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Archivio Giugno 2016

Ecco come ragionano le società di rating

Secondo quanto ha riferito l’Agenzia Reuters ieri 27 giugno u.s., al momento non ci sono segnali di un significativo deterioramento dei fondamentali del debito pubblico italiano, che possa far ipotizzare un impatto della Brexit sul rating dell’Italia.
Lo ha detto il responsabile rating sovrani di Dbrs Fergus McCormick, in una conference call dedicata alle conseguenze del voto britannico per l’uscita dall’Unione europea rispondendo ad una domanda sulla situazione italiana. Ha motivato la sua affermazione dicendo che la DBRS segue attentamente l’evolversi della situazione tenendo sotto osservazioni le variabili che incidono sulla traiettoria del debito pubblico nei Paesi a rischio. Le variabili osservate sono: la crescita del Pil, i tassi di mercato, l’inflazione e le finanze pubbliche.
Fin qui ha ragione . I tassi di mercato sono bassissimi, invece dell’inflazione abbiamo la deflazione, la crescita è minima ma positiva e comparativamente i conti pubblici sono in parte risanati – naturalmente da un punto di vista strettamente contabile.
L’analista ha quindi definito “incoraggiante” il rimbalzo odierno del titoli di Stato italiani e spagnoli, ma ha poi sottolineato l’importanza del referendum costituzionale italiano di ottobre, definendolo il “prossimo passaggio cruciale in Europa”. “Vedendo come stanno andando i referendum in Europa è un appuntamento da guardare con grande attenzione” avrebbe concluso.
Secondo me, mettere sullo stesso piano il referendum sulla uscita della Gran Bretagna dall’Unione Europea e quello su una riformetta storpia e malfatta come la riforma costituzionale Italiana varata dal governo Renzi è a dir poco sbagliato e senza alcun fondamento economico. Non tiene conto che la riforma costituzionale di cui parla poco o nulla ha a che fare con i fondamentali che McCormick stesso ha citato precedentemente.
In miei precedenti post sul mio blog ho messo in rilievo la scarsa o nulla rilevanza della riforma costituzionale se il problema della crescita in Italiana è quello di un grave difetto di domanda interna sia per i consumi che per gli investimenti.
Ho osservato anche che il vero problema interno è quello della quantità e qualità della legislazione sulla quale la riforma costituzionale non sembra destinata a migliorare la situazione neanche sui tempi necessari per approvare le leggi. E del resto, come ho scritto ripetutamente, non ha effetti migliorativi velocizzare il processo decisionale all’interno di singoli paesi membri dell’Unione se poi quello principale resta lento e farraginoso.
Nell’ultimo post ho messo in evidenza quello che l’Unione europea dovrebbe fare costruendo un vero e proprio governo federale dell’economia e della finanza anche con meccanismi assicurativi di ultima istanza dei debiti pubblici dei paesi membri, alias, suddivisione del rischio.
Anche per la stabilità di questi debiti rilevano non le riforme sciacquetta dei governi sub-centrali ma quelli che si dovrebbero fare – e non si fanno – a livello centrale.
Lo tenga ben presente il sig. McCormick se non vuole creare egli stesso qell’incertezza che fa comodo ai suoi compari della finanza rapace. Che la finanza speculativa abbia bisogno di certezza è un controsenso perché essa realizza i maggiori profitti proprio nelle situazioni di incertezza. Chi ha bisogno di minore incertezza sono le imprese e le famiglie che devono avere fiducia che i contratti che stipulano saranno rispettati dalle controparti e che in caso negativo troveranno procedimenti giudiziari efficienti ed efficaci. Ecco un esempio preclaro di come funzionano le società di rating così sopravvalutate dalle parti di Wall Street.

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Dopo Brexit che fare ?

In una fase di forte accelerazione della globalizzazione, l’orizzonte degli statisti dovrebbe essere il governo mondiale. A maggiore ragione, vale la tesi di Spinelli secondo cui la federazione europea era un passo intermedio verso la federazione mondiale. Oggi questo è un obiettivo quanto mai attuale è urgente se non si vuole lasciare il governo economico del mondo alla finanza rapace e alle società di rating. Ma soprattutto se non si vuole lasciare deteriorare la democrazia in Europa e nel mondo. Abbiamo istituzioni sovranazionali inadeguate ai compiti che, giorno dopo giorno, perdono legittimazione democratica vuoi per la rappresentanza politica che essi esprimono vuoi per la loro incapacità a risolvere i problemi della gente comune ma soprattutto i grandi squilibri mondiali. Abbiamo i G7, i G8, G20, i G5 e i Gtanti. Sottoscrivono documenti che auspicano il coordinamento delle varie politiche, poi tornano a casa e continuano a fare i loro interessi aspettando che qualcun altro tolga le castagne dal fuoco. E i leader europei non si comportano diversamente. Ieri Renzi incontra separatamene Hollande, oggi si rivedono insieme alla Merkel. Si parla di direttori a tre a quattro. Abbiamo una pletora di organi collegiali e tutti si dilettano a suggerire incontri informali di gruppi a diversa composizione che non di rado escludono i cinque Presidenti e, in modo ancora più grave, il Parlamento europeo.
Due terzi dei Paesi Membri (PM) dell’Onu sono espressione di paesi a basso grado di democrazia se non proprio di dittature feroci. Questo costringe i paesi più democratici a dare spazio e legittimazione indiretta alle organizzazioni specializzate delle NU e/o a autorità amministrative indipendenti non di rado gestite e controllate da uomini dell’alta finanza attraverso le c.d. sliding doors, ossia, uomini che si alternano al governo dei più importanti paesi del mondo e delle maggiori banche d’affari residenti , in particolare, a Wall Street. Per questi motivi diventa cruciale quello che si può e si deve fare al livello delle aree regionali vaste, ossia , di dimensioni continentali. L’UE è una di queste e lo sforzo dei Paesi membri (PM) dovrebbe essere diretto a rafforzare sempre più le sue strutture e renderle sempre più responsabili da un lato rispetto ai suoi cittadini dall’altro rispetto alle aspettative del resto del mondo.
Vale la pena ripetere una cosa per molti di noi banale: chiudersi nello splendido isolamento o continuare a fare il piccolo cabotaggio sarebbe semplicemente suicida. Occorre invece intraprendere la strategia alta quella degli statisti che pensano alle generazioni future più che al mantenimento del loro potere non è facile. Limitando il discorso allo stato della UE, dopo il referendum inglese, mi sembra che i problemi da affrontare siano molteplici e molto complessi, alcuni di essi possono essere affrontati in tempi brevi, altri hanno bisogno di una più attenta meditazione e preparazione.
Ne elenco alcuni: a) rafforzare il ruolo del PE; b) rafforzare il ruolo della Commissione che deve diventare il vero governo centrale; c) abrogare il Consiglio europeo; d) adottare il principio della geometria variabile; e) il cambio della politica economica; f) l’adozione di una politica comune in materia di emigrazione. Ovviamente l’elenco non è esaustivo. Ci sono altri e pesanti problemi da risolvere ma in questo scritto mi occupo solo di quelli elencati.
Rispetto ad a) bisogna sciogliere il nodo delle competenze, ossia, precisarle meglio. Non si può pensare di andare avanti così . Se anche gli eventi più recenti impongono la geometria variabile, ossia, poteri diversi a seconda che si tratti di affari del nucleo avanzato o di quelli dei 28 ora 27 PM, allora bisogna adottare il modello delle due camere o quello di una camera e mezza. A questo riguardo si pone la questione del Senato federale . Nelle federazioni vere e proprie, tradizionalmente, c’è un Senato federale che assicura la rappresentanza paritaria degli Stati federati o con poteri paritari rispetto alla Camera o con poteri differenziati. Da noi si è scelta la soluzione del Consiglio europeo dove siedono i capi di governo dei PM. La soluzione mostra la corda perché, come vediamo ogni giorno, i capi di governo ragionano per lo più in una ottica che in primo luogo tiene presente gli interessi nazionali.
Gli obiettivi fondamentali da perseguire secondo me sono due : camera e senato devono essere in diritto e in fatto i massimi rappresentanti della sovranità popolare e le leggi che essi approvano devono essere immediatamente applicabili e applicate nei confronti dei cittadini europei . Senza passare attraverso lo strumento della legge comunitaria di livello nazionale che recepisce quelle del PE.
L’iniziativa legislativa sarebbe condivisa tra le Camere e il governo federale, alias, Commissione rafforzata. Il primo problema che si pone al riguardo del governo e se la forma di Stato deve essere una Repubblica parlamentare oppure una repubblica presidenziale o semi presidenziale. La mia preferenza va alla Repubblica parlamentare ma sono pronto a discutere le altre soluzioni a condizione che sia rigorosamente salvaguardata la separazione netta dei poteri come ad esempio negli Stati Uniti. Anche il governo avrebbe due composizioni diverse: una ristretta per gli affari dell’eurozona ed una allargata per l’UE a 27.
Con riguardo ad e) , a prima vista, la soluzione sarebbe più a portata di mano. Ormai c’è un certo consenso che la politica dell’austerità non ha dato i frutti sperati e che occorra cambiare passo. Non si può applicare la stessa ricetta a paesi in situazioni diverse. Le economie dei 27 PM non possono essere governate da regole automatiche, dai parametri di Maastricht. Non possiamo tutti perseguire lo stesso obiettivo del risanamento dei conti pubblici. Che senso ha avere la finanza pubblica in regola e decine di milioni di disoccupati che per anni e anni non hanno speranza di trovare lavoro? Il punto è che il cambio di politica economica in teoria sarebbe possibile anche nel breve periodo se solo ci fosse il consenso necessario . Serve non una maggiore flessibilità nell’applicazione delle attuali regole uguali per tutti ma una politica economica articolata per aree regionali con gli stessi problemi all’interno dell’Unione. La strategia di Lisbona sulla convergenza va rigenerata e rilanciata mettendo a disposizione della Commissione e dei governi nuovi e più incisivi strumenti di intervento diretto nell’economia. Bisogna prendere atto che, dopo la crisi iniziata nel 2008, con l’adozione del Fiscal compact e degli annessi e connessi regolamenti anche la politica economica è stata centralizzata ma confermando l’errore del 1997. Allora come negli anni recenti si è data priorità alla politica di stabilizzazione trascurando del tutto o quasi la crescita. Come noto, mentre si elaborava il Fiscal compact si stava elaborando anche un Growth Pact ma poi di quest’ultimo non se ne fece niente. Non solo ma si fece di più e di peggio. A fronte del persistere della doppia recessione che colpiva più duramente i PM euromed , l’accordo Cameron-Merkel riduceva di 90 miliardi le proposte della Commissione di aumentare il bilancio settennale ,alias, le prospettive finanziarie della UE.
Anche questo è un punto fondamentale che va riformato con urgenza se non si vuole condannare all’impotenza l’auspicato governo europeo. Come si fa a governare una economia di dimensioni continentali con un bilancio non solo striminzito di poco superiore all’1% del PIL europeo ma anche rigido. Serve intanto un sostanziale aumento del bilancio e il potere di indebitarsi per avere la possibilità di governare la domanda interna non solo a livello delle maggiori aree regionali ma dell’economia europea nel suo insieme, non solo per fare fronte agli shock esterni ma anche per affrontare sul serio gli squilibri territoriali che permangono e si aggravano all’interno delle varie aree regionali.
In una intervista al Corsera del 26 u.s. Amartya Sen, dopo avere richiamato il Manifesto di Ventotene, ha sostenuto che prima di fare l’euro bisognava fare l’Unione fiscale. Pur riconoscendo che la costruzione dell’Unione economica e monetaria è zoppa e incompleta. Rispettosamente mi permetto di dissentire. Un mercato comune e poi unico non può funzionare bene senza una moneta comune. L’idea è vecchia quanto il Trattato di Roma. Ma l’integrazione monetaria subisce una forte accelerazione con l’abbandono del sistema dei cambi fissi di Bretton Woods voluto dagli USA (15-08-1971). Abbiamo avuto prima il serpente, poi il sistema monetario e infine l’euro. L’approccio funzionalista, in buona sostanza, ha funzionato. Sappiamo che l’Europa non aveva le caratteristiche di un’ottima area monetaria e che comunque servivano dei trasferimenti compensativi e perequativi. Ma i PM ricchi non hanno voluto i primi strettamente necessari per far funzionare bene la concorrenza né, tantomeno, i secondi.
In Italia l’attuazione dell’euro è stata disastrosa, producendo un forte aumento dei prezzi. Poi c’è stata una gestione filo-americana del cambio a cui solo recentemente ha posto parziale rimedio il Presidente della BCE Draghi. Dico che il problema più importante non è l’euro ma la politica economica. Ancora ai primi degli anni 70 , ossia, prima della fine dei “gloriosi trenta”, si parlava del quadrato magico della politica economica: crescita sostenuta e sostenibile (vedi Conferenza di Venezia, aprile 1972, organizzata da Spinelli) , piena occupazione, stabilità dei prezzi ed equilibrio dei conti con l’estero.
Dopo 30-40 anni di neo-liberismo, ci ritroviamo in Europa con crescita media asfittica, 25 milioni di disoccupati, la deflazione e squilibri fondamentali nelle bilance dei pagamenti. Siamo dentro il quadrato tragico.
O l’Unione si dà un governo centrale dotato degli strumenti necessari e sufficienti ad affrontare questi problemi in chiave sussidiaria dei governi dei PM oppure il suo futuro è veramente a rischio. Last but not least, vengo al problema dell’emigrazione. È connesso in maniera ineludibile con il problema della disoccupazione diffusa tra i lavoratori europei, tenendo conto che il fenomeno rischia di aggravarsi per effetto delle nuove tecnologie e della digitalizzazione. La Commissione europea non può accettare come tassi normali di disoccupazione quello italiano dell’11,6% e quello spagnolo più del doppio. Un governo europeo degno di questo nome deve darsi l’obiettivo della piena occupazione. Lo Statuto della BCE va modificato secondo il modello della FED. La misura è estremamente urgente se considero l’assenza o, se volete, l’estrema debolezza di un governo centrale dell’economia a livello dell’Unione. Solo in un contesto così modificato, l’Europa può sul serio cercare di diventare una società inclusiva non solo per i cittadini europei ma anche per quelli che hanno diritto a o vogliono diventarli.
È evidente che molte di queste politiche non sono fattibili nel breve termine perché richiedono modifiche ai Trattati Ma proprio per questo motivo bisogna riaprire al più presto il cantiere delle riforme costituzionali a livello europeo . Ma se parliamo di politica economica in senso stretto non poco si può fare in tempi relativamente brevi.

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Riforma costituzionale e l’Italicum rischiano di azzoppare la democrazia

Due considerazioni preliminari. La prima è che bisogna avere chiaro l’obiettivo fondamentale del sistema costituzionale che si vuole costruire. Da un quarto di secolo almeno, a parole, diciamo che vogliamo costruire un sistema federale. Va ricordato che la questione del federalismo entrò nell’agenda della politica italiana per merito o demerito (a seconda dei punti di vista) di Bossi e della Lega Nord che addirittura minacciavano la secessione se non si fosse realizzato il federalismo entro un ragionevole lasso di tempo. In un sistema federale, il Senato ha ragion d’essere al livello centrale del sistema federale e non a livello dei paesi membri federati o in via di essere federati. In Italia dove i discorsi sulla riforma costituzionale non hanno mai tenuto conto di quello che sta avvenendo in Europa tranne nel caso della modifica dell’art. 81 della Costituzione collegato all’adozione Fiscal Compact a livello europeo. Si è partiti dall’idea bizzarra che il bicameralismo perfetto fosse la causa dell’inefficienza del nostro sistema istituzionale. Per approfondimenti di questo punto mi sia consentito rinviare a http://enzorusso2020.blog.tiscali.it/2016/02/16/l%E2%80%99irrilevanza-della-riforma-del-senato/?doing_wp_cron
Adesso abbiamo un bicameralismo differenziato, non elettivo e composto da esponenti delle regioni e dei comuni. Qui mi basta dire che un senato che non ha voce decisiva sulla legge di stabilità nega la partecipazione non solo delle Regioni e dei Comuni ma direttamente e indirettamente anche dei cittadini. La riforma nega non solo un sistema genuinamente federale, come sarà prima o poi il sistema dell’Unione Europea, ma nega anche lo Stato regionale come previsto dalla nostra Costituzione del 1948.
La seconda premessa che ha a che fare non solo con la riforma costituzionale ma anche con la legge elettorale c.d. Italicum è ovviamente collegata alla forma di governo, perché in nome della stabilità – non della governabilità che dipende anche da altri fattori – prevede un ritorno ad un sistema elettorale peggiore del c.d. Porcellum legge n. 270/2005 che la Corte costituzionale ha già censurato in diversi punti con sentenza n.1/2014. Di queste censure il governo e il Parlamento non hanno tenuto conto approvando l’Italicum, rectius, legge n. 52/2015. Questa assicura una maggioranza di 340 seggi al partito che vince le elezioni. Considerata la frantumazione del sistema politico con l’emergere di tre principali schieramenti si è previsto un grosso premio di maggioranza non ad una coalizione ma ad una lista partitica. L’argomento dei difensori di questa soluzione è che senza un cospicuo premio di maggioranza, nessun partito sarebbe in grado di assicurarsi una maggioranza in Parlamento e, quindi, non sarebbe in grado di governare senza ricorrere all’aiuto e/o alla cooperazione con altri partiti. Anche su questo punto gli argomenti del Presidente Renzi, nonché segretario del PD, a mio giudizio, sono molto deboli perché una riforma della costituzione non può partire dalla situazione contingente della crisi dei partiti. Una costituzione si deve proiettare in un orizzonte temporale di lungo termine e, se così, non sappiamo se fra 5-10-20 anni la situazione dei partiti sarà come quella attuale. Secondo la Constitutional Political Economy la definizione delle regole va fatta avvolti nel velo dell’ignoranza, ossia, senza sapere chi potrà essere avvantaggiato da quelle regole. Più in generale, se il pluralismo delle forze politiche è l’essenza della democrazia, non si può azzoppare la democrazia perché ci sono tre partiti di pari forza. Un partito al governo non può ridisegnare da solo ( a colpi di maggioranza risicata) la legge elettorale secondo le sue necessità, per garantirsi una maggioranza blindata. Nel 2005, lo fece il governo Berlusconi ma nel 2006 vinse Prodi.
Proseguendo per questa strada si può anche ipotizzare l’abrogazione delle elezioni – come fu ipotizzato in chiave satirica attorno al 1975 da Anonimo in “Berlinguer e il Professore”, Rizzoli, 1975: 82-83). È questo non sarebbe del tutto sorprendente se si considera la deriva autoritaria e tecnocratica in corso in Europa e nel mondo che affligge la democrazia.
In un paese coeso, funzionano le coalizioni, in un paese non coeso dove, da un quarto di secolo, prevale la logica dell’amico-nemico, il sistema non funziona o funziona male con l’abuso continuato della decretazione d’urgenza, i canali speciali per i provvedimenti del governo, i canguri per togliere la parola all’opposizione , i voti di fiducia sui maxi-emendamenti, ecc. Se oggi viviamo nell’era della sfiducia come sostiene il politologo francese Pierre Rosanvallon, (Controdemocrazia La politica nell’era della sfiducia, Castelvecchi, collana le navi, Roma, 2012), bisogna prenderne atto e l’impegno di tutti i partiti dovrebbe essere quello di superare tale sistema e ricostruire la fiducia necessaria. Se invece la previsione è che questo sistema della sfiducia reciproca tra le forze politiche e i poteri dello Stato, va bene ed è destinato a restare nel lungo termine , allora servono i poteri di veto di cui parla Gorge Tsebelis, un politico americano di origine greca (vedi il suo: Poteri di veto. Come funzionano le istituzioni politiche, il Mulino, Bologna, 2004). Per essere chiari il sistema dei poteri di veto è quello in essere nella Costituzione americana dove c’è la separazione netta dei poteri specialmente tra il Congresso ed il Presidente, quindi tra il legislativo e l’esecutivo per cui il Presidente può porre il veto alle leggi approvate dal Congresso e viceversa il Congresso o una delle sue camere può non approvare le leggi proposte dal Presidente. Congresso e Presidente risultano eletti con procedimenti elettorali significativamente diversi ed ottengono mandati di durata diversa (4 e 6 anni) proprio per raccogliere eventuali cambiamenti di opinione pubblica. Il Congresso si rinnova parzialmente ogni due anni. Il mandato del Presidente dura 4 anni. I senatori durano in carica 6 anni e 1/3 di essi si rinnovano ogni due anni. Le due camere del Congresso hanno sostanzialmente gli stessi poteri legislativi anche in materia di bilancio. Quindi negli Stati Uniti c’è il bicameralismo perfetto o quasi tanto deprecato in Italia perché secondo gli esponenti della maggioranza sarebbe lento e farraginoso mentre oggi servirebbero procedimenti legislativi veloci ed efficaci per affrontare i problemi della globalizzazione. Si dà il fatto che gli USA restano la potenza egemone a livello mondiale che affronta giornalmente detti problemi ma nessuno o quasi – che io sappia – sostiene che il bicameralismo vada cambiato. Una breve precisazione circa i poteri di veto. I padri costituenti americani li previdero perché non assunsero che i politici siano angeli ed ispirerebbero sempre le loro scelte alla leale collaborazione e/o cooperazione e al perseguimento dell’interesse generale. In altre parole, non hanno prescritto di utilizzare sempre e comunque i poteri di veto ma solo quando la cooperazione tra le forze politiche non funziona.
Tornando all’Italia, bisogna aver chiaro in mente che il nostro sistema era ed è ingovernabile non perché c’era il bicameralismo perfetto ma perché in Italia prevale il particolarismo, non c’è coesione sociale, non c’è un’idea condivisa di giustizia sociale né di quella tributaria. C’è una tradizione di familismo amorale. Tutti antepongono l’interesse di parte a quello generale. Nel nostro Paese prosperano tre organizzazioni criminali tra le più potenti del mondo. Si vive in un clima di illegalità diffusa. La corruzione grande e piccola è una vera metastasi, che non può essere curata solo con la prevenzione lodevole dell’Anac di Cantone.
Tutti amano i privilegi; disobbediscono alle regole a partire da quella della puntualità. In politica prevale l’idea che i problemi si risolvono approvando nuove leggi senza un’analisi preventiva delle cause per cui la precedente legge non ha funzionato, senza un’analisi preventiva dell’impatto amministrativo ed economico della nuova legge.
E tuttavia, a mio giudizio, non c’è un rischio grave di paralisi (e/o di inciucio)- come sostiene Renzi – perché fortunatamente siamo inseriti nel sistema istituzionale dell’Unione europeo. Con tutti i suoi limiti e con tutte le conseguenze anche negative che l’UE produce negli ultimi tempi per come sta gestendo la crisi economica e finanziaria che ci affligge dal 2008, essa rimane una garanzia insostituibile ed una speranza per un futuro migliore.
Il Belgio è rimasto due anni e mezzo senza governo. La Spagna é senza governo da circa sei mesi ; il caso più grave è quello greco di due anni fa quando l’UE costrinse i Greci a votare di nuovo nel giro di qualche mese. O prendiamo atto che i governi dei Paesi Membri della UE sono governi regionali oppure continuiamo a trastullarci con l’idea di governi dotati di piena sovranità di stampo ottocentesco che sarebbero meglio attrezzati ad affrontare i problemi della globalizzazione. Lo ripeto, non si può fare una riforma costituzionale senza tener conto del contesto costituzionale ed istituzionale in cui siamo inseriti da circa sessanta anni.
Non si può fare una riforma costituzionale pensando solo all’oggi. Non dico che bisogna trascurare del tutto il presente ma le riforme costituzionali si possono e si devono fare pensando anche al futuro di lungo termine.
Penso alla Costituzione degli USA che in 228 anni ha subito solo 27 emendamenti. Quelli si che erano padri costituenti non quelli nostrani di oggi.

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