrive Reich – l’1% più ricco degli statunitensi possedeva il 35% del valore delle azioni in mani americane sia direttamente sia indirettamente attraverso i fondi pensione. Il 10% più ricco ne possedeva più dell’80%.
Dall’altra parte, c’è una fetta crescente di lavoratori attivi che diventano sempre più poveri. C’è una minoranza di ricchi che non lavorano e che diventano sempre più ricchi. Secondo il mantra prevalente, la classe media e i lavoratori poveri meritano quel poco che ottengono perché sono scarsamente produttivi mentre i super ricchi sono tali perché sono altamente efficienti. Ogni giorno i media ci propalano questo falso mito della meritocrazia, ossia, l’idea secondo cui tu guadagni quello che meriti e i ricchi sono tali perché sanno meglio come guadagnarsi la loro ricchezza. In questo libro, Reich smonta due credenze che i manipolatori dell’opinione pubblica inculcano nella mente della gente comune, non di rado, non in grado di valutare criticamente il discorso sulla meritocrazia e sul funzionamento del mercato. In buona sostanza rubano loro l’anima.
Andando per ordine, Reich elenca i cinque pilastri del capitalismo: 1) la proprietà privata; 2) il grado di monopolio e/o di potere nel mercato che imprese , banche, e intermediari finanziari si conquistano non solo nel mercato economico ma, in primo luogo, in quello politico; 3) i contratti – non di rado leonini – che vengono stipulati dalle parti contraenti in ossequio formale al principio della libertà di contratto; 4) le procedure fallimentari che arrivano tardi quando le residue risorse sono state fatte sparire ; 5) l’enforcement e/o l’applicazione parziale e/o discriminata della legge da parte di agenzie governative dotate di risorse materiali e insufficienti. Sono significativi al riguardo della lotta all’evasione fiscale il caso dello IRS (Internal Revenue Service) negli Stati Uniti citato da Reich e – aggiungo io – quello della nostra Agenzia delle entrate in Italia che negli ultimi dieci anni ha perso ben diecimila dipendenti e il governo non li ha sostituiti.
Tutto questo accade per effetto di leggi elaborate e scritte dai nostri legislatori o per la mancata adozione di provvedimenti amministrativi da parte dei governi.
Prendiamo la proprietà privata. Per giustificare i limiti al diritto di successione che nei millenni ha alterato la c.d. lotteria sociale, ha scritto John Stuart Mill, uno dei massimi pensatori liberali del XIX secolo, che Dio aveva dato la terra a tutti e non ad alcuni uomini. Ma tutti sappiamo come è andata a finire. Se ne sono appropriati solo alcuni e questi se la trasmettono “legittimamente” in tutto o in parte. Di conseguenza, non c’è mai stata uguaglianza dei punti di partenza e, tantomeno, quella dei punti di arrivo. Se poi per motivi che vedremo fra un po’, si riduce o si blocca del tutto la mobilità sociale , la concentrazione della ricchezza arriva a livelli socialmente insostenibili .
Come può accadere tutto questo? La tesi fondamentale di Reich – che io condivido – è che questo succede quando la democrazia non funziona e questa va in stallo quando la regolazione del mercato è fatta in modo da favorire la minoranza più ricca a danno della stragrande maggioranza dei cittadini: rendimenti crescenti ai proprietari del capitale fisso e rendimenti decrescenti per la grande maggioranza dei lavoratori che vivono di stipendio in stipendio, di salario in salario sempre più basso in termini di potere d’acquisto. Aumentano quindi le diseguaglianze perché non funziona la democrazia. Anche la classe media si è impoverita perché è stato indebolito il suo potere contrattuale. Per dimostrare questa tesi Reich riprende : a) le tesi di Walter Lippmann (1922) sul funzionamento reale della democrazia e l’irrilevanza dell’opinione del cittadino medio che non si interessa agli affari politici e, quindi, non si fa un’opinione precisa su di essi. Sul punto vedi la mia recensione di Ilia Somyn che approfondisce il tema analizzando le statistiche secolari sui sondaggi di opinione e su i risultati elettorali negli Stati Uniti http://enzorusso2020.blog.tiscali.it/2014/07/24/e-compatibile-la-democrazia-con-lignoranza-politica/
Reich cita anche il Trattato di David Truman (1951) sul ruolo dei gruppi di interesse organizzati (GIO) negli USA come funzionavano nel trentennio successivo alla fine della seconda Guerra Mondiale e che superava la critica aprioristica nei confronti delle c.d. lobby. In realtà queste che comprendono anche i sindacati dei lavoratori e le altre organizzazioni professionali svolgono un ruolo fondamentale per il buon funzionamento della rappresentanza che non si può esaurire nella elezione del deputato, del senatore e del Presidente o del primo ministro. Diventa quindi rilevante il pluralismo, la disciplina e la trasparenza del gioco politico di questi GIO che vengono a costituire strutture essenziali, accanto ai partiti, del c.d. mercato politico e/o corpi intermedi della società civile come li chiamiamo noi.
Non ultimo, Reich riprende la tesi di Robert Dahl, espressa nella Prefazione alla sua teoria democratica (1956), sull’effettivo funzionamento della democrazia secondo cui, al di là dell’uguaglianza formale, è necessaria anche una certa dotazione di risorse politiche in testa a ciascun cittadino. Ora la ricchezza materiale aumenta la capacità di influenzare le decisioni politiche e questa , a sua volta, porta all’aumento della ricchezza e, così via, in una spirale che può portare ad una distorsione molto grave del gioco democratico e a forme di involuzione tecnocratiche ed autoritarie più o meno soft.
In un breve excursus storico, Reich cita l’inizio del declino del potere contrattuale dei sindacati dei lavoratori innescato in Europa da Margaret Tatcher e in America da Ronald Reagan tra la fine degli anni ’70 e l’inizio di quelli ’80. Da allora prendono piede anche in Italia governi e leader politici decisionisti che propongono riforme costituzionali a favore di un’assunta democrazia governante e, parallelamente, promuovono il declino dell’influenza dei c.d. corpi intermedi e delle stesse organizzazioni collaterali agli stessi partiti politici – alcune delle quali avevano anche demeritato.
Al loro posto si sviluppano altri GIO, le porte girevoli e – da ultimo – la liberalizzazione dei finanziamenti ai partiti politici e ai singoli uomini politici grazie ad alcune sentenze della Corte Suprema e di altri tribunali federali che statuiscono che le persone giuridiche hanno gli stessi diritti delle persone fisiche a promuovere le proprie idee e interessi politici . Precedono o seguono le privatizzazioni senza reali liberalizzazioni, le esternalizzazioni senza uno straccio di analisi costi e benefici che dimostrasse i maggiori benefici per gli utenti e tutte le altre misure per ridisegnare e restringere il perimetro dello dell’intervento dello Stato nell’economia. In molti casi, si è trattato e si tratta di colossali frodi ideologiche perché in realtà quello che avviene non è un effettivo ritiro dell’operatore pubblico dall’economia ma il cambiamento del metodo di intervento. Meno spesa pubblica e meno tasse e più manipolazione distorta delle regole che disciplinano il funzionamento del mercato. Tutte operazioni che hanno consentito quella che possiamo chiamare la grande rapina. Dal 1979 a oggi – scrive Reich – la produttività è aumentata del 65% ma il salario medio è cresciuto solo dell’8%. Lo spread medio tra il salario medio e i compensi dei manager che negli anni ’50 del secolo scorso si aggirava attorno a venti, oggi supera le trecento volte di più. Allora c’erano quelli che Lippmann definì i manager statisti, oggi ci sono i manager rapaci (i raider) che, a loro dire, meritano quello che guadagnano perché producono valore per gli azionisti. C’è stato anche in America la neutralizzazione dei c.d. contrappesi e/o delle misure anche legislative con le quali un legislatore saggio riequilibra le forze economiche e politiche che svolgono il loro ruolo alternativamente e/o simultaneamente nel mercato economico e in quello politico. Non puoi mettere in competizione la 500 Fiat con la Ferrari, una barca che ha dieci mq di vela con una che ne ha 150, una regione ricca con una povera. Servono dei meccanismi compensativi delle diverse dotazioni di forze, di capacità fiscali, ecc.. Per questi motivi Reich chiede appunto il ripristino di questi contrappesi con il taglio dei finanziamenti elettorali, il divieto delle c.d. porte girevoli tra Wall Street e posti nel governo e/o in alte cariche amministrative, la trasparenza nei finanziamenti a think tank, esperti, consulenti e anche ai docenti universitari che, non di rado, sono dietro e animano, direttamente o indirettamente, campagne politiche c.d. indipendenti o producono pareri pro-veritate per questa o quella causa, per questo o per quel prodotto.
Ma c’è un’altra minaccia globale alla democrazia ed è l’avvento dei robot che già distruggono molti posti di lavoro ma che – secondo Reich – ne potrebbero distruggere una quantità molto ma molto più grande. Uno degli esempi emblematici citati da Reich (275) è quello di Instagram e Kodak : quando nel 2012 il sito di condivisione delle foto, fu acquisito fa Facebook per un miliardo di dollari, aveva solo 13 dipendenti e 30 milioni di utenti. Questo qualche mese prima che Kodak presentasse istanza di fallimento e, al suo apice, aveva 145 mila dipendenti. Più in generale, Reich cita ancora il caso delle quattro maggiori corporation che nel 1964 capitalizzavano 180 miliardi di dollari (2011) e impiegavano 430 mila persone. “47 anni dopo, le più grandi società americane erano quotate ognuna circa il doppio delle vecchie controparti, ma portavano avanti le proprie attività con meno di un quarto dei dipendenti”.
Anche per questo motivo, bisogna cominciare a pensare a nuove regole per assicurare una più equa distribuzione primaria della ricchezza prodotta. La prima riguarda la durata dei brevetti. Le royalties sono necessarie per incentivare la ricerca privata ma il loro livello e la loro durata possono essere determinati in modo da non creare ricchezze private spropositate. Ciò si può fare facendo in modo che nel momento in cui gli incentivi non sono più necessari, la proprietà intellettuale possa tornare nel dominio pubblico e avvantaggiare tutta la società. La seconda riforma riguarda il diritto di trasmettere agli eredi tutta o quasi la ricchezza prodotta nel ciclo vitale alterando in maniera irreparabile il principio dell’uguaglianza dei punti di partenza. Naturalmente ci sono altre proposte come un reddito minimo garantito per tutti su cui non ci soffermiamo qui per ragioni di spazio.
Reich cita dati di Peter Barnes secondo cui “interessi, dividendi , plusvalenze ed eredità rappresentano un dollaro su tre del reddito ricevuto dagli americani, e per la quasi totalità vanno all’1% più ricco” . Ci sono, poi, scappatoie fiscali per cui le plusvalenze maturate su case, azioni e titoli, gioielli, quadri, oggetti di antiquariato, terreni che possono essere trasmessi agli eredi senza essere sottoposte a tassazione. Anche queste sono regole definite non dai meccanismi automatici del mercato ma dai legislatori e possono essere riviste.
“Negli ultimi 30 anni – scrive Reich – le regole sono state dettate dalle grandi corporation, da Wall Street e dai super ricchi per incanalare verso di sé un’ampia fetta del reddito e della ricchezza totali del Paese”. Se questo trend dovesse continuare alla fine si impadronirebbero di tutto il potere politico e sarebbe la fine della democrazia. “La nuova sfida non investe la tecnologia o l’economia: è una sfida per la democrazia. Il dibattito cruciale del futuro non riguarda le dimensioni del governo. La scelta chiave non è tra il ‘libero mercato’ e il governo, ma tra un mercato organizzato a favore di una prosperità ampiamente diffusa e uno che punta a consegnare quasi tutti i guadagni a pochi individui in alto. Il punto non è quanto togliere ai ricchi tramite le tasse per ridistribuirlo a chi ricco non è, ma come concepire le regole del mercato affinché l’economia generi ciò che la maggior parte delle persone consideri di per sé un’equa distribuzione, senza la necessità di ampie ridistribuzioni a posteriori”.
Reich è nonostante tutto ottimista sulla base dei precedenti storici. Ogni volta che il sistema si era portato al limite della rottura, gli americani hanno saputo riformarlo.

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Il capitalismo e la finanza rapace sono riformabili

Riforma del capitalismo e democrazia economica. Per un nuovo modello di sviluppo, a cura di Laura Pennacchi e Riccardo Sanna con il coordinamento dell’Area delle politiche di sviluppo della CGIL, Ediesse, Roma, 2015.
Non è facile presentare un libro come quello curato da Laura Pennacchi e Riccardo Sanna perché si tratta di una ricca raccolta di ben 32 saggi interessanti che si occupano della crisi del capitalismo, del modello di crescita economica, dei fenomeni di distribuzione e redistribuzione perversi prodotti dalla crisi 2007 -2014, del sistema monetario internazionale, della globalizzazione, del ruolo delle banche centrali, delle banche universali, della finanza rapace, dello sviluppo sostenibile, insomma, dei massimi sistemi di cui si occupano – continuamente quanto superficialmente – i mass-media ma di cui il cittadino comune stenta a farsi un’idea perché , non di rado, se ne parla a vanvera senza approfondire le cause profonde della crisi, senza riuscire ad elaborare ipotesi credibili di fuoriuscita dalla crisi che attanaglia in particolare l’Unione europea ormai da oltre otto anni.
Impossibile dar conto in maniera analitica di tutti i 32 saggi. PQM mi propongo di seguire la seguente scaletta: crisi del capitalismo e stagnazione secolare; riforma della finanza; salvaguardia della democrazia; nuovo modello di sviluppo e di finanza.
Crisi e/o riformabilità del capitalismo. C’è una crisi del capitalismo – in realtà bisognerebbe specificare di quale capitalismo – dopo la sua vittoria storica sui sistemi di socialismo reale. Sul punto vedi Laura Pennacchi p. 24 che riprende l’elenco di Buzan e Lawson (2014): il capitalismo liberal democratico; quello socialdemocratico; il capitalismo autoritario competitivo; il capitalismo burocratico di Stato. Che ci sia una crisi è indubbio. Diversi saggi riprendono la tesi della stagnazione secolare di Larry Summers e altri economisti. Essa interessa i principali paesi occidentali: USA, UE e Giappone. Con riguardo all’UE, ovviamente, essa assume contorni più gravi nei paesi euromed. In Italia, il fenomeno ci interessa da vicino da circa un quarto di secolo e, quindi, non stiamo parlando di ipotesi ma di un fatto concreto. Ed essa non si cura né con la ottusa politica della austerity né con l’allettamento monetario ( Quantitative Easing) nell’eurozona in ritardo ed inefficace e che fin qui in America e in Europa ha avvantaggiato prevalentemente i ricchi (Giacché: 127).
Che il sistema capitalistico sia riformabile o irriformabile è un altro problema. Personalmente ritengo se il capitalismo è una istituzione creata dall’uomo, esso è riformabile come tutte le istituzioni create dall’uomo. Il problema analizzato nella logica dell’azione collettiva è quello di verificare se c’è una vera volontà maggioritaria per fare la riforma e quale tipo di riforma. Oggi tutte le forze politiche e quelle sociali si dicono riformiste. Il problema è di capire quali sono le riforme che fanno avanzare le sorti dei lavoratori e dei più deboli e quelle che consolidano il potere dei più forti ; quelle che danno ai cittadini nuovi strumenti di partecipazione e deliberazione oppure quelle che fanno degenerare la democrazia verso l’oligarchia o la dittatura.
Come reagire ? spingendo il governo italiano ad agire coerentemente e a porre con forza la revisione delle regole assurde del Trattato di Maastricht, del Fiscal Compact , del Two Pact , del Six Pact e annessi regolamenti e protocolli che hanno focalizzato la loro attenzione sulla funzione di stabilizzazione, sul risanamento dei conti pubblici, sul problema del debito pubblico trascurando del tutto o mettendo in linea subordinata il problema della crescita e dell’occupazione. Il governo Renzi forse comincia a capirlo dopo che, per due anni, si è trastullato con la favola della flessibilità (Militello: 454) e dopo aver lasciato sola la Grecia (Baranes: 216-217) che aveva posto la questione all’ordine del giorno ma che è stata lasciata sola paradossalmente anche dai Paesi euromed che avevano ed hanno un diretto interesse a modificare le suddette regole. In primo luogo, queste non distinguono appropriatamente il debito emesso per finanziare spese correnti e quello necessario per finanziare gli investimenti nel capitale materiale ed immateriale. Senza di questi l’economia reale non tornerà a crescere a tassi sostenuti e sostenibili, il capitalismo italiano languirà, il capitale finanziario approderà su altri lidi e nel paese ci sarà ben poco da riformare. Si confermerebbe la tesi della stagnazione secolare. Nei paesi euromed c’è un problema grave di domanda interna per consumi e investimenti e, invece, i governi dei PM sono costretti a perseguire una svalutazione interna dei salari e dei prezzi per guadagnare margini di competitività. In altre parole sono costretti a inseguire un modello di crescita export-led che da ultimo non tiene conto neanche del rallentamento della crescita a livello mondiale e dei problemi che l’accumulazione di riserve valutarie da parte di alcuni Paesi (vedi il caso della Germania che produce la maggior parte del surplus commerciale dell’eurozona) crea gravi squilibri strutturali all’economia dell’eurozona e a quella del resto del mondo.
Infatti, la crisi dei paesi più ricchi influenza e permea anche il processo di globalizzazione e, quindi, anche le economie di interi continenti (Africa, Cina, India ) e dei paesi emergenti c.d. Brics e, in diverso modo, i vari settori produttivi all’interno di essi. Di conseguenza tutta l’economia mondiale è in grande difficoltà. C’è un rallentamento sensibile della crescita a livello mondiale.
Questo non ha necessariamente molto a che fare con il modo di produzione capitalistico ma piuttosto con la scarsa qualità delle istituzioni sovranazionali che , dopo il crollo del sistema di Bretton Woods nell’agosto 1971, non hanno saputo approntare una efficiente ed efficace governance economica a livello planetario. Poco o nulla concludono in termini di coordinamento effettivo le ricorrenti riunioni dei vari Vertici mondiali quali i G-7, i G-8 e i G-20. I potenti del mondo si sono affidati ai mercati, lasciando in fatto mano libera alla finanza rapace. Anche a questo riguardo, c’è una precisa responsabilità europea. Gli europei hanno avuto per diversi decenni la responsabilità della direzione del FMI ma non hanno saputo utilizzarla per proporre nulla di diverso di quanto, in questi 45 anni, ha proposto la potenza egemone, ossia, gli USA. E del resto, come avrebbero potuto farlo se gli stessi europei non hanno saputo mettere a punto un sistema monetario europeo equilibrato ed in grado di promuovere una crescita sostenuta e sostenibile nell’ambito della loro stessa Unione.
Forse è più urgente riformare la finanza se le distorsioni e i mali peggiori che avrebbe prodotto il capitalismo sono in realtà mali prodotti dalla finanziarizzazione dell’economia. Giacchè (113) ci ricorda che nel 2007 la finanza valeva il 356% del PIL rispetto al 100% del 1980. Inoltre, c’è un’abbondanza di risparmio a livello mondiale – di cui aveva parlato Ben S. Bernanke già nel 2005 – eppure questo non si traduce in investimenti nell’economia reale. Perché? Perché con la liberalizzazione dei mercati finanziari a partire dai primi anni ’80 le banche non producono più un servizio pubblico” (Leon :224) ma seguendo le discutibili direttive della BCE puntano solo al rafforzamento del capitale. Il mantra è che le banche sono imprese come le altre, devono fare profitti e non importa se lo fanno anche a danno degli stessi azionisti e dei detentori di obbligazioni subordinate – come abbiamo visto recentemente in Italia. Se non ce la fanno in questo modo, possono sempre – governi prontamente consenzienti – socializzare le perdite perché nessun sistema economico moderno può funzionare senza le banche. Le banche e gli altri intermediari finanziari, spesso controllati dalle prime, cercano di fare profitti speculando sui mercati finanziari utilizzando prodotti finanziari c.d. derivati e cartolarizzazioni “nude”, ossia, senza un diretto legame con transazioni di carattere reale. Anche grazie allo high frequency trading , si crea una volatilità sui mercati finanziari che non ha una razionalità economica. Una volta si diceva che la speculazione anticipava gli andamenti dell’economia reale e serviva a scegliere le imprese maggiormente efficienti e in grado di produrre valore per gli azionisti (un mito secondo Sacconi: 419). Oggi questo avviene prevalentemente se non esclusivamente per le banche d’affari e gli hedge fund. La speculazione oggi avvantaggia solo gli speculatori più abili e gli squali della finanza rapace (Baranes: 212). Negli anni ’70 del secolo scorso si diceva che gli investimenti pubblici spiazzavano quelli privati. Adesso che gli investimenti finanziari spiazzano entrambi va tutto bene, nessuno se ne preoccupa.
Il nesso tra capitalismo e democrazia. Una volta si riteneva che il sistema capitalistico fosse incompatibile con la democrazia. Poi è arrivato il c.d. compromesso socialdemocratico , ossia, la conciliazione tra il capitalismo e la democrazia , il riconoscimento dei diritti di proprietà dei pochi – a difesa dei quali si è esercitato tutto il costituzionalismo moderno a partire dalla Rivoluzione francese e quello contemporaneo – in cambio dei diritti civili e sociali per le masse. Si è passati gradualmente dal voto in base al censo al riconoscimento del diritto di voto a tutti ricchi e poveri, uomini e donne. Ma questo non ha annullato le diseguaglianze né quelle formali né quelle sostanziali. Da ultimo anche nei paesi ricchi per fronteggiare la concorrenza dei paesi emergenti si sono adottate politiche di compressione dei salari e dei diritti civili e sociali che hanno portato ad una polarizzazione della distribuzione dei redditi senza toccare minimamente rendite e profitti (vedi Franzini e Raitano). Tutto questo ha prodotto un impoverimento anche delle classi medie di molti paesi occidentali e la richiesta sempre più insistente delle autorità monetarie internazionali e, soprattutto europee (FMI, BCE e Commissione europea) a tagliare il welfare state assumendo la sua insostenibilità. Ora se si riflette bene alla questione del welfare, anche questa è problema fondamentale di democrazia. Il welfare c’è nei paesi più ricchi e già ne 1890 l’economista tedesco Wagner aveva identificato una tendenza della spesa pubblica ad aumentare al crescere del reddito nazionale. Al di là delle verifiche empiriche che non sempre verificano detto trend, più recentemente è stata formulata un’altra legge secondo cui ci sarebbe una correlazione tra livello del reddito e richiesta di maggiore democrazia da parte dei cittadini con redditi superiori ai 20.000 dollari. Sembra perciò ragionevole assumere che siano i cittadini elettori che devono decidere qual è la combinazione di beni pubblici e beni privati che essi intendono produrre e consumare e non le tecnocrazie del FMI e della BCE. A questo riguardo, Petrucciani (83) cita opportunamente Habermas che distingue tra europeismo democratico e quello tecnocratico a fronte della verticalizzazione del processo decisionale in materia economico-finanziaria con le più rilevanti decisioni affidate alla BCE e agli uomini della finanza rapace che attraverso le manovre sui mercati finanziari impongono ai governi sub-centrali solo le decisioni gradite dai “mercati”. PQM ribadisco che la riforma della finanza è prioritaria per due motivi fondamentali: a) perché mina il corretto funzionamento dell’economia reale; b) perché accentuando le diseguaglianze economiche aumenta le diseguaglianze nella distribuzione delle “risorse politiche” e, quindi, il funzionamento stesso della democrazia. Per un piccolo approfondimento sui problemi della democrazia in Italia e in Europa mi sia consentito di rinviare a http://enzorusso2020.blog.tiscali.it/2013/07/24/il-problema-della-democrazia-in-italia-e-in-europa/
Come se ne esce? È la risposta più difficile da dare perché le vie di uscita possono essere diverse e non c’è consenso su quale strada incamminarsi. Si possono fare delle ipotesi proiettando alcune tendenze in atto in alcuni paesi ma non è detto che dette tendenze si consolidino o che vengano perseguite con determinazione.
Intanto, bisogna distinguere tra soluzioni di breve-medio termine e quelle di medio-lungo termine. Con riguardo alle prime, come sostiene Laura Pennacchi, si può uscire dalla crisi promuovendo politiche per la piena e buona occupazione riassegnando allo Stato un ruolo fondamentale nell’accumulazione del capitale materiale ed immateriale. In sintesi, si può creare moneta con solo per salvare le banche ma anche e, soprattutto, per salvare il processo di accumulazione , ossia , il livello di investimenti privati e pubblici – nelle circostanze soprattutto questi ultimi – per garantire crescita economica sostenibile, piena e buona occupazione, protezione dell’ambiente. Un discorso diverso e più difficile è quello che riguarda il lungo termine. Qui si richiede la previsione circa il destino finale dei vari tipi di capitalismo e/o il cambiamento del modello di crescita e sviluppo nel senso delle forme della produzione reale sulla quale può incidere molto lo sviluppo della tecnologia e delle macchine (robot). Fukuyama ha parlato di fine della storia, Rifkin di fine del lavoro ma , secondo me, si sbagliano entrambi. È cambiata la storia come è cambiato il lavoro. Se il discorso va correttamente riferito al lungo termine, nessuno è in grado di fare previsioni precise. A suo tempo, anche Marx si sbagliò sulla fine del capitalismo. È un fatto che questo nel tempo ha mostrato una resilience ed una capacità di adattamento che altri sistemi più recenti non hanno mostrato. Certo se uno pensa al global warming causato dall’enorme consumo di energia da parte dei paesi più ricchi e alle conseguenze dirette che esso comporta sui luoghi più poveri della terra, al problema dell’acqua, e dell’aria inquinata, è d’obbligo che le cose non possono continuare così all’infinito. Bisogna prendere atto – come fa Papa Francesco nella sua Enciclica “Laudato Si” – che c’è una interdipendenza tra la natura, l’ambiente e l’uomo, tra l’economia e l’ambiente, tra il modello di sviluppo economico e la natura ; che non c’è parallelismo tra crescita economica e crescita civile della società; che l’interdipendenza tra destino della natura e dell’uomo diviene totale via via che ci avviciniamo pericolosamente all’esaurimento di certe risorse come l’acqua e l’aria pulita”. Sono troppi i fattori che entrano in gioco per fare previsioni affidabili circa il modello di sviluppo. E’ vero che , in fatto, sono riscontrabili tendenze che se confermate nel tempo potrebbero portare ad una sua profonda trasformazione.
Due ultimi brevi note. Ruolo dei partiti, della sinistra e dei sindacati. Sui primi c’è poco da dire se prevalgono i c.d. partiti liquidi con leader dalla veduta corta, che non hanno una visione del futuro, che non dialogano con i corpi intermedi e, quindi, non elaborano scenari programmatici all’interno dei quali trovano soluzione i problemi di breve e medio-lungo termine. Per questi motivi mi concentro sul discorso dei sindacati , ben sviluppato da Barbi, Beschi e Sanna che provano a tirare delle conclusioni dopo 480 pagine di analisi. Seppure divisi a livello europeo, i sindacati hanno dato prova di sapere elaborare proposte interessanti e probabilmente risolutive come il c.d. Piano Marshall proposto dai sindacati europei e il Piano del lavoro proposto in Italia dalla CGIL nel 2013 – purtroppo cadute nel vuoto. Ricordo che il volume che qui presento è l’approfondimento di quest’ultimo Piano. Questo conferma che il sindacato deve spingere su due fronti : quello centrale a livello europeo non solo attraverso il Comitato economico e sociale ed il Comitato delle Regioni e quello decentrato a livello regionale dei singoli paesi membri. Dato l’attuale assetto istituzionale europeo egemonizzato dal Consiglio europeo, o si riesce a cambiare la politica economica e finanziaria decisa a livello centrale oppure si è condannati al fallimento finche il Consiglio europeo è dominato da governi di centro-destra. Né possiamo aspettarci gran che dal Piano Juncker che nella ipotesi più ottimistica avrebbe un effetto leva di circa 300 miliardi in quattro anni mentre il fabbisogno stimato dalla Confederazione Europea dei sindacati è di 2.600 miliardi per dieci anni (Barbi: 203). Per questi motivi, ritengo fondamentale che l’azione del sindacato si eserciti a livello decentrato per spingere le regioni periferiche (tipo quelle del Sud Italia) a elaborare piani di sviluppo in grado di mobilitare risorse pubbliche e private, di utilizzare a pieno e nei tempi previsti i fondi strutturali. Occorre inoltre andare oltre il meccanismo del cofinanziamento paritario. Bisogna riformare coerentemente il meccanismo degli aiuti di Stato e tornare a definire un’appropriata fiscalità di vantaggio per tutti quelli che vanno a investire nelle regioni periferiche. Un sistema che preveda anche adeguati meccanismi di compensazione per shock interni ed esterni. Una vera Clearing Union come proposta da Keynes che compensi gli squilibri quanto meno europei (Fantacci: 236). Quindi non più concorrenza ma armonizzazione fiscale per creare un sistema di convenienze che favorisca gli investimenti nelle aree meno sviluppate , ossia, un sistema che in fatto c’è già ma che dispone di risorse insufficienti e viene sostanzialmente neutralizzato dalla concorrenza fiscale senza regole. A questo punto sono costretto a sorvolare sulle analisi sulla politica industriale, sulla democrazia economica e sulle nuove relazioni industriali che servono in Italia e in Europa . Dico solo che una volta si diceva che una democrazia politica compiuta doveva portare anche la democrazia economica e alla giustizia sociale come prevedono diversi articoli della prima parte della nostra Costituzione del 1948. Oggi siamo ridotti ad una situazione in cui invochiamo un po’ di democrazia economica e di partecipazione come strumenti per arrestare la deriva tecnocratica ed autoritaria in corso in Italia e nell’Unione.

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