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Otto motivi per cui la riforma Renzi è illegittima.

24 Ottobre 2016 1 commento

Come disse Churchill, la democrazia è un sistema con tanti difetti ed un solo vantaggio: non esiste un sistema migliore di essa. Con riguardo alla riforma costituzionale di Renzi, il problema non è se vuole migliorare la democrazia o se la vuole seppellire. Sappiamo che essa può apparire, nel breve termine, lenta e poco efficiente ma, nel medio-lungo termine, essa vince. Il problema generale è che le classi dirigenti, ormai da 30-40 anni, hanno la veduta corta. Aggiungo che per far funzionare al meglio la democrazia servono politici che ci credano e che siano disposti a fare grandi sforzi e sacrifici per farla funzionare. Di questi politici se ne vedono pochi in giro. Se date il metodo democratico in mano a politici che non ci credono e che vogliono concentrare il potere decisionale nelle proprie mani, è chiaro che saranno disposti a ridurla a sola parvenza.
Venendo al merito, come il governo chiede, a mio giudizio, è innegabile che la riforma Renzi riduce la democrazia rappresentativa sia a livello delle Aree metropolitane che dovrebbero essere livello di governo di secondo livello (al di sopra dei Comuni) molto più importante dei Comuni ma non è così perché, come sappiamo, i cittadini non possono votare. I consigli delle aree metropolitane saranno designati dai sindaci della stessa giurisdizione. Consiglieri metropolitani sono stati eletti a Milano e a Napoli ma nessuno se n’è accorto. La sindaca Raggi automaticamente sarà presidente dell’area metropolitana di Roma e dovrà occuparsi dei problemi comuni di altri 100 municipi come se non avesse abbastanza da fare con la gestione dei problemi della Capitale.
Ma i cittadini non possono votare neanche per il c.d. Senato delle Autonomie, così definito con l’avallo di gran parte della dottrina costituzionale che aggrappandosi all’art. 5 Cost non ha mai accettato l’idea di un Senato federale – come a suo tempo richiesto dal PD, da FI e dalla LN.
Oggi, nei paesi democratici più avanzati, il problema all’attenzione degli studiosi, esperti ed opinione pubblica è come passare dalla democrazia partecipativa a quella diretta e/o deliberativa specialmente ai livelli di governo sub-centrali, adottando referendum deliberativi, mandati imperativi e procedure di recall (richiamo). Il Italia questo implicherebbe modifiche ragionate dell’art. 67 Cost e delle regole statutarie di regioni, aree metropolitane e comuni.
La riforma di Renzi riduce le sedi di partecipazione, centralizza molte delle funzioni delle RSO, lasciate invariate quelle delle RSS e il governo ci vuol far credere che la sua riforma implementa la democrazia. In questi termini, detta riforma si pone in contrasto con la Costituzione europea (TFUE) che adotta il modello partecipativo e prevede a livello consultivo il Comitato delle regioni e il Comitato economico e sociale dove sono presenti le rappresentanze dei sindacati di tutti i Paesi membri.
Il bischero toscano probabilmente ritiene che gli italiani siano completamente stupidi e totalmente disinformati e, quindi, non capiscano l’imbroglio sottostante la propaganda governativa sulla semplificazione, il taglio delle poltrone e la presunta velocizzazione del processo decisionale.

Elencherò adesso una serie di argomenti che, a mio giudizio, minano la legittimità della riforma costituzionale ed elettorale di Renzi.
1) è illegittima perché le riforme costituzionali vanno fatte dai Parlamenti e/o dalle assemblee costituenti e non dai governi di turno che sono parte in causa rispetto all’opposizione; le regole fondamentali del gioco democratico non vanno scritte da una sola squadra mentre si sta svolgendo la partita; per contro le riforme costituzionali vanno scritte da costituenti “avvolti nel velo dell’ignoranza”, ossia, senza sapere chi saranno gli avvantaggiati e svantaggiati delle medesime;
2) la riforma presenta aspetti di illegittimità perché Renzi e il PD non hanno avuto alcun mandato popolare per farla; nelle elezioni politiche del 2013 il PD non aveva come punto qualificante la riforma di tutta la seconda parte della Costituzione ma sostanzialmente il problema del rafforzamento della democrazia; nel Manifesto dei valori del 2008 il PD affermava che bisognava porre fine alla stagione delle riforme costituzionali approvate a stretto voto di maggioranza, utilizzando le stesse parole usate da un parallelo Manifesto di quattordici Fondazioni politiche che coprivano tutto l’arco costituzionale; Renzi non era candidato alle elezioni del 2013; punti fondamentali di questo Manifesto sono stati ripresi recentemente da D’Alema e Quagliariello che hanno proposto un progetto di legge molto semplice che riduce il numero dei parlamentari, conferma l’elezione diretta di Deputati e senatori; semplifica il processo legislativo introduce la Commissione di conciliazione che evita la tanto deprecata navetta;
3) neanche i sistemi elettorali vanno votati dalla sola maggioranza di governo, tanto meno, di un presidente del consiglio nominato dal Presidente della Repubblica con procedura alquanto dubbia; i sistemi elettorali devono raccogliere il consenso più ampio possibile per il semplice motivo che essi determinano la composizione del Parlamento (monocamerale o bicamerale). Da qui l’ineludibile nesso tra riforma delle istituzioni e sistema elettorale. In situazioni di forte frammentazione delle forze politiche, congiunta ad una fortissima percentuale di astenuti, l’Italicum, attraverso il previsto premio, consegna la maggioranza e il governo nelle mani di una minoranza poco rappresentativa;
4) i sistemi elettorali e la riforma costituzionale non possono essere approvati da parlamentari in gran parte nominati ed eletti con un sistema elettorale dichiarato incostituzionale con la Sentenza della Corte Costituzionale n. 1/2014; come noto, la Corte costituzionale doveva pronunciarsi sull’Italicum il 4 ottobre ma per motivi di opportunità la Corte stessa ha deciso di rinviare la seduta finale. In fatto, questo rinvio favorisce la linea del governo perché una probabile censura dell’Italicum avrebbe fortemente favorito l’opposizione schierata per il NO.
A mio giudizio, un problema analogo si pone per la stessa legittimità del Parlamento su cui tutti chiudono gli occhi in nome della stabilità del sistema; ora è comprensibile che la stabilità sia assicurata per il breve termine, ossia, per il tempo necessario ad approvare una nuova legge elettorale ma non è accettabile che, in modo o nell’altro, la situazione si prolunghi per quattro anni oltre la sentenza per consentire la conclusione della legislatura; un tale prolungamento potrebbe trovare una qualche giustificazione in situazioni di assoluta emergenza come una guerra, una catastrofe naturale di immani proporzioni, ecc.. Nel 2012 in Grecia per altri motivi le elezioni politiche sono state ripetute a distanza di un solo mese;

5) i sistemi elettorali non possono essere studiati e adottati per evitare o prevenire il successo elettorale di una forza politica assunta senza fondamento come eversiva e anti-sistema; per essere chiari il M5S ha ottenuto la sua rappresentanza in Parlamento con lo stesso sistema elettorale con il quale sono state elette le rappresentanze di tutte le altre forze politiche; e nessuna forza politica ha contestato la regolarità dello svolgimento delle elezioni;
6) la riforma costituzionale presenta aspetti di illegittimità perché l’obiettivo di fondo di Renzi è quello della P2, del Sindaco d’Italia, di un uomo solo al comando, di Berlusconi del 2005 – che abbiamo rigettato con il referendum del 2006 – di Veltroni del 2007-2008; un obiettivo che in nome della velocizzazione del processo decisionale, svaluta il ruolo delle assemblee legislative e sposa la deriva autoritaria e tecnocratica in essere in Europa e nel mondo;
7) perché la riforma costituzionale è del tutto irrilevante ai fini della soluzione dei veri problemi degli italiani: sette milioni di persone senza lavoro tra disoccupati e c.d. scoraggiati, la stagnazione secolare, la bassa produttività, la giustizia sociale;
8) perché questa riforma non affronta i problemi dello stato di diritto in Italia anzi li aggrava. Da circa 250 anni (vedi Montesquieu) per stato di diritto nel c.d. mondo occidentale si intende la separazione dei poteri: legislativo, esecutivo, giudiziario. Questa è la suddivisione orizzontale dei poteri; poi è arrivata quella verticale adottata nella Costituzione USA; la doppia suddivisione dei poteri garantisce meglio – secondo i padri costituzionalisti americani (in particolare Madison) – i diritti e le libertà fondamentali dei cittadini, moltiplica le sedi di partecipazione dei cittadini, implementa la democrazia federale che è assetto istituzionale più avanzato di quello di uno Stato centralista. Nello stato di diritto che identifica un sistema democratico, il governo sarebbe solo il capo dell’esecutivo ma il suo ruolo si è evoluto o involuto nel tempo. Negli ultimi decenni il governo, in fatto, ha espropriato quasi del tutto il Parlamento della funzione legislativa concentrando così due poteri nelle proprie mani. Da due decenni almeno, i governi si affannano a delegittimare la magistratura (il giudiziario) e la burocrazia (l’esecutivo) di cui è a capo lo stesso governo. Si vorrebbero separare nettamente le carriere dei pubblici ministeri da quella dei giudici giudicanti mettendo i primi alle dipendenze del ministro della giustizia e, quindi, di nuovo, rafforzando il potere del governo. Il progetto non è passato ma sono stati assunti ben altri provvedimenti che condizionano l’attività dei magistrati.
Sul terreno dell’esecutivo, si è introdotto lo spoil system (sistema delle spoglie) per far nominare gli alti dirigenti al governo e così indebolendo quelli di carriera. Se applicato massicciamente la nomina dei dirigenti dello stato porta ad un ulteriore concentrazione del potere in testa al governo a detrimento degli altri due poteri. Al riguardo, va tenuto presente che i funzionari pubblici applicano le leggi giornalmente e, quindi, svolgono un’attività analoga a quella dei giudici che operano per eccezione. Anche i funzionari pubblici devono godere di un certo grado di indipendenza dal governo se devono rispettare rigorosamente il principio dell’imparzialità che l’art. 97 comma 1 Cost prescrive loro.
A questo riguardo, è singolare che sia Renzi che la Boschi, nella loro campagna di disinformazione, ripetano continuamente che la loro riforma non è contro la democrazia ma contro la burocrazia.
Ora è noto che gli uomini non sono angeli e più alta è la concentrazione del potere nelle loro amni più forte diventa la tentazione ad abusarne non solo per fini di conservazione del loro potere politico ma anche di accumulo di ricchezza ed influenza personale. In una fase storica in cui alla lotta classe si sono sostituite le categorie del politico di Carl Schimtt (amico/nemico) più forte diventa la tentazione di proteggere gli amici e indebolire o addirittura togliere di mezzo i nemici.
PQM ritengo di aver dimostrato, in fatto e in diritto, che la riforma costituzionale di Renzi indebolisce ulteriormente l’attuale democrazia che già non gode buona salute per via della deriva autoritaria e tecnocratica in corso a livello europeo e mondiale.

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l’illegittimità delle riforme di Renzi

24 Ottobre 2016 Nessun commento

Otto motivi che revocano in dubbio la legittimità della riforma costituzionale ed elettorale di Renzi

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Riforma costituzionale e rischi per la democrazia.

16 Ottobre 2016 Nessun commento

Non senza fondamento, i fautori del NO al referendum costituzionale intravvedono rischi di svolta autoritaria nelle scelte operate a partire dalle elezioni del 2013. Si è votato con una legge elettorale successivamente dichiarata incostituzionale in parti significative con la sentenza della Corte costituzionale n. 1/2014. Per scelte improvvide del Presidente della Repubblica si è silurato il “vincitore” di quelle elezioni Pier Luigi Bersani, nominando successivamente Enrico Letta. Quindi su richiesta generale delle forze politiche Napolitano viene rieletto Presidente della Repubblica per un secondo mandato. Dopo una breve vita grama, Letta viene sostituito da Renzi che, nel frattempo, aveva scalato il PD con primarie, a dir poco, malamente regolate. Devo premettere che in realtà i governi Monti, Letta e Renzi, in buona sostanza, sono tutti e tre governi del Presidente nominati con procedure discutibili e tutti nati senza un preliminare ed approfondito dibattito in Parlamento. Come si sostiene nel documento delle 14 Fondazioni del 2008 già prima il sistema istituzionale italiano era stato sottoposto ad una forte “torsione presidenzialista”, alias, autoritaria. Con la Presidenza Napolitano la situazione si è fortemente aggravata. Da quasi 5 anni siamo governati da tre governi nominati dal Presidente Napolitano, da tre governi di dubbia legittimità per via delle procedure, diciamo, eccezionali con le quali sono stati scelti i presidenti di tre governi che, in ogni caso, probabilmente, non casualmente, in forte continuità tra di loro con riguardo alla politica economica e finanziaria che hanno attuato facendo scrupolosamente i compiti dettati dalle Autorità europee. Un significativo elemento di discontinuità purtroppo c’è stato sul mandato specifico della riforma costituzionale- come tutti sanno – voluta fortemente dal Presidente Napolitano nel momento dell’accettazione del secondo mandato – imposta a Renzi, ma senza un preciso mandato popolare perché di essa non si era discusso nelle elezioni politiche del febbraio 2013.
Per giustificare questa affermazione ho scorso il Programma elettorale del PD per le elezioni del 2013. Si afferma: “Dobbiamo sconfiggere l’ideologia della fine della politica e delle virtù prodigiose di un uomo solo al comando…..
“La crisi della democrazia non si combatte con “meno” ma con “più” democrazia. Più rispetto delle regole, una netta separazione dei poteri, una vera democrazia paritaria e l’applicazione corretta e integrale di quella Costituzione che rimane tra le più belle e avanzate del mondo……..
“Sulla riforma dell’assetto istituzionale, siamo favorevoli a un sistema parlamentare semplificato e rafforzato, con un ruolo incisivo del governo e la tutela della funzione di equilibrio assegnata al Presidente della Repubblica. Riformuleremo un federalismo responsabile e bene ordinato che faccia delle autonomie un punto di forza dell’assetto democratico e unitario del Paese”.
Diversamente nei programmi degli altri partiti. Se uno scorre i 20 punti del programma di Forza Italia, non ce n’è uno solo che riguardi la riforma costituzionale. Così nel programma del M5S. Solo la Lega Nord proponeva la riforma del bicameralismo, la introduzione del senato federale e delle macro-regioni.
SEL proponeva un’Assemblea costituente ma per affrontare i problemi istituzionali europei, cioè, per revisionare i Trattati, mettere al centro il parlamento europeo e riformare il Fiscal Compact. Tutti i programmi enfatizzavano i provvedimenti per rilanciare la crescita ed arrestare il declino, come era ovvio, nelle circostanze che vedeva l’Italia preda della seconda grave recessione dopo quella del 2009.
Se questo è vero ed è vero perché sommariamente sto raccontando fatti e non opinioni, non c’è alcun mandato popolare e, quindi, c’è violazione dell’art. 1 della Costituzione. La legge di riforma costituzionale, approvata a colpi di maggioranza risicata, aggiunge ingiuria ad insulto.
Ma veniamo ai temi anche teorici della democrazia e delle scelte sociali. Da economista mi riferisco agli aspetti che mi sono più familiari come sono presentati nei migliori manuali internazionali. Coloro che hanno studiato la teoria della politica economica e del benessere sanno che le preferenze non sempre si aggregano, non sempre si sommano per fare maggioranza.
Kenneth Arrow, premio Nobel per l’economia 1972, ha individuato situazioni in cui non si forma la maggioranza. Il teorema è stato definito teorema dell’impossibilità della maggioranza. Quelli di destra né fanno discendere l’impossibilità della democrazia. E quindi avallano soluzioni autoritarie. Se identifichiamo la democrazia con il principio maggioritario, sappiamo che, in teoria, ci può essere da un lato dittatura della maggioranza con il 51% dei voti e c’è dittatura o ricatto della minoranza nei casi in cui si prevede la unanimità. Non è una cosa rara. A livello UE per molte importanti decisioni è prevista l’unanimità.
Come si supera il problema? Con la previsione di maggioranze qualificate, il buon senso, con il negoziato tra maggioranza e minoranza componendo gli interessi diversi. In molti casi, gli interessi si possono comporre. Poi ci sono i diritti su cui a maggior ragione si impone il negoziato tra tutte le parti presenti in parlamento. In fatto è una questione di coesione sociale e di condivisione di valori fondamentali e di propensione alla cooperazione. Solo in Italia si teorizza che il governo piglia-tutto deve avere una maggioranza blindata come nel caso dell’elezione diretta dei sindaci e, detto in latinetto, secondo il criterio: “simul stabunt simul cadent”. A mio giudizio, questo criterio può valere solo per i piccoli comuni, non si addice alle grandi città e, meno che mai, al governo di un grande Paese membro dell’Unione europea. Sia pure a livello sub-centrale i parlamenti dei paesi UE si occupano dell’attuazione dei diritti e delle libertà fondamentali dei cittadini e la relativa legislazione deve essere approvata con il massimo di consenso politico.
Per chi non ha studiato il sistema costituzionale USA, ora basta vedere il film sul Presidente Lincoln mentre si occupava di un diritto fondamentale di uguaglianza e libertà che richiedeva l’abrogazione della schiavitù nel mezzo della Guerra di secessione. Si vede come Lincoln passava le giornate e anche alcune notti a negoziare con i rappresentanti del Congresso per raggiungere la maggioranza necessaria. Un codicillo a questo discorso è che negli USA, storicamente e in generale, si governa con l’accordo tra l’area moderata del Partito repubblicano e quella progressista del Partito democratico. Si tratta infatti di partiti di massa all’interno dei quali c’erano e ci sono forti gruppi reazionari e anche razzisti.
Si parla molto del Sistema delle garanzie. Ma deve essere chiaro che dove è bassa la propensione a cooperare, non bastano regole formali ma devono prevedersi statuti dell’opposizione e/o poteri di veto analoghi a quelli previsti dalla costituzione USA ed illustrati da Tzebelis in un libro intitolato “Veto Powers” tradotto dal Mulino. L’Autore, un politologo americano di origine greca, spiega come funzionano in realtà le istituzioni moderne non solo nel caso USA della separazione netta dei poteri ma anche nei casi in cui c’è una forte polarizzazione delle posizioni e, quindi, si abbassa il livello di cooperazione.
Non è vero che per 30-40 anni non si è fatto niente. Dopo la bocciatura della riforma costituzionale di Berlusconi del 2005, sono ripresi i tentativi di riavviare il discorso su binari corretti.
Nella Primavera del 2008 ben 14 fondazioni rappresentative delle principali aree politiche e culturali del Paese sottoscrissero un Manifesto politico di 27 pagine in cui concordavano sugli obiettivi e sul metodo da perseguire per arrivare alla riforma costituzionale. Le tesi furono illustrate in un seminario del 14 luglio 2008 e gli atti pubblicati in un volume di Astrid del 2009. C’è tutto e di più di quanto sento dire in questa fase.
Voglio citare qui un solo punto preliminare sul quale c’era pieno accordo. “Bisogna ristabilire la supremazia della costituzione, difenderne la stabilità e porre fine alla stagione delle riforme costituzionali imposte con il voto a maggioranza”.
È significativo che questo punto con le stesse parole sta anche nel Manifesto del PD elaborato proprio in quel periodo. La riforma Renzi ha violato questo impegno e ha ignorato quasi tutti gli altri punti.
Questo punto sulle regole condivise è stato ripreso da tutti gli interventi al Convegno organizzato da Massimo D’Alema e Gaetano Quagliariello il 12 ottobre scorso alla Residenza di Ripetta (Roma) con la partecipazione di molti esponenti del Centro destra e della sinistra.
Se il problema è culturale, come sostiene correttamente Stefano Rodotà, il problema non può essere risolto solo con regole formali ma con il dialogo, il buon senso e la ricerca di un terreno comune. La democrazia inglese funziona senza una Costituzione scritta. Noi scriviamo e riscriviamo continuamente le leggi e siamo diventati maestri nell’abuso del diritto.
In generale, è più probabile che il terreno comune lo si trovi se le regole del gioco vengono discusse e decise dai parlamenti e dalle assemblee costituenti avvolti nel velo dell’ignoranza che non è la ignoranza senza velo di chi ha scritto la riforma Renzi in violazione della regola fondamentale secondo cui le regole del gioco si stabiliscono senza sapere chi saranno quelli che se ne avvantaggeranno.
Non è vero che se vince il No dobbiamo aspettare altri 40 anni. D’Alema e Quagliariello hanno presentato una proposta di legge breve in tre punti che potrebbe essere approvata nello scorcio di questa legislatura. Essa prevede: a) la riduzione del 30% del numero dei parlamentari (400+200); b) l’elezione a suffragio universale e diretto di tutti i parlamentari; c) i senatori verrebbero eletti su base regionale. Con un provvedimento a parte, ai fini della semplificazione del procedimento legislativo, i suddetti propongono la introduzione della Commissione di conciliazione nel caso in cui la Camera che esamina la legge per seconda apporti modifiche al testo – come previsto dal manifesto delle 14 fondazioni.
P.S.: Per chi è interessato, il Manifesto delle 14 Fondazioni e gli interventi del seminario del 14 luglio 2008 sono stati pubblicati da Astrid nel volume a cura di Franco Bassanini e Roberto Gualtieri, “Per una moderna democrazia europea”, Passigli editori, 2009.

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Complotto delle grandi banche o convergenza di interessi di bottega?

11 Ottobre 2016 Nessun commento

Nel dibattito sulla riforma costituzionale ricorre l’affermazione secondo cui bisogna scongiurare il rischio di una deriva autoritaria e tecnocratica. Cercherò di dimostrare che non si tratta di un rischio ma di una realtà operante rispetto alla quale nulla propone la riforma di Renzi, anzi rischia di favorirne il consolidamento.
Il caso italiano può prendere lo spunto dal comma 2 dell’art. 1 della Costituzione: “la sovranità appartiene al popolo che la esercita nelle forme e nei limiti della Costituzione” – non di una legge qualsiasi. La nostra è una democrazia parlamentare e rappresentativa. Il che significa che, di elezioni in elezioni, il potere di decidere viene delegato a rappresentanti eletti dal popolo. Ora se nelle aree metropolitane e nel Senato delle Autonomie si prevedono rappresentanti non eletti direttamente dal popolo, è chiaro che si va verso una democrazia sempre meno rappresentativa e in forte controtendenza con quella partecipativa e deliberativa.
Ma c’è il caso più generale a livello sovranazionale. È invalsa la prassi di delegare poteri decisionali delicatissimi in materia di politica economica e finanziaria ad Agenzie e/o Autorità amministrative indipendenti (AAI) anche se, allo stesso tempo, i governi nazionali rivendicano a parole la piena sovranità nazionale anche per fattispecie del tutto impraticabili. Anche in questo caso, si rompe il rapporto diretto di agenzia tra il principale (l’elettore) e l’agente (il rappresentante). Al malfunzionamento di questo rapporto in Italia concorre l’art. 67 Cost che esclude il vincolo di mandato e che non viene modificato.
Ammesso e non concesso che il meccanismo delle primarie funzioni bene, non ci sono primarie per la scelta del governatore della Banca centrale europea, di quello della Banca d’Italia, dei componenti dell’Antitrust, ecc. Anzi, quello che succede è che, non di rado, i presidenti vengono scelti dalla massoneria internazionale più o meno deviata. Afferma Raguran Rajan, governatore della Banca centrale indiana, che non c’è organizzazione economico-finanziaria internazionale in cui non ci sia in posizione di alto rilievo un affiliato a Goldman & Sachs. Se i governi nazionali di media potenza sono comunque troppo piccoli e incapaci di coordinarsi sul serio per influire sulla soluzione dei problemi della globalizzazione è chiaro che, volutamente, lasciano un vuoto di potere che viene riempito da associazioni e/o organizzazioni informali che verticalizzano il processo decisionale a livello di aree geopolitiche vaste e/o a livello mondiale. Tutto questo a fronte di organizzazioni internazionali del tutto inadeguate a esercitare controlli efficienti ed efficaci sulla finanza rapace che opera in un contesto di piena libertà dei movimenti di capitale.
Ritornando al caso italiano, le persistenti prese di posizione di alcune grandi banche internazionali e delle loro superfetazioni (società di rating) a favore del SI al referendum sulla riforma costituzionale in un Paese in declino storico non mi fa pensare ad un complotto esterno organizzato dal solito Grande Vecchio, ma ad una convergenza di interessi tra le grandi banche americane, le società di rating, gli hedge fund ed il governo debole di un Paese ad alto debito pubblico che ha bisogno di assicurarsi contro i rischi di eventuali attacchi speculativi contro il debito pubblico italiano nel caso di vittoria del NO. A questo riguardo sarebbe interessante che il governo Renzi rendesse pubblici i contratti derivati che il governo Monti ha stipulato nel 2011-12 per “difendere” a caro prezzo il debito pubblico italiano. Come si spiega il rifiuto della DG Cannata, ovviamente sostenuta dal governo di turno, di fornire l’elenco di detti contratti alla Commissione parlamentare? Questo grave episodio che non è unico, dimostra che la gestione del debito pubblico è un affare privato tra grandi banche e governo – rectius, un affare di Stato da segretare come quello del traffico delle armi quasi sempre autorizzato dai governi.
Il soccorso delle grandi banche al governo si spiega con il criterio: “una mano lava l’altra”. Il governo fa fare buoni affari alle grandi banche e queste ricambiano aiutandolo su un terreno squisitamente politico. Aiutare un governo debole a sopravvivere è utile per continuare a fare buoni affari. Per converso, sarebbe per le grandi banche inappropriato e controproducente operare per fare cadere un governo amico. Non è questa corruzione? La riforma costituzionale affronta questi problemi? È questa la buona democrazia decidente che vuole Renzi? Se il Parlamento avesse veri poteri di delega e controllo sul governo, potrebbe tollerare un gestione del debito pubblico così opaca?

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Il papocchio del Senato delle Autonomie.

Secondo il Presidente del Consiglio Renzi il Senato si riunirà un giorno al mese. Evidentemente si tratta dell’ennesima battuta menzognera perché delle due l’una: o Renzi non ha letto l’art. 55 riformato oppure non ha capito quello che il nuovo Senato dovrebbe fare.
L’art. 55 vigente è composto di soli due commi. Formalmente il nuovo è composto di sei commi nominali. In realtà di 14-15 perché il nuovo comma 5 contiene non un comma ma 9-10 commi a seconda che uno di essi sia considerato doppio o singolo.
Per farla breve, ci concentriamo solo sull’analisi del nuovo comma 5. “Il Senato della Repubblica rappresenta le istituzioni territoriali ed esercita funzioni di raccordo (rectius: coordinamento, ndr) tra lo Stato e gli altri enti costitutivi della Repubblica”. Sono due funzioni diverse accorpate.
“Concorre all’esercizio della funzione legislativa nei casi e nelle modalità stabiliti dalla Costituzione, nonché all’esercizio delle funzioni di raccordo tra lo Stato, gli altri enti costitutivi della Repubblica e l’Unione europea”. Anche qui si tratta di due funzioni diverse e, quindi siamo a quattro funzioni diverse. Ricompaiono in questi due primi commi le funzioni concorrenti che si escludono nel successivo art. 117 perché avrebbero creato tanti ricorsi davanti alla Corte costituzionale e ritardi nell’attuazione delle politiche pubbliche.
“Partecipa alle decisioni dirette alla formazione e all’attuazione degli atti normativi e delle politiche dell’Unione europea”. Ancora si tratta di due funzioni diverse perché esplicita non solo la partecipazione alla formazione degli atti normativi ma anche all’attuazione dei medesimi che è compito collegato non sempre esercitato nel passato ne’ da parte della CD ne’ da parte del Senato. Siamo a sei funzioni.
“Valuta le politiche pubbliche e l’attività delle pubbliche amministrazioni e verifica l’impatto delle politiche dell’Unione europea sui territori”. Anche qui due funzioni ma più incerte e confuse perché sono pubbliche tutte le politiche a partire da quelle degli enti territoriali, dello Stato e della UE. Non si capisce perché il nuovo Senato verificherebbe solo l’impatto – quale impatto? Quello economico, quello amministrativo, quello ambientale? – delle sole politiche dell’UE. Anche qui si tratta della sommatoria di due funzioni ma il comma è scritto male perché tutte o quasi le politiche pubbliche hanno impatti sui territori. Siamo a otto funzioni.
“Concorre ad esprimere pareri sulle nomine di competenza del Governo nei casi previsti dalla legge e a verificare l’attuazione delle leggi dello Stato”. Non è chiaro con chi concorre se con il governo o con le commissioni della Camera dei deputati nei casi previsti dalla legge ma non dalla Costituzione per cui il governo di turno potrà restringere a volontà i casi in cui è richiesto detto parere. Non è detto se il parere è vincolante o meramente consultivo. Concorre inoltre a verificare l’attuazione delle leggi dello Stato. Di nuovo, a me sembrerebbe strano che tale compito non fosse assorbito nella valutazione delle politiche pubbliche di cui al precedente comma. Se così, non si capisce perché tale difficile funzione viene ripetuta. O si tratta di una svista? Non è dato saperlo. Vale la pena precisare di che cosa stiamo parlando.
Premesso che in Italia una politica pubblica, quasi sempre, si traduce in una legge e/o in un decreto legislativo con molti contenuti tipici di regolamento o di una circolare amministrativa. Valutare una politica pubblica significa fare un’analisi preventiva della idoneità di una data legge a risolvere un dato problema; controllarne l’attuazione in itinere; verificarne infine l’efficienza, l’efficacia e l’economicità come amano specificare i giuristi che si occupano di questi problemi. Si tratta di un’attività molto complessa che richiede competenze interdisciplinari di economisti, giuristi amministrativisti e sociologi. È chiaro che non è compito che i senatori possono svolgere da soli né possono limitarsi ad affidarlo a esperti esterni o a strutture interne sia pure rafforzate. Spesso e volentieri si traduce anche nella convocazione dei dirigenti delle strutture ammnistrative chiamate ad applicare le leggi. In sintesi, un lavoro complesso che richiede un forte impegno di energie e soprattutto forte continuità, non di rado, attraverso diversi governi. Un lavoro che finora raramente o mai è stato svolto sia dalla CD che dal Senato. Miracolosamente tale compito dovrebbe essere svolto da un Senato sottodimensionato, a tempo parziale e per composizione senza alcuna esperienza pregressa né in sede regionale né a livello comunale. Sia che si ricorra ad esperti esterni sia che si rafforzino le strutture interne, il costo di tale operazione probabilmente assorbirebbe o supererebbe il risparmio discendente dalla prevista riduzione del numero dei senatori.
Siamo a dieci funzioni. Se escludiamo quella che ci sembra un doppione, ossia, la valutazione delle leggi dello Stato, sommiamo nove funzioni accorpate nel comma 5 del nuovo art. 55. In fatto, l’art. 55 novellato contiene almeno 14 commi che si confrontano con i due commi di quello vigente. Perché questo pasticcio? Perché vogliono farci credere che il legislatore sta comunque perseguendo la specializzazione delle funzioni. Non si tratta di semplificazione ma di complicazione.
Se questi sommariamente descritti sopra sono i compiti del nuovo Senato delle Autonomie non si capisce come essi possano essere svolti da senatori a tempo parziale. Se poi si considerano i precisi termini entro i quali ex art. 70 novellato i senatori, come collegio non come singoli, possono richiamare in pratica tutte le leggi ed esprimere pareri e sollecitazioni alla CD sempre entro termini precisi. Tenuto conto che consiglieri regionali e sindaci hanno già pressanti impegni da svolgere in relazione ai loro uffici ordinari non si capisce come detto lavoro possa essere svolto riunendosi un giorno al mese a Roma e senza rimborsi spese.
Certo oggi abbiamo a disposizione la tecnologia delle teleconferenze e delle votazioni elettroniche per cui si potrebbe fare a meno della loro presenza fisica. Peccato che il legislatore costituente non ci abbia pensato.

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