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Archivio Agosto 2016

Riforma costituzionale e stampa estera a briglie sciolte.

Che grandi giornali come il New York Times, Il Wall Street Journal e il Financial Times abbiano corrispondenze dall’Italia che affermino l’impotanza strategica del referendum d’autunno sulla riforma costituzionale e che l’eventuale esito negativo sia più pericoloso di quello del 23 giugno sulla Brexit è, secondo me, frutto di fantasia di corrispondenti supplenti a corto di notizie che ricamano sui comunicati di agenzie più o meno accreditate. L’idea sarebbe stata innescata dai nuovi dati Istat sulla crescita zero del secondo trimestre pubblicati dall’Istat la settimana scorsa. Ma si tratta di dati previsti e prevedibili dopo che nelle settimane precedenti erano usciti quelli sulla produzione industriale. Non sono dati tali da far pensare ad una scossa di terremoto di alta magnitudine.
Si tratta di un giallo d’Estate? Secondo me, no. No perchè non c’è l’elemento incognito e non c’è fin’ora neanche la sorpresa finale.
Si tratta del solito complotto delle logge massoniche internazionali ? no perchè per ipotesi i complotti si ordiscono per defenestrare il governo del paese e, in questo caso, il complotto sembrerebbe preordinato ad aiutare quello in carica. Ma i tempi sono cambiati….
Si tratta di attacchi speculativi dei soliti finanzieri d’assalto ? no. Nonostante che ieri Soros abbia venduto la sua partecipazione in Ferrari e il titolo abbia subito una certa perdita. Poi anche le altre borse europee hanno chiuso tutte in calo non certo per la piccola manovra di Soros ma perchè il presidente della Federal Reserve di New York ha fatto capire che la Federal Reserve Bank degli Stati Uniti potrebbe aumentare a breve i tassi di ineresse.
Risibile mi sembrano le considerazioni del New York Times quando afferma che se il referendum boccia la riforma costituzionale non si capirà più chi comanda in Italia. A parte il fatto che chi comanda dipende più dal sistema elettorale piuttosto che dalla riforma costituzionale , adesso, sappiamo che comanda Renzi ma le cose da due anni e mezzo non funzionano come dovrebbero. Il giornale di New York suggerisce al nostro primo ministro di chiedere a Bruxelles magggiore flessibilità per potere fare una manovra più decisa a favore della crescita. Non si rende conto che la flessibilità può concedere alcuni miliardi in più rispetto a quelli già concessi, mentre una manovra forte a favore della crescita richiede diverse decine di miliardi per avere qualche possibilità di successo. In mancanza della quale, il New York Times paventa che l’eventuale crisi del governo italiano farebbe traballare tutto l’edificio istituzionale della UE. Apprendiamo così che d’Estate anche il New York Times le spara grosse. Il fatto di non sapere chi comanderà nel futuro in Italia è semplicemente farsesco. Il New York Times sa bene che la politica economica finanziaria è decisa a Berlino , Francoforte e a Bruxelles dove mettono i timbri e detta politica è fortemente influenzata non più dagli gnomi di Zurigo ma da quelli di New York che il N.Y. Times e il Wall Street Journal conoscono bene perchè abitano nelle porte accanto.
Rampini di Repubblica non fa alcuna valutazione critica di queste affermazioni e cita pure l’opinione del giornale spagnolo El Pais che ha definito l’Italia “la grande malata d’Europa”. Come se la Spagna senza governo da oltre 8 mesi e con un tasso di disoccupazione quasi doppio di quello italiano godesse di ottima salute – anche se la sua crescita economica è superiore a quella italiana. Ma il paradosso è che si teme la crisi politica italiana e Rampini non dice niente su quella spagnola che sembra aver raggiunto il massimo di instabilità politica. Non ci si rende conto che quelli di Roma e Madrid sono governi regionali che non contano più di tanto perchè l’UE ,bene o male, più bene che male, comunque, assicura un assetto istituzionale che consente di ammortizzare le crisi politiche locali. Nessuno ricorda che nel cuore dell’UE il Belgio è rimasto senza governo per due anni e mezzo e non è successo niente di grave.
È vero che in teoria una modifica delle procedure di scelta pubblica tesa a rendere più semplice e spedito il processo legislativo può avere influenza anche sui contenuti delle scelte e sulla tempistica degli effetti ma bisogna precisare il contesto in cui esse vengono assunte. Un simile semplificazione e accelerazione del procedimento sarebbe più utile a Bruxelles dove secondo i calcoli del Presidente del Parlamento europeo Martin Schulz i tempi medi per una decisione importante a livello centrale oscillano attorno ai due anni e mezzo. L’Italia, come altri paesi membri della UE, non ha più autonomia decisionale checchè ne dica il governo. Le decisioni di politica economica sono assunte e monitorate continuaente a livello centrale. Possono essere introdotte piccole varianti e/o margini di flessibilità comunque autorizzati dal centro ma non possono cambiare il segno complessivo (nel caso di specie: restrittivo) della politica finanziaria che deve perseguire con priorità massima il consolidamento dei conti pubblici. Per fare questo servirebbero solo direttive amministrative o modifiche regolamentari . E’ questo che non riescono a capire alcuni corrispondenti esteri e, per la verità, neanche alcuni di quelli europei. L’UE sul piano formale non è ancora uno Stato federale ma non è solo una zona di libero scambio , un mercato comune, una Comunità. È molto di più per via delle quattro libertà fondamentali di libera circolazione per le persone, le merci, i capitali e le imprese. I cittadini dei paesi membri sono cittadini europei ma molti non lo sanno neanche.
La confusione nasce anche dal fatto che il Parlamento Europeo approva formalmente direttive e raccomandazioni mentre i Parlamenti nazionali approvano leggi e riforme costituzionali. Le direttive e raccomandazioni del Parlamento europeo non sono immediatamente applicabili ai cittadini europei . Devono preliminarmente essere recepite nei sistemi legislativi nazionali. Si tratta di un sistema normativo bizantino, difficile da spiegare ai corrispondenti stranieri e agli stessi cittadini europei ignari di sistemi legislativi comparati. A questo proposito, per contro, non è difficile spiegare il pasticcio della riforma costituzionale sul punto specifico del modo di legiferare. L’art. 70 della costituzione vigente è composto da sole nove parole: “la funzione legislativa è esercitata collettivamente dalle due Camere”, ora cancellato perchè poduceva la famigerata navetta perditempo. Il nuovo art. 70 contiene 432 parole e, secondo gli esperti, prevede circa dieci procedimenti legislativi diversi, che non possiamo citare qui. Il Senato non è abrogato e può interferire su un elenco non breve di materie. Se questa è semplificazione !
Ma produrre leggi a mezzo di leggi non significa influire sul serio sulle scelte ecnomiche o sui comportamenti delle persone. Bisogna tenere conto anche del contesto istituzionale internazionale fragile e confuso dove la fanno da padroni l’alta finanza e le società di rating “oggettivate” con la sigla del mercati finanziari. In un modo o nell’altro, in non pochi casi, gli gnomi di Wall Street riescono a condizionare le scelte di politica economica non solo dei governi locali ma anche di quelle di grandi aggregazioni regionali comme la UE. La cosa non deve meravigliare perchè se Wall Street riesce a condizionare il Congresso e la Presidenza degli Stati uniti , è chiaro che il gioco è più facile quando si tratta di Paesi di piccola e media grandezza oppure di grandi aggregazioni con classi dirigenti deboli e confuse, con livelli di coesione sociale scarsi o nulli.
Mi si potrebbe obiettare che i Paesi Membri della UE e, in particolare, quelli della eurozona, presi insieme non sono un aggregato di piccola e media dimensione. È vero. In teoria essi avrebbero il peso necessario per esercitare un ruolo molto significativo se solo lo volessero. Non lo fanno perchè, come detto, non c’è coesione e/o comunanza di interessi politici ed economici all’interno della Commissione, dell’Eurogruppo, del Consiglio europeo. L’interesse comune in fatto c’è ma non viene percepito come tale. Prevale la linea ideologica a favore della concorrenza a tutti i livelli e quella della riduzione del perimetro dell’intervento pubblico nell’economia e nei mercati perchè la stragrande maggioranza degli attuali governanti ritiene che i fallimenti dello Stato sono più gravi di quelli del mercato. In un contesto del genere, i mercati o meglio gli attori più forti che in essi operano hanno mano libera. Se vogliono possono piegare la resistenza di qualsiasi paese di piccola o media dimensione. In alcuni casi, per un motivo o per un altro, gli stessi alleati politici o si nascondono dietro questo alibi del potere dei mercati o minacciano di lasciare i propri alleati in preda ai mercati se non si allineano al volere della maggioranza.
Il pezzo di Rampini riassume al meglio la posizione dei giornali citati. Peccato che uno come lui che conosce bene il contesto europeo e internazionale che ha scritto libri interessanti sulla banche e sulla finanza rapace, concludendo, anche lui sposi la tesi secondo cui la bocciatura della riforma costituzionale sarebbe una “Brexit al quadrato”. Il quadrato di che, se ancora gli effetti del referendum non sono noti? Non si rende conto che mettendola così, gli inglesi potrebbero prenderla come una grave offesa.

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L’inquietudine che ci manca ?

In un articolo sul Corriere della Sera del 16-09-2014 ( di quasi due anni fa che ho trovato tra i miei ritagli) il prof. De Rita, per decenni apprezzato Presidente del Censis autore e coordinatore del Rapporto sulla situazione sociale del Paese e, da ultimo, anche Presidente del Cnel, dava una spiegazione – per me singolare – del perchè nonostante gli stimoli del governo la società non reagisce innescando una ripresa dell’economia.
Riferendosi ai tanti convegni, workshop, interviste, e dichiarazioni dei primi di settembre, scriveva: “Anche quest’anno il copione si è riproposto, con una maggiore intensità di protagonismo mediatico ma forse con una minore capacità di diagnosi e di prognosi sui problemi sul tappeto. Le passerelle spettacolari delle ultime settimane hanno lasciato quindi un retrogusto deludente, quasi che i loro protagonisti non abbiano dedicato attenzione adeguata al perchè dei fermenti di una società segnata da anni di crisi, di disoccupazione endemica, di compressione dei redditi e dei consumi, di frustrazione per una ripresa che non arriva, di incertezza sugli stessi obiettivi da perseguire nel medio e nel lungo periodo”.
Quasi due anni dopo, la situazione a me sembra la stessa ma aggravata perchè il governo non ha più scuse, non ha alle sue spalle il successo alle elezioni europee ma i risultati deludenti alle recenti elezioni amministrative, ha di fronte la sfida del referendum sulla pasticciata riforma costituzionale. Pertanto la campagna mediatica quest’anno continua senza tregua anche in Agosto nel tentativo, assistito da un super esperto americano, di cambiare la comunicazione errata di Renzi che aveva impostato la campagna referendaria come un giudizio sulla sua persona e la politica del suo governo: o con me o contro di me.
Viviamo un epoca della comunicazione in tempo reale anche attraverso i 140 caratteri di un tweet. Qualcuno dice una banalità e subito gli si risponde con un’altra banalità. Questo tipo di comunicazione alimenta la miopia dei politici, alias, la veduta corta. Se invece, i politici e gli uomini di governo non perdessero tempo con la comunicazione spot e pensassero ad elaborare strategie e programmi a medio-lungo termine, se pensassero alle generazioni future oltre che al consenso di quelle presenti, allora si renderebbero conto che spesso non varrebbe la pena di rispondere alle diverse banalità che, notte e giorno, circolano sul web, che alimentano il dibattito mediatico o, quanto meno, saprebbero inserirle in un quadro strategico. Ma come detto, i politici sono miopi e sono interessati soprattutto a come mantenersi al potere. Vediamo che giorni fa Renzi ha corretto il tiro nella campagna referendaria e la sua ministra per i rapporti con il Parlamento gira l’Italia come una trottola, tra le Feste dell’Unità e altre manifestazioni di insediamento dei Comitati per il si, non risparmiandosi le forze e neanche qualche gaffe.
Del pezzo del prof. De Rita condivido l’analisi introduttiva ma non la parte finale sulla mancata ripresa dell’economia. Non condivido in particolare l’affermazione secondo cui la nostra sarebbe “una società satura e seduta dove ogni sollecitazione alla ripresa viene accolta con indifferenza”. Nelle scienze sociali come l’economia e la sociologia, ovviamente, c’è ampio spazio per le opinioni più diverse. Secondo me, la mancata ripresa è questione di politica economica della quale il governo italiano ha perso il controllo e l’interpretazione sociologica di De Rita è parziale e valida solo se si riferisce ad una certa parte della società e non al tutto.
Non hanno avuto un effetto decisivo ai fini della ripresa nè gli annunci roboanti del governo nè le misure concrete di sussidi e incentivi a pioggia che il governo ha adottato in questi 30 mesi. La verità è che anche i continui annunci catastrofici non fanno effetto perchè sono controbilanciati da quelli ottimistici propalati ad arte dal governo. La gente comune è narcotizzata e/o stordita dal continuo bombardamento di annunci verosimili e di quelli del tutto fasulli e, per lo più, non riesce a distinguere tra quelli fondati e quelli infondati. Gli uomini di governo in particolare vogliono essere sempre presenti nell’arena mediatica e, proprio per questo, anche quando vanno all’estero parlano più dell’Italia quasi a compensare la loro assenza fisica. Molti governanti si lasciano prendere da una sorta di “delirio di onnipotenza”. Ma la gente comune, quella che non si occupa attivamente di politica si difende con l’indifferenza. In fatto, gli annunci mirano a influenzare le aspettative ma se abusati e se alla ripetizione ossessiva degli annunci non seguono misure efficaci chi continua a fare annunci parolai, inevitabilmente, perde autorevolezza e credibilità. Tra la gente che li subisce, non manca l’inquietudine, c’è assuefazione e, peggio ancora, viene meno la fiducia e persino la speranza. Quanto agli incentivi , di nuovo, in un contesto di stagnazione di un quarto di secolo e di bassa produttività, non serve la spinta gentile (nudge) tanto cara ai bocconiani che lo consigliano, serve una forte e prolungata scossa.
De Rita dice che anche gli 80 euro sono andati ad alimentare la “crescente , quasi incredibile propensione a rafforzare il patrimonio”. A riprova cita l’aumento dei depositi bancari, delle polizze a vita, degli acquisti di quote di fondi di investimento, ecc. Così “rafforzando, in silenzio, la propria saturazione”. Questo è vero se, come ha fatto Renzi, si danno gli 80 euro alle famiglie con due redditi da 24 mila euro che si confronta con un medio pro-capite di 17.675 degli italiani nel 2013. Un altro dato apparentemente paradossale che aggiungo io è che dal 2007 cala il potere d’acquisto delle famiglie ma dal 2012 , proprio l’anno della seconda rcessione, aumenta la propensione media al risparmio. Ma si tratta di dati aggregati, medi, nazionali che vanno attentamente disaggregati se si vuole capire cosa sta succedendo.
Verosimilmente anche in fasce della classe media c’è chi per via dell’incertezza e della paura ha aumentato la sua propensione al risparmio ma è cosa ben diversa dire che la società è “satura e seduta” quando a leggere l’ultimo rapporto BES dell’Istat osserviamo un crescente rischio di povertà. Il discorso di De Rita è probabilmente corretto se riferito a quanti vivono – prevalentemente e/o esclusivamente – di rendita. In altre parole, la sollecitazione va rivolta agli imprenditori , ai lavoratori autonomi ma abbiamo visto che gli incentivi alle imprese, lo stesso Jobs Act non sono stati in grado di innescare una ripresa sostenuta e sostenibile perchè alimentata da un adeguato flusso di investimenti pubblici e privati. Inoltre il discorso di De Rita non tiene conto della fianziarizzazione dell’economia , non considera i vincoli stringenti del Fiscal Compact, del TwoPact, del SixPact . Non a caso, in un’ottica di lungo termine, non solo la crisi del 2008 ma anche la stagnazione ultraventennale dell’economia italiana ha prodotto un forte aumento delle diseguaglianze, in parte perchè la mancata attuazione corretta del protocollo del 1993 sulla politica dei redditi, le manovre restrittive per entrare nell’Euro, la crisi delle due Torri del 2001, la manovra restrittiva del 2007 ed, in massima parte, dopo il 2008 e il 2009, la politica dell’austerità imposta dal Consiglio europeo e recepita passivamente dal governo di un Berlusconi screditato di suo e che dopo aver litigato con Tremonti non trova di meglio che farsi scrivere una lettera dalla BCE preparata in Banca d’Italia. La politica dell’austerità, ossia, la svalutazione interna dei prezzi e dei salari nel tentativo maldestro di guadagnare la competitività del sistema, ha funzionato per abbassare lo spread ed evitare il contagio, ossia, un attacco massiccio al debito pubblico italiano, ma la somma delle manovre di Berlusconi e quelle aggiuntive di Monti hanno tagliato selvaggiamente spesa corrente e spesa in conto capitale compromettendo ogni possibilità di ripresa a breve. A nulla sono valsi il dissenso e il diverso parere di Premi Nobel e di centinaia di economisti italiani i governi Monti, Letta e ora Renzi sono andati avanti sulla stessa linea. Al di là delle diatribe tra le diverse scuole di economisti, dico che la politica dell’austerità attentamente calibrata avrebbe potuto funzionare in un contesto esterno in espansione. Per l’Italia e per i paesi euromed , invece , il contesto della UE e quello de resto del mondo era recessivo. Bisognava rilanciare la domanda interna ma ciò non è stato chiesto da Monti che anzi ha firmato tutti gli accordi intergovernativi che avevano ed hanno dato la priorità del risanamento dei conti pubblici. Ed i governi successivi hanno portato avanti la stessa politica economica di Monti cercando di ottenere qualche margine di flessibilità su regole comunque restrittive che non consentono tuttora di rilanciare la domanda interna nè per i consumi nè per gli investimenti.
La svalutazione interna dei salari ha tagliato solo i salari. Non ha riguardato le rendite che, con l’introduzione dell’euro e l’abbassamento dei tassi di inetersse, si era consistentemente rimpinquate. Secondo dati della Banca d’Italia molte famiglie avevano raddoppiato il loro patrimonio immobiliare e, in alcuni casi, persino triplicato. Con la crisi si sgonfia la bolla immobiliare , i proprietari di immobili subiscono grosse perdite in conto capitale e subiscono un aggravio della tassazione delle rendite finanziarie. Cionostante e in mancanza di alternative, le famiglie più ricche vengono spinte ad investire in attività finanziarie o semplicemente parcheggiano la loro liquidità depositandola in banca. Da qui l’aumento dei depositi bancari che continuano a crescere anche quest’anno secondo gli ultimi dati dell’Associazione Bancaria Italiana di fine luglio 2016. Paradossalmente, la grande crisi del 2008-09 causata dalla finanza rapace di Wall Street e dei suoi complici europei promuove l’ulteriore finanziarizzazione del sistema. Come ho detto, nella UE abbiamo avuto due recessioni, l’economia reale boccheggia, si verifica quello che Piketty ha messo bene in evidenza per dimostrare la finanziarizzazione dell’economia . Se il tasso di rendimento degli investimenti in attività finanziarie è più alto di quelli che si può realizzare investendo nell’economia reale, le famiglie, i risparmatori si spostano vieppiù nella finanza. È una variante equivalente della nozione di efficienza marginale del capitale, uguale a quel tasso di interesse che attualizza i rendimenti futuri dell’investimento in un bene capitale che eguagli il tasso di interesse normale per gli investimenti in attività finanziarie – ovviamente con tutti i margini di incertezza relativi alle previsioni rispetto ad anni futuri più o meno lontani. O il primo è più elevato del tasso di interesse oppure rinuncio all’investimento e parcheggio (deposito) la mia liquidità in banca. Con economia stagnante e con politica monetaria a tassi zero e politica fiscale restrittiva siamo in un cul de sac. Tutto questo è il risultato di cinque anni di politica dell’austerità. Tutte le autorità di politica economica a livello europeo auspicano ipocritamente maggiori investimenti ma evitano di chiarire che in alcuni paesi membri (euromed) le imprese fronteggiano una domanda interna taglieggiata dalla svalutazione interna di prezzi e salari e che i governi devono dare la priorità al risanamento dei conti pubblici e non ultimo alla riduzione del debito pubblico.
I governi dei PM non possono mobilitare il risparmio privato crescente delle famiglie più ricche perchè non possono indebitarsi. Alla maggiore liquidità immessa dalla BCE nel sistema non si abbeverano i cavalli dell’economia reale nè quelli degli operatori privati che in molti casi devono rientrare sui crediti avuti precedentemente nè quelli dell’operatore pubblico. In grossa parte, la liquidità è stata assorbita da investitori istituzionali, dalle banche di investimento e dalle società finanziarie. Continuano a soffrire le famiglie con redditi medio-bassi; soffrono le imprese e la produzione industriale cala. Soffrono le stesse banche che investono in titoli pubblici a basso rendimento. Le aspettative sono negative. Le famiglie ricche rafforzano il loro patrimonio; quelle con redditi medio-bassi stringono la cinghia. Aumenta il rischio di povertà. Se questa sommaria analisi è corretta non siamo di fronte ad una società “satura e seduta”. Siamo di fronte ad una società stremata e senza speranza. Ma siamo a Ferragosto, chi può si goda qualche periodo di vacanza.

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Dopo il referendum britannico, un’agenda per l’Europa

Si torna su quello che bisognerebbe fare subito dopo il referendum britannico. Cambiare il segno della politica economica per affrontare congiuntamente i problemi della disoccupazione e degli immigrati in Europa. Dare un Senato ed un governo federale alle istituzioni europeo. Abrogare il Consigli. Utilizzare anche la NATO per la lotta al terrorismo internazionale.

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Dopo il referendum britannico, un’agenda per l’Europa

Le analisi e riflessioni che seguono prendono lo spunto dalla lettura di tre documenti ufficiali prodotti dalle istituzioni europee in vista del sessantesino anniversario della firma del Trattato di Roma (25-03-1957). I rapporti prendono il nome dai loro relatori: da Guido Verohfstadt (Commissione affari costituzionali del Parlamento europeo, 5-07-2016), e Boge-Berés (rispettivamente del Comitato Bilanci e del Comitato affari economici e finanziari, 1-05-2016), Bresso-Brock (Commissione affari costituzionali, 20-01-2016). Questi tre documenti elaborano circa 200 proposte puntuali con numerose duplicazioni e/o differenze marginali. Le proposte principali vanno valutate attentamente . Dico subito che nel Rapporto Verohfstadt (il piu recente dei tre) ci sono due proposte, amio giudizio, fondamentali. La prima chiede l’abrogazione dell’attuale Consiglio europeo e la sua trasformazione in un vero e proprio Senato federale eletto direttamente e con parità di poteri con il Parlamento Europeo, quindi, bicameralismo perfetto. La seconda auspica la trasformazione dell’attuale Commissione in un vero e proprio governo federale pur continuando a parlare di nuova governance economica. Valuto positivamente queste proposte perchè supererebbero l’ibrido attuale di un assetto federale in fatto governato da un Consiglio espressione dei governi (sub-centrali) dei Paesi membri PM della UE . Se gli assetti di governo multilivello, come si dice adesso, sono assetti di governo suddiviso, ogni livello deve avere il suo governo in un rapporto di sussidiarietà verticale. L’anomalia prevista dal Trattato di Lisbona è che in Europa i due più elevati livelli di governo sono costituiti dalle stesse persone con una forte distorsione del modello teorico che causa non pochi problemi che conosciamo.
Tornando ai tre Rapporti, con tante proposte anche di dettaglio, mi sembra che i relatori seguano il c.d. approccio puntuale che si contrappone a quello globale. Con il primo si isola un problema specifico e si propone un nuovo strumento. Per ogni nuovo problema si propone prima un comitato di studio, poi uno strumento e, infine, magari, un fondo e così via creando una ragnatela di strutture specializzate ma frammentate. Con il secondo approccio, si guarda alla macchina istituzionale nel suo insieme, si constata che essa non funziona bene e si decide di sottoporla ad una revisione generale o , al limite, alla sua sostituzione con una macchina nuova. Ovviamente Senato federale e Governo europeo con tutti i poteri del caso, non solo esclusivi ma anche concorrenti, rientrano bene in questo secondo approccio ma richiedono numerose e profonde modifiche del Trattato di Lisbona e, quindi, inevitabilmente, tempi molto lunghi.
A sentire i dibattiti che si vanno svolgendo su questi tempi e i pareri di politici ed esperti di politica europea non sembra che a Bruxelles e nelle capitali dei PM ci sia una grande voglia di riaprire il cantiere delle riforme istituzionali anche perchè, nei prossimi anni, si svolgeranno elezioni in Francia, Germania ed altrove e i Capi di governo si concentreranno sui loro problemi elettorali. Eppure, secondo me, alcune delle riforme proposte dai tre Rapporti sono strettamente necessarie e urgenti. Prima si affronteranno e prima si risolverà il problema di legittimità e di deficit democratico che affligge le istituzioni europee. In detti Rapporti ci sono commenti diversi sulla bontà del metodo intergovernativo che negli anni scorsi ha prevalso su quello comunitario. Se l’attuale assetto istituzionale, in fatto e in diritto, è sostanzialmente federale e se esso va completato e formalizzato come tale, allora il metodo da adottare è quello federale, senza se e senza ma.
Negli ultimi anni invece, si sono creati una serie di strumenti nuovi per fronteggiare la crisi e, per alcuni di essi si è alzata la fonte legislativa adottando il trattato intergovernativo sui cui è stato chiesto il parere del PE ma inevitabilmente delegittimando questa istituzione. Perché lo si è fatto? Perché viviamo “la politica nell’era della sfiducia” (Rosanvallon, Controdemocrazia. Castelvecchi, 2012). I governi del PM non si fidano l’uno dell’altro e credono di risolvere il problema innalzando la fonte del diritto , alias, consacrando certi accordi in c.d. Trattati intergovernativi o imponendo ad alcuni PM di modificare articoli rilevanti della loro Costituzione (vedi modifica dell’art. 81 Cost. richiesta dalla Germania). Se, come sostengo, in fatto, noi siamo già in uno stato federale perché abbiamo una moneta unica nell’eurozona, una politica economica e finanziaria comune dopo il Fiscal compact e i due regolamenti principali (Sixpact e il Twopact) anche se tuttora zoppa; perchè abbiamo una politica comune della difesa anche se delegata alla NATO , occorrerebbe prenderne atto e superare sia il metodo comunitario che quello intergovernativo adottando, come detto, il metodo federale. Ma come è facile constatare, non soffia il vento giusto per fare questo salto di qualità e tuttavia è chiaro che non si può stare con le mani in mano davanti all’aggravarsi delle crisi che affliggono l’Unione a 28 e l’eurozona in particolare e che sono interconnesse: la stagnazione economica, la disoccupazione, l’emigrazione e il terrorismo di matrice islamica.
Per loro natura questi problemi non possono essere affrontati e risolti con accordi solo tra i PM dell’UE e dell’eurozona. Sono caratterizzati da forte interdipendenza con quello che fanno le autorità di altri Paesi, di altri continenti. In queste ultime settimane, successive all’esito del referendum britannico, si è parlato molto degli effetti di una eventuale secessione della GB dalla UE ma si è ignorato quello che l’eurozona non fa per rilanciare la crescita del PIL e dell’occupazione. La stagnazione europea e la crisi dei paesi Brics hanno prodotto un rallentamento della crescita dell’economia mondiale ben più grave di quello che, a mio giudizio, potrebbe produrre la Brexit. In ogni caso, la eventuale secessione della GB è e resta un problema politico ed economico della UE. La situazione del Medio Oriente aggrava i fenomeni emigratori e dei rifugiati politici ma, accanto ad essa, c’è l’emigrazione strutturale proveniente dall’Africa di dimensioni bibliche. Vedi Rapporto sull’economia mondiale e l’Italia, a cura di M. Deaglio,Guerini e associati, novembre 2015. L’Europa ha la popolazione più vecchia del mondo e l’Italia è in prima fila per la decrescita demografica. Non se ne parla abbastanza a livello federale. Abbiamo 25 milioni di disoccupati e in piu gli scoraggiati a livello europeo. È come il problema non esistesse. Eppure c’è un collegamento ben preciso tra rilancio della crescita e dell’occupazione a livello europeo e le possibilità di accogliere un maggior numero di profughi , rifugiati e anche di migranti economici. Nei prossimi decenni l’UE , volente o nolente, deve affrontare l’arrivo di decine e decine di milioni di migranti. Una stima prudenziale parla di 50 milioni di persone pronte a lasciare l’Africa. È chiaro che se non si risolve innanzitutto il problema dei disoccupati cittadini europei aumenta fortemente il rischio della c.d. guerra tra i poveri; aumenta la presa dei movimenti xenofobi e la situazione politica in alcuni PM dell’UE rischia di diventare esplosiva.
Ma analizziamo un po’ meglio il problema della politica economica a livello europeo. Con il Trattato di Maastricht essa era rimasta decentrata e così con il Trattato di Lisbona. Ma con Il Fiscal Compact e gli annessi regolamenti, in diritto e in fatto, essa è stata centralizzata sempre però con l’idea del pilota automatico a cui si assegna la rotta e, quindi, si va avanti con il pilota automatico che la corregge quando la nave devia o scarroccia. Le proposte dei tre documenti citati anche se accolgono la proposta del ministero delle finanze e/o del tesoro (Boge-Berès: 41; Bresso-Brok : 9; Verohfstadt: 10) sostanzialmente si muovono all’interno della cornice attuale seppure con differenze di enfasi. Auspicano un nuovo atto giuridico in materia di governance economica. In altre parole, il ministro sarebbe un vice-presidente della Commissione. Ma non si approfondisce il discorso della missione e del ruolo che il governo dovrebbe avere, non si entra nel dettaglio dei nuovi poteri che bisogna attribuirgli. Non si capisce se avrà il potere di indebitarsi per finanziare progetti di investimento in infrastrutture, di ricerca e sviluppo, di controllo integrativo e complementare della domanda effettiva.
Resta l’obiettivo fondamentale di trasformare la Commissione in un vero e proprio governo federale europeo che abbia un bilancio congruo (4-5 punti del PIL europeo) per essere in grado di svolgere manovre anticongiunturali di un qualche rilievo. La politica economica deve essere competenza concorrente del governo federale e dei governi dei PM dell’UE, a cui applicare il principio di sussidiarietà verticale. La politica economica e finanziaria deve essere opportunamente articolata per tener conto dei diversi problemi che i governi delle zone centrali e periferiche devono affrontare. L’esperienza dimostra che l’applicazione meccanicistica di regole automatiche uguali per tutti non funziona e sta portando ad una crescente divaricazione dei livelli di reddito e di benessere tra le diverse macro aree dell’UE. Se questa, in tutta sintesi, dovesse essere la nuova missione del governo europeo non serve un “nuovo atto giuridico in materia di politica economica” (vedi Rapporto Bresso-Brok: p.9).
Come sappiamo l’attuale mix di politica fiscale e monetaria se ha fronteggiato la crisi dei debiti sovrani non sta funzionando per rilanciare la crescita del PIL e dell’occupazione. La politica monetaria é espansiva e a tassi zero ma è contraddetta da una politica fiscale restrittiva attuata con grande rigore. Ha salvato le banche e i debiti sovrani di alcuni paesi ma non fa arrivare la liquidità necessaria alle famiglie e alle imprese. Da ultimo la BCE ha deciso di comprare direttamente titoli di grandi imprese. È chiaro che potrà farlo in quantità limitate altrimenti rischierebbe di sostituirsi alle banche e non credo che questo sia il suo progetto. Ma sappiamo che c’è un difetto di domanda effettiva che non consente alle imprese di produrre di più e programmare nuovi investimenti. Per altro verso, i PM con forti surplus nelle loro bilance commerciali non aumentano la loro domanda interna. La Germania ha imposto una politica di austerità fondata sulla svalutazione interna dei prezzi e dei salari nei Paesi euromed. Il risultato è il taglio dei salari nei paesi più deboli e la deflazione. Sembra un paradosso ma non lo è : nonostante l’enorme liquidità immessa nel sistema dalla BCE, con le varie misure di allentamento monetario abbiamo la deflazione. Si tratta di una novità senza precedenti per l’Italia dopo che per 5-6 decenni il problema è stato sempre quello di un’inflazione molto elevata. Le banche prima salvate e ripetutamente aiutate restano in posizione precaria. Ottengono liquidità a tassi quasi nulli, comprano titoli del debito pubblico che fruttano interessi molto bassi; non erogano liquidità a famiglie e imprese se non restituiscono i fondi presi a prestito precedentemente. Hanno un problema strutturale di reddititività.
Il mix non funziona perché nei paesi con autorità di politica economica autonome e “indipendenti” la politica fiscale ha come soggetto un vero e proprio governo e la politica monetaria ha un ruolo ancillare , ossia, accomoda la politica economica e finanziaria adottata dal governo. Negli USA peraltro anche la FED, per statuto, deve salvaguardare non solo la stabilità dei prezzi ma anche i livelli di occupazione. Nella UE il ruolo egemone è svolto dalla BCE ma i continui appelli del governatore Draghi a coordinare meglio le politiche economiche dei governi dei PM sono serviti solo ad inasprire la politica di austerità nei paesi che meno ne avevano di bisogno.
Per la Germania la politica economica e finanziaria ha finalità istruttive ed etiche. I PM con alto debito pubblico sono colpevoli. In tedesco schuld significa colpa ma anche debito. I PM con alto debito si comportano come le cicale. Devono imparare a non scialacquare le risorse d’estate e metterle da parte per l’inverno. Devono mantenere i conti pubblici in equilibrio. Se non lo fanno, devono espiare le loro colpe e imparare le best practices dei paesi virtuosi. In teoria questo potrebbe anche andare bene in tempi normali ma non durante la gestione di una recessione/depressione più grave di quella iniziata nel 1929. Come se i responsabili della crisi mondiale fossero stati l’Irlanda e le cicale del Mediterraneo e non gli squali famelici della finanza di New York . Come se a scialacquare le scarse risorse dei PM euromed fossero stati operai e impiegati e non i governanti di quei Paesi complici le banche francesi e tedesche che compravano titoli del debito pubblico ad alto rendimento. Ma al di là di interpretazioni a sfondo etico, é un fatto che in Europa prevalgono governi di centro-destra che sostengono politiche economiche neo-liberiste e conservatrici che privilegiano il ruolo del mercato piuttosto che quello dello Stato, ritenuto meno efficiente e problematico. La nuova occupazione deve essere creata solo dalle imprese, lo Stato deve limitarsi ad erogare loro incentivi e/o concedere riduzioni delle tasse. Non a caso, all’interno della UE, imperversa una concorrenza fiscale senza regole ritenuta dalle destre utile per contenere l’aumento dellla spesa pubblica. Il costo del denaro in teoria è molto basso per chi riesce a indebitarsi e perciò bisogna concentrarsi sulla riduzione del costo del lavoro.
Di fronte ai guasti sociali che la crisi ha determinato in molti invocano la Unione sociale accanto a quella fiscale , bancaria ecc. La invocano giustamente anche i sindacati dei lavoratori. Devo premettere che quando si discuteva della creazione dell’Euro gli economisti americani ci avevano avvertito ripetutamente che per far funzionare bene una moneta comune in un’area geo-economica caratterizzata da forti squilibri socio-economici servivano un sistema articolato di trasferimenti dalle aree più ricche a quelle più povere. Non penso ai c.d. trasferimenti solidali che in Europa hanno scarsa cittadinanza, ma soprattutto a quelli cosiddetti compensativi tipici della politica regionale, fondamentali anche per far funzionare bene la tanto auspicata concorrenza nel mercato unico. Come fa una piccola e media impresa, lontana dai mercati , con manodopera meno qualificata , taglieggiata dalla mafia, con servizi alle imprese lontani e perciò più costosi, a competere con analoghe imprese vicine ai mercati centrali con tutti i vantaggi discendenti dalll’essere inserite in un ambiente con servizi avanzati ed efficienti e con strutture amministrative e giudiziarie bene funzionanti. Mi si dirà che ci sono i fondi strutturali e quelli della politica regionale e/o della coesione sociale per affrontare questi problemi ma sappiamo che detti fondi sono largamente insufficienti e che i risultati in termini di convergenza fin qui ottenuti sono del tutto insoddisfacenti.
Ora anche per questi motivi è giusto invocare politiche sociali più attive ma bisogna sapere che tanto più efficacemente si affronta congiuntamente e si risolve positivamente il problema della disoccupazione e dell’integrazione degli immigrati tanto meno risorse servono fondi per le politiche sociali. Tanto meglio si risolvono i problemi della qualificazione e della formazione permanente dei lavoratori tanto minore saranno le risorse necessarie per ridurre la disoccupazione frizionale e quella discendente dalla digitalizzazione dell’economia e/o dall’utilizzo crescente della robotica.
Ora tutto questo si può e si deve fare in tempi più o meno ravvicinati se si trova l’accordo nel Consiglio europeo che al momento tiene in pugno le redini della politica economica e finanziaria. Le regole astruse con cui si calcola la fiscal stance e l’output gap , il deficit strutturale di ciascun PM potrebbero essere temporaneamente accantonate . Bisogna sottrarre la gestione della politiche fiscali agli automatismi delle regole e alle bizantine discussioni sulla flessibilità ammessa dalle stesse regole su cui si esercitano periodicamente i super tecnici della Commissione e gli stessi commissari quasi ogni giorno con interpretazioni diverse delle regole.
Un’ultima osservazione sulla lotta al terrorismo islamico. Se è vero che è in corso una guerra mondiale, come sostiene Papa Francesco, in alcuni casi, fratricida come in Siria e in Iraq allora come suggerito anche dal Presidente Obama , la struttura pronta e attrezzata per svolgere sia l’attività di intelligence sovranazionale che quella di contrasto e di intervento militare, eventualmente necessaria specialmente nello scacchiere mediterraneo e del Medio oriente, é la NATO . Se aspettiamo che i servizi segreti dei PM della UE si coordinino tra di loro o che addirittura si crei l’FBI europeo, la procura europea e quant’altro, aspetteremo ancora a lungo e vedremo ancora molto sangue sparso sulle terre europee.

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