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Archivio Settembre 2016

La Centesimus Annus, i sindacati dei lavoratori e il referendum costituzionale.

21 Settembre 2016 Nessun commento

Sul Corriere della Sera del 19 u.s. Massimo Franco riferiva delle incertezze e dei dubbi che serpeggiano all’interno della Conferenza episcopale italiana e del mondo cattolico circa la posizione da assumere sull’imminente referendum costituzionale. Ci sarebbero spinte favorevoli al SI ed altre invece per il NO. La CEI appare incerta e confusa come il Paese nel suo insieme. C’è delusione per le politiche relative alla famiglia portate avanti dal governo Renzi. C’è anche insoddisfazione circa la riforma nel merito e nel metodo con cui è stata portata all’approvazione. A monte c’è la posizione di Papa Francesco poco propenso ad atti di ingerenza negli affari interni italiani in una materia così delicata come la politica costituzionale del governo. Massimo Franco ne fa un’articolata rassegna delle posizioni non ufficiali a partire da quelle del Cardinale Bagnasco, Presidente della CEI, di Monsignor Galantino segretario ma anche una specie di commissario papale della stessa Conferenza, di Dino Boffo, di Gaetano Quagliariello, dei catto-grillini, ecc. Merita di essere letta. Alla fine il giornalista azzarda una previsione: la CEI, pur sensibile alle ragioni del governo italiano, potrebbe astenersi dal prendere posizione come, invece, faceva e con determinazione ai tempi della Presidenza del Cardinale Ruini.
Quest’anno ricorre il 25mo anno della Centesimus Annus di Papa Giovanni Paolo II e il 125mo anno della Rerum Novarum di Papa Leone XIII. Questa costituisce la base moderna della Dottrina sociale della Chiesa Cattolica. Nei giorni scorsi ho avuto modo di rileggere alcuni capitoli della Enciclica Centesimus Annus. Vi ho trovato un passaggio sui corpi intermedi che, a mio giudizio, da solo, potrebbe costituire un motivo valido per motivare il NO della CEI alla riforma costituzionale del governo Renzi.
Cito dal capitolo II paragrafo 13: “Approfondendo ora la riflessione e facendo anche riferimento a quanto è stato detto nelle Encicliche Laborem Exercens e Sollicitudo rei socialis, bisogna aggiungere che l’errore fondamentale del socialismo (il riferimento è al socialismo reale dell’Est europeo ndr) è di carattere antropologico. Esso, infatti, considera il singolo uomo come un semplice elemento ed una molecola dell’organismo sociale, di modo che il bene dell’individuo viene del tutto subordinato al funzionamento del meccanismo economico-sociale, mentre ritiene, d’altro canto, che quel medesimo bene possa essere realizzato prescindendo dalla sua autonoma scelta, dalla sua unica ed esclusiva assunzione di responsabilità davanti al bene e al male”. Continua parlando di errata concezione della persona… di dipendenza dell’uomo dalla macchina sociale e da coloro che la controllano…. di mancato riconoscimento della sua dignità di persona… Riprendo la citazione.
“Al contrario, dalla concezione cristiana della persona segue necessariamente una visione giusta della società. Secondo la Rerum Novarum e tutta la dottrina sociale della Chiesa, la socialità dell’uomo non si esaurisce nello Stato, ma si realizza in diversi corpi intermedi, cominciando dalla famiglia fino ai gruppi economici, sociali, politici e culturali che, provenienti dalla stessa natura umana, hanno – sempre dentro il bene comune – la propria autonomia. E’ quello che ho chiamato la “soggettività” della società che, insieme alla soggettività dell’individuo, è stata annullata dal ‘socialismo reale’”.
Renzi, da giovane con un passato di boy scout, forse non è del tutto consapevole del significato dell’abrogazione del Consiglio Nazionale dell’economia e del lavoro contenuta nella sua riforma costituzionale e della sua propensione a non riconoscere come interlocutore il ruolo del sindacati dei lavoratori. La sua posizione sui corpi intermedi è analoga e assimilabile a quella delle passate dittature dell’Ovest e dell’Est europei. Nei modelli fascisti e in quelli di stampo sovietico c’era il sindacato ma esso era e doveva essere cinghia di trasmissione delle decisioni del governo. Ho detto della scarsa propensione di Renzi a riconoscere il ruolo dei sindacati del lavoratori – negli ultimi tempi attenuata per evidenti motivi elettorali – perché, come tutti sanno, nel suo governo il Ministero dello sviluppo economico resta affidato a noti esponenti del mondo dell’industria. Quindi due pesi e due misure.
Con tutto il rispetto, forse la CEI, prima di assumere una posizione ufficiale circa il referendum costituzionale, potrebbe riflettere su questi passaggi della Enciclica Centesimus Annus.

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L’8 settembre della lotta all’evasione fiscale

10 Settembre 2016 Nessun commento

Mai vista tanta innovazione accompagnata da tanta comunicazione: ogni mese si cambia spartito. In una lunga intervista al Sole 24 Ore del 17 agosto scorso la Direttrice dell’Agenzia delle Entrate (d’ora in poi: AdE) Rossella Orlandi annunciava che le indagini finanziarie e il redditometro sarebbero stati utilizzati solo se strettamente necessari. Di converso, annunciava l’invio di 220 mila lettere su incongruenze riguardanti il mod. 730 come noto sottoscritto per lo più da lavoratori dipendenti e pensionati. Siamo al secondo anno della versione precompilata; questa è stata accolta da due milioni pari al 10% di quelli che si avvalgono di detto modello. Secondo la Orlandi la precompilata “è oggi una scommessa vinta”.
A poco più di tre settimane, altra novità veramente devastante: si archiviano gli studi di settore. Uno strumento previsto dal decreto legge 30 agosto 1993 n. 331, convertito con modificazioni dalla legge 29 ottobre 1993 n. 427, attuato poi con tre anni di ritardo. Non servono più, ma non si chiude la società per l’elaborazione degli studi di settore SOSE acronimo di Soluzioni per il sistema economico di cui sono soci fondatori il ministero delle finanze e la Banca d’Italia). Per la SOSE non vale il discorso della riduzione delle poltrone. Lo slogan è “dagli studi di settori agli indicatori di compliance” (adempimento, adesione). Una parola in inglese ci sta bene anche in tempi di Brexit. Gli indicatori serviranno a dare i voti in condotta ai contribuenti (da uno a dieci). E del resto, negli ultimi anni, alla SOSE erano stati affidate altre missioni tra le quali il calcolo dei fabbisogni standard per i servizi pubblici nazionali e locali.
Quando fu costituita la SOSE, il suo storico presidente Brunello, con un passato in Confcommercio, aveva sostenuto che gli SdS avrebbero apportato un tale contributo di conoscenza non solo dei diversi settori economici nel loro insieme ma anche dei loro cluster (gruppi omogenei) da poter cogliere non solo la produttività dove c’era ma anche le debolezze e le situazioni di crisi congiunturale o strutturale su cui basare politiche industriali ben calibrate ed articolate sul territorio.
Se in Parlamento ci fossero Commissioni che facessero sul serio il loro lavoro dovrebbero convocare con urgenza Ministro e dirigenti del MEF, dirigenti dell’Agenzia delle entrate e della SOSE per capire come si è arrivati ad una decisione così grave se si considera l’impegno di lunga lena di uomini e di risorse che è stato profuso per arrivare alla elaborazione degli studi di settore che avrebbero dovuto consentire una migliore programmazione dei controlli degli Uffici finanziari e una più fondata motivazione degli accertamenti. Sappiamo che questi due obiettivi fondamentali non sono stati conseguiti per motivi che non posso approfondire qui. La prova di fatto è che l’evasione fiscale si aggira sempre tra il 7 e l’8% del PIl secondo i dati citati dal Presidente della Repubblica Mattarella nel suo discorso di fine anno.
In realtà, l’abbandono degli SdS non segna il cambio di strategia, non è una svolta, ma una decisione che integra e rafforza una serie di decisioni coerenti tra di loro che sono state assunte dal governo Renzi. Qui ne cito solo alcune. Nel Rendiconto generale dello Stato presentato nel luglio 2015, la Corte dei Conti certificava il dimezzamento dei controlli fatti con il redditometro: nel 2014 accertamenti sintetici erano scesi a quota 11.091 contro 21.535 nel 2013. Anche il gettito di tali controlli era rimasto sotto le attese. Precedentemente, erano usciti altri dati deludenti sulle indagini finanziarie. Ma prima ancora la Dott.sa Orlandi aveva dichiarato che l’Anagrafe Tributaria era in grado di controllare i saldi giornalieri dei conti correnti perché, finalmente, era stata messa a punto la mega banca dati con i conti bancari di tutti gli italiani lavoratori dipendenti e pensionati – a suo tempo voluta dal Governo Monti. La linea comunicativa è stata quella di persuadere i contribuenti ad adempiere spontaneamente e non quella di migliorare l’efficienza e l’efficacia del sistema dei controlli. In teoria la strategia non è sbagliata ma se la si cala in un Paese di evasori incalliti e se il governo non rifugge dal concedere condoni e sanatorie – pardon, dimenticavo l’inglese: voluntary disclosures -, in pratica, tale strategia non può funzionare, specialmente se lo stesso governo con dati dubbi sostiene – in contrasto con il Presidente della Repubblica – che sono stati conseguiti notevoli successi in termini di lotta all’evasione fiscale.
Ma seguiamo detta linea comunicativa. Ora che gli SdS hanno raggiunto l’obiettivo di sconfiggere l’evasione fiscale mi chiedo se essi siano ancora utili per guidare le politiche industriali. No, non servono perché il governo non ha una vera politica industriale. Non serve neanche questa se a monte c’è una politica generale di riduzione delle tasse a prescindere e se, a valle, c’è una politica clientelare degli incentivi – come chiede la stessa Confindustria. La politica clientelare produce consenso politico, quella di forte contrasto all’evasione produce risentimento e ostilità. E, d’altra parte, perché l’Italia dovrebbe avere una politica industriale se non ce l’ha l’Unione europea! Per i governanti di Bruxelles essa non serve perché distorce il corretto funzionamento del mercato concorrenziale. Bisogna lasciare che questo funzioni secondo le regole proprie: è quello che sostengono i fautori della teoria dei mercati efficienti. Le imprese efficienti scalzeranno quelle inefficienti e la maggiore efficienza complessiva favorirà i consumatori. Di conseguenza, niente aiuti di Stato salvo casi eccezionali. E per ridurne l’esigenza basta la concorrenza fiscale illimitata salvo a scoprire dopo che i grandi oligopoli globali evadono ed eludono le tasse alla grande nei Paesi ad alta pressione tributaria. La vera risposta a questo problema non è quella che addita la Commissione europea o qualche governo ipocrita dei Paesi membri dell’Unione. La vera risposta sarebbe l’armonizzazione fiscale, ossia, la riduzione delle differenze tra le aliquote dell’imposta sulle società e l’adozione di regole comuni nella determinazione delle basi imponibili. Queste cose non le chiede nessuno e finché ci saranno differenze da due a tre volte nelle aliquote medie effettive, è chiaro che imprese residenti e stabili organizzazioni andranno a stabilire le loro sedi nei Paesi che assicurano trattamenti più favorevoli.
Tornando all’Italia, mi sembra che il Governo abbia adottato la strategia seguente: perché combattere l’evasione e l’elusione se l’obiettivo generale del governo è quello di ridurre le tasse? Perché perdere tempo a scegliere come e a chi ridurle? Lasciamolo fare agli interessati: loro possono farlo da soli. Lo hanno sempre fatto con cognizione di causa, ossia, con la pianificazione fiscale. Al bando le difficili operazioni di perequazione, la lotta all’evasione, all’elusione, all’abuso del diritto. Renzi ripete continuamente due slogan molto belli: “Investire nella lotta contro la paura” ; anche gli SdS possono mettere paura agli evasori se utilizzati bene. “Bisogna restituire fiducia e speranza ai cittadini”. A tutti ovviamente anche se sono evasori. Addio alla lotta all’evasione. Vivi e lascia vivere.

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Si muove qualcosa in Campidoglio?

8 Settembre 2016 Nessun commento

Un aspetto positivo della crisi della Raggi a Roma è che i consiglieri grillini finalmente si sono resi conto di non contare nulla. In 80 giorni da quando è stata insediata la Sindaca si è occupata, con poco successo, solo del suo staff e non ha coinvolto in alcun modo neanche i suoi consiglieri. È una novità? sì perché almeno i grillini stanno acquistando consapevolezza dei limiti della legge elettorale per i Comuni: un vero aborto che consegna anche le grandi città nelle mani di una sola persona – cosa più o meno accettabile nei piccoli comuni.
Voglio sperare che anche i consiglieri delle altre forze politiche seguano l’esempio dei Grillini ma non c’è da essere ottimisti perché se i 5S sono ancora un Movimento, gli altri gruppi non hanno dietro di se strutture partitiche ben organizzate in grado di elaborare programmi amministrativi e scegliere di conseguenza le persone più preparate per portarli avanti. Secondo le indagini di alcuni giornalisti del Messaggero, in Consiglio comunale, non c’è uno straccio di delibera da discutere e votare, la macchina amministrativa sembra ferma dicono alcuni dipendenti sentiti e non si capisce quando potrà partire. Ovviamente, c’è della esagerazione in dette affermazioni perché una machina amministrativa per quanto inefficiente non si può fermare del tutto. Ma è effettivamente fermo per guasti un terzo dei bus (in tutto 1900) a disposizione dell’ATAC l’azienda comunale dei trasporti provocando gravi disagi ai cittadini e ai turisti che non possono utilizzare mezzi di trasporto alternativi. Non è quindi solo un problema di percezione più o meno corretta che gli stessi dipendenti del Comune e/o i cittadini che seguono la politica del Comune hanno ma anche di constatazione de visu dei gruppi di persone che aspettano i bus alle varie fermate e degli allagamenti che il primo temporale di stagione ha causato perché, secondo tradizione, nessuno ha provveduto a far pulire i cadutoi otturati.
Questa è la situazione in Campidoglio ma, a ottobre, incombe la scelta dei Consiglieri dell’Area metropolitana che comprende cento comuni oltre Roma. Si vota ad ottobre ma non votano i cittadini che non vanno disturbati per simili bagattelle amministrative. Votano i sindaci e i consiglieri che designeranno 24 di loro ad amministrare l’Area metropolitana che sostituisce la Provincia. Una elezione indiretta ad opera di consiglieri comunali per lo più nominati dalle conventicole e/o gruppi informali che si aggregano attorno ai leader politici locali. Anche questa scelta nella linea della politica di riduzione delle poltrone ma che, inevitabilmente, rende opaco e molto difficile il rapporto di agenzia tra eletto ed elettore.
Secondo il Presidente della Regione Lazio Zingaretti, a cui non manca l’ottimismo, il senso della elezione indiretta sarebbe quello di “dare una maggioranza coesa e unita” all’Area Metropolitana. Per che cosa? Per quali obiettivi se le problematiche di questo livello di governo sono state del tutto ignorate durante la campagna elettorale per scegliere Sindaci e consiglieri comunali. Se così, a mio giudizio, Zingaretti esprime un pio desiderio e farebbe meglio a preoccuparsi dello svuotamento del ruolo della Regione – già fortemente ridimensionato dalla riforma costituzionale. Con gli ultimi sindaci Il presidente della Regione ha guadagnato un ruolo di primo piano nella Regione prima mantenuto dai sindaci di Roma che erano riusciti a influenzare la scelta del Presidente. Con l’attuazione dell’Area metropolitana tale ruolo del Sindaco dell’Area metropolitana, per legge attribuito al Sindaco della Capitale, potrebbe tornare a rafforzarsi quanto meno in termini di immagine.
Dico di immagine perché, secondo me, l’Area metropolitana di Roma farà la stessa fine dei municipi romani: non contano e non amministrano nulla. Servono per lo più come comitati elettorali soprattutto nelle elezioni locali e regionali. Per questi motivi confermo la mia tesi che il Partito dei sindaci irresponsabili, in questi 22 anni, ha contribuito a ridurre la democrazia locale.

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Le vere intenzioni del governo nella riforma costituzionale

5 Settembre 2016 Nessun commento

Udite, udite le vere intenzioni del governo per la voce di Maria Elena Boschi, ministro dei rapporti con il Parlamento, che a torto o a ragione viene considerata vice-premier. A proposito della riforma costituzionale, ieri sera ha detto letteralmente: ” vogliamo ridurre i poteri delle regioni per semplificare la vita dei cittadini”. E’ questa la concezione della democrazia della Boschi e probabilmente anche del premier. Le regioni, il decentramento il federalismo non implementano la democrazia ma complicano la vita dei cittadini. E a complicarla sono proprio le regioni non il governo centrale che costringe un Parlamento di nominati e, per giunta, eletti con una legge elettorale dichiarata incostituzionale dalla Corte Costituzionale ad approvare leggi kilometriche incomprensibili ai più. Ma la Boschi non si rende conto che se si ridicono i poteri delle regioni e, conseguentemente, quelli dei comuni che insistono sul territorio delle stesse, alla fine si riducono i poteri dei cittadini. Non si rende conto che se si eliminano – si fa per dire – le province e si trasformano in aree metropolitane dov’è i dirigenti sono sempre i sindaci o politici non scelti direttamente dai cittadini, si annulla o si riduce la rappresentanza dei cittadini. Ma la Boschi e il governo dicono che, in questo modo, si riduce il costo della politica, alias, si riducono le poltrone. Argomento di un certo effetto ma sempre ingannevole. Perché i costi della politica non si riducono tagliando solo le poltrone ma verificando l’efficienza e l’efficacia delle funzioni svolte. Se fosse vera la premessa del ragionamento del governo, bisognerebbe abolire la Camera dei deputati e ogni organismo collegiale e affidare tutte le decisioni ad un solo uomo, all’Uomo della Provvidenza. Questa sì che sarebbe vera semplificazione. Ma il massimo di semplificazione distrugge la democrazia in una società moderna e complessa. Forse bisogna spiegare alla Boschi che riducendo le sedi di partecipazione dei cittadini alle scelte pubbliche, si riduce la democrazia, si conculcano i diritti dei cittadini, si scivola inesorabilmente verso la dittatura. Nel merito la costituzione del 1948 prevede un c.d. Stato regionale, qualcosa di molto diverso da quello centralizzato, come era stato il regime fascista, qualcosa di molto vicino allo stato federale. Per oltre 20 anni il parlamento italiano ha approvato leggi rubricate come provvedimenti mirati ad introdurre e attuare schemi federalisti. Adesso scopriamo che non solo non vogliamo più il federalismo ma non vogliamo neanche lo Stato regionale. La riprova è che nella riforma costituzionale che stiamo valutando il senato che rimane non è un senato federale, non è un senato delle regioni ma delle autonomie perché ci sono anche i sindaci e i Comuni hanno solo autonomia amministrativa. Renzi, che è stato sindaco per due mandati, abrogando le imposte di tipo patrimoniale sulla prima casa ha ridotto l’autonomia tributaria dei Comuni ma ora fa partecipare alcuni sindaci al processo legislativo e può quindi vantarsi di avere valorizzato il loro ruolo.

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E le responsabilità dei sindaci ?

3 Settembre 2016 Nessun commento

Quasi ogni sera nei talk show si discute delle responsabilità per il mancato adeguamento sismico di edifici pubblici e abitazioni private: la scuola, la caserma dei carabinieri, ecc. ; la deputata PD di turno Anna Ascani (inonda del 160831) dice che il governo ha fatto le leggi giuste… ma dico io – non basta , bisogna farle applicare e sanzionare chi non le applica; é questo il compito precipuo del governo che è a capo della Pubblica Amministrazione. Il governo trascura questo compito perché è troppo occupato a legiferare, trascurando di verificare perché le leggi preesistenti non hanno funzionato e, ancora, trascurando l’attuazione delle leggi da esso stesso proposte.
Nella stessa trasmissione Philippe Daverio spiega certi disastri del nostro Paese con la mancanza di una condanna etica…. si tratta di un’affermazione vera e forte che richiama il problema del rapporto tra etica e diritto, etica e politica. In un paese in cui l’illegalità e la corruzione sono largamente diffuse, il senso civico e la coesione sociale sono a livelli molto bassi, ipotizzare una condanna etica è un pò azzardato. Se ci fosse un’etica pubblica condivisa, i principi etici dovrebbero permeare le leggi del Parlamento ma sappiamo che non è così. Se c’è una frattura netta tra maggioranza e opposizioni e se le categorie della politica che prevalgono sono quelle di Carl Schmitt : la logica dell’amico-nemico per cui il politico di turno cerca di proteggere i suoi amici e distruggere i suoi nemici. La pratica di tale modello non consente una forte coesione sociale. In un paese che non conosce un’etica condivisa, le leggi urbanistiche e la pianificazione territoriale sono passate da una fase dove in teoria non si poteva piantare un chiodo per appendere un quadro alla parete ad una fase in cui si abbattono le mura maestre con un’autorizzazione data solo per rifare gli impianti elettrici o idraulici della casa.
Siamo passati da leggi urbanistiche molto rigorose ad altre più flessibili o lassiste ma sempre travolte dai ripetuti condoni e sanatorie.
In un paese con una forte propensione a violare la leggi in generale e in particolare quelle fiscali, urbanistiche e persino i codici della strada mettendo a rischio l’incolumità propria e quella degli altri, la mancanza di una sanzione etica è prevedibile e prevista.
Quello che mi sorprende di più è che, non di rado, manca anche una condanna giudiziaria non solo per via dei condoni ma anche per l’operare delle prescrizioni sempre più brevi e, non ultimo, perché a causa della legislazione alluvionale e sussultoria, nei procedimenti amministrativi, quasi sempre ci sono responsabilità diffuse e/o plurime. Molti trascurano che per arrivare alla sanzione penale, civile e amministrativa serve l’accertamento della violazione della legge e dei regolamenti. Questo chiama in causa il sistema dei controlli preventivi e successivi.
Vengo ad analizzare brevemente quello sugli EELL. E’ stato smantellato 20 anni fa in vista dell’attuazione del federalismo; il Partito dei Sindaci Irresponsabili (d’ora in poi PSI) come l’ho definito in un mio libro del 2000, sosteneva che i meticolosi controlli preventivi di legittimità erano la causa principale dell’inefficienza delle amministrazioni locali; poi con il Testo unico di al D. Lgs. 267/2000 (confermato ed aggiornato con modifiche più recenti apportate anche dal governo Renzi) è stato introdotto il Comitato regionale di controllo. Per la qualità della composizione e per il tipo di controllo sui bilanci preventivi e i rendiconti di gestione, detto comitato a me sembra non idoneo a svolgere un controllo capillare dei singoli atti di gestione degli EELL. Questi restano affidati agli stessi dirigenti locali che li producono.
Con la riforma costituzionale oggetto del prossimo referendum, si torna al centralismo ma essa non tocca il problema dell’adeguatezza dell’attuale sistema dei controlli sugli EELL e sulle stesse regioni. E’ ovvio che il PSI non li vuole; ricordo che i maggiori esponenti del PSI dopo la riforma del 1993 sostenevano che non servivano i controlli preventivi nè quelli successivi di gestione e che solo gli elettori alla fine del mandato avrebbero sanzionato con il voto l’approvazione o disapprovazione del loro operato. Non solo ma aggiungevano pure che chi era in grado di governare una grande città poteva governare anche il Paese. Profezia putroppo avveratasi.
In un paese con forte propensione alla violazione della legge e senza un’etica pubblica condivisa occorrerebbe non solo una grande battaglia culturale per la rigenerazione morale degli italiani ma anche un sistema efficiente ed efficace di controlli interni ed esterni. Ma gli organi addetti ai controlli sono sempre sottodotati di personale e risorse materiali. Ad aggravare la situazione in Italia, contribuisce la mancanza di qualsiasi idea del controllo sociale che, a livello locale, in teoria, sarebbe più facilmente praticabile ed avrebbe maggiori probabilità di successo.
Tornando appunto al livello locale delle zone colpite dal terremoto del 24 Agosto,
il sindaco di Amatrice Pirozzi che, in questi giorni. sicuramente supera lo stesso Renzi per la presenza nei telegiornali, rispondendo alle timide domande degli inviati sulle eventuali sue responsabilità risponde che lui fa il Sindaco, lui non è un tecnico (inonda 1-09-2016) e, quindi, non è responsabile di alcunché.
Analogamente, interrogato da un giornalista, anche il Sindaco di Accumoli risponde che lui no ha alcuna responsabilità circa i controlli. Testuale: “non abbiamo alcuna responsabilità al riguardo”, va a testa alta ed è sereno.
Entrambi, a mio giudizio, accreditano l’immagine di un paese con una classe dirigente deresposabilizzata e corrotta.
Dico questo perché il primo compito del sindaco è quello di controllare lo stato del suo territorio e la sua corretta gestione pubblica e privata. Ma sappiamo che, salvo lodevoli eccezioni, negli anni della Repubblica, i sindaci hanno consentito e comunque tollerato la devastazione del territorio. Poi, quando periodicamente arrivano i terremoti e, più frequentemente, fatti altrettanto gravi di dissesto idrogeologico , all’unisono, i sindaci di turno declinano ogni responsabilità diretta e danno la colpa allo Stato che li ha lasciati soli e abbandonati al proprio destino.
Molti sindaci, a mio giudizio, credono di essere grandi uomini politici senza alcuna responsabilità amministrativa e, purtroppo, in non pochi casi, senza cultura amministrativa.
In diritto, il Sindaco resta capo dell’amministrazione comunale come il governo è a capo dell’amministrazione centrale. Per averne la conferma basta leggere l’art. 50 comma 1 del Testo unico citato il quale recita che il sindaco è “il responsabile dell’amministrazione del comune” ; il comma 2) gli assegna il compito di “sovraintendere al funzionamento dei servizi, degli uffici e dell’esecuzione degli atti”; non ultimo, in forza del comma 10) del medesimo articolo il sindaco nomina i responsabili degli uffici e dei servizi, attribuisce e definisce gli incarichi dirigenziali e quelli di collaborazione esterna…
Ora è vero che alcune norme del Testo unico si applicano ai comuni con più di 15.000 abitanti ma su questi principi non ci può essere ombra di dubbio. E i poteri dirigenziali del sindaco sono più forti o meno forti nei piccoli comuni come Amatrice e Accumoli?
In una delle tante sue esternazioni il sindaco di Amatrice ha detto di “temere una caccia alle streghe”, ma anche il senso comune porta a ritenere che in un piccolo comune il sindaco sia perfettamente informato di quanto avviene nella sua piccola struttura amministrativa e, quindi, non può chiamarsi fuori evocando una netta separazione tra direzione politica e gestione amministrativa. Se poi leggo gli art. 5 e 151 del Testo unico citato trovo che non solo la regione ma anche gli enti locali “ispirano la propria gestione al principio della programmazione”. Ma probabilmente molti amministratori locali hanno la veduta corta. Se questo è vero, oso ipotizzare che i sindaci citati siano due esempi preclari del PSI.

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