Archivio

Archivio Gennaio 2017

Come uscire dalla crisi italiana ed europea.

29 Gennaio 2017 Nessun commento

Salvatore Biasco, Regole, Stato, uguaglianza. La posta in gioco nella cultura della sinistra e nel nuovo capitalismo, LUISS, Roma, 2016.
Il libro è suddiviso in tre parti con due succosi capitoli ciascuna. I capitoli sono tutti accompagnati da letture interessanti che, in alcuni casi, riprendono e valutano la letteratura sull’argomento discusso prima. Il primo capitolo tratta del rapporto tra capitalismo e democrazia. Il secondo parla del paradigma economico dominante tra potere e dottrina. Il terzo e quarto trattano la crisi della sinistra in Europa e in Italia, come dire, travolte e/o confuse dallo tsumani neo-liberale. La terza parte tratta di identità e orizzonti programmatici, ossia, quale dovrebbe essere l’identità della sinistra italiana ed europea e quale la sua impostazione programmatica.
Il libro è tributario del precedente dello stesso Autore sul “capitalismo da ripensare” 2012 e anche dell’altro intitolato “per una sinistra pensante” che si occupa più da vicino della crisi identitaria del Partito democratico. Il punto centrale dell’analisi è il rapporto tra capitalismo e democrazia. Un rapporto ineludibile ma anche conflittuale, che ha bisogno di una efficiente ed efficace regolazione. Già nella seconda metà dell’ottocento il rapporto tra capitalisti e lavoratori era sensibilmente cambiato con l’affermarsi delle Leghe e dei sindacati. Nel seconda metà del novecento si sviluppa il c.d. compromesso socialdemocratico per cui si prende atto della natura cooperativa del rapporto di lavoro e si riconoscono ai lavoratori diritti fondamentali, civili e sociali, diritti di partecipazione al processo decisionale (vedi il suffragio universale per le donne, la legge sulla cogestione in Germania, vedi lo Statuto dei lavoratori in Italia 1970). A p. 23, 25 Biasco parla di rottura dell’equilibrio democratico e di deterioramento della qualità della democrazia. Sono d’accordo. La globalizzazione ha portato con se un processo di verticalizzazione dei processi decisionali e, quindi, una deriva autoritaria e tecnocratica per via dell’inadeguatezza degli assetti politico-istituzionali non solo a livello europeo ma, molto peggio, a livello mondiale. Si cerca dilettantisticamente di rimediare con gruppi informali come i G-7, i G-8, i G-10, il G-20 ma i risultati finora raggiunti in termini di coordinamento sono scarsi e largamente insufficienti. Non riescono a coprire il vuoto di potere lasciato dal Consiglio di Sicurezza e dalle Agenzie specializzate delle Nazioni Unite. Se la globalizzazione dei mercati, con la liberalizzazione degli scambi, la libertà dei movimenti di capitale, la concorrenza deleteria in materia fiscale, il social dumping, la finanza rapace che cerca solo facili profitti e quant’altro è chiaro che l’equilibrio si raggiunge a livelli più bassi per i lavoratori. Si spiega così la mercificazione del lavoro, l’impoverimento delle classi medie e l’aumento della concentrazione del reddito e della ricchezza anche nei paesi più ricchi. E tuttavia le distanze tra i paesi ricchi e quelli poveri si sono ridotte nonostante che gli aiuti ai PVS non siano aumentati anzi si siano ridotti. Limitatamente a questo aspetto, si può dire che la liberalizzazione degli scambi ha funzionato anche se non abbastanza. Per governare un sistema complesso e instabile come quello determinato dalla globalizzazione è necessaria la fiducia collettiva a livello mondiale. Sappiamo che questa manca a livello regionale ampio e, non di rado, anche all’interno di vari Stati nazionali. Dice Rosanvallon 2012 che viviamo nella era della sfiducia. Quindi nel parlare di fiducia collettiva a livello mondiale, siamo all’utopia di Altiero Spinelli e Bruno De Finetti – comunque necessaria. Anche io sono convinto che per costruire un mondo migliore serve un governo mondiale democratico. Per poterlo costruire e per farlo funzionare bene serve la fiducia tra i popoli e i governi che li rappresentano. Sfortunatamente in questa fase storica mancano i due presupposti fondamentali su cui si costruisce la fiducia e la governabilità: una forte coesione sociale e un alto livello di etica pubblica a livello globale. Come noto, circa due terzi dei membri della Nazioni Unite sono dittature più o meno soft e l’altro terzo sono democrazie di diversa qualità. Siamo alla canna del gas? No, ma non respiriamo bene. Se queste sono le condizioni precarie in cui vive la democrazia nel mondo è chiaro che il capitalismo e la finanza rapace dilagano.
Nella seconda parte del libro SB si occupa della sinistra in Europa e in Italia. Una sinistra che, a suo giudizio, ha fatto proprie le conclusioni (le ricette) e non l’intero quadro analitico neo-liberale. L’agenda di Lisbona è un programma neo-liberale affidato ai governi dei Paesi membri. L’obiettivo principale è la flessibilità del mercato del lavoro, l’occupabilità non la massima o piena occupazione. L’UE è divenuta centro irradiatore di una concezione di destra delle politiche e della società. Non viviamo in un mondo postideologico. Viviamo in un mondo permeato da una ondata ideologica potente: quello neo-liberista, quella dominata dai mercati dove prevale la logica della concorrenza, ossia, “dell’uno contro l’altro” (Honneth). La socialdemocrazia è scomparsa? No. È una visione del mondo minoritaria. C’è un deficit di elaborazione e di aggiornamento. Rispetto alle privatizzazioni che arrivano e le liberalizzazioni che non si fanno, nessuno ha il coraggio di proporre altre soluzioni. A questo ultimo riguardo, a me sembra che la UE porta avanti il discorso della partnership pubblico/privato che in Paesi come l’Italia è privatizzazione surrettizia dei servizi pubblici senza uno straccio di analisi costi-benefici e veicolo di corruzione. Leggermente sfocato mi sembra il discorso (p.135) sulla mancanza di organizzatori di sistema nel settore produttivo. È chiaro a mio giudizio che se accogli l’impostazione neo-liberista è il mercato che comunque guida. Se per l’intera economia sottoscrivi il Trattato di Maastricht e inneschi il pilota automatico con dei precisi parametri da rispettare specialmente dopo l’attuazione dell’euro non rimangono spazi di discrezionalità per le politiche economiche formalmente dal Trattato di Maastricht 1992 lasciate alla responsabilità dei governi dei Paesi membri. Il tradimento del Trattato avviene una prima volta con il Regolamento n. 1466/1997 (G. Guarino, 2014), alias, Patto di stabilità e crescita che in realtà si occupa solo di stabilizzazione e lascia cadere il volet della crescita. E la storia si ripete 15 anni dopo al momento dell’approvazione del Fiscal Compact quando Monti aveva strappato alla Merkel la necessità di elaborare un Patto per la crescita. Se ne discute nelle riservate stanze della Commissione per circa due anni ma poi non se ne fa niente e nessuno protesta. PQM motivi non capisco bene la critica alla politica di decentramento in Italia. Se poi, in questo decennio, anche il vero governo dell’economia è stato centralizzato a Bruxelles, è inutile prendersela con la debolezza del nostro governo centrale. Bisognerebbe essere più chiari su questo. Nell’autunno 2010 il governo Berlusconi inciampa (va in minoranza) nell’approvazione del Rendiconto generale della Corte dei Conti. Mai accaduto prima. Viene salvato dal Presidente della Repubblica che gli dà un mese di tempo per rimediare. Nel 2011 Berlusconi si scredita ulteriormente e viene sostituito in via extraparlamentare da Napolitano che imprime una forte torsione presidenzialista al sistema istituzionale. Il Presidente Monti, per vocazione e per evitare il commissariamento del governo, approva senza alcuna resistenza tutte le misure dettate dal Consiglio europeo di puro stampo offertista e le fa approvare dalla sua maggioranza parlamentare di cui fa parte anche il PD.
Il problema era e rimane quello di agire in coerenza con il processo di integrazione economica. Ma quale processo? Quello attuale che rischia di portarci alla disgregazione oppure quello storico-ideale, in buona sostanza, ripreso seppure parzialmente, anche dalle due versioni del Rapporto dei cinque presidenti che propongono l’Unione fiscale e quella politica? Ma sappiamo tutti che questa ipotesi incontra l’opposizione della maggioranza dei governi che siedono nel Consiglio europeo, guidati dalla Germania. Ma allora sono la Merkel o Schauble che si oppongono alla Federazione europea? No sono gli altri paesi guidati dalla Francia che non la vogliono perché sono in preda a rigurgiti nazionalistici alimentati dai fallimenti parziali del progetto. Ricordo che c’è un documento del 1994 proprio del ministro delle finanze tedesco che contiene un progetto avanzato di maggiore integrazione verso una vera Unione federale che non ha avuto successo tra gli altri paesi membri. E la Germania è l’unica repubblica federale all’interno dell’Unione.
La riforma dei Trattati non è tuttora all’ordine del giorno ma sono disponibili altre opzioni che potrebbero essere messe in opera a breve termine sempre che si trovi l’accordo politico per farlo. Tornerò sul punto dopo.
Venendo brevemente alla terza parte: “Identità e orizzonti programmatici”, concordo su molte delle osservazioni e proposte di Biasco. Sull’identità della sinistra italiana ed europea il discorso sarebbe molto complicato se solo si volesse considerare la storia della sinistra nei principali paesi europei. In sintesi in Italia non c’è stata mai nell’era repubblicana una sinistra unitaria, coesa e maggioritaria, non c’è tuttora e anche la prospettiva non è incoraggiante per via della mutazione genetica del PD e se dovesse rimanere partito autocratico che si adegua alla c.d. “democrazia del pubblico atomizzato”. In Italia c’è stata una sinistra plurale come c’è stata a maggior ragione in Europa vista dall’alto. Questa è e sarà una grande difficoltà da superare per arrivare alla rifondazione di una sinistra italiana ed europea senza la quale sarà molto più difficile battere i partiti di centro e centro-destra. Ma io resto convinto che in una fase di forte crisi come quella che sta attraversando l’Unione, l’agenda può essere dettata dalle emergenze da affrontare: quella della stagnazione economica, della deflazione, dell’invecchiamento della popolazione e dell’immigrazione, della lotta al terrorismo internazionale e di una strategia mediterranea in grado di estendere al Mare Nostro il progetto di integrazione, crescita, benessere e pace che ha sperimentato l’Unione europea sino a qualche decennio fa.
Posto che l’identità oggi va costruita su un asse progettuale, programmatico e soprattutto culturale aperto alle contaminazioni, ossia, su una visione della società europea e mondiale e, soprattutto, sulla capacità di costruire coalizioni politiche e sociali in primo luogo a livello europeo, occorre superare il vuoto di proposte alternative di politiche economiche che ha caratterizzato l’ultimo decennio in cui al Washington Consensus si è sostituito quello di Berlino-Francoforte. A dieci anni dall’inizio della crisi mondiale, nell’Unione europea e nel Mediterraneo il rischio è ancora molto grande che alla svalutazione interna di salari e prezzi si aggiunga la svalutazione dell’euro – in parte avvenuta e benefica – in un contesto mondiale in cui rallenta la domanda mondiale anche per le misure protezionistiche che si profilano all’orizzonte. Occorre rovesciare il rapporto tra politica monetaria e politica fiscale. E’ quest’ultima che deve dare il segno espansivo della politica economica e la politica monetaria deve essere accomodante anche perché, come stiamo sperimentando ormai da diversi anni, nell’eurozona il quantitative easing, arrivato in ritardo, ha dato tutto quello che poteva dare ma non funziona per rilanciare la domanda interna perché a tassi zero la politica monetaria risulta inefficace. E le imprese non incrementano la produzione e non assumono se non hanno ordini in portafoglio. Da qui la necessità di un grande programma di investimenti pubblici europeo e sub-centrale di cui il Piano Juncker è una pallida imitazione.
Concordo pienamente con SB che non si tratta di uscire dall’euro e meno che mai dall’Unione europea. Bisogna invece uscire dalle politiche economiche offertiste e deflattive fin qui portate avanti dal Consiglio europeo per passare a quelle di governo della domanda effettiva con a centro il lavoro, la piena occupazione e la crescita, per lanciare un grande progetto di rilancio per l’Unione intera, per i paesi euromed e per tutti i paesi mediterranei. È solo con un tale progetto che possono essere affrontati i problemi dell’invecchiamento della popolazione, della bassa produttività, della stagnazione secolare, dell’immigrazione, della crescita inclusiva, della diseguaglianza, degli squilibri territoriali tra paesi centrali e paesi periferici, di conversione ecologica della produzione, di investimento nel capitale umano, di formazione permanente a fronte delle innovazioni tecnologiche che distruggono posti di lavoro, ecc..
È facile capire che se si vuole affrontare il problema della democrazia in Europa bisogna arrivare alla riforma dei Trattati europei e abrogare il Consiglio europeo, procedere all’Unione politica con il conferimento di tutti i poteri legislativi al Parlamento europeo, con la trasformazione della Commissione europea in un vero governo federale dell’eurozona. Il governo dell’Unione non può essere lasciato nelle mani dei governi dei Paesi membri che ragionano in una logica di salvaguardia degli interessi nazionali.
Ma, come detto, c’è un problema di democrazia anche in tutti i paesi rivieraschi del Mediterraneo e c’è il caso drammatico della Libia. Una leadership europea lungimirante deve avere un progetto per il futuro di questi Paesi promuovendo accordi di associazione e cooperazione a medio e lungo termine.

Ovviamente come accennato sopra i tempi per una simile operazione di maggiore legittimazione democratica delle istituzioni europee sono lunghi ma ci sono cose che si possono fare a breve senza la modifica dei Trattati. Ne elenco alcune senza alcuna pretesa di essere esaustivo. Non è questa la sede per elaborare un programma compiuto di politica economica e finanziaria per l’Italia e per l’Unione.
Attuare la golden rule che consentirebbe ai paesi euromed di sostenere il loro processo di accumulazione e affrontare meglio i problemi della convergenza; è chiaro che se si impedisce ai paesi euromed di sostenere il loro processo di accumulazione ben più difficilmente essi potranno trovare le risorse pubbliche per promuovere accordi di più intensa cooperazione economica e di assistenza con i paesi rivieraschi; una “sorta di Piano Marshall” dell’Unione e per l’Unione – dice SB – e aggiungo io anche per i Paesi mediterranei;
anche a quest’ultimo fine occorre chiedere e proporre la migliore suddivisione delle competenze tra Bruxelles e i governi sub-centrali e l’adozione della programmazione come metodo di governo; non è una proposta “rivoluzionaria”; l’Unione pratica già diverse programmazioni settoriali; si tratta di ricondurle a sistema e di finanziarle con risorse adeguate;
fermare immediatamente la concorrenza fiscale senza regole; è stata proposta ed adottata allo scopo di far venire meno le risorse per finanziare il modello sociale europeo che molti paesi del mondo ci invidiano; si può fare come è stata abbandonata a suo tempo la politica dell’armonizzazione fiscale;
incrementare le risorse del bilancio comunitario anche con tributi propri in modo da avere risorse sufficienti per mettere in atto manovre di governo della domanda effettiva a livello europeo in chiave sussidiaria;
prevedere l’emissione diretta da parte della Commissione di eurobond vuoi per finanziare trasferimenti compensativi che assorbano shock asimmetrici di diversa provenienza, misure di stabilizzazione in situazioni di crisi, nonché per finanziare progetti a lungo termine di cooperazione con gli altri Paesi mediterranei.
Su queste e su altre proposte trovate analisi meglio approfondite non solo nel libro che qui presento ma anche in una sintesi di proposte che SB ha discusso in un seminario a Tor Vergata nel gennaio 2016.

Categorie:Europa Tag:

Dopo il referendum, come ripartire da lavoro?

20 Gennaio 2017 Nessun commento

Su Repubblica del 18-01-2017, Nadia Urbinati sostiene che alla sinistra manca innanzitutto la credibilità trovandone la prova nel risultato del 4 dicembre scorso. Non credendo nei suoi leader e nei progetti che portano avanti, in una fase di grande incertezza, gli elettori si sarebbero rifugiati nell’unica certezza rappresentata dalla Carta costituzionale del 1948 che contiene il contratto sociale tra gli italiani.
Da una politologa mi sarei aspettato: a) un discorso sulle cause per le quali, a distanza di 70 anni, tale patto è stato attuato solo parzialmente e persino le parti attuate sono messe in discussione; b) su come una forza di centro-sinistra come il Partito Democratico abbia fatto un tentativo determinato di manipolazione della Carta per ridurre la rappresentanza e le sedi partecipazione; c) un accenno alla situazione post referendum per verificare se esso abbia al margine cambiato i reali rapporti di potere, alias, modificato l’effettività dell’ordinamento costituzionale previsto dalla Carta del 1948 ed il suo effettivo funzionamento. No, inizia il suo pezzo su quello che Renzi nel momento in cui scalava il suo partito, pensava dovesse essere il progetto della nuova sinistra in un mondo in cui sarebbe finita la diade libertà/eguaglianza. Non voglio perdere tempo a fare l’esegesi del pensiero di Renzi 1000 giorni fa trattandosi di soggetto che parla a ruota libera e scrive poco, e vengo direttamente all’idea largamente condivisa anche dalla Urbinati di ripartire dal lavoro.

Certo ripartire dalla Costituzione, dal suo art. 1, cioè, dal lavoro su cui, a parole, è fondata la Repubblica va bene ma la nostra politologa non analizza bene il problema. Perché sul lavoro c’è da fare un discorso di breve termine e uno ben più serio di medio lungo termine. Nel breve bisognerebbe accelerare la ricostruzione delle zone terremotate, riparare le strade statali e comunali, ridurre i rischi del dissesto idrogeologico, mettere in sicurezza le scuole, altri edifici pubblici, investire di più in ricerca e sviluppo e nel capitale umano, alias, nella istruzione e formazione permanete, ecc.. Servirebbero 50 miliardi all’anno per almeno cinque anni. Il governo ha trovato prontamente 20 miliardi per salvare alcune banche e la Commissione europea non ha profferito parola. Il governo non pensa neanche a trovare altri trenta miliardi per i lavori pubblici menzionati sopra ma si diletta a duellare a parole sui 3-4 miliardi di manovra correttiva, secondo la Commissione, necessaria per rispettare il vincolo del deficit.
Per il medio-lungo termine il discorso sul lavoro è molto più complicato perché bisogna tener conto degli effetti delle nuove tecnologie sul futuro del lavoro oltre che delle politiche fiscali deflattive portate avanti dal Consiglio e dalla Commissione europea. Al riguardo ci sono da un lato le visioni catastrofiste sulla fine del lavoro e, dall’altro, quelle ottimistiche, secondo cui le nuove tecnologie (i robot) mentre distruggono vecchi posti di lavoro ne creano altri anche se con sfasamenti temporali più o meno ampi, anche se richiedono anticipati e consistenti investimenti nel capitale umano. Sul futuro del lavoro è stato interessante un Convegno di due giornate, organizzato dal M5S che ha presentato e valutato una ricerca indipendente affidata al Prof. Domenico De Masi. In sintesi, si tratta di questioni fondamentali di politica economica e di programmazione della crescita e dello sviluppo su cui gravano i vincoli europei del Fiscal Compact e annessi regolamenti.

La Urbinati non si occupa di questi problemi e concentra il suo discorso sulla diade libertà/uguaglianza certo importante. Ma non ci aiuta a capire la situazione né le sue tendenze evolutive/involutive. Non ci aiuta a disegnare scenari futuri e a elaborare strategie idonee per contrastare e correggere le tendenze in atto.
Intendiamoci le crescenti diseguaglianze all’interno dei Paesi ricchi e di quelli in via di sviluppo confermano la fine e/o accantonamento del discorso sull’eguaglianza ma non la fine della libertà dei ricchi se 8 miliardari – secondo il recente Rapporto Oxfam – posseggono la ricchezza (o povertà) di 3,6 miliardi di esseri umani. Quindi francamente trovo che il discorso sulla fine della diade libertà/eguaglianza – analogo a quello sulla fine delle ideologie che Bobbio negava decisamente – non ci porti da nessuna parte. Non è un discorso utile al rilancio di una sinistra italiana, europea e mondiale in grado di affrontare i problemi che stanno sul tappeto e che invece dovrebbero stare sul tavolo. Non so poi dove ha trovato il discorso di Renzi che voleva recuperare gli ultimi per avvicinarli ai primi. In fatto, poi sappiamo che la misura più costosa adottata in termini di riduzione delle diseguaglianze è quella degli 80 euro mensili che riguarda le famiglie con redditi medio-bassi ma che esclude i poveri, ossia, gli ultimi perché per i poveri c’è uno specifico programma dotato di risorse di gran lunga inferiori. Più credibile sembra l’idea riportata che Renzi avesse adottato la visione del self made man, analoga a quella iniziale di Berlusconi delle tre i (internet, inglese, impresa) o, più prosaicamente, trovatevi un lavoro da soli quando, allora come ora, la tendenza storica è quella della riduzione dei posti di lavoro per via delle nuove tecnologie e delle delocalizzazioni delle imprese alla ricerca di lavoro a basso costo e di incentivi fiscali più favorevoli.
Allora se non si affrontano le questioni della libertà dei movimenti di capitale e della sfiducia degli stessi capitalisti e imprenditori nel futuro dell’Italia provata da una sistematica fuga dei capitali che perdura da circa 50 anni a oggi, ripartire dalla Costituzione e dagli artt. 1, 3 e 4 è bello sentirselo dire ma rischia di rimanere inefficace. Se non si affronta a livello europeo la questione della concorrenza fiscale senza regole – ideata deliberatamente per provocare la c.d. crisi fiscale dello Stato e tagliare il welfare – il problema del lavoro resta irrisolto. Né, a mio parere, la soluzione può venire dall’uscita dall’eurozona, dall’Unione europea o dalla NATO. Quando non c’era la piena libertà dei movimenti di capitali i soldi in Svizzera li portavano gli spalloni.
PQM bisogna battersi per la modifica del Fiscal Compact, per un uso intelligente della regola d’oro che lascerebbe fuori dal deficit strutturale gli investimenti in conto capitale, in sintesi, per la rottamazione della politica dell’austerità. Senza queste premesse, le promesse della nostra bella Costituzione rimarranno tali.

Letture suggerite:
Gustavo Zagrebelsky (2013), Fondata sul lavoro. La solitudine dell’art. 1, Einaudi, Torino;
Geminello Alvi (2006), Una Repubblica fondata sulle rendite. Come sono cambiati il lavoro e la ricchezza degli italiani, Mondadori, Milano.

Categorie:democrazia, economia Tag:

In memoria di Tullio De Mauro

Su Twitter alcuni citano delle frasi giornalistiche poco adatte a valutare la sua capacità di ricercatore.

Categorie:Argomenti vari Tag:

Democrazia e cultura di massa. In memoria di Tullio De Mauro.

Premesso che nutro grande stima e ammirazione per il valoroso collega Tullio De Mauro, devo dire , controcorrente, che non condivido la sua frase molto citata da che su Twitter ha voluto ricordarlo velocemente. Si tratta di due frasi di sicuro effetto ma discutibile e sono sicuro che per meglio onorarlo i colleghi analizzeranno il suo lavoro scientifico. La prima è: “la democrazia vive se c’è un buon livello di cultura diffusa. Se questo non c’è , le istituzioni democratiche sono forme vuote”. La seconda dice: “Una classe dirigente male alfabetizzata , quindi non aggiornata, è la rovina di un paese, molto più di un crollo della Borsa”. Concordo in pieno con la seconda anche se sopravvaluta il ruolo della Borsa, ma non con la prima. Circa questa, è ovvio che un popolo non libero dai bisogni materiali fondamentali quali l’alimentazione, l’abitazione, l’abbigliamento, la mobilità e l’istruzione di base non ha tempo e voglia di occuparsi di politica. Se questi sono i problemi più importanti da risolvere, non c’è tempo per occuparsi della democrazia e dell’azione collettiva che essa richiede. La formazione culturale viene dopo ma non è scontato che basti elevare la cultura media della gente per migliorare il funzionamento della democrazia. Serve la cultura politica che è cultura che è a un tempo cultura e generale e specialistica. Secondo Ilya Somin (2013), che ha utilizzato un secolo di rilevanti statistiche USA, la democrazia americana non è migliorata rispetto ad un secolo fa parallelamente al sicuro e comprovato miglioramento dell’istruzione generale degli americani. Nello specifico si tratta di distinguere tra istruzione generale anche superiore e varie culture. Uno può avere un’ottima istruzione anche universitaria e non necessariamente vuole coltivare la sua cultura politica o musicale. Infatti negli USA, rimane molto elevata (attorno al 50%) l’astensione dal voto e molta gente vota senza conoscere bene i programmi e i candidati che i partiti propongono.
Con riguardo al nostro Paese, si può dimostrare con dati alla mano che la democrazia funzioni meglio rispetto a sessanta anni fa quando una parte non secondaria dell’elettorato non capiva bene l’italiano vuoi perché non lo aveva mai studiato o perché era analfabeta di ritorno – come ha dimostrato De Mauro anche per generazioni più recenti?
Secondo Ilya Somin 2013 – vedi la recensione del suo libro del 2013 nel mio post del 24 luglio 2014 – al di là della cultura generale, il vero problema sta nell’ignoranza degli affari politici oggi quanto mai complessi e difficili da capire se non si hanno competenze specifiche in materie molto diverse e, non ultimo, in materia di comunicazione pubblica. Tanto che lo stesso Autore arriva a chiedersi se la democrazia sia compatibile con l’ignoranza degli affari politici. La conoscenza di questi ultimi non è strettamente correlata ad un livello medio della cultura generale. Per fare un esempio di grande attualità per noi italiani, quanti capiscono fino in fondo il ruolo che diversi sistemi elettorali giocano nell’attuare l’effettiva rappresentatività e rappresentanza necessaria in una democrazia di massa?

Categorie:Argomenti vari Tag: