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Dieci argomenti a favore della vittoria del NO

27 Novembre 2016 Nessun commento

Non ho sondaggi riservati e non amo fare previsioni. Tuttavia mi piace sottoporre all’attenzione del lettore dieci argomenti che potrebbero giocare a favore della vittoria del NO nell’imminente referendum.
1. Precedente del 2006. Non lo ricordano i fautori del SI perché smentisce la loro tesi secondo cui da 30 anni non si fa niente; è un fatto che Berlusconi nel 2005 aveva fatto approvare sempre a colpi di maggioranza una riforma più o meno equivalente a quella di Renzi ed è stata bocciata nel 2006 con un NO del 61%; Renzi è solo contro tutti;
2. Ormai sembra consolidata l’idea di una perdita di credibilità in giro per il mondo del Presidente del Consiglio nonostante l’attivismo instancabile; la bocciatura della riforma della dirigenza da parte della Corte costituzionale ridimensiona la credibilità di questo governo che continua a legiferare in maniera incerta e confusa; a questo riguardo va precisato che quel che conta non è approvare nuove leggi con maggiore velocità ma produrre leggi migliori e consolidarle nel tempo nella coscienza dei cittadini;
3. Il voto degli attuale senatori che perderebbero in modo secco il posto in ben 241; molti di loro hanno un seguito politico e possono influenzare il voto dei loro elettori;
4. Il voto degli attuali consiglieri delle Regioni a statuto ordinario che si vedono espropriati di molte competenze legislative e ridotti i loro emolumenti ordinari. Anche loro hanno un elettorato e potrebbero influenzarlo;
5. Lo schieramento arcobaleno del NO ha un vantaggio comparato. Nel 2008 è stato firmato un documento elaborato da 14 fondazioni vicine alle forze politiche di tutto l’arco costituzionale; nelle elezioni del 2013 solo qualche partito minore aveva nel programma la riforma costituzionale; i principali partiti no; dall’andamento della campagna referendaria detta posizione di tutte le forze politiche dell’opposizione politica e di quella sociale è confermata mentre Renzi non può contare su un consenso altrettanto diffuso; proprio per questo sta utilizzando la tecnica comunicativa dell’avvelenamento del pozzo, cercando di delegittimare tutti i suoi interlocutori; definire lo schieramento avversario non è un esempio di correttezza politica; probabilmente anche Enrico Letta se lo ricorderà dentro la cabina elettorale;
6. La situazione economica, nonostante la flebile ripresa, vede ancora circa 7 milioni di persone senza lavoro tra disoccupati e scoraggiati, 4,1 milioni di soggetti in povertà assoluta, 11 milioni di persone che rinunciano a curarsi per mancanza di mezzi, una forte crescita delle diseguaglianze ed una incertezza sul futuro sconsideratamente alimentata dallo stesso governo. Tutti questi elementi non dovrebbero giocare a favore di una riforma costituzionale che non ha alcuna rilevanza ai fini del rilancio della crescita del reddito e dell’occupazione. A questo fine sono rilevanti le riforme dei trattati intergovernativi a livello europeo (per tutti, il Fiscal Compact) che impediscono una svolta drastica nella politica economica e finanziaria dei governi dei paesi euro-mediterranei; il governo ne sta prendendo atto solo dopo che, per 32 mesi, si è trastullato con la flessibilità collegata all’avanzamento delle sciagurate riforme strutturali, in primis, quelle relative al mercato del lavoro; nel luglio scorso, gli ispettori del Fondo monetario internazionale hanno lasciato un documento dove c’è scritto che, con i tassi di crescita previsti nei documenti governativi, solo attorno al 2025 potranno essere recuperati i livelli del 2007; il che significa altri 8 anni di stagnazione; il documento non ha avuto una grande risonanza mediatica;
7. Anche la residua minoranza interna del PD dovrebbe giocare a favore del NO specialmente quella che non ritiene affidabile la recente promessa di Renzi circa la modifica della legge elettorale c.d. Italicum; al di là della propaganda governativa secondo cui non esisterebbe una correlazione stretta tra riforma costituzionale e quella elettorale, è un fatto che l’accordo con Cuperlo conferma quello che dai giuristi viene definito il combinato disposto. Del resto è del tutto evidente che se attraverso la legge elettorale il leader e/o l’oligarchia ristretta che controlla il partito democratico determina la composizione della Camera riempiendola di deputati nominati, e di conseguenza anche l’unica Camera legislativa perde il suo ruolo di contrappeso rispetto al governo che è a capo del potere esecutivo, alias, burocrazia;
8. Nella sua viscerale propaganda Renzi continua nella delegittimazione della burocrazia; la riforma Madia va incidere più sul modello direzionale che sull’organizzazione degli Uffici periferici che si interfacciano con i cittadini; lo slogan che è passato è che i dirigenti e i fannulloni devono potere essere licenziati in 48 ore o giù di lì. Il nuovo sistema coniugato con lo spoil system, ossia, con il potere del governo di cambiare gli alti dirigenti dello Stato e sostituirli con persone di sua fiducia, umilia quanti, essendo entrati nella pubblica amministrazione in coerenza con una scelta di vita, aspirano legittimamente ad arrivare al vertice. La bocciatura da parte della Corte costituzionale di quattro articoli riguardanti proprio la dirigenza conferma l’incapacità di questo governo di legiferare in maniera chiara e semplice come è provato dalla riscrittura della seconda parte della Costituzione piena di commi incomprensibili, di rinvii a leggi di attuazione da definire in tempi non meglio identificati, di commi spostati con il taglia e incolla (comma 3 dell’art. 117 sulle competenze concorrenti) e con il copia e incolla (comma 2 dell’art. 120 sulla tutela dell’unità giuridica e dell’unità economica, c.d. clausola di supremazia che ora ricorre tre volte), ecc.;
9. Renzi rispetto a Berlusconi ha moderato gli attacchi alla magistratura almeno delle apparenza. Il suo ministro della Giustizia ha nei giorni scorsi varato l’ennesima riforma della giustizia. Sono stati indetti quattro giorni di scioperi. Anche la riforma della giustizia non sembra così popolare;
10. Indecisi e astenuti secondo alcuni dovrebbero giovare al Si. Secondo me, nei limiti in cui essi arrivano a conoscere meglio i contenuti della riforma potrebbero determinarsi a votare NO.

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Sindacati e riforma costituzionale.

23 Novembre 2016 Nessun commento

È singolare che sull’abrogazione del CNEL (Consiglio nazionale dell’economia e del lavoro), previsto dall’art. 99 della Costituzione vigente, si sia determinata la stessa unanimità conformista che ho riscontrato, nei decenni passati, sul presunto problema del superamento del bicameralismo paritario. Vista la disattenzione che c’è sull’argomento, l’abrogazione può essere considerato un obiettivo acquisito, una opinione talmente consolidata che non c’è bisogno di alcuna motivazione.
Se uno legge il documento della CGIL dell’8 settembre u.s. con il quale la Confederazione invita a votare NO si accorge che l’abrogazione del CNEL non è menzionata.
Posizione singolare quella della CISL come rintracciata in una dichiarazione breve della segretaria generale Annamaria Furlan che si esprime a favore del SI alla riforma nel suo insieme e che dà una motivazione, a mio giudizio, non coerente sulla questione del CNEL: “Il confronto ed il dialogo sociale devono diventare il modello con il quale si può risollevare il Paese. Quando si fanno le cose insieme non si fanno cose sbagliate….. per questo, occorre anche un luogo istituzionale di dialogo che sostituisca il CNEL perché quando manca il dialogo si dà fiato solo al populismo o si fanno scelte solitarie e disastrose per i cittadini come è accaduto con la legge Fornero”.
Trovo singolare la posizione di chi acconsente all’abrogazione di una sede di rango costituzionale per proporne un’altra non meglio identificata.
Trovo dubbia e, per dirla in modo chiaro, pilatesca la posizione della UIL che, in un suo lungo documento, cita l’abrogazione del CNEL, a suo dire, dovuta al fatto che non avrebbe proposto iniziative legislative.
Su una riforma costituzionale di tanta portata (47 articoli modificati), per non parlare del combinato disposto con la legge elettorale, abbiamo il NO e il SI raccomandati rispettivamente dalla CGIL e dalla CISL e un fate come vi pare e/o votate secondo coscienza della UIL. Non credo che si tratti di un giusto mezzo perché il quesito è netto: No o SI. Naturalmente entrambe le risposte sono pienamente legittime.
Per quanto mi riguarda, è la motivazione montanelliana di un dirigente della UIL che mi ha lasciato perplesso e mi ha indotto a scrivere questa nota. E non è vero che bisogna votare SI perché non ci sono proposte alternative come, invece, è aduso fare il sindacato quando critica una soluzione ad un problema. Ci sono diverse proposte di legge in Parlamento tra le quali una molto recente portata avanti da D’Alema e Quagliariello: in questa si propone: a) la riduzione drastica di 300 parlamentari (200 deputati e 100 senatori) e la conferma della loro elezione diretta; b) la semplificazione del processo legislativo e la introduzione di una Commissione di conciliazione per evitare comunque la tanto deprecata navetta che per altro ricorre in un numero limitato di casi. La proposta riprende alcuni punti da un documento (di ben 27 pagine) sottoscritto da 14 Fondazioni (politiche e/o vicine a partiti politici), rappresentative di tutto l’arco costituzionale, che nella Primavera del 2008 concordava su una premessa fondamentale, ossia, quella di porre fine alla stagione delle riforme costituzionali approvate a colpi di maggioranza governativa. E ovviamente su molti altri punti fondamentali che non sto a riassumere qui.
Mi sarei aspettato che un sindacalista avesse preso posizione non solo sul comportamento di un governo che non riconosce il ruolo dei sindacati dei lavoratori mentre affida il Ministero dello sviluppo economico a esponenti della Confindustria. Ma non è così.
Ora le domande da porsi sull’argomento specifico sono:
C’è o non c’è un collegamento tra l’art. 1 e 99 della Costituzione?
L’art. 99 non valorizza la rappresentanza dei lavoratori o no?
E’ o non è l’abrogazione del CNEL coerente con la posizione del governo contraria a riconoscere il ruolo dei c.d. corpi intermedi e dei sindacati dei lavoratori?
E’ non è la proposta del governo in contrasto con i diritti e gli interessi del sindacato?
Ai sensi dell’art. 99 sul ruolo del CNEL i sindacati sono organi di consulenza delle Camere e del governo. La sua abrogazione non riduce le sedi di partecipazione democratica dei rappresentanti dei lavoratori alle scelte politiche e legislative delle Camere e del governo centrale?
Nel 2013 il prof. Gustavo Zagrebelsky ha pubblicato un bellissimo pamphlet sulla Repubblica “Fondata sul lavoro, sottotitolo: La solitudine dell’art. 1”, Einaudi Editore, Torino, 2013. Nella prima di copertina il libro riporta dal testo la seguente frase: “Unico tra i diritti, il diritto al lavoro è esplicitamente enunciato tra i principi fondamentali della Costituzione. La politica deve essere condizionata al lavoro e non il lavoro alla politica. E’ bene ribadirlo, oggi, mentre è in corso il rovesciamento di questo rapporto”.
La solitudine dell’art. 1 sulla quale scrive il Prof. Zagrebelsky ovviamente è una metafora o, meglio, un’amara constatazione di come il problema della piena occupazione e della giustizia sociale in questo paese sia stato e sia continuamente trascurato o messo in seconda linea. L’art. 1 nella Costituzione sta in buona compagnia con il 3, 4, 35, 36, 37, 38, 39, 40, 46 e per l’appunto con il 99. E la parola lavoro ricorre 21 volte.
Per inciso, tempo fa, il premier Renzi, in una trasmissione televisiva, tagliando corto rispetto alle diverse interpretazioni contrastanti sui dati sull’occupazione, ebbe a precisare che il suo governo non si era dato un obiettivo sui posti di lavoro da creare. E se ora uno guarda al dato sulla disoccupazione che il governo prevede, nella legge di bilancio per il 2017, si accorge che la riduzione prevista è di soli sette decimali rispetto al 2016, passando dall’11,5 al 10,8 nel 2017 e al 9,9% nel 2019.
Che fare? Siccome nel dibattito politico i fautori del SI insistono su una presunta assenza di proposte alternative io ne voglio fare una singolare. Premetto che nel dopoguerra e sino agli anni sessanta i partiti di sinistra facevano eleggere i vertici dei sindacati in Parlamento. Dopo passò e fu attuato il principio della incompatibilità tra cariche politiche e quelle sindacali. A me sembra che oggi, visto che formalmente non si modifica l’art. 1 della Costituzione, i sindacati dovrebbero difendere a spada tratta il CNEL e, quindi, votare di conseguenza oppure potrebbero chiedere le quote non solo a favore delle donne ma anche per la rappresentanza dei lavoratori e delle lavoratrici e dire basta con un Parlamento imbottito di avvocati e professori.
In conclusione, a me sembra del tutto evidente che se dovesse passare la riforma proposta da Renzi, l’art. 1 della Costituzione vigente sarà ancora più solo e non è vero che essa non tocca i diritti fondamentali.
Rinvii:

http://enzorusso2020.blog.tiscali.it/2013/06/24/la-solitudine-della-repubblica-fondata-sul-lavoro/

http://enzorusso2020.blog.tiscali.it/2016/10/24/otto-motivi-per-cui-la-riforma-renzi-e-illegittima/?doing_wp_cron

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Quale semplificazione nella riforma costituzionale?

18 Novembre 2016 Nessun commento

Bisogna chiarire in via preliminare di quale semplificazione stiamo parlando: istituzionale, legislativa, amministrativa. E’ necessario distinguere le diverse fattispecie perché la ministra Boschi e gli altri fautori del SI confondono continuamente i diversi piani creando confusione.
La prima quella istituzionale è più facile da illustrare. Visto che siamo inseriti e vogliamo restare nell’UE possiamo abrogare il Senato e il Presidente della Repubblica. Devo precisare che per 20 anni coinvolti nel processo di trasformare il nostro sistema in senso federale, la proposta è stata quella di un Senato federale. Da cinque anni detto processo è bloccato e con la riforma Renzi c’è una chiara svolta centralista ma non avendo il coraggio di mettersi contro la classe politica regionale che è ben più numerosa e radicata di quella centrale attuale, in nome del superamento del bicameralismo paritario, hanno proposto qualcosa che non è un senato federale, né un senato delle regioni ma un papocchio o una camera di serie B non eletto direttamente dai cittadini. Ora se l’UE, in fatto, è già uno stato federale e non può essere diversamente visto che abbiamo una moneta unica, una politica economica finanziaria centralizzata, si sta avviando il discorso di una difesa comune come reazione alle prese di posizione del neo-presidente USA; se le costituzioni sono costruite per il futuro, bisognerebbe tener conto che nei sistemi federali veri e propri (Australia, Canada, USA, Svizzera) non ci sono seconde camere ne presidenti della repubblica a livello sub-centrale. In un assetto istituzionale di stampo federale com’è quello europeo – in parte ancora da portare a compimento – la collocazione appropriata del Senato sarebbe al centro al posto dell’attuale Consiglio europeo che io considero il cancro delle istituzioni europee. Sulla carta il risparmio potrebbe essere attorno al miliardo di dollari ma solo sulla carta.
La seconda semplificazione riguarda la legislazione. Questa può essere per principi o casistica. La prima è quella della tradizione anglosassone c.d. di common law che si è sviluppato sulla base di regole consuetudinarie e di precedenti giurisprudenziali e poi con leggi di principi. Quella casistica esasperata è quella che si è sviluppata in Italia in ossequio formale alla certezza del diritto. La differenza tra i due sistemi è enorme in termini di codici, testi unici, leggi, regolamenti e quant’altro. Non è questa la sede per approfondire il discorso. Il motivo di fondo – non sempre dichiarato – per cui in Italia si fa sempre ricorso alla legislazione casistica è che, avendo determinato in fatto un sistema di guardie e ladri, alias, di sfiducia reciproca tra i poteri dello Stato, questi ispirano i rapporti non al principio di leale collaborazione, come prescrive la Costituzione, ma alla sfiducia reciproca. Non solo ma per decenni abbiamo assistito a governi che perseguono la delegittimazione della potere giudiziario, legislativo e della burocrazia. A sua volta l’alta dirigenza dello Stato “si vendica” chiedendo e proponendo leggi molto dettagliate (casistica) che non di rado scadono al livello di regolamenti e circolari amministrativi.
Considerato anche che viviamo anche in società molto dinamiche, emergono sempre fattispecie nuove da regolamentare. Ne esce fuori un sistema troppo complesso e di difficile attuazione con richieste continue di modifiche, pareri, contro-pareri e sempre in attesa di chiarimenti giurisprudenziali. Se poi consideriamo che il governo, non di rado, incapace e/o riluttante a controllare l’attività della pubblica amministrazione, preferisce approvare nuove leggi, non ci si può meravigliare se ci ritroviamo con una produzione legislativa di tipo alluvionale, per stratificazioni successive e leggi che, in non pochi casi, si ispirano a principi in contrasto tra di loro. Se così il problema non è quello di semplificare il procedimento legislativo per poter produrre più leggi nell’illusione che i problemi si risolvono con l’approvazione di nuove leggi bensì quello di produrre meno leggi ma di migliore qualità e, magari, rovesciando la rotta verso il sistema di legiferazione per principi generali che in sede amministrativa o giudiziaria possono essere modulati a seconda delle diverse esigenze. Non ultimo, se la funzione legislativa fondamentale sarà sempre più esercitata dal Parlamento Europeo, allora basta una sola Camera. Non è una rivoluzione. Si tratterebbe di applicare tra il PE e i parlamenti dei Paesi Membri lo stesso modello che attualmente c’è tra Roma e Milano. In sede regionale (sub-centrale) non c’è il Senato della Lombardia.
Il terzo tipo di semplificazione è quella amministrativa ed è quella che viene esemplificata in maniera ingannevole dal Premier e dalla Ministra Boschi. Sarebbe la causa principale dell’inefficienza del sistema Paese. 14 autorizzazioni per iniziare un’attività, il motivo per cui le regioni e gli enti locali bloccano i grandi lavori, il motivo per cui l’Italia non attira investimenti dall’estero, ecc. Una vera mistificazione dei fatti anche se ritardi e complicazioni non mancano. Se vuoi tutelare il paesaggio e l’ambiente è chiaro che non puoi cementificare a volontà o costruire una autostrada dove ti pare o guardando solo ad una mappa stradale di tutto il paese. Inoltre i fautori della semplificazione ad oltranza non tengono conto del trade off con la trasparenza, condizione necessaria perché il cittadino interessato e, in generale, la cittadinanza attiva possa controllare dal basso l’operato della pubblica amministrazione. Non sono obiettivi convergenti ma contrastanti. Emettere un atto amministrativo è comunque un procedimento complesso che richiede anche il concerto di diversi reparti, uffici, e anche di diversi enti e/o livelli di governo.
Se vuoi il massimo di semplificazione e di velocità devi prevedere un dittatore, possibilmente etico, oppure un programmatore onnisciente, caro agli economisti, entrambi dotati di grande discrezionalità.
Se vuoi la trasparenza devi procedimentalizzazione, ossia, distinguere le diverse fasi attraverso le quali passa la definizione di un provvedimento amministrativo.
Se aggiungi l’esigenza di consultare i soggetti interessati devi prevedere tempi e modalità della consultazione e questo complica ulteriormente il procedimento.
Non credo che al governo ignorino questi argomenti ma l’obiettivo di Renzi è un altro e si collega in generale alla riforma della PA in corso.
Lo slogan passato con la riforma della PA intestata alla ministra Madia è: licenziare in tempi brevi non solo i fannulloni – come aveva previsto il predecessore Brunetta – ma anche i dirigenti per poterli sostituire con persone di loro fiducia. In questo modo, si può meglio coniugare Ia semplificazione con lo spoil system. Per inciso si sta allargando il contenzioso tra ex dirigenti ed amministrazioni che dirigevano. Ma non basta sostituire i dirigenti, questo governo sta modificando ulteriormente il modello direzionale di tipo collegiale per spingerlo verso il modello monocratico, ossia, sta riducendo il ruolo degli organi collegiali, dei consigli di amministrazione in contrasto con le indicazioni delle moderne teorie del management. Esempi preclari sono quelli della RAI e dei Presidi delle scuole secondarie. Non si fa niente sull’organizzazione del lavoro e sulla catena lunga degli uffici periferici, che sono quelli con cui hanno a che fare i cittadini a livello locale. Cosa ben più difficile da fare e da controllare e che non produce benefici a breve termine per il governo centrale. Nella riforma non si tocca l’art. 118 comma 1 che prevede l’attribuzione della generalità delle competenze amministrative – salvo eccezioni – ai Comuni nella stragrande maggioranza per dimensione e dotazione di risorse umane e materiali non attrezzati per attuare tutte le leggi e i regolamenti. Eppure un assetto centralizzato presuppone una diversa attribuzione delle competenze amministrative e una diversa proiezione degli uffici dello Stato sul territorio.
Sono circa venti anni che sì approvano leggi sulla semplificazione, si istituiscono sportelli unici ma il problema resta irrisolto perché, secondo certi addetti ai lavori, per ogni procedura complicata che si elimina se ne creano tre nuove.
Non a caso, vorrei ricordare che il problema è vecchio quanto il cucco. Seguendo i lavori delle Commissioni di studio per la riforma tributaria negli anni ’60 mi imbattei nel Report della Carter Commission del 1966 – or sono 50 anni fa – che aveva dedicato ampia parte dell’analisi alla semplificazione del sistema tributario canadese. In tutta sintesi, la conclusione della Royal Commission fu che la semplificazione era impossibile e che la regola di buon senso doveva essere quella di non creare complicazioni inutili o dannose.
Concludo con tre brevi osservazioni. Se parliamo di semplificazione istituzionali occorre procedere con la riforma costituzionale. È stato fatto a metà ma l’analisi dell’art. 55 riguardante il nuovo Senato e dell’art. 70 riguardante il procedimento legislativo danno ampio fondamento alla tesi che il nuovo sistema è più complicato di quello precedente.
Sul piano della legislazione, l’idea portata avanti è quella di una presunta quanto non dimostrata semplificazione del processo di produzione legislativa per avere più leggi e in tempi più ravvicinati. Ma l’obiettivo è sbagliato e contraddittorio perché se il sistema dovesse funzionare, come annunciato da Renzi, porterebbe ad una maggiore produzione di leggi che di per se complicherebbero ulteriormente la vita degli operatori economici e dei cittadini. Né è pensabile che si possa rinunciare alla trasparenza e alla partecipazione perché la prima è condizione irrinunciabile e necessaria per combattere la corruzione altro cancro della politica e della società italiana e la seconda è uno strumento fondamentale per migliorare il rapporto tra cittadini e istituzioni locali e, in ultima analisi, per passare dalla democrazia partecipativa a quella deliberativa.
Per affrontare la semplificazione amministrativa non serve la riforma costituzionale. I relativi problemi si possono affrontare con leggi ordinarie e con regolamenti chiari, ben scritti e controllandone l’attuazione.
Se i curatori dell’articolato della legge di riforma avessero preso la questione della semplificazione sul serio l’avrebbero dovuto applicare anche al modo di scrivere il nuovo testo sulla cui farraginosità concordano anche molti difensori della riforma.
Secondo un vecchio brocardo, il diavolo si nasconde nei dettagli. La proposta riforma della Costituzione è piena di dettagli e, quindi, porta con se molti diavoli. PQM va respinta al mittente.

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La Svimez denuncia l’assenza di una strategia complessiva per lo sviluppo del Mezzogiorno

16 Novembre 2016 Nessun commento

Il 2015 è stato un anno positivo per il Sud. Il PIL nel Mezzogiorno è cresciuto dell’1%, dello 0,7% nel Centro-Nord, e dello 0,8% in tutto il Paese. Anche l’annata agraria è stata favorevole. È aumentata l’occupazione anche giovanile. Naturalmente si tratta di segnali positivi ma ancora molto deboli. Anche se le percentuali sono relativamente più alte di quelle del Centro-Nord, ciò non significa che nel Sud si sia messo in moto un processo di crescita sostenuto e sostenibile. La crescita del 2015 non compensa neanche in prospettiva il depauperamento strutturale di medio-lungo termine che, del resto, è in corso in tutto il Paese che, da 14 anni, registra una dinamica negativa della produttività. Nel periodo 2008-2014 il Sud ha perso il 13,2% di PIL, rispetto al 7,8% del Centro-Nord e al 9% del Paese nel suo insieme. Così nell’eccellente Rapporto annuale della Svimez. Anche al Sud c’è stata una certa ricostituzione dei risparmi delle famiglie ed una lieve ripresa degli investimenti privati anche nell’industria in senso stretto. C’è anche una quota di imprese meridionali che esportano ed altre sono “chiuse” nel senso che, per lo più, operano come subfornitrici e, quindi, catturano quote più basse di valore aggiunto.
Secondo la Svimez, cruciale, per il medio-lungo termine, sarà una immediata accelerazione della dinamica degli investimenti pubblici. Questi non sono incompatibili con altre misure tipo la riduzione delle tasse e gli incentivi agli investimenti privati ma quelli pubblici sarebbero molto più efficaci. La Svimez ha calcolato che quelli pubblici hanno un moltiplicatore di primo impatto pari a 1,37 (cumulativo su cinque anni 1,85). Mentre la riduzione di un euro di imposte dirette avrebbe un analogo effetto espansivo dello 0,38. Il problema diventa quindi quello di trovare gli spazi finanziari. Viene menzionato l’utilizzo pieno dei margini della flessibilità a tal fine.
Osservo che se tale scelta è inevitabile nel breve termine, essa non è sufficiente a dare una spinta significativa né per il breve né per il medio-lungo termine. Infatti quello dell’accumulazione è problema di medio-lungo termine e va affrontato proponendo una seria revisione delle regole del Fiscal Compact e dei suoi regolamenti attuativi (Six Pact e Two Pact). Tutta la controversia tra il governo italiano e la Commissione europea gira attorno al calcolo dell’output gap, ossia, alla differenza tra quello che il sistema economico italiano potrebbe produrre e quello che produce in fatto. L’output gap non è un dato osservabile quando viene proiettato al futuro, è una stima e questa dipende dal metodo adottato. Ci sono diversi metodi adottabili e, quindi, sono ottenibili stime diverse con margini di incertezza più o meno ampi. Non ultimo c’è l’incertezza circa il momento (l’anno) in cui dette stime vengono effettuate. Gli ultimi sette anni sono stati anni di straordinaria incertezza, tormentati da una crisi profonda che peraltro in Italia, ha anche radici più lunghe. Se così le stime fatte sono ancor più incerte. Il risultato di queste stime per l’Italia ha portato a gap (divari) negativi, ossia, a livelli di reddito potenziale inferiori a quelli reali e, quindi, a giudizio dei governanti europei, avallano la politica dell’austerità che, biecamente, è stata tradotta in leggi che hanno implementato la flessibilità nell’utilizzo del lavoro. Perché questo risultato? Perché il modello di base all’interno del quale si stima l’output gap è un modello esclusivamente di offerta (supply side). Partendo dalla dotazione di fattori produttivi capitale e lavoro e dalla loro produttività osservata per il passato si stimano le probabili variazioni in aumento e/o in diminuzione della produttività dei fattori di lungo termine – inclusa quella discendente dall’invecchiamento della popolazione. A fronte della distruzione di capacità produttiva provocata dalla crisi, della stagnazione pluridecennale della produttività, dei continui tagli degli investimenti pubblici, alla crescita della disoccupazione strutturale arriviamo appunto al paradosso di un reddito potenziale inferiore a quello effettivo. Di conseguenza, c’è poco o niente da ottenere in termini di flessibilità e/o possibilità di gestire un deficit strutturale superiore allo zero. Da un punto di vista formale, paradossalmente, ha ragione la Commissione europea quando afferma che l’Italia tra il 2015 e il 2016 ha già goduto di deroghe per 19 miliardi e che ulteriori deroghe violano le regole.
Prima di passare alle proposte della Svimez vale la pena ricordare che il modello supply side è un modello monetarista che adottano le banche centrali per minimizzare possibili errori nella regolazione dell’offerta di moneta. Una sopravvalutazione dell’output gap in teoria potrebbe portare ad una eccessiva creazione di base monetaria e compromettere la stabilità dei prezzi. Non è questo il caso della politica monetaria della BCE che è arrivata in ritardo di cinque anni con il quantitative easing e che ha tollerato – se non proprio voluto – un uso improprio della maggiore liquidità creata. Solo una parte del tutto insufficiente di essa ha raggiunto le imprese e le famiglie nei PM periferici e questo spiega la deflazione e/o l’incapacità di arrivare al target prefissato di una inflazione al 2%.
Purtroppo il governo non solo ha utilizzato e intende utilizzare tutti margini di flessibilità, per lo più, per spese correnti ma è già alla sua terza legge finanziaria e/o di bilancio e ancora non ha posto con la necessaria fermezza questo problema sul tavolo del Consiglio europeo.
Ad essere precisi il governo, nel febbraio scorso, ha mandato alla Commissione una specie di memorandum a firma del Ministro Padoan. In detto documento “A shared policy strategy for growth, jobs and stability” si fanno tanti bei discorsi su cui molti possono convenire ma alla fine mancano proposte operative sia per il breve che per il medio termine. Non sorprende: a) che il Ministro tecnico faccia un esplicito riferimento al modello offertista; b) che elogi il Piano Junker (poco o per nulla rilevante per il Sud); c) che auspichi maggiori incentivi per gli investimenti in beni pubblici europei; d) che auspichi un’accelerazione del processo di completamento dell’Unione bancaria e l’approfondimento del mercato unico; e) che chieda di approntare uno strumento che faciliti gli aggiustamenti nel mercato del lavoro; ecc. C’è anche un fugace riferimento alla necessità di promuovere “più convergenza, l’accelerazione delle riforme strutturali ed una più forte domanda interna come fattori necessari per evitare che significative e persistenti perdite di produzione riducano in maniera permanente la crescita potenziale”, ma in tutto il documento di nove pagine non si trova alcun riscontro ai problemi tecnici del calcolo dell’output gap né, tanto meno, ad un’applicazione più intelligente e meno rigida della golden rule che potrebbe aiutare a risolvere i problemi del breve termine. Nelle conclusioni, l Ministro dell’economia e delle finanze coglie bene il nesso tra problemi di breve termine e quelli di medio-lungo, legame che, a suo giudizio, dovrebbe essere rafforzato e costruito su “una visione comune” – che a Bruxelles purtroppo manca. Coglie bene anche la distinzione tra misure che richiedono la riforma dei Trattati e quelle che non dovrebbero essere di ostacolo ad obiettivi di politica economica più ambiziosi ma, come detto, non menziona alcunché di preciso per il breve termine. Se ne esce con la logora ed ambigua frase secondo cui “l’UE può essere parte della soluzione e non parte del problema”.
Ho ripreso questo documento che è una specie di Manifesto per la crescita per avere un esempio chiaro del divario tra i generici documenti che vengono inviati a Bruxelles e le roboanti chiacchiere del Premier.
Come detto, la Svimez giustamente sostiene che bisogna rilanciare gli investimenti pubblici e privati e che i primi possono bene esercitare un effetto traino sui secondi. Ma a questo fine è di ostacolo anche la politica industriale di questo governo. Negli anni scorsi c’è stato un taglio delle agevolazioni fiscali alle imprese meridionali. Negli anni scorsi c’è stata una notevole e non contrastata deindustrializzazione del Sud proprio per l’assenza di una politica industriale. È rimasta solo la politica regionale UE sulla quale si esercita il governo con il Master Plan e gli sbandierati Patti con le regioni e le Città metropolitane. Ciò non impedisce l’aumento delle persone in povertà assoluta e il numero di lavoratori poveri. Cala anche la fecondità delle donne. Si parla di Zone economiche speciali ZES sul modello polacco ma ancora non si vedono realizzazioni. Né bastano i 12 miliardi di investimenti su tre anni che avrebbe a disposizione il Master Plan. È la solita spinta gentile (nudge) che non può cambiare la situazione in maniera significativa.
Un’idea di quello che servirebbe ce la dà il Presidente Giannola nelle sue valutazioni riassuntive. In premessa cita il documento rilasciato dal FMI in occasione della sua visita in Italia che, contrariamente alle previsioni ottimistiche del governo prevede un recupero dei livelli di reddito pre-crisi attorno alla metà degli anni venti. Detto documento è passato sotto silenzio al centro e in periferia. Sarebbe invece necessario un dibattito approfondito sul tipo di politica economica portata avanti dal governo rispetto a quella necessaria per rilanciare la crescita.
Al riguardo la Svimez ha effettuato una simulazione con il suo modello econometrico e ha calcolato che se si volessero recuperare nel 2020 i livelli del 2007 il Sud dovrebbe crescere al 2,7%. Il Nord all’1,5%. E nel 2007 – precisa il Presidente Giannola – eravamo in stagnazione già da dieci anni. Sono tassi non previsti dai documenti di economia e finanza emessi dal governo. Qual è l’obiettivo politica economica del governo a medio termine? Non si sa. Come noto, il governo da un anno a questa parte si esercita a fare propaganda al suo Master Plan per il Mezzogiorno. Ma osserva Giannola il Master Plan dovrebbe essere un programma economico per il paese non solo per il Sud se è vero che non ci può essere vera ripresa del Centro-Nord senza una corrispondente ripresa del Mezzogiorno. Agganciare la crescita della domanda del resto del mondo non basta. Serve una spinta shock sulla domanda interna. Il Sud ha perso il 30% sua capacità produttiva negli anni della crisi. E’ stata accantonata l’attuazione del federalismo fiscale, ossia, della legge n. 42 del 2009 che prevedeva anche criteri importanti per il coordinamento della finanza pubblica e per i trasferimenti compensativi. In fatto quello che vede la Svimez è molta manutenzione dell’esistente e poca discussione delle politiche di sviluppo regionale che potrebbero innescare un processo di crescita sostenibile nelle regioni meridionali. Critica anche la politica industriale c.d. 4.0 perché essa presuppone un capitale umano ad alta qualificazione mentre la politica economica fin qui seguita dal governo sta riducendo in maniera più forte i trasferimenti dal fondo di finanziamento ordinario per le Università meridionali e portando risorse umane anche qualificate fuori dal Sud. Solo una giovane laureata su tre trova lavoro nel Sud.
Secondo me, servono programmi di sviluppo regionali coordinati in un vero e proprio programma economico nazionale. È singolare che nessuno vuole utilizzare questi termini, che le regioni a statuto ordinario subiscano passivamente la centralizzazione di molte loro competenze e che le organizzazioni sindacali non aprano vertenze con le regioni meridionali per affrontare i gravi problemi della crescita del reddito e dell’occupazione nelle regioni disastrate del Mezzogiorno. È singolare e per me incomprensibile ma nessuno vuole parlare di programmazione economica anche se la Commissione europea la prescrive. Concludendo la manifestazione, il Sottosegretario alla Presidenza De Vincenti emblematicamente ha detto: “Non più programmazione calata dall’alto. Pur riconoscendo i meriti della programmazione degli anni 50 e 60, ha detto che il governo ha scelto un nuovo metodo: “dialogo diretto, vivo e forte con le regioni e con le città”.
Eppure – aggiungo io – quando furono istituite le regioni a statuto ordinario nel 1970 la missione fondamentale a loro assegnata era quella della programmazione dello sviluppo e il coordinamento delle attività degli enti locali. In tanto il dialogo può essere diretto e pregnante in quanto si svolga su piani precisi, completi e appropriatamente articolati nel tempo (PPBS) che riguardino non solo la politica regionale della UE o Industria 4.0 ma lo sviluppo economico e sociale di tutto il Paese e, quindi, anche delle regioni meridionali.

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La riduzione del potere legislativo delle regioni

7 Novembre 2016 Nessun commento

L’art. 117 della costituzione, come riformato nel 2001, prende 17 lettere dell’alfabeto (sino alla s) per elencare le competenze esclusive dello Stato. Poi elenca 19 materie di competenza concorrente di cui 15 trasferite alla competenza esclusiva dello Stato. L’elencazione di queste ultime nell’articolo modificato occupa tutte le lettere dell’alfabeto, ma questo tipo di conteggio è ingannevole perché se sommiamo le nuove alle vecchie competenze arriviamo a 32 commi. Neanche questo conteggio racconta la verità perché, come abbiamo visto anche esaminando l’art. 55 sulle nuove competenze del Senato, all’interno di un solo comma si ammucchiano diverse materie che, nel rispetto della tecnica della scrittura legislativa, dovrebbero essere assegnate a commi diversi. In diritto la forma è sostanza. In diritto si distingue anche tra competenze e funzioni. Queste ultime possono anche comprendere più competenze.
Quando si procede ad una diversa suddivisione delle competenze, quello che conta è capire quale criterio logico, giuridico, economico, storico-normativo si è seguito e se i criteri scelti sono coerenti con l’obiettivo della forma di governo che si vuole attuare. Come ho già osservato in un mio scritto del 2003, le materie erano state suddivise in tre commi: nel comma 2 le competenze esclusive dello Stato; nel comma 3 le competenze concorrenti; nel comma 4 quelle esclusive delle regioni. Al riguardo i giuristi che scrivono le norme. in generale, adottano il c.d. criterio storico-normativo: una certa funzione, nel passato, è stata svolta da un ente e la si mantiene a quel livello di governo; gli economisti adottano le loro categorie: guardano all’ambito in cui si estendono i benefici di un certo bene o servizio pubblico e indicano i beneficiari come soggetti che devono contribuire al finanziamento delle spese necessarie a produrre detti servizi e/o collegamento più stretto tra decisioni di spesa e di prelievo; in questo modo cercano di individuare l’ottima dimensione della giurisdizione; gli economisti adottano anche un altro criterio quello sotteso alla logica degli aiuti allo sviluppo; specialmente in contesti caratterizzati da forti squilibri economici, infrastrutturali, lontananza dai mercati, ecc., devono prevedersi trasferimenti del tipo di quello previsto nel comma 6 dell’art. 119 non per rispettare lo sbandierato – quanto inattuato – principio di solidarietà ma quello dell’efficienza: le aree deboli e/o periferiche devono essere messe in grado di competere con quelle più forti, e così facendo, si promuove la convergenza, si migliora l’efficienza del sistema e si riduce nel tempo la necessità di trasferimenti compensativi. Sul piano pratico, però, non basta scrivere nella costituzione la nuova distribuzione delle competenze. Devono seguire quindi coerenti leggi attuative che assicurino la copertura finanziaria delle funzioni nonché la copertura amministrativa, ossia, la presenza di uffici amministrativi capaci di attuare le norme secondo la volontà del legislatore.
Anche la riforma Berlusconi del 2005 aveva proceduto ad una redistribuzione delle competenze dalle regioni al governo centrale ma l’accentramento riguardava: a) le reti di trasporto e di navigazione; b) la produzione, trasporto e distribuzione nazionale dell’energia; c) la tutela della salute; d) l’ordinamento generale della comunicazione; e pochi altri aggiustamenti marginali circa la definizione e l’attribuzione delle competenze.
Con la riforma Renzi si cancella in toto l’attuale comma 3 facendo finta di semplificare e/o rimediare a un problema in realtà inesistente, quanto meno, non nelle dimensioni propalate. Perché lo hanno fatto? Per rispondere nel merito dobbiamo esaminare partitamente quattro motivi ossessivamente ripetuti:
1) perché le competenze concorrenti avrebbero generato continui conflitti di attribuzione tra lo Stato e le regioni e, di conseguenza, congestionato il lavoro della Corte costituzionale. Si tratta di affermazione vaga e tendenziosa senza idoneo supporto di dati statistici i quali dovrebbero contare non solo il maggior numero di ricorsi, ma anche chi li ha proposti, quali esiti hanno dato, chi ha invaso le competenze dell’altro, ecc.. Il Presidente emerito della Corte costituzionale De Siervo e con lui altri ex Presidenti e giudici della Corte negano che la maggior parte dei ricorsi sia dipesa da conflitti generati dalle competenze concorrenti; una gran parte di ricorsi è stata generata dal fatto che il governo centrale, nelle more dell’attuazione del Titolo V (2001) e della legge Calderoli (2009), ha continuato a legiferare come se la riforma del 2001 non ci fosse stata. Inoltre, bisogna sapere che, in pratica, non esistono materie nettamente separate. È una truffa ideologica assumere che esse lo siano. Nella Costituzione, non casualmente, c’è scritto il principio di leale collaborazione a cui devono ispirarsi non solo i poteri dello Stato ma anche le varie amministrazioni di pari e diverso livello. Non è una invenzione dei costituenti, è una necessità. Di conseguenza, anche le competenze concorrenti sono una necessità ineludibile (G. Zagrebelsky). Un esempio può essere utile per dimostrare quanto qui si sostiene. La proposta riforma trasferisce alla competenza esclusiva dello Stato (lett. u) dell’art. 117) il governo del territorio per le disposizioni generali e comuni ma lascia alla competenza esclusiva delle regioni la pianificazione del territorio regionale. Le due materie ovviamente sono strettamente connesse. Ma se aggiungiamo la tutela dell’ambiente ed ecosistema (lett. s) del proposto art. 117), si può ragionevolmente pensare che essa possa essere attuata solo perché si approva una legge dello Stato e senza la fattiva collaborazione delle regioni e degli enti locali? L’esperienza dei 25 anni antecedenti la riforma del 2001 ci dice che spesso le norme dello Stato non si limitavano ai principi generali ma entravano nel dettaglio erodendo la parte di sovranità legislativa spettante alle regioni. Se questa prassi continuerà, come è probabile, l’abrogazione delle competenze concorrenti non risolverebbe il problema. È solo fumo negli occhi.
2) perché “vogliamo ridurre i poteri delle regioni per semplificare la vita dei cittadini” (così la Boschi al TG”” del 5-09-2016, ore 20:30); argomento risibile che la dice lunga sulla cultura costituzionale della Ministra che ha portato avanti la riforma; basti pensare che, a prescindere dalla riforma del 2001, la Costituzione del 1948 prevede lo Stato regionale. Allora che si sta cercando di fare centralizzando le competenze concorrenti? Si stanno effettivamente riducendo i poteri delle regioni non per semplificare la vita dei cittadini ma per rendere gradualmente inutile la presenza delle regioni ed, eventualmente, procedere alla loro abrogazione. Tutto questo nel silenzio per me incomprensibile delle regioni stesse. Un’altra interpretazione è che le classi dirigenti regionali tacciono perché ritengono che si tratta di un’operazione tipicamente gattopardesca: cambiamo tutto per lasciare le cose come stanno.
3) perché per via delle competenze concorrenti gli imprenditori non sanno se investire in questa o in quella regione (sempre la Boschi a 8 e mezzo del 7-10-2016); altro argomento falso; è compito del governo coordinare la finanza pubblica e la legislazione degli incentivi fiscali e non delle regioni peraltro sottoposta alla rigorosa gestione dei c.d. aiuti di Stato da parte della Commissione europea; ma i ministri preferiscono parlare dei permessi, delle licenze che richiedono procedure amministrative complicate e tempi diversi. Ma non era stato istituito lo sportello unico nelle varie regioni proprio per superare questi problemi? Da quando c’è Renzi al governo, non ne parla più nessuno. Il governo ha una strategia ben definita per il Mezzogiorno che affronti decisamente anche i problemi burocratici in quella parte del Paese nel suo insieme? No. Il presidente del governo gira l’Italia come una trottola firmando non meglio identificati Patti con le regioni e con i Sindaci dei Comuni più importanti. Ma questi patti come entrano nella legge di bilancio? Nessuno ne parla. Prima la prassi era che presidenti delle regioni e sindaci importanti venivano a Roma a perorare le loro cause: i primi presso la Presidenza del Consiglio i secondi presso il ministero degli interni; ora la prassi è stata rovesciata: è l’instancabile Renzi che va in periferia portando presunti “pacchi dono”, ma il risultato non cambia: l’autonomia tributaria e i trasferimenti alle regioni e agli enti locali restano ridotti ai minimi termini.
4) perché – sempre secondo la Boschi 5-10-2016 – “la gente vuole meno burocrazia”. Affermazione apodittica su cui si esercita giornalmente anche Renzi anche lui senza portare uno straccio di evidenza empirica. Se le competenze restano seppure diversamente distribuite e accentrate ci devono essere dei funzionari pubblici che le attuano e, quindi, la burocrazia resta e come. Se tra una riforma e l’altra le Regioni hanno assunto personale per svolgere le competenze concorrenti che faremo nel caso in cui la riforma fosse approvata, li trasferiamo tutti a Roma o li lasciamo in periferia senza lavoro? Premesso che un assetto istituzionale decentrato presuppone una pubblica amministrazione decentrata e viceversa, come si coordina la riforma Madia con la riduzione delle competenze delle regioni? Il governo non lo dice ma se la riforma dovesse essere malauguratamente approvata i governi che verranno avranno problemi ben complessi da risolvere. La riforma Madia non affronta i complessi temi della organizzazione degli uffici periferici statali. Va a incidere sui c.d. modelli direzionali. Traspone anche dentro i ministeri e gli enti autonomi il modello di un uomo solo al comando. Si ridimensiona il ruolo dei consigli di amministrazione e degli organi collegiali, si dà tutto il potere ai direttori generali e/o all’amministratore delegato sui quali applicare lo spoil system o procedure di licenziamento semplici e veloci. Nella scuola secondaria si arriva addirittura a ridurre il numero dei presidi per “abolire le poltrone” e così leggiamo sui giornali che in una regione del Nord ad una Preside è stata affidata la direzione di ben cinque istituti scolastici dispersi nel territorio.
Dopo quindici anni dalla riforma del 2001 – peraltro solo parzialmente attuata – si propone una riforma che inverte la rotta di 180 gradi ma senza ridefinire la missione delle regioni, senza toccare l’art. 118 comma 1 che assegna la generalità delle funzioni amministrative ai comuni – nella stragrande maggioranza dei casi non propriamente attrezzati per svolgerle. Non è strano che mentre si centralizzano molti poteri legislativi si lasci in generale l’attuazione amministrativa ai Comuni? Come già detto, non sarebbe necessario rimodulare tutta l’organizzazione amministrativa? Oppure non è vero che anche Renzi pensi che tutti i problemi si risolvono con la riforma costituzionale e con l’approvazione più spedita di nuove leggi? Ieri, in toni affatto conciliativi, il Premier ha detto alla Leopolda che il 4 dicembre p.v. c’è una sorta di sfida all’O.K. Corral tra chi vuole garantire un futuro al Paese e chi guarda al passato. Sarà una sfida o un derby ma senza un’appropriata ed efficiente copertura amministrativa, temo che le nuove leggi siano destinate a rimanere in parte o in toto inattuate.
Non ultimo, le stravolgenti modifiche dell’art. 117 operate dalla riforma Renzi sono in contrasto con la costituzione europea che in armonia con quella italiana valorizzano l’autonomia non solo delle regioni ma anche degli enti locali. Secondo A. Manzella (1994), il principio di autonomia trova più di una dimensione in quelli accolti dal Trattato di Maastricht: a) sussidiarietà; b) compartecipazione e partenariato; c) l’addizionalità dell’intervento comunitario, alias, cofinanziamento. Questi principi non solo approfondiscono e rendono maggiormente operativo il concetto di autonomia ma danno sostanza alla norma sulla cittadinanza europea.
Nell’Unione europea non ci sono paesi membri con un assetto genuinamente federale ad eccezione della Germania, non casualmente, chiamata Repubblica federale tedesca. Ci sono altri Paesi più o meno decentrati. Ma il Trattato costituzionale prima e poi il Trattato sul funzionamento dell’Unione europea prefigurano un assetto federale che concili meglio l’unità con le diversità del vari Paesi membri. In questi termini già il Trattato di Maastricht del 1992 incorporava i principi federalistici citati sopra da Manzella.
Se, come abbiamo visto sopra la modifica dell’art. 117 riduce il potere legislativo e nulla cambia circa la indebolita autonomia tributaria delle regioni e dei comuni, si va contro i principi della costituzione europea.

Note: Vincenzo Russo (2003), Il riparto delle competenze nel nuovo art. 117 della Costituzione e le proposte di modifica, Rivista dei Tributi Locali, anno XXIII, n.4/2003: pp. 351-390;
V. Russo, Il riparto delle competenze tra Stato e Regioni in materia di governo del territorio, in Rivista dei Tributi Locali, anno XXIV, n. 4/2004: pp. 353-58.

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Come cambiano i pareri dei costituzionalisti sulla riforma Renzi

4 Novembre 2016 Nessun commento

La riforma Renzi è, nelle sue linee portanti, la stessa di quella di Berlusconi 2005, bocciata dal referendum popolare del 2006. Sinteticamente essa sposa il modello del Sindaco d’Italia, alias, quello di un “un uomo solo al comando”. In altre parole, prevede un ulteriore rafforzamento dei poteri del governo, formalizzando in diritto la fuoriuscita dalla repubblica parlamentare – già avvenuta in fatto. Non è una cosa da poco perché in una società pluralista mettere al centro il parlamento in teoria garantisce la sovranità popolare e la rappresentanza meglio di quanto lo possa fare il governo e la sua maggioranza. In secondo luogo, è anche peggiore in quanto abbandona il progetto del passaggio dallo Stato regionale a quello federale ma torna addirittura allo stato centralizzato. Prevedendo Aree metropolitane e Senato eletti indirettamente dai consiglieri comunali e da quelli regionali, riduce le sedi di partecipazione diretta dei cittadini nella scelta dei propri rappresentanti. Sedi che sono più numerose in un assetto istituzionale fortemente decentrato multilivello che non in uno centralizzato. Tutto questo in forte contrasto con la Costituzione europea (TFUE) che ha assunto nei suoi principi regioni e poteri locali come strumento fondamentale della democrazia partecipativa.
È interessante sapere che molti dei costituzionalisti italiani nel 2004 si espressero in maniera decisa ed inequivocabile contro il testo approvato dal Senato il 25 marzo 2004. “Un testo di riforma dissennato e irrecuperabile ” lo definì nella rubrica del suo intervento un certo prof. Sergio Mattarella allora deputato e ora presidente della Repubblica. Più estensivamente scrisse a p. 213:”L’impraticabilità del sistema di governo previsto, con i connessi rischi di paralisi istituzionale, deriva dalla configurazione data al Senato: questo non essendo affatto riconducibile alle regioni, manterrebbe un carattere politico nazionale ma non avrebbe rapporto di fiducia con il governo e quindi non sarebbe soggetto alla possibilità di scioglimento anticipato. Questa contraddizione emerge con grande evidenza considerando che è previsto che il Senato intervenga, obbligatoriamente o su sua richiesta, in tutte le decisioni politiche importanti, alla pari della Camera dei deputati. Se si aggiunge che è previsto che il Senato possa avere, e verosimilmente abbia, una diversa legge elettorale e, quindi, una composizione e una maggioranza diverse, si comprende quanto alta sia la possibilità di paralisi istituzionale. Ci si trova al di fuori del sistema di freni e bilanciamenti che caratterizza ogni democrazia”.
Non posso credere che l’allora Deputato e professore di diritto parlamentare all’Università di Palermo S. Mattarella abbia scritto frasi del genere di suo pugno. Chiunque abbia letto qualche saggio di diritto costituzionale italiano e comparato sa che nella costituzione americana sempre citata per essere caratterizzata per il sistema dei pesi e contrappesi il Presidente, in molti casi, non ha la maggioranza in tutte e due le Camere, che la durata del mandato dei deputati è fissata in soli due anni (art.1 comma 2), quella dei senatori in “6 anni” (art.1 comma 3) ma non per tutti perché è previsto che il Senato si rinnova per un terzo ogni 2 anni mentre il mandato del Presidente dura 4 anni. Questo sistema è stato costruito proprio per consentire che eventuali cambiamenti dell’opinione pubblica si riflettano in qualche modo sia sul Congresso che sul Presidente stesso. In linea di prassi, la vittoria o sconfitta del suo partito nelle elezioni di medio termine quando si rinnova tutta la Camera dei rappresentanti viene usualmente interpretata come un consenso o dissenso degli elettori sulla politica portata avanti dal Presidente medesimo. Da noi un sistema del genere viene ritenuto inconcepibile.
Quanto alla questione specifica dei pesi e contrappesi, in parole povere, essa significa che se, per qualche motivo, aumenta il peso dell’esecutivo deve aumentare anche quello del legislativo. In modo più esplicito, al governo forte deve corrispondere un legislativo altrettanto forte – e perché no? – anche un giudiziario più forte e indipendente. Altrimenti i 2-3-4 piatti della bilancia non stanno in equilibrio. Da noi costituzionalisti a la page definiscono neo-parlamentare il sistema in cui se il rapporto di fiducia tra governo e Camera dei deputati (con o senza elezione o designazione diretta del premier) viene interrotto dall’assemblea legislativa, il premier può sciogliere o proporre di sciogliere la Camera legislativa. In un contesto del genere la Camera perde gran parte della sua sovranità legislativa. In questo modo si assiste ad una concentrazione in testa al governo del potere legislativo e di quello esecutivo e si viola il criterio della separazione dei poteri. In fatto in Italia ciò è già accaduto.
Dodici anni dopo (11-02-2016), parlando alla Columbia University di leadership a livello mondiale, di cooperazione tra UE e USA, di crisi del processo di integrazione europea, di crisi migratoria, di Primavere arabe e quant’altro, l’attuale Presidente della Repubblica infila una breve frase sulla riforma costituzionale: “Dopo anni di dibattito, il Parlamento sta per approvare definitivamente un’importante riforma della Costituzione che trasforma il ruolo del Senato da seconda Camera politica – con le medesime attribuzioni della Camera dei Deputati – in Assemblea rappresentativa delle Regioni e dei poteri locali”. Subito dopo, menziona anche le riforme del mercato del lavoro, del sistema scolastico, della pubblica amministrazione, del sistema fiscale, di quello previdenziale e della giustizia che – a suo dire – “stanno consentendo un significativo recupero di efficienza e competitività per il nostro Paese”. Come poteva essere diversamente? Non ci si può aspettare che il Presidente della Repubblica vada all’estero e parli in termini critici del governo del suo paese non senza considerare che Renzi è stato il suo grande elettor (king maker) nella successione a Napolitano. Circa il significativo recupero di efficienza e competitività ricordo al lettore che, a distanza di 8 anni dallo scoppio della crisi, restiamo al di sotto dell’1% di crescita del PIL e che, purtroppo, secondo il Fondo monetario internazionale ci vorranno altri 8-9 anni prima di recuperare i livelli pre-crisi. Ma possiamo perdonare il Presidente della Repubblica se da costituzionalista si lascia prendere dall’entusiasmo e anche lui elargisce manciate di ottimismo a destra e a manca. Mattarella non è un gufo.
Alcuni giornali italiani interpretarono suddetto intervento come una forte sponsorizzazione della riforma costituzionale. Avevano ragione e, perciò, dopo non possiamo meravigliarci se la grandi banche, gli Hedge Fund, alcune società di rating interessate partecipare alla gestione del grande debito pubblico italiano con la vendita di costosi prodotti derivati (assicurazioni) contro eventuali rischi di default, vogliono mantenere buoni rapporti con il governo e si esprimono a favore del pacchetto di riforme di Renzi inclusa la riforma costituzionale. Prima di loro lo ha fatto Mattarella e, come ho detto, non poteva dire diversamente.
Come noto, alcuni costituzionalisti italiani si sono posti la domanda se era legittimo che un Parlamento eletto con una legge elettorale dichiarata illegittima dalla sentenza della Corte costituzionale n.1/2014 potesse affrontare una riforma costituzionale che modifica 47 articoli della Costituzione. Sulla stessa linea, altri costituzionalisti, a prescindere dalla legittimità o meno della legge elettorale, ritengono che un’analisi sistematica della Carta e in particolare quella dell’art. 138 non consentirebbe di modificare in un solo colpo poco più di un terzo degli articoli.
Della cosa si è accorto anche uno studente italiano della Columbia, che ha chiesto a Mattarella: “Presidente, come si fa ad essere a favore di riforme costituzionali che vengono approvate da un Parlamento eletto da una legge dichiarata incostituzionale e in cui siedono ancora molti deputati indagati?
Mattarella, che probabilmente non si aspettava una domanda di “politica interna”, ha risposto che “non gli risultava che ‘molti’ parlamentari sono indagati. Ce ne sono solo alcuni, delle eccezioni”. E poi Mattarella ha cercato ancora di difendere i parlamentari eletti con la legge cosiddetta “porcellum”: “E’ vero che il Parlamento è stato eletto attraverso una legge elettorale poi dichiarata illegittima dalla Corte costituzionale. Io ne facevo parte e naturalmente abbiamo scritto che la pronuncia non inficiava la legislatura in corso, come si fa sempre, ma valeva per il futuro”. Secondo il cronista del giornale italiano la Voce di New York, Mattarella non ha risposto alla domanda se un Parlamento eletto da una legge incostituzionale può addirittura riformare la costituzione.
Secondo me, non lo può fare e delle due, l’una: o si doveva tornare alle elezioni con il sistema elettorale antecedente al c.d. Porcellum, vedi il caso, il Mattarellum (3/4 maggioritario e ¼ proporzionale a suo tempo proposto proprio dall’attuale Presidente della Repubblica) che aveva funzionato bene consentendo l’alternanza, oppure si doveva dare al nuovo parlamento – dopo la sentenza della Corte costituzionale – solo il tempo di approvare a larga maggioranza una nuova legge elettorale e tornare a votare. Ma gli italiani amano la continuità e la stabilità del sistema altro che il cambiamento sbandierato ai quattro venti da Renzi. E sono disposti a sacrificarvi qualsiasi dubbio di legittimità. Anche Mattarella il quale nella prima frase del 2004 citata sopra si preoccupava del rischio che differenti sistemi elettorali per la Camera dei Deputati e per il Senato non potessero consentire un eventuale scioglimento anticipato della legislatura, ora, con il largo consenso della stragrande maggioranza dei costituzionalisti, sostiene insieme a Renzi che questa legislatura deve arrivare alla sua scadenza naturale come se nel frattempo nulla fosse successo.
È cattiveria di chi scrive immaginare che un Parlamento di nominati ha tutto l’interesse a finire la legislatura per potere maturare un grasso vitalizio nella prospettiva di altri 8-9 anni di vacche magre?

Il primo breve intervento di Mattarella sta nel volume di Astrid, Costituzione. Una riforma sbagliata. Il parere di sessantatré costituzionalisti, a cura di Franco Bassanini, Passigli Editori, 2004. Il secondo molto lungo sta sul sito del Quirinale http://www.quirinale.it/elementi/Continua.aspx?tipo=Discorso&key=269
La domanda dello studente italiano è ripresa dal giornale online la Voce di New York che ha fatto una cronaca circostanziata del Seminario di Mattarella alla Columbia University. http://www.lavocedinewyork.com/mediterraneo/2016/02/13/mattarella-columbia-a-new-york-parla-agli-studenti/

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