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La rivoluzione socialista non è solo utopia.

20 Dicembre 2016 Nessun commento

Enrico Rossi, Rivoluzione socialista, a cura di Peppino Caldarola, Castelvecchi, 2016.
Enrico Rossi è un socialista vero che crede in un futuro socialista (socialdemocratico) dell’Europa. Grazie alle domande non semplici di Peppino Caldarola si leggono risposte approfondite e sufficienti per studiare le contromisure necessarie ad arrestare le deriva autoritaria e tecnocratica in Italia, in Europa e nel mondo. In altre parole, è illusorio pensare che si possa salvare la democrazia in un solo paese se si tiene conto che viviamo in una era di interdipendenza come sosteneva già nell’autunno del 1945 Piero Calamandrei. Quello che emerge dal dialogo e da altri pezzi pubblicati sui blog e su Facebook non è un programma completo di governo ma, di certo, costituiscono mattoni importanti per costruire le sue mura portanti. Rossi rifugge dagli argomenti super semplificati e sviluppa risposte che tengono conto della complessità dei problemi della società contemporanea in una fase di accelerazione della globalizzazione. Mostra consapevolezza degli attacchi al compromesso socialdemocratico e alla sua creatura più nobile: il Welfare State. Gli attacchi allo Stato sociale partono dalla metà degli anni ’70 quando la cultura neo-liberista e monetarista della Scuola di Chicago metteva in discussione i fondamenti dell’intervento economico dello Stato sostenendo che i fallimenti di quest’ultimo erano ancora più gravi di quelli del mercato. La politica economica di Friedman e dei suoi seguaci ha trovato pronta applicazione da parte di Ronald Reagan, prima come governatore della California e poi come Presidente degli Stati Uniti, nonché da parte della Tatcher nel Regno Unito. La valutazione degli effetti economici e sociali delle politiche implementate negli anni ’80 da Reagan e dalla Tatcher è oggetto di controversia ma questa non ci interessa in questa sede. Nel 1989 arriva il Crollo del Muro di Berlino e nel 1991 l’implosione dell’URSS a consolidare l’idea della superiorità tecnica del modello capitalista nei confronti delle economie pianificate di stampo sovietico proprio perché quest’ultime non riuscivano a tener il passo con la concorrenza delle più forti economie occidentali e con il forte aumento delle spese militari (lo scudo spaziale) voluto da Reagan. Se poi si aggiunge la liberalizzazione degli scambi e la piena libertà dei movimenti di capitale che accentuano il processo di finanziarizzazione dell’economia favoriti anche dalla deregolamentazione e da improvvide riforme bancarie volute da Clinton negli anni ’90 con il motivo che, neanche dopo la vittoria sul socialismo reale, le economie dei paesi occidentali godevano di buona salute. Ora mentre Clinton con altre misure di politica economica incidenti sull’economia reale riusciva a produrre una notevole ripresa, l’economia europea restava affetta da quella che gli americani chiamavano eurosclerosi.
Nell’ottica globale, se per un verso la liberalizzazione degli scambi ha contribuito a ridurre significativamente le differenze tra paesi ricchi e PVS, la contropartita è stata l’aumento delle diseguaglianza all’interno di tutti i paesi (ricchi e poveri) per effetto della concorrenza di prezzo sui prodotti della manifattura tradizionale e non solo, del dumping sociale, dei processi di concentrazione della ricchezza sinteticamente a favore dell’1% secondo i giovani di Zuccotti Park. Questo il quadro generale degli sviluppi economici e sociali degli ultimi 40 anni, come detto, caratterizzati da piena libertà dei movimenti di capitali e concorrenza fiscale senza regole che mettono in discussione il modello sociale europeo. Le proposte di E. Rossi si inseriscono in tale disastroso contesto mondiale all’interno del quale la sinistra mondiale e, in particolare quella europea di matrice socialdemocratica e/o post-comunista, ha perso la bussola o, addirittura, ha sposato letteralmente i paradigmi neoliberisti con le privatizzazioni a sconto dei patrimoni pubblici e con le finte liberalizzazioni non senza menzionare la più grande e disastrosa svendita dell’immenso patrimonio della ex Unione sovietica.
Vediamo ora alcune risposte di E. Rossi alle 70-75 domande di Peppino Caldarola che non risparmiano critiche neanche al suo compagno di partito Matteo Renzi. Critica gli 80 euro ed altre agevolazioni e dice che della spesa pubblica l’8% è andato ai poveri e il 36% ai ricchi. Parla di tre società: la prima è quella dei garantiti; la seconda dei soggetti a rischio; e la terza quella degli esclusi. E. Rossi è un deciso europeista ma parla dei ritardi del meccanismo decisionale a livello centrale e delle politiche di austerità che tanti sacrifici e danni sta causando nei paesi periferici. Afferma con decisione: non è questa l’UE che vogliamo e chiede un forte rilancio della domanda interna attraverso un programma di investimenti pubblici che fungerebbbe da volano per quelli privati, una lotta organica contro la disoccupazione seguendo le orme di Sanders, Corbin, Keynes e La Pira. E’ consapevole che nelle politiche economiche e finanziarie della Unione non c’è stata alcuna svolta nel profondo e conferma la necessità di rottamare la politica dell’austerità. Vuole un vero governo del territorio; critica la politica non meridionalistica di quanti vagheggiano un Mezzogiorno senza industria; critica l’AD dell’Enel Starace che propone un modello autoritario contro quello partecipativo previsto non solo dalla Costituzione italiana del 1948 ma anche dal Trattato di Lisbona del 2009. Riprende Axel Honneth sui ritardi della sinistra anche nel comprendere la distinzione tra diritti e civili; elogia la legge sulle Unioni Civili; respinge l’idea che le relazioni sociali si debbano svolgere solo nel campo economico; vede la necessità di operare perché tutti i cittadini, compresi i carcerati, possano soddisfare i tre bisogni fondamentali della vita collettiva: a) l’intimità emotiva e fisica, b) l’indipendenza economica (libertà dal bisogno) ; c) autodeterminazione politica (pari opportunità nella sfera politica). In sintesi, secondo Rossi, “il socialismo diviene così un progetto di liberazione integrale dell’uomo. L’opposto di un regime oppressivo e di disciplinamento dei costumi”.
Rossi denuncia l’incapacità della sinistra mondiale di cogliere bene tutti gli aspetti della globalizzazione che andrebbe governata e non lasciata al gioco delle forze di mercato. Eppure non è difficile capire il problema: lo ripeto, in un mondo globalizzato con massima liberalizzazione degli scambi commerciali, con piena libertà dei movimenti di capitali, con paradisi fiscali dappertutto (anche all’interno di Unioni economiche e monetarie), serve un vero governo mondiale, non uno qualsiasi ma uno che abbia la volontà e gli strumenti fermare le stragi umanitarie di guerre civili, per combattere l’illegalità diffusa, i fenomeni deleteri della concorrenza fiscale, la finanza rapace, i traffici clandestini di ogni tipo compresi quelli di esseri umani. Tale governo purtroppo non è a portata di mano perché 2/3 all’incirca dei Paesi membri delle Nazioni Unite sono dittature pronte a bloccare ogni decisione in tale senso non solo nell’Assemblea generale ma anche nel Consiglio di sicurezza. A livello mondiale c’è un buco nero che inghiotte tutto, c’è un enorme deficit di democrazia che non riusciamo a colmare come non riusciamo a farlo neanche a livello europeo. Ma questo non ci autorizza a volgere lo sguardo da un’altra parte o inseguire illusori obiettivi della democrazia in un solo Paese. La rivoluzione socialista di cui parla E. Rossi non riguarda solo l’Italia; riguarda l’Europa come sostiene Axel Honneth; e se la globalizzazione interessa indubbiamente il pianeta essa deve interessare tutte le forze politiche progressiste del mondo. È solo utopia pensare una cosa del genere? No perché se il progetto è la liberazione integrale dell’uomo sappiamo che nelle condizioni di oggi il fenomeno è contagioso. E comunque la democrazia su costruisce dal basso.
Insomma Rossi ha le idee chiare anche per elaborare un incisivo programma di un governo di vera svolta anche in Italia. E su questo terreno, non nasconde di essere pronto a sfidare Renzi al Congresso del Partito democratico. L’assemblea del 18 dicembre 2016, non ha deliberato una data per il Congresso. La sfida è rinviata.

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La rivoluzione socialista non è solo utopia

20 Dicembre 2016 Nessun commento

Recensione del libro Rivoluzione socialista di Enrico Rossi Presidente della Regione Toscana

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Non giova la corsa più veloce alle elezioni

10 Dicembre 2016 Nessun commento

È in corso di svolgimento il rituale delle consultazioni ai fini della risoluzione della crisi di governo: 23 i gruppi e gruppuscoli da consultare in primis i Presidenti delle Camere e qualche residuo Presidente emerito. La presenza di 23 gruppi parlamentari la dice lunga sull’efficienza e l’efficacia dei meccanismi che sono stati adottati e che potranno essere adottati per incoraggiare l’accorpamento delle forze politiche. Evidentemente c’è qualcosa nel DNA dei politici italiani che li spinge sistematicamente a volere essere capi (o cacicchi) di piccoli gruppi invece che esponenti (magari di rilievo) di un grosso partito o gruppo.
Il Presidente Mattarella è sotto stress perché tutti gli chiedono di fare in fretta e scegliere qualcuno da mandare in Parlamento a cercarsi una maggioranza per fare un governo. E lui sta cercando di accontentarli. Pensavo che Renzi avesse una maggioranza blindata invece apprendo che, solo nel PD, secondo i soliti cronisti, ci sarebbero 5-6 correnti che chiedono cose diverse circa quello che dovrebbe fare un governo a termine. Sembra tramontata l’ipotesi di un rinvio alle Camere dello stesso Renzi uscito sconfitto dal risultato del referendum. Questo però non gli ha impedito di fare delle consultazioni fuori posto, a Palazzo Chigi, con alcuni esponenti del suo partito che sono in predicato come suoi successori per il governo di transizione. Non è questo che mi appassiona. Quello che non capisco è questa ansia di risolvere la crisi a tamburo battente al costo di sacrificare le Feste comandate e il riposo settimanale. E poi qualcuno sostiene che i politici non lavorano. Non che io auspichi le antiche riunioni della Democrazia Cristiana alla Camilluccia che si prolungavano per mesi e mesi prima di arrivare alle decisioni di aprire ai Socialisti, di superare le crisi degli anni ’60, ecc. Si prospetta l’urgenza di avere un governo nel pieno dei suoi poteri per partecipare alla riunione del Consiglio europeo pre-natalizio, alle celebrazioni romane per il 60mo anniversario dei Trattati di Roma, al Vertice del G7 a Taormina. Sono eventi non particolarmente rilevanti e comunque in contraddizione con un governo che deve nascere con il compito principale di favorire l’approvazione di una nuova legge elettorale e portare il Paese alle elezioni politiche.
E’ facile prevedere che il 2017 sarà un anno perso per la storia dell’integrazione politica dell’Unione europea proprio perché i governi dei tre paesi membri più grossi sono a fine mandato e si terranno elezioni politiche per rieleggere i Parlamenti nazionali. Ma i governi in carica non restano paralizzati perché ci sono le elezioni generali, se serve possono assumere tutte le decisioni necessarie ordinarie e straordinarie. Salvo casi scongiurabili di crisi drammatica niente di molto importante sarà deciso a livello europeo. Bene o male è questo il livello di governo più alto e più importante in Europa. Il Belgio e la Spagna sono rimasti con governi in ordinaria amministrazione rispettivamente per due anni e mezzo e 11 mesi. Non è successo niente di drammatico perché, in buona sostanza, sono governi regionali. Questo è uno dei vantaggi non secondari dell’appartenenza all’UE. Anche il governo italiano è di livello sub-centrale. L’altro giorno, turandosi il naso, il Senato ha approvato la legge di bilancio 2017 che evita l’esercizio provvisorio. Su di essa pende il giudizio ex post della Commissione europea. E allora? Tutto sommato la politica italiana ha il tempo per procedere con calma al fine di prendere le decisioni più sagge circa la riforma elettorale. Sappiamo che prima della decisione della Corte Costituzionale in calendario per il 24 gennaio p.v. non si può assumere alcuna scelta finale ma niente impedisce che le Commissioni parlamentari e/o gruppi di lavoro altamente qualificati e rappresentativi facciano un lavoro esplorativo al fine di raggiungere un accordo preliminare circa le caratteristiche principali del sistema elettorale da adottare: proporzionale e/o maggioritario, con o senza premio di maggioranza; sistema unico o opportunamente differenziato per le due Camere elettive; ecc. Cercare un accordo preliminare non sarebbe tempo perso perché faciliterebbe e accorcerebbe il lavoro necessario dopo il 24 gennaio in sede deliberante. Condotto in Parlamento questo lavoro avrebbe tutta la trasparenza necessaria e farebbe capire fino in fondo ai cittadini-elettori le diverse posizioni e, soprattutto, chi è contro o a favore di una soluzione largamente condivisa. PQM non condivido la tesi di quanti sostengono che debba essere il governo a fare le proposte e guidare la trattativa.
Trovo discutibile l’argomento secondo cui serve un governo con pieni poteri per il 25 marzo (ricorrenza del 60mo anniversario dei Trattati di Roma) e, ancor meno, per il G7 di Taormina. La prima è una ricorrenza che dovrebbe invitare ad una profonda riflessione sul futuro della UE. Ci sono tre documenti ufficiali di gruppi del Parlamento europeo oltre al Rapporto dei cinque presidenti ma da quanto si sa e si prevede ragionevolmente non è quella la sede in cui si assumeranno decisioni proprio perché Francia, Germania e ora anche l’Italia dovranno affrontare elezioni politiche generali. Per il cerimoniale bastano e avanzano il Presidente della Repubblica e i ministri del governo di transizione.
Il G7 di Taormina è la solita riunione di routine che valuterà il lavoro svolto dagli sherpa ed esprimerà auspici per un migliore coordinamento delle politiche economiche. E’ molto probabile che ci saranno Trump e alcuni leader europei in uscita. E quindi anche detta riunione sarà di transizione. Che l’Italia sia presente con un governo ordinario o provvisorio è irrilevante perché l’Italia non ha e neanche cerca una politica economica autonoma e/o più appropriata alle sue esigenze. E’ importante che ci sia chi in fatto tiene le redini della politica macro-economica europea. Ma alla fin fine, i G7, i G20 sono organismi informali che non hanno vero potere deliberativo vincolante per gli associati. Come ho detto, esprimono auspici e/o raccomandazioni che per lo più restano sulla carta.
Se così – lo ripeto – l’Italia ha tutto il tempo che vuole per prendere le decisioni più sagge e più condivise circa la riforma elettorale. Ma ho ancora alcune domande finali. Se un nuovo sistema elettorale serve per andare alle elezioni generali, siamo sicuri che tutti i partiti siano pronti per affrontarle subito? Non dovrebbero impegnarsi a rielaborare i loro programmi e a selezionare meglio i loro candidati? Alcuni di loro non dovrebbero tenere dei congressi per approvare programmi e candidati? Oppure dobbiamo accontentarci delle solite minestre rancide che ci servono le loro oligarchie centralistiche?

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Una introduzione elementare ai sistemi elettorali.

9 Dicembre 2016 Nessun commento

Molti ci dicono che il compito dei sistemi elettorali è quello di assicurare la stabilità del governo e della legislatura e la governabilità del Paese. Non è così perché le due parole vengono utilizzate come sinonimi e, invece, tali non sono. In generale la stabilità può essere condizione necessaria ma non sufficiente per la governabilità. Nel Paese del Gattopardo dove spesso si cambia tutto per lasciare le cose come stanno, e dove prevale l’approccio secondo cui i problemi si risolvono con l’approvazione di nuove leggi che poi rimangono inattuate neanche le due condizioni di necessità e sufficienza funzionano. Aggiungo che i politici governanti, non di rado, spacciano per governabilità la stabilità del loro governo coerentemente con l’osservazione secondo cui il vero obiettivo dei governanti è quello di massimizzare il loro potere oltre che prolungarlo nel tempo. PQM vale la pena di precisare che governabilità è la capacità di un governo di risolvere sul serio i problemi del Paese e, in particolare, quelli delle classi più deboli. Per stabilità loro intendono che il governo e la legislatura durino tutto il tempo ordinariamente previsto per la seconda e/o per più legislature se rieletti. Ma se un governo dopo un anno o due non riesce a risolvere i problemi come sopra o, addirittura, fa solo gli interessi dei più forti, è meglio mandarlo a casa al più presto possibile.
A chi fa il confronto con la situazione della prima Repubblica mi sento di dire che tale comparazione non è molto appropriata perché con la caduta del Muro di Berlino (1989) e l’implosione dell’Unione Sovietica (1991), la situazione in Europa e specialmente in Italia è veramente cambiata. Nella prima Repubblica l’alternanza al governo non era possibile per via del vincolo estero. La Democrazia Cristiana aveva una cospicua maggioranza relativa con il sistema elettorale di tipo proporzionale. Il sistema era bloccato. Quando nel 1976 Aldo Moro, più per necessità che per virtù, organizza il governo di solidarietà nazionale associando il PCI al governo, pagherà con la vita detta scelta che altri, in Italia e all’estero, ritenevano sbagliata. Negli anni ’90 prima con la legge n. 81/1993 per la elezione diretta dei Sindaci e dei Presidenti dei consigli provinciali e poi con quella per l’elezione diretta dei presidenti delle Regioni a statuto ordinario (l. n. 43/1995 poi costituzionalizzata con l’art. 5 della legge costituzionale n. 1/1999) si va ad una forte torsione in senso maggioritario. In tutta sintesi, dette leggi hanno assicurato la stabilità ma di certo non la migliore governabilità nella maggior parte delle regioni e degli EELL. Prima c’erano frequenti crisi dei consigli comunali, provinciali e regionali e dopo no, ma la qualità del prodotto non è cambiata, anzi, a mio giudizio, per alcuni aspetti è peggiorata.
Per il livello nazionale, sempre nei primi anni ’90, con l’approvazione delle leggi 276 e 277 del 4-08-1993 si introdusse un sistema elettorale composito che prevedeva un maggioritario a turno unico per la suddivisione del 75% dei seggi delle due Camere e un recupero proporzionale (e differenziato tra Camera e Senato) del 25% dei rimanenti seggi. Per la Camera era anche previsto uno sbarramento al 4%. Il c.d. Mattarellum ha eletto tre legislature, ha consentito l’alternanza ma nel 2005 è stato abbandonato perché, in modo diretto o indiretto, si voleva passare all’elezione in fatto diretta del premier. Le analisi dei politologi di allora dicevano che si trattava di un maggioritario coatto perché costringeva a formare coalizioni eterogenee. Nel 2005, contestualmente alla riforma costituzionale – fatta approvare da Berlusconi a colpi di maggioranza assoluta – veniva approvata la legge elettorale Calderoli n. 270/2005 proporzionale, con premio di maggioranza e liste bloccate. Queste ultime consentono alle oligarchie centralistiche dei partiti di nominare gran parte dei Deputati e Senatori. È stata utilizzata per le elezioni del 2006 quando favorì l’elezione di Prodi del partito di opposizione, nel 2008 e nel 2013. Il Professore veniva messo in minoranza ad opera di Veltroni per interposta persona (Mastella) facilitato dal fatto che al Senato il governo aveva una esigua maggioranza. Inoltre Prodi e Tommaso Padoa Schioppa, a fine 2006, attuavano una manovra lacrime e sangue con la legge finanziaria 2007 che scontentava molta gente e facilitava la vittoria di Berlusconi che, invece, prometteva riduzioni massicce delle tasse e, in particolare, di quelle sulle prime case. Nel 2008 ritornava al potere Berlusconi con una cospicua maggioranza ma nel 2011, essendosi screditato da solo all’interno e all’esterno dell’Italia, anche lui perdeva la guida del governo ad opera del Presidente Napolitano. Ricordo questi particolari per far vedere come, al di là della bontà del sistema elettorale, la stabilità è assicurata da altri fattori che hanno a che fare con la qualità della leadership e con le rivalità all’interno dei diversi partiti e/o coalizioni di governo. Nel 2011 il Presidente della Repubblica Napolitano iniziava la serie dei governi del Presidente sino all’attuale imprimendo una forte torsione autoritaria e presidenzialista al sistema istituzionale.
Prima di entrare nella valutazione di una qualsiasi proposta di sistema elettorale voglio fare una considerazione preliminare. L’Italia è una società fortemente pluralista al limite del frazionismo esasperato. Da un lato, il pluralismo è l’essenza della democrazia. Senza diversità di preferenze e valori non ci sarebbero problemi di rappresentanza e rappresentatività. In altre parole, se tutti avessimo le stesse preferenze per gli stessi valori, se tutti condividessimo la stessa teoria della giustizia sociale, potremmo affidarci ai computer per risolvere facilmente i problemi economici e sociali in relazione alle risorse scarse, alias, massimizzare la funzione del benessere sociale. Ma sappiamo che non è così. Gli italiani hanno interessi e valori molto diversificati non necessariamente convergenti e serve il lavoro serio ed onesto dei rappresentanti per ricondurli a sintesi e/o operare i necessari bilanciamenti. Siccome questo problema non è risolvibile con gli strumenti della democrazia diretta, serve un sistema elettorale che scelga i rappresentanti e che operi un certo bilanciamento tra i due obiettivi della governabilità e della stabilità delle maggioranze fermo restando che non sono due obiettivi naturalmente convergenti ma, in pratica, quasi sempre divergenti. Occorre quindi procedere a dei bilanciamenti più o meno appropriati.
Da Condorcet a oggi matematici, statistici e premi Nobel per l’economia hanno studiato i sistemi elettorali allo scopo di migliorare le procedure delle scelte pubbliche. Non è il mio caso, ma per capire meglio ho studiato la letteratura sull’argomento e ho seguito all’Università qualche seminario scientifico sull’argomento. Prima di sceglierli i sistemi elettorali andrebbero simulati con modelli statistico-matematici che oggi possono contare, in alcuni paesi, su una straordinaria abbondanza di dati (c.d. big data), che, in un modo o nell’altro, rilevano le preferenze degli elettori. In breve, la conclusione è che, in teoria, non esiste un sistema elettorale ottimo per tutti i Paesi e per tutti gli usi. Il sistema elettorale può essere paragonato ad un vestito che va ritagliato e allestito su misura sul corpo degli elettori e siccome non c’è un vestito adatto per lavorare in una cava e, allo stesso tempo, per andare ad una festa, bisognerebbe avere diversi vestiti a seconda delle esigenze. In Italia di sistemi elettorali per lo più si occupano o giuristi senza alcuna familiarità con i modelli di simulazione o statistici e sondaggisti senza alcuna cultura istituzionale. Cerco di spiegarmi meglio con un esempio relativo alla nostra recente esperienza. Per scrivere o riscrivere una costituzione serve un sistema elettorale che assicuri il massimo di rappresentatività delle diverse componenti della società. PQM opportunamente si eleggono le assemblee costituenti con sistemi elettorali di tipo proporzionale. Un sistema un po’ meno proporzionale e/o maggioritario che incoraggi il compattamento delle diverse forze politiche può andare bene per l’elezione del Parlamento. Ancora diverso è il problema dell’elezione diretta del capo del governo a seconda che siamo in regime di separazione netta dei poteri, a seconda che nella società prevalga una forte coesione sociale che, a sua volta, dipende dalla più ampia condivisione dei valori alla base dei diritti e delle libertà fondamentali delle persone. Vale la pena sottolineare il punto della differenza tra l’eleggere una o due camere dei rappresentanti ed eleggere direttamente il governo. In quest’ultimo caso, si esce dalla Repubblica parlamentare e si entra in quella del premierato assoluto. La missione fondamentale del governo è governare, quella dei rappresentanti è appunto di rappresentare le esigenze dei cittadini-elettori e controllare l’attività del governo. Senonché le preferenze e/o i bisogni collettivi dei cittadini possono cambiare anche durante l’arco temporale di una legislatura mentre la funzione di controllo resta ordinaria e permanente. Se le missioni sono diverse sarebbe opportuno avere sistemi elettorali diversi per il governo e per le camere rappresentative. È quello che prevede la Costituzione degli Stati Uniti con la problematica separazione netta dei poteri che non piace alla stragrande maggioranza dei costituzionalisti e politologi italiani e, meno che mai, ai politici italiani. Il modello del Sindaco d’Italia previsto nella riforma costituzionale appena bocciata voleva un Parlamento asservito al governo. E il governo dalla notte dei tempi tende ad essere autocratico e/o autoritario. Sta lì per decidere e valorizza le proprie preferenze specialmente quando i programmi di governo sono formulati in termini generici e le preferenze dei cittadini-elettori non sono facilmente aggregabili.
Ma al di là dell’ingegneria istituzionale, sinteticamente, G. Zagrebelsky ha affermato che le “costituzioni sono come dei vestiti. Si indossano bene se coprono un corpo sano”. Cito a memoria: se vengono cucite addosso ad un corpo malato, ossia, una società che non ha una teoria della giustizia sociale largamente condivisa, una società dove c’è una forte propensione alla delega. Una società che percepisce come iniquo ed inefficiente il sistema di governo, anche “la più bella costituzione del mondo” non funziona perché, in pratica, non trova il consenso necessario per attuarla. Questo vale anche per i sistemi elettorali. Se nella società c’è forte coesione sociale ed etica della responsabilità, al di là dei dati numerici e dei partiti, le parti più responsabili delle diverse forze politiche assicurano governi e governabilità. Altrimenti no. Un esempio preclaro è quello degli Stati Uniti che, per oltre due secoli, il Paese è stato governato dall’accordo bipartisan tra le ali moderate del partito democratico e di quello repubblicano, isolando nel Congresso le ali estremiste dell’uno e dell’altro partito. Come noto, negli Stati Uniti le due Camere e il Presidente sono eletti con sistemi elettorali diversi e diversa è la durata dei rispettivi mandati: due anni per la Camera dei rappresentanti, 4 anni per il Presidente, 6 anni per i senatori che però si rinnovano per 1/3 ogni due anni. Credo che solo in Italia sedicenti esperti di sistemi elettorali cercano un sistema elettorale che assicuri la stessa maggioranza sia alla Camera che al Senato. Ma se Deputati e Senatori devono essere dei cloni che senza discutere e senza possibilità di modificare i ddl proposti dal governo, che senso ha avere il bicameralismo paritario o differenziato?
I più ci dicono che eleggere le due Camere con due leggi elettorali diverse significherebbe avere due Camere ingovernabili. E già perché il problema è quello di governare, alias, sottomettere ai voleri del governo i rappresentanti del popolo sovrano. Se questa resta la volontà delle forze politiche dopo l’esito del referendum, la democrazia resta in pericolo perché, in questo modo, salterebbe la separazione dei poteri che è l’essenza dello Stato di diritto. Le forze conservatrici hanno in mano l’arma della riforma elettorale e questa è altrettanto pericolosa della riforma appena bocciata. Prima i conservatori rifiutavano di discutere il combinato disposto perché la riforma sottoposta a referendum era una legge costituzionale mentre il sistema elettorale è previsto da una legge ordinaria. Ora ci dicono: discutiamone ma gli obiettivi fondamentali restano gli stessi. Si dobbiamo discuterne ma liberamente e con il massimo di chiarezza, soprattutto, al riguardo degli obiettivi che si intendono perseguire. Dobbiamo conoscere bene tutte le implicazioni e le problematiche relative alla scelta tra diversi sistemi elettorali e i dettagli delle loro varianti. Lo ripeto si tratta di scegliere tra un sistema elettorale unico con obiettivi plurimi per lo più inconciliabili tra di loro o sistemi elettorali diversi per Camere elettive diverse. Dobbiamo sapere che apprendisti-stregoni sono al lavoro e che il loro obiettivo è asservire i rappresentanti del popolo sovrano al governo che, non di rado, si piega agli interessi della finanza rapace. La vittoria referendaria non deve indurci ad abbassare la guardia.

Note:
Legge 25 marzo 1993, n. 81: Elezione diretta del sindaco, del presidente della provincia, del consiglio comunale e del consiglio provinciale Pubblicata nel supplemento ordinario alla Gazzetta Ufficiale n. 72 del 27 marzo 1993;
Legge 23 febbraio 1995, n. 43 (Nuove norme per la elezione dei consigli delle regioni a statuto ordinario – c.d. “Tatarellum”). Tale normativa è stata successivamente costituzionalizzata dal legislatore costituzionale che, all’art. 5 della legge cost. n. 1 del 1999;
Le leggi 4 agosto 1993 n. 276 e n. 277, (c.d. Mattarellum) e introdussero in Italia, per l’elezione del Senato e della Camera dei deputati, un sistema elettorale misto maggioritario a turno unico per la ripartizione del 75% dei seggi parlamentari; proporzionale differenziato (con scorporo al Senato, liste bloccate e sbarramento alla Camera) per il 25% dei residui seggi.

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Geometria variabile o culto della uniformità?

7 Dicembre 2016 Nessun commento

Il mio amico Carlo Clericetti riprende il discorso del rapporto tra Stato e regioni e la situazione di disomogeneità tra Regioni a statuto ordinario (RSO) e quelle a statuto speciale (RSS). La riforma Renzi non toccava questo punto e alcuni giuristi hanno criticato questa scelta perché, a loro giudizio, veniva a creare una situazione di disparità non solo con riguardo alle competenze e alle risorse assegnate ma anche con riguardo all’attuazione dei diritti fondamentali dei cittadini. Il secondo punto riguarda il riparto delle competenze in alto tra i governi sub-centrali dei Paesi Membri e quello centrale dell’Unione europea.
Sono questioni complesse che la propaganda renziana non ha chiarito e su cui conviene ritornare. Parto dalla questione delle RSS. Va premesso che ad es. lo Statuto della Regione Sicilia è stato emanato con regio decreto luogotenenziale 15-05-1946 n. 455, prima che si tenesse il referendum del 2-06-1946 che vide prevalere la Repubblica sopra la monarchia e ancora prima che venisse approvata la nuova Costituzione entrata in vigore nel gennaio 1948. Il regio decreto fu quindi convertito in legge costituzionale 26-02-1948, n. 2. Il motivo? dopo lo sbarco degli alleati in Sicilia si venne a creare un forte movimento secessionista che addirittura teorizzava l’adesione alla Federazione nord-americana. Sulla scia dell’esempio siciliano, seguirono altre regioni di confine con situazioni politiche ed economiche particolarmente delicate come la Val d’Aosta, Il Trentino-Alto Adige, il Friuli Venezia-Giulia e la Sardegna. C’erano spinte secessioniste in alcune di queste Regioni e la risposta fu intelligente e flessibile: no alla repressione fascista e/o agli spostamenti di popolazioni ad esempio in Alto Adige per riequilibrare la composizione della popolazione ma Statuti che consentissero una maggiore autonomia negli affari regionali e che valorizzassero elementi specifici della cultura locale. Nella tanto vituperata riforma del Titolo V del 2001 era stato inserito nell’art. 116 su richiesta della stesse regioni il principio della geometria variabile secondo cui in fase attuativa sarebbe stato possibile attribuire competenze diverse a diverse regioni secondo la loro autonoma richiesta e capacità di svolgere le funzioni. Tale principio nella riforma Renzi è stato mantenuto sia pure condizionato al rispetto del bilancio in pareggio come se questo vincolo non dovesse vale per le altre regioni. Purtroppo come noto, l’attuazione del Tit. V è rimasta per strada e la sua mancata coerente attuazione è stata spacciata fraudolentemente come il fallimento di una riforma concepita e scritta male. Resta vero che 4-5 competenze concorrenti hanno forte valenza nazionale e possono essere trasferite alla competenza “esclusiva” dello Stato ma si tratta di materie su cui non si può trascurare l’intesa con le regioni e gli enti locali interessati. Un esempio estremo vale a chiarire il concetto: una autostrada europea non può attraversare o passare sopra la piazza di un centro storico. De Siervo, presidente emerito della Corte costituzionale, il prof. Cerulli Irelli che ha avuto un ruolo non secondario nella formulazione delle norme del Titolo V novellato nel 2001 confermano la falsità dell’argomento che i maggiori poteri delle regioni siano stati alla base della crescita del contenzioso su conflitti di attribuzione. Lo confermo anche io. La causa principale è stata il comportamento del governo nazionale che, nonostante la riforma, ha continuato a legiferare come se detta riforma non ci fosse stata. Non ultimo all’assegnazione delle più ampie competenze non è seguita l’assegnazione di maggiori risorse finanziarie attraverso trasferimenti né il rafforzamento dell’autonomia che, in termini percentuali, è rimasta sempre al disotto di quella dei Comuni prima che il governo centrale abolisse l’IMU sulla prima casa. Anche a questo riguardo è stata sempre sollevata la questione della disparità di trattamento con le RSS che in base agli accordi istitutivi hanno sempre goduto di maggiori risorse proprie. Sprechi a parte, è chiaro che se devo svolgere più funzioni devono avere maggiori risorse, ma la mentalità codina di certi giuristi ha sempre criticato la geometria variabile che, inevitabilmente, c’è in Italia, nella UE ed è destinata a rimanere. C’è una causa profonda di natura culturale che spinge molti italiani a propendere verso il “culto della uniformità” su cui, per ragioni di spazio, rinvio al bel saggio di Cesare Pinelli (1995). Gli italiani non amano la diversità.
Venendo al punto due, con tutto il rispetto delle idee altrui, quella in difesa delle sovranità nazionali mi sembra una battaglia di retroguardia. Viviamo in un mondo globalizzato e/o di forte interdipendenza. L’Italia è a pieno diritto e per sua libera scelta inserita nel processo di integrazione europea che ha garantito 70 anni di pace. Ci sono molti problemi in detto processo a partire dal grande deficit democratico all’interno delle istituzioni europee. Ma c’è anche ancora più in alto al livello delle istituzioni della Nazioni Unite. PQM c’è una deriva autoritaria e tecnocratica all’interno della verticalizzazione dei processi decisionali sui quali un singolo Paese non può incidere significativamente. PQM il discorso della salvaguardia della democrazia non passa solo all’interno di un singolo Paese ma va affrontato in Italia, in Europa e nel mondo. Anche per gli Stati di piccola e media dimensione vale la logica dell’azione collettiva. So che mi sto ripetendo ma non vedo altre soluzioni.
Note: Pinelli Cesare (1995), “Del culto per l’uniformità in Italia. Il caso della finanza regionale”, estratto dal volume: Studi in onore di Manlio Mazziotti di Celso, Cedam, Padova, pp. 391-416;
Enzo Russo, (2013), “Il sentiero sempre più stretto della democrazia di bilancio”, in Rivista Giuridica del Mezzogiorno, n. 4/2013: pp. 903-918,
Per approfondire vedi: Complex Sovereignty and the emergence of transnational Authority, in Edgar Grande – Lews W. Pauly editors, Complex Sovereignty. Reconstituting Political Authority in the 21st Century, University of Toronto Press, Toronto, 2005.

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