Archivio

Archivio Marzo 2017

Sei lezioni di economia discutibili e sei proposte insensate di un economista eterodosso

Sergio Cesaratto, Sei lezioni di economia, Imprimatur, Reggio Emilia, 2016.
Uscire dall’euro, dall’Unione europea, tornare allo stato nazionale, alla sovranità monetaria democratica, rinominare il debito pubblico, assumere misure protezioniste. E vivere felici e contenti in uno splendido isolamento.
Bisogna uscire dall’euro perché la moneta unica è stata costruita e voluta non perché un mercato unico alla lunga non può funzionare senza una moneta comune ma perché l’euro è stato determinatamente creato per abbattere il conflitto sociale e il welfare state.
Ora verrebbe subito di dire che se la tesi di Sergio Cesaratto fosse fondata, basterebbe abolire tutte le monete nazionali per vivere in un mondo senza conflitti sociali e distributivi. Ora la storia dell’Italia repubblicana è piena di conflitti sociali che non stiamo a ripercorrere fin dall’inizio. Il conflitto sociale nei regimi liberaldemocratici è determinato quando all’interno dalle parti sociali e tra di esse non si trova un accordo e non funziona neanche la mediazione del governo. C’è una grande letteratura sull’argomento ma, per brevità, vogliamo riferirci solo agli ultimi 15 anni in cui c’è l’euro. Il 5 luglio 2002 grazie all’astuzia di Berlusconi e Tremonti le parti sociali, tranne la CGIL, firmano un Patto per l’Italia che, per molti versi, richiamava la c.d. strategia di Lisbona definita a livello europeo e poi fallita miseramente. Detto Patto ha prodotto una importante divisione sindacale che pesa ancora sulla efficacia dell’azione sindacale. In secondo luogo, l’euro non c’entra niente con i tentativi peraltro non riusciti di smantellare lo stato sociale. Lo strumento che l’Unione utilizza a questo scopo è la concorrenza fiscale interna senza regole nell’illusione di “affamare la bestia” riducendo le entrate tributarie. In molti paesi membri PM (Svezia, Danimarca, ecc.) ci sono stati cambi di maggioranza ma il welfare state non ha subito drastici ridimensionamenti. Più in generale, è illogico pensare che di per sé la sola moneta possa perseguire simili complessi obiettivi. Negli USA degli anni ’30 il dollaro non ha impedito al Presidente Roosevelt di introdurre il New Deal e fondamentali istituti della previdenza sociale con leggi federali. Solo a partire dal 1975 (fine dei trenta gloriosi in Europa) la Corte suprema degli USA inizia il c.d. federalismo giudiziario restituendo gradualmente agli stati federati alcune competenze in materia previdenziale ma, di nuovo, questo ha poco o niente a che fare con il dollaro.
Tornare alla sovranità nazionale. In un mondo di forti interdipendenze economiche, nel mercato globalizzato, tornare alle sovranità nazionali è una illusione. Nessun paese è autosufficiente. Per l’energia molti paesi dipendono dall’OPEC. Da quando è stata costituita (settembre 1960) questa organizzazione internazionale tra i paesi produttori di petrolio non ha mancato di far valere le sue domande specialmente a partire dagli anni 1970 quando, provocando due forti shock nei prezzi del greggio, mise a dura prova la resistenza di alcuni paesi grandi importatori di petrolio e determinò un forte conflitto distributivo a livello internazionale. E gli esempi potrebbero continuare con riguardo al commercio di altre importanti materie prime. Proponendo di tornare alla sovranità nazionale i c.d. sovranisti di destra e di sinistra trascurano che il termine sovranità etimologicamente viene da sovrano assoluto. Vero è che oggi non ci sono più i sovrani assoluti ma sfortunatamente ci sono in giro dittature più o meno feroci o – se preferite – più o meno soft che bloccano il processo democratico all’interno dell’assemblea delle Nazioni Unite. Resta vero che il termine sovranità viene da quello di sovrano e quando c’erano i sovrani assoluti c’erano i sudditi con diritti molto limitati. Non c’erano i cittadini-elettori che con il loro voto possono cambiare le istituzioni rappresentative e gli uomini che le animano. Oppure dobbiamo credere che neanche i sovranisti di sinistra credono nella sovranità del popolo di sinistra e nella sua capacità di cambiare le cose?
Parlare poi di sovranità monetaria democratica è un inganno. Dalla notte dei tempi i sovrani quando volevano tassare in maniera surrettizia i propri sudditi ricorrevano al c.d. signoraggio, ossia, al cambio delle monete d’oro con quelle di argento e via via riducendo la quantità di metalli pregiati nelle nuove monete. Da cinquant’anni a questa parte – più o meno – gli economisti e i politologi, a fronte della gestione politicizzata della politica monetaria a sostegno del ciclo politico-elettorale dei governanti di turno hanno teorizzato e “imposto” in tutti i principali paesi occidentali una gestione autocratica e/o tecnocratica della politica monetaria in nome del superiore interesse della stabilità dei prezzi, sottraendola alle cangianti maggioranze politiche e, quindi, al controllo politico diretto. Quindi parlare di sovranità monetaria democratica è un fuor di luogo.
Usciti dall’euro e magari anche dall’UE, tutto procede per il meglio secondo SC. In realtà (a p. 308) spiega che non si può uscire a freddo perché le conseguenze sarebbero disastrose ma ritiene che lo si possa fare in due sole circostanze particolari: una grave crisi politica (ad es.: la vittoria della Signora Le Pen in Francia) oppure in caso di “insostenibilità politica dell’euro”. Non spiega che cosa significhi esattamente questa seconda ipotesi ma tant’è. Basta rinominare il debito pubblico e via. Secondo me, SC voleva riferirsi all’insostenibilità del debito pubblico senza crescita economica ma non voglio fare il processo alle intenzioni e andiamo avanti.
Non spiega nemmeno che cosa significa “rinominare”. In termini pratici, può significare due cose: a) tradurre il debito in una lira sulla carta con pari potere d’acquisto dell’euro, ossia, senza svalutazione; b) incorporare una data svalutazione nella nuova lira e, quindi, un taglio al debito pubblico. La prima soluzione non servirebbe a niente e comunque porterebbe con se un problema di credibilità e reputazione delle autorità di politica economica del governo e/o della Banca centrale eventualmente chiamata a gestire la politica monetaria e valutaria. La seconda soluzione avrebbe, di nuovo, pesanti effetti negativi immediati in termini di affidabilità delle autorità di politica economica, finanziaria, monetaria e valutaria. Innanzitutto una svalutazione colpisce immediatamente salari e stipendi di tutti e, in modo più pesante, dei lavoratori dipendenti e pensionati. Gli effetti di competitività sono di breve termine ma per l’Italia ci sarebbe anche un serio problema di medio lungo termine se l’economia si trova in una fase di stagnazione secolare e di bassa produttività pluridecennale. Operando in economia aperta (essendo del tutto preclusa l’ipotesi di economia autarchica) importazioni di materie prime, prodotti intermedi e finali costano più cari e, quindi, il paese importerebbe inflazione che, probabilmente, si aggiungerebbe a quella interna eventualmente prodotta dall’azione sindacale mirata al recupero del potere d’acquisto tagliato dalla svalutazione. La gestione del debito pubblico diventerebbe molto più complessa e rischiosa perché l’uscita dall’euro comporterebbe inevitabilmente l’impossibilità di utilizzare gli strumenti comunitari di assistenza ( ad es.: il fondo salva-Stati). Il paese si troverebbe solo o totalmente nelle braccia del FMI e delle banche internazionali. Il governo perderebbe ogni reputazione di buon pagatore. Una svalutazione del cambio e un taglio del debito pubblico hanno effetti non solo sull’inflazione, la bilancia commerciale, quella dei pagamenti ma anche sui patrimoni immobiliari e mobiliari delle famiglie, delle imprese, dei fondi previdenziali, dei fondi comuni di investimento, di altre istituzioni finanziarie, ecc. che, nel tempo, si trasmettono all’economia reale. La semplice ipotesi che il governo possa accedere all’idea della svalutazione del cambio causerebbe un forte panico nei risparmiatori nazionali che, con ogni mezzo, cercherebbero di mettere in salvo la loro ricchezza finanziaria – come la sistematica fuoriuscita di capitali dall’Italia dimostra anche in assenza di situazioni di panico. In questo modo, si renderebbe ancor più difficile il rifinanziamento del debito pubblico non solo da parte dei risparmiatori residenti ma anche da parte degli investitori istituzionali stessi.
Chi volesse esaminare in maniera più approfondita le conseguenze prevedibili dell’opzione uscita dall’euro farebbe bene a studiare la lettura relativa al cap. V dell’ultimo libro di Salvatore Biasco, Regole, Stato, Uguaglianza, 2016.
Non ultimo, assumere misure protezioniste sarebbe mettersi conto la Organizzazione mondiale del Commercio e, comunque, esporsi alle ritorsioni dei partner commerciali. Per una economia aperta come quella italiana e per un paese manifatturiero di media grandezza che ha forte bisogno di importare materie prime e prodotti semilavorati, che è inserito nelle c.d. catene internazionali del valore, quella protezionista sarebbe una via suicida.
Commentate le sei proposte veniamo brevemente alle sei lezioni. Tre di esse spiegano la teoria del sovrappiù classico cercando di salvare Marx ma valorizzando gli economisti classici (e sopra tutti Ricardo) che avevano una visione complessiva della crescita e dello sviluppo. Critica fortemente la scuola neoclassica (marginalista) e i suoi apologeti approdando a Keynes che, in qualche modo, ritorna ai classici dopo aver rovesciato la legge di Say secondo cui è l’offerta che crea la domanda mentre per Keynes – come noto – è la domanda che “guida la danza”, ossia, determina la crescita attraverso l’integrazione e/o governo della domanda effettiva per consumi e investimenti. Fin qui siamo nel flusso della storia del pensiero economico con alcuni passaggi più o meno condivisibili e, in alcuni casi, ellittici comprensibili perché, anche con le migliori intenzioni e capacità di sintesi, non si può fare una storia approfondita del pensiero economico in tre lezioni per un totale di 150 pagine.
Le altre tre lezioni riguardano il funzionamento dell’attuale sistema monetario internazionale, la rilevanza che esso assegna al c.d. vincolo esterno, il funzionamento dell’euro, il mercantilismo monetario, la politica dell’austerità imposta dalla maggioranza del Consiglio europeo, la politica monetaria della Banca centrale europea tutta intestata a Mario Draghi, ecc. E’ la parte più critica e più difficilmente condivisibile perché affastella pezzi di polemica analisi politica interna con decisioni collegiali di carattere più tecnico circa la costruzione dell’Unione economica e monetaria. Entrare nel merito delle singole valutazioni richiederebbe ben altro spazio. Per questi motivi – a rischio di superficialità da parte mia – dico che il filo rosso di SC regge solo se uno condivide l’idea che una moneta comune non doveva essere creata e che l’euro è stato costruito volutamente allo scopo di abbattere il conflitto sociale e il welfare state e che un’altra Europa è semplicemente impossibile. Secondo me, non si possono tirare valutazioni analitiche nè conclusioni di buon senso a partire da tali premesse fondamentali che peraltro dimenticano che lo stato sovrano a cui i sovranisti vorrebbero tornare si fonda sulla moneta, la spada e la bilancia (simbolo della giustizia). Ho già detto della prima premessa. Sulla seconda, SC in pratica assume che l’attuale assetto istituzionale dell’Unione è immutabile, che la difesa della stabilità dell’euro è inscindibile dalla politica dell’austerità. Sono tre questioni diverse e tutte dipendono dalla volontà politica delle forze che animano le istituzioni politiche. Se queste non ci piacciono – e non piace neanche a me come funzionano le attuali istituzioni europee – la risposta sensata non è buttiamole a mare ma adoperiamoci per creare quelle coalizioni politiche e sociali che siano in grado di attuare la loro riforma.
Se per i tedeschi una moneta forte è un dogma, abbiamo un problema di indipendenza della BCE che in parte è stato superato. Va ricordato che nell’autunno 2009 l’euro sfondò quota 1,50 sul dollaro sostenendo la bilancia commerciale degli Stati Uniti e che, negli ultimi mesi, la sua quotazione oscilla tra 1,06 e 1,08. Assumo che il nostro SC non creda alla favola secondo cui il cambio dell’euro sia determinato dal libero mercato e, allora, il problema non è l’euro in se ma la gestione più o meno attiva del suo cambio.
Non ultimo la politica dell’austerità. Non è strettamente connessa alla gestione del cambio dell’euro tanto è vero come appena detto che la moneta comune ha subito una sostanziale svalutazione. Certo cambio forte e austerità hanno avuto effetti devastanti in una fase in cui bisognava espandere, la colpa non è dell’euro ma, in primo luogo, dei nostri governanti (Berlusconi) che ancora tra il 2010 e il 2011 negavano ci fosse una crisi mondiale perché i ristoranti che lui frequentava erano pieni. Lo strumento con cui viene implementata la politica dell’austerità con metodi da Torquemada è il Patto di stabilità e crescita (riformato dal regolamento n. 1175/2011 proprio ai tempi del governo Berlusconi). Come noto, il PSC si occupa molto della stabilità e poco della crescita ma nel libro non riceve alcuna analisi e/o valutazione.
Per concludere, il mio punto fondamentale è che non si buttano a mare le istituzioni europee e quel minimo di governo europeo che c’è perché pratica la politica dell’austerità. Ci si batte per cambiare maggioranza politica e politica economica ed avere un vero e proprio governo dell’economia a livello centrale in grado di governare in maniera debitamente articolata la domanda effettiva in tutte le aree dell’Unione, abrogando il Consiglio europeo che ragiona nell’ottica degli interessi nazionali e smettendola di trastullarsi con il coordinamento “automatico” delle politiche economiche affidato al rispetto di parametri econometrici fortemente revocabili in dubbio. Nelle barche a vela il pilota automatico funziona in condizioni normali, con il mare in tempesta, per governare la barca serve un abile timoniere.

Categorie:Europa Tag:

Protetto: Lettera alla Sindaca di Roma

24 Marzo 2017 Inserisci la tua password per visualizzare i commenti.

Questo post è protetto da password. Per leggerlo inserisci la password nel campo sottostante:


Categorie:Europa Tag:

Storia essenziale dell’Unione economica e monetaria.

Dopo i massacri fratricidi prodotti dalle due guerre mondiali (tra 15-17 milioni nella Grande Guerra e 70 milioni tra militari e civili nella seconda), la prima iniziativa è quella del Ministro degli affari esteri francese Schumann (9-05-1950) che propone al cancelliere tedesco Adenauer la gestione congiunta di due prodotti sensibili dal punto di vista militare come il carbone e l’acciaio.
A meno di un anno (18-04-1951), sei Paesi fondatori (Belgio, Francia, Germania Ovest, Italia, Lussemburgo, Olanda) firmano il Trattato che istituisce la Comunità europea del carbone e dell’acciaio CECA.
Sull’onda di questo successo, il 27-05-1952 gli stessi Paesi firmano il Trattato istitutivo della Comunità europea della difesa CED. Subito ratificato da Germania Ovest, Belgio, Olanda e Lussemburgo mentre l’Italia prende tempo, il 30-08-1952 il Trattato non viene ratificato dal Parlamento francese.
Una pesante battuta di arresto quindi superata dalla Conferenza di Messina (1-2/06/1955) organizzata dal MAE italiano Gaetano Martino. Segue la Conferenza di Venezia del giugno 1956 e sulla spinta prodotta da dette Conferenze si arriva alla firma dei Trattati di Roma (25-03-1957) che istituiscono la Comunità economica europea CEE, alias, Mercato Comune e la Comunità europea per l’energia atomica CEEA o Euratom. Il primo Trattato non si limita a eliminare i dazi e altri misure protettive tra i sei Paesi ma istituisce le quattro libertà fondamentali, ossia, la libera circolazione delle persone, delle merci, dei servizi e dei capitali. Il Trattato CEE, oltre all’Unione doganale, prevede l’elaborazione di politiche comuni in diversi settori dell’economia, come la politica agricola comune PAC (artt. 38-47), la politica comune dei trasporti (artt. 74-84), la politica commerciale (artt. 110-116), ecc. Prevede un periodo di transizione di 12 anni suddiviso in 3 fasi di 4 anni.
Per inciso, bisogna ricordare che il 22-01-1963 Francia e Germania firmano a Parigi il Trattato dell’Eliseo a suggello della fine della storica rivalità tra i due Paesi del Centro Europa.
Via via che si avanzava sul piano dell’integrazione economica e dello sviluppo del mercato comune risultava sempre più evidente la necessità di una moneta comune di cui il sistema dei cambi fissi gestito dal Fondo monetario internazionale era un povero sostituto sempre più frequentemente sottoposto a tensioni ed aggiustamenti (1). Nasce di conseguenza il Piano Werner 1970 che accanto all’integrazione economica propone un processo di integrazione monetaria per tappe graduali.
Ma nell’agosto 1971 crolla per iniziativa americana il sistema dei cambi fissi ma aggiustabili previsti dagli accordi di Bretton Woods (creato nel 1944). Fallito il tentativo di riallineare il sistema con gli Accordi Smithsoniani del dicembre 1971, inizia un periodo di “libera” fluttuazione dei cambi che si cala sopra un forte conflitto distributivo tra Paesi produttori di petrolio, Paesi in via di sviluppo e Paesi industrializzati e, all’interno di molti paesi occidentali tra cui l’Italia, tra salari e profitti.
Ed è nel 1972 che nasce il il c.d. serpente monetario (valutario) europeo proprio per trovare un accordo europeo a fronte del fallimento di quello internazionale. I cambi dei paesi membri della CEE (d’ora in poi: PM) potevano oscillare entro una fascia del 2,25% (1.125 sopra e 1,125 sotto) all’interno di una fascia di oscillazione (tunnel) con il dollaro del 4,5% (2).
Il sistema non funzionò bene a causa degli effetti del conflitto distributivo internazionale (I shock petrolifero in concomitanza con la guerra dello Yom Kippur) e di quello interno ad alcuni PM che provocava tassi di inflazione molto divaricati tra di loro. In alcuni paesi tra cui l’Italia si fanno molto pressanti le esigenze di stabilizzazione tra gli anni 1974 e 1978 e come se ciò non bastasse nel 1979 arrivava il secondo shock petrolifero (in seguito alla rivoluzione iraniana degli Ayatollah), proprio nello stesso anno in cui la Comunità europea istituiva il sistema monetario europeo (entrato in vigore il 13 marzo). Nello SME si prevedeva una fascia di oscillazione doppia (4,5%) rispetto a quella del serpente per i cambi bilaterali dei PM e per l’Italia del 12% (+ e – 6% per dieci anni) in considerazione del più alto tasso d’inflazione (attorno al 20%). Erano previsti e sono stati fatti diversi riallineamenti specialmente nel periodo 1980-83. Poi seguiva un periodo di relativa stabilità tranne che per l’Italia che dal 1990 rientrava nella fascia di oscillazione ristretta sino al settembre 1992 quando la lira rompeva gli argini (3) e il governo era costretto a svalutare dopo che la Banca d’Italia aveva bruciato circa 15 mila miliardi di valute pregiate a difesa della lira. Il governo Amato era costretto a fare una manovra stabilizzatrice di circa 90 mila miliardi di lire.
Al Trattato di Schengen, firmato il 14-06-1985, aderiscono 26 paesi tra cui la Svizzera, la Norvegia, l’Islanda, il Principato di Monaco, la Repubblica di S. Marino, lo Stato Città del Vaticano che non fanno parte dell’Unione. Schengen ha abolito i controlli alle “frontiere interne”, rendendo molto più facile la circolazione delle persone (lavoratori e/o turisti). Un segno tangibile dell’Unione per i PM come lo sarà dopo la moneta unica. L’Accordo prevede necessariamente la cooperazione tra le forze dell’ordine dei paesi aderenti. Ha subito una sospensione nel 2016 per via della crisi Migranti. L’accordo viene completato in una Convenzione firmata il 19-06-1990, entrata in vigore nel 1995 e poi integrata nella legislazione dell’Unione nel 1999.
L’Atto Unico 1986 che oltre che di mercato unico inizia a prospettare unità politica e difesa comune (5).
Rapporto Delors. Consegnato ai ministri dell’economia e delle finanze il 28-29/10/1989 prevede una tabella di marcia per la realizzazione dell’Unione economica e monetaria UEM, per il completamento del mercato interno, la riforma dei fondi strutturali per ridurre gli squilibri territoriali, alias, favorire la convergenza delle diverse regioni dell’Europa; prevede inoltre la completa liberalizzazione dei movimenti di capitali; la seconda fase del coordinamento delle politiche economiche con regole precise su come limitare i deficit pubblici dei PM, ridurre i tassi di inflazione e assicurare la stabilità dei cambi delle diverse valute nazionali. Le proposte più importanti del Rapporto saranno recepite nel Trattato di Maastricht.
Nel Rapporto Delors c’è del grano e del loglio. L’errore più grave è quello di tendere ad un ricetta di politica economica e finanziaria uguale per tutti. Come in medicina così in economia: le ricette uniche non funzionano.
La Carta sociale europea. La Carta comunitaria dei diritti sociali fondamentali dei lavoratori, alias, Carta sociale europea viene adottata dal Consiglio europeo di Strasburgo nel 1989; in origine questa non è un Convenzione della CEE. Nasce a Torino nel 1961 come un Trattato fondamentale del Consiglio di Europa: una organizzazione europea fondata con il Trattato di Londra del 5 maggio 1949 che conta 47 membri fra i quali tutti quelli che successivamente aderiranno ai Trattati di Roma, di Maastricht e di Lisbona. È un documento sui diritti sociali molto avanzato. La versione riveduta nel 1996 entra in vigore nel 1999. L’anno dopo (7-12-2000) viene in gran parte recepita nella Carta di Nizza sui diritti fondamentali; successivamente, nel Trattato costituzionale e, da ultimo, nel TFUE (4). Purtroppo la Carta sociale europea resta ancora una dichiarazione di intenti se si considera a parte l’elaborazione giurisprudenziale delle due Corti di Giustizia. È ancora oggetto di controversia se il compito di attuare la Carta spetti all’Unione o ai PM. In fatto, prevale la linea che spetti ai PM.
Trattato di Maastricht firmato il 7-02-1992 prevede il passaggio dal mercato comune al mercato unico; istituisce la doppia cittadinanza aggiungendo a quella del Paese membro quella europea; con impostazione neo-liberale si decide di coordinare le politiche economiche e finanziarie con i famigerati parametri riguardanti il deficit e/o disavanzo (3%), il debito (60%), l’inflazione, il tasso di cambio che deve rispettare i margini di fluttuazione previsti dal Sistema monetario europeo, i tassi di interesse a lungo termine.
Il 1-01-1994 viene costituito l’Istituto monetario europeo IME che ha il compito tecnico di definire il quadro regolamentare e organizzativo per attuare la fase finale dell’UEM. Alcuni lo considerano il padre della Banca Centrale Europea.
1997 c’è l’approvazione del Patto di stabilità e crescita (Regolamento 1466/1997); definito in applicazione degli artt. 99 e 104 del Trattato di Roma mira a rafforzare la disciplina d bilancio e la sostenibilità dei conti pubblici dei Paesi membri dell’Unione. In fatto, sotto l’influenza dell’impostazione neoliberista sul ruolo economico dello Stato, si occupa solo di stabilizzazione del ciclo e poco o punto di sostegno del processo di crescita. Il Patto è stato fermamente voluto dalla Germania che non si fidava degli altri Paesi membri. Vedi il mio pezzo sulla stabilizzazione.
Trattato di Amsterdam, firmato il 2-10-1997, si pone quattro obiettivi: 1) perseguire la massima occupazione e i diritti dei cittadini; 2) eliminare gli ultimi ostacoli alla libera circolazione delle persone e rafforzare la sicurezza; 3) perseguire un maggiore ruolo della UE sulla scena mondiale; 4) rendere più efficace le istituzioni europee in vista dell’adesione di nuovi membri. In chiave retrospettiva, si può dire che è stato un fallimento più o meno totale. Il Presidente della Commissione Prodi che ha portato a termine l’allargamento ai paesi dell’Est europeo è stato aspramente criticato perché invece di allargare avrebbe dovuto cercare di approfondire il quarto obiettivo. I critici trascurano che questo era obiettivo precipuo del Consiglio europeo.
Nel dicembre 2001, il Consiglio europeo di Laeken affida ad una Convenzione la redazione di un Trattato costituzionale. Dopo circa due anni di lavoro, il testo viene consegnato il 18-07-2003 da Giscard D’Estaing Presidente della Convenzione a Silvio Berlusconi in qualità di Presidente del Consiglio europeo. Successivamente viene firmato il Trattato costituzionale di Roma il 29-10-2004. Sottoposto a referendum il Trattato viene approvato da 11 PM su 25. Effetti devastanti ha avuto la bocciatura da parte della Francia e dell’Olanda nel 2005 che avevano indetto referendum popolari. Nella pubblicistica di allora ebbe grande influenza la paura dell’”idraulico polacco” e/o della liberalizzazione dei servizi secondo la bozza di direttiva Bolkenstein allora solo allo studio – poi approvata il 12-12-2006.
Nel merito del Trattato costituzionale è significativa l’affermazione – senza se e senza ma – dei diritti fondamentali, meno decisa quella dei diritti sociali.
Attuazione dell’euro 2002. In Italia sappiamo com’è andata: al di là del tasso di cambio concordato c’è stato un aumento generalizzato dei prezzi interni, in alcuni casi, raddoppiati. Il Governo Berlusconi in concorrenza con la sua impostazione neoliberista non ha messo in atto alcuna politica di controllo dei prezzi. Colpa dell’euro?
Trattato sul funzionamento dell’Unione europea TFUE, alias, Trattato di Lisbona 2009 che, in buona sostanza, incorpora Trattati di Roma, di Maastricht, la Carta di Nizza e gran parte della Trattato costituzionale del 2004.
Dopo lo scoppio della crisi mondiale 2007-2010 (6) si afferma il metodo intergovernativo che produce il Fiscal Compact 2012 e altri regolamenti tutti mirati alla difesa dell’acquis communautaire, dell’euro, al coordinamento delle politiche economiche (7).
Nel 2011 si procede alla modifica del PSC con un nuovo regolamento il n. 1175/2011. Sinteticamente non ci sono grandi innovazioni di metodo ma l’introduzione di meccanismi molto più rigorosi e precisi per applicare le regole del precedente PSC (1997). Prima ancora (il 25-03-2011) con il pacchetto Europlus si individuano i punti essenziali per promuovere la competitività della zona-euro. Nel Patto “rivisto” si introduce una regola relativa alla riduzione del debito (un ventesimo all’anno della differenza tra il 60% e il dato corrente che per l’Italia comporterebbe una riduzione di qualcosa come 50 miliardi all’anno per venti anni), ritenuta da molti esperti inapplicabile.
L’assurdo del PSC è che l’unico parametro del deficit strutturale, ossia, il deficit ammesso e calcolato per tener conto del ciclo economico e di eventi inconsueti (8) oppure periodi di grave recessione economica – proprio quella che stiamo attraversando dal 2008 e da cui non riusciamo a uscire – debba governare due fenomeni diversi: il primo il deficit di breve e medio periodo (4-5 anni); il secondo il debito accumulato nei decenni precedenti e quindi fenomeno di lungo termine. Alcuni economisti propongono una regola a parte e più appropriata per il debito pubblico, essendo chiaro che, senza crescita economica o con crescita negativa come l’abbiamo avuto negli ultimi dieci anni, anche lo stesso debito in termini assoluti fa crescere il rapporto percentuale – ammesso e non concesso che detto rapporto sia appropriato. Formalmente i venti anni della nuova regola per il debito sono un periodo lungo ma per ridurre in maniera sostanziale il grosso fardello del debito servirebbero tassi di crescita nell’ordine del 6-7% all’anno – chiaramente non alla portata di un paese in declino economico e demografico. L’altra soluzione sarebbe un’alta inflazione strutturale che produrrebbe il c.d. ammortamento del debito pubblico. Intanto detta via è vietata dallo Statuto della BCE e non sarebbe neanche auspicabile per un Paese come l’Italia.
Durante e dopo le fasi più acute della crisi, la difesa del cambio dell’euro è divenuto la camicia di forza che impedisce le svalutazioni competitive a cui erano adusi governanti e imprese italiani nei precedenti decenni a scapito dei lavoratori e dei più deboli. Impedisce soprattutto l’indebitamento pubblico per lasciare un congruo programma di investimenti pubblici che fungerebbe da traino anche per quelli privati.
Dal punto di vista dell’economista, il problema dell’euro non sta nell’essere una moneta unica ma nella gestione del suo cambio e, dopo il 2008, nel suo collegamento con la disastrosa politica dell’austerità e/o del risanamento forzato dei conti pubblici in una fase del ciclo che richiedeva una politica espansiva come, tempestivamente, è stata adottata negli USA a partire dal 2008. Il problema sta ancora nella ricetta unica uguale per tutti come prevede la politica monetaria totalmente accentrata in testa alla BCE, nel mancato coordinamento delle politiche fiscali restrittive e politica monetaria espansiva. E tuttavia, nei PM ad alto debito, nella impossibilità di utilizzare la liquidità abbondante che il quantitative easing, adottato tardivamente, ha messo a disposizione, ma in grossa parte utilizzata dalle banche per comperare titoli pubblici. In una prima fase (2008-12) della crisi il mix di politica monetaria e fiscale restrittiva e il cambio forte dell’euro hanno depresso la domanda interna per consumi e investimenti. Nella seconda fase (dal 2013 a oggi), la politica monetaria espansiva è stata in parte neutralizzata dalla politica fiscale restrittiva e dai limiti all’indebitamento imposti dal Patto di stabilità e crescita riformato con il regolamento n.1175/2011. Negli ultimi anni, il cambio dell’euro è stato lasciato cadere e ha prodotto un enorme surplus commerciale per la Germania e, da ultimo, anche per l’Italia (9). Ma la svalutazione del cambio dell’euro si è aggiunta alla svalutazione interna di prezzi e salari ha depresso ulteriormente la domanda. Ha consentito la crescita delle esportazioni di alcuni PM ma non è minimamente sufficiente per sostenere gli investimenti, i consumi e la crescita senza i quali il problema del debito pubblico non può essere risolto. Se il problema di fondo dell’Italia è la bassa produttività e l’alta disoccupazione non bastano gli incentivi alle imprese e i bonus ai lavoratori con redditi medio-bassi. Serve una politica economica e finanziaria espansiva, ossia, di segno opposto a quella messa in atto fin qui ed un uso più intelligente della golden rule pure prevista nel Patto di stabilità e crescita ma fin qui applicata con metodi da Torquemada.
Osservazioni e prime valutazioni di insieme.
Si tratta di un progetto di successo in tempi di pace come mai visto nella storia dell’umanità se si tiene conto che l’Impero Romano e quello mongolo di Gengis Khan sono stati costruiti con la violenza e la forza delle armi.
Ciò posto, è chiaro che a partire dalla metà degli anni 1980, dopo l’arrivo della Thatcher in Inghilterra (1979) e di Reagan negli Stati Uniti (1981) e, soprattutto, dopo il fallimento dell’esperimento francese degli anni 1981-83, prevalgono in Europa le politiche neoliberali e mercatiste. A causa anche dell’inadeguatezza delle istituzioni sovra-nazionali ad affrontare i complessi problemi della globalizzazione, i governanti europei di turno di destra e di sinistra, tutti in preda a rigurgiti nazionalistici, hanno trovato comodo farsi governare dalle “leggi” del mercato e dalle soft law (protocolli allegati ai Trattati, raccomandazioni, ecc.) che organismi senza diretta legittimazione democratica assumono per riempire il vuoto che i Parlamenti e i governi nazionali non vogliono o non possono riempire (10). Il metodo funzionalista viene sostituito con quello intergovernativo.
Negli ultimi quindici anni si sono cumulai l’accelerazione della globalizzazione e della innovazione tecnologica, la crisi economica, le migrazioni sempre più consistenti dovute anche alle guerre nel Medioriente, alla guerra civile in Siria alle rivoluzioni arabe, al terrorismo internazionale. La finanza rapace che ha costruito un rischio sistemico e causato la crisi è riuscita a fare in modo che il debito delle banche fosse scaricato sui bilanci dell’operatore pubblico rendendo più difficile ed iniqua la soluzione. Sono aumentate le diseguaglianze e la disoccupazione che nella UE ha toccato i 25 milioni di lavoratori con circa 120 milioni di persone a rischio di povertà con forte incremento delle tensioni sociali. Sono aumentate anche le tensioni politiche tra i PM. Di conseguenza si è determinata una grande sfiducia tra di essi per cui si è fatto sempre più frequente il ricorso ai c.d. Trattati intergovernativi come veicolo per imporre a tutti i PM le decisioni della maggioranza neoliberista del Consiglio europeo (uno per tutti, il famigerato Fiscal Compact). Non poteva sorprendere che il gradimento rispetto alle recenti politiche europee crollasse ai livelli più bassi. A ciò ha contribuito una classe politica europea miope e di basso livello che, all’uscita, da ogni vertice indice conferenze stampa paese per paese e rivolgendosi ai propri elettori, in sintesi afferma: “l’Europa ce l’ho impone” gettando fango e discredito su se stessa e anche sulle decisioni a volte corrette che vengono assunte.
Poca convergenza e poca crescita nei paesi euromediterranei; mancata crescita del reddito e della occupazione; scarsa o comunque insufficienza del superamento degli squilibri territoriali tra le aree centrali e quelle periferiche e. soprattutto, l’applicazione rigorosa della politica dell’austerità e delle ricette neoliberiste nel mezzo della più grande crisi del ventunesimo secolo alimentano legittimamente la sfiducia nelle istituzioni europee.
Per un’analisi corretta della situazione occorrerebbe capire che non c’è un alcuna identificazione naturale o nesso comunque necessario tra euro (una moneta unica) e le politiche dell’austerità. Il dollaro USA ha visto e conosciuto politiche economiche ben diverse nella sua storia.
A maggior ragione, bisogna evitare di identificare le istituzioni fondamentali della democrazia europea che vanno potenziate e rese più responsabili (accountable) con i governanti di turno, com’è in parte inevitabile per via della presenza incestuosa del Consiglio europeo. E’ alto il rischio di buttare via il bambino (il progetto europeo e il percorso già fatto) con l’acqua sporca. In altre parole, si tratta di distinguere tra il progetto di integrazione europea e l’acquis communautaire che conservano tutta la loro validità e i problemi gravi che l’UE non riesce a risolvere come la crisi economica, gli squilibri territoriali, l’immigrazione, la sicurezza interna, la lotta al terrorismo internazionale e la pace nel Mediterraneo.
Note
1) Le tensioni erano dovute alla deteriorazione delle ragioni di scambio tra paesi ricchi e quelli in via di sviluppo, agli squilibri tra gli stessi paesi più industrializzati e, in via secondaria, anche alla posizione della Francia che chiedeva un sistema fondato sulla riserva aurea e, per questo motivo, quando accumulava una certa quantità di dollari ne chiedeva l’equivalente in lingotti d’oro. Come noto, il sistema di Bretton Woods prevedeva due monete chiavi: Il dollaro e la sterlina ma solo il dollaro era convertibile in oro.
2) Conferenza di Venezia 1972 su industria e società; successivamente viene istituito il Fondo per la politica regionale a partire dal 1973. Arriva il primo shock petrolifero: autunno 1973. Seguono una serie di svalutazioni competitive da alcuni definite “sporche” perché miravano, da un lato, a conquistare margini di competitività sui mercati esteri e, dall’altro, a comprimere la domanda interna. In molti paesi si sviluppa una pesante situazione di stagnazione con tassi di inflazione a due cifre.
3) In quel periodo, lo spread toccava livelli pari a quelli del 2011-12.
4) Basta considerare il lungo cammino (40 anni) che da Torino porta a Nizza attraverso revisioni e ritardate ratifiche dei diversi PM per capire quali resistenze essi hanno frapposto al recepimento formale delle norme. E tuttavia il rafforzamento della funzione sociale dell’Unione resta un obiettivo fondamentale ed ineludibile.
5) A metà degli anni 1970 si pone il crinale teorico culturale, da un lato, della fine dei “trenta gloriosi” (1945-75) dell’economia ad alti tassi di crescita e di occupazione e del trionfo del welfare state, dall’altro lato, del trionfo della scuola monetarista di Chicago (Milton Friedman) secondo cui i fallimenti dello stato erano più gravi di quelli del mercato e, di conseguenza, bisognava ridurre il perimetro dell’intervento pubblico nell’economia per migliorare la sua efficienza allocativa. Secondo detta scuola, la stag-flation era dovuta all’eccesso di spesa pubblica finanziata in deficit e ai livelli troppo alti delle imposte necessari per finanziarla.
6) Va precisato che la crisi finanziaria nasce negli USA con l’utilizzo spregiudicato delle cartolarizzazioni e dei prodotti derivati a ondate successive che ha creato il c.d. rischio sistemico (mondiale) e, quindi, una quantità enorme di prodotti assicurativi inesigibili, ossia, di indennizzi che non potevano essere e non sono stati pagati dalle banche dei principali paesi occidentali e da alcune assicurazioni. In nome della stabilità finanziaria i governi hanno salvato le banche e trasformato i debiti delle banche in debiti pubblici. Nel giro di 1-2 anni, per via delle forti restrizioni creditizie la crisi si trasmette all’economia reale producendo a livello mondiale un forte caduta del PIL nel 2009 e una perdita di posti di lavoro stimata dall’ILO nell’ordine dei 100 milioni di unità. Il Presidente Obama reagisce con una politica fiscale espansiva, accomodata con tanta liquidità dalla FED (la banca centrale americana), evitando una seconda recessione. L’UE fa esattamente il contrario adottando una politica fiscale fortemente restrittiva e, come avevano previsto centinaia di economisti, cade nella seconda recessione del 2012 da cui esce faticosamente anche per via del ritardo con cui la BCE adotta una politica monetaria veramente espansiva come il quantitative easing.
7) Va precisato che, sul piano tecnico-formale, non è il Fiscal Compact che introduce nelle regole europee le misure più restrittive dell’equilibrio di bilancio (saldo strutturale di bilancio di medio termine) ma il regolamento n. 1175/2011 citato che riforma il Patto di stabilità e crescita del 1997. Il Trattato intergovernativo noto come Fiscal Compact è stato lo strumento giuridico formale con il quale il Consiglio europeo ha costretto i PM a immettere nelle loro costituzioni le nuove regole di bilancio armonizzate. In questi termini, il Fiscal Compact ha raggiunto la sua missione ed è finito. Quando nella pubblicistica si dice che la Germania vorrebbe mettere il Fiscal Compact nei Trattati, in pratica si intende dire che vorrebbe scrivere la nuova disciplina di bilancio contenuta nel regolamento sopra citato direttamente nei Trattati rendendo più complessa e lenta una eventuale ipotesi di modifica. Invece allo stato attuale della legislazione europea, se si volessero modificare dette regole bisognerebbe esercitare pressioni innanzitutto sul Parlamento europeo, sul Consiglio europeo e, quindi, sui governi dei PM e, non ultimo, sulla Commissione europeo. Per modificare il regolamento n. 1175/2011. In pratica, se ci fosse il consenso, non servirebbe un altro Trattato intergovernativo. E’ stato osservato da più parti che in molti paesi, le regole sostanziali e quelle procedurali sono contenute in leggi ordinarie.
8) Nei manuali tradizionali di scienza delle finanze prima della rivoluzione keynesiana la finanza straordinaria veniva giustificata con eventi come le calamità naturali o la guerra. Dopo Keynes si enfatizza la necessità di smussare le oscillazioni del ciclo economico.
9) Il surplus commerciale dell’Italia ovviamente è ben diverso da quello della Germania. È dovuto alla bassa crescita dell’economia e, quindi, al minor bisogno di importare materie prime, prodotti semilavorati e beni di consumo.
10) In diritto, è ben diverso il caso del Parlamento europeo che secondo i Trattati condivide la funzione legislativa con il Consiglio europeo. Il PE ha la diretta legittimazione popolare ma per via della qualità dei suoi componenti e non solo per i poteri che gli assegnano i Trattati, in fatto si lascia mettere con le spalle al muro dal Consiglio europeo. Non ultimo pesa il fatto che il PE decide unitariamente sia per i problemi dell’eurozona che per la Unione allargata.

Categorie:Europa Tag:

Europa: il Rapporto dei saggi nominati dalla Presidente Boldrini.

La Presidente della Camera dei Deputati Laura Boldrini, presentando il rapporto che Lei ha promosso, ha auspicato: poca retorica e la valorizzazione dello straordinario percorso fatto. La bufera non passerà da sola. Occorre rilanciare il progetto europeo, accogliere le richieste dei cittadini perché non possiamo accettare l’impatto sociale di certe misure economiche. Dice si all’Unione federale di Stati. Ma occorre coinvolgere i cittadini nella costruzione della nuova architettura istituzionale dell’Unione. Non basta il lavoro delle sole istituzioni. Ha promosso una consultazione pubblica per via telematica sui cui i saggi hanno costruito il Rapporto. Ricorda che il 77% percepisce bene i sacrifici che la UE impone mentre non si ricorda dei benefici perché li danno per scontati. Dice che la cittadinanza europea é solo un accessorio che si acquisisce attraverso la cittadinanza del Paese membro, ossia, in tanti modi diversi. Fanno notizia sempre gli aspetti negativi. Critica lo striminzito bilancio europeo pari a poco più dell’1% del Pil mentre quello federale degli Usa si attesta al 25%. Conclude che l’attuale struttura istituzionale non può funzionare bene e vuole un’Europa a due velocità non a più velocità.
Il Presidente del Comitato dei saggi Moavero Milanesi afferma che il tema Europa é spesso trattato in maniera superficiale o estremistica. Il Rapporto cerca di essere realistico. Le proposte sono simmetriche alle sfide che l’Unione deve fronteggiare: l’economia, la immigrazione, la difesa e la sicurezza comune. In una certa fase dello sviluppo del progetto europeo della UE il metodo intergovernativo era una necessità ma è rimasto tale troppo a lungo.
Arianna Montanari si diffonde sull’identità europea. Filosofia greca, diritto romano, Sacro Romano Impero, Leonardo Da Vinci, Cristoforo Colombo, la storia, la letteratura, l’arte comuni,ecc. Propone Istituti di cultura europea, cittadinanza europea, ecc. Suggerisce che il 5 maggio 1950 il giorno della Dichiarazione Schumann sia una festa europea in tutti i paesi membri dell’Unione.
Tiziana De Simone, giornalista Rai, dice che siamo passati dall’UE che non faceva notizia perché le cose, in un modo o nell’altro, andavano bene a quella che fa paura. Parla delle difficoltà di comunicare le decisioni europee perché riguardano problemi molto complessi. Chiede semplificazioni.
Enrico Giovannini, nato nell’anno dei Trattati di Roma, cita alcuni dei vantaggi straordinari prodotti dalla Comunità e dalla Unione. Poi osserva che i Trattati non hanno rispettato la clausola sociale orizzontale commettendo un grave errore e sottolinea la necessità di realizzare la tripla A sociale di cui parla Juncker. Teme che la nuova politica industriale individuata come Industria 4.0 porterà impatti negativi sull’occupazione e suggerisce di realizzare un mercato europeo sul lavoro. Si può fare e si deve investire nel capitale umano secondo lo schema Life Long Learning. Il capitale umano è più importante di quello finanziario. Bisogna che l’Unione si impegni più decisamente nella lotta alla disoccupazione giovanile e in quella alla povertà: 120 milioni di europei sono a rischio povertà. Propone un reddito di inclusione e una grande conversione ecologica dell’economia. Sottolinea l’importanza di una politica fiscale comune che ponga fine alla concorrenza fiscale senza regole. Cita l’esempio USA cresciuti sul sistema federale. Occorre pensare l’impensabile “Thinking the unthinkable”. Solo in questo modo si può uscire dalla crisi.
Eva Giovannini, un’altra giornalista Rai, autrice del volume “Europa Anno Zero”, si sofferma sul diritto di asilo e sulla protezione inadeguata assicurata dalle forze dell’ordine ai residenti e non residenti. Propone un’agenzia europea per il diritto all’asilo. Racconta la storia (tratta) delle ragazze nigeriane.
Simone Fissolo, presidente della Gioventù federalista europea – Italia, si occupa della Procura europea e della necessità di avere una polizia federale che affronti meglio i problemi della sicurezza e della lotta al terrorismo. Cita l’art. 46 del TFUE che abiliterebbe ad andare avanti.
Virgilio Dastoli, Presidente del Consiglio italiano del movimento europeo, ringrazia la Presidente Boldrini per l’opportunità che ha dato al Comitato. Sottolinea la necessità di essere realisti e di esaminare attentamente la realtà per capire come cambiarla. Parte da una citazione di Spinelli. Se per ristrutturazione la casa ci si rivolge ad uno studio di architettura, se si vuole riformare l’assetto istituzionale dell’Unione è meglio rivolgersi al massimo organo della sovranità popolare, nel caso di specie, il Parlamento Europeo. A suo giudizio il metodo della Convenzione ha mostrato molti limiti. Si alla consultazione pubblica anche di Università e associazioni culturali per costruire una Comunità federale. Si ai referendum contestuali.
Vale la pena di riassumere i vantaggi elencati nel Rapporto senza pretesa di essere esaustivi: 1) il libero accesso al mercato europeo; 2) l’esplosione del turismo intraeuropeo; 3) la protezione dei consumatori dalle pratiche monopolistiche che prevalevano in molti PM con diritto a restituire il prodotto e ottenere il rimborso; 4) il miglioramento degli standard qualitativi dei prodotti e la tracciabilità di quelli agricoli; 5) la più alta mobilità dei lavoratori e degli studenti; 6) sessanta anni di pace tra i PM; 7) una moneta comune che più recentemente ha assicurato tassi di interesse molto bassi con cospicui vantaggi per i PM ad alto indebitamento per le famiglie e i loro mutui case e altri acquisti a rate; 8) un modello sociale che il mondo ci invidia; 9) uno scudo politico rispetto alle crisi dei governi sub-centrali; 10) una giurisprudenza costituzionale fortemente impegnata nel controllo del rispetto dei diritti fondamentali e civili da parte dei PM; 11) una tutela più rigorosa dell’ambiente; ecc. Molti di questi vantaggi sono comunemente sottovalutati o dati per scontati e gli apprezzamenti critici si riferiscono ovviamente alle cose che non funzionano a partire dall’euro per come è stato introdotto in alcuni paesi come l’Italia dove in alcuni casi ha prodotto il raddoppio dei prezzi di alcuni generi alimentari. Durante e dopo le fasi più acute della crisi, la difesa del cambio dell’euro è divenuto la camicia di forza che impedisce le svalutazioni competitive a cui erano adusi governanti e imprese italiani nei precedenti decenni a scapito dei lavoratori e dei più deboli.
Dal punto di vista dell’economista, il problema dell’euro non sta nell’essere una moneta unica ma nella gestione del suo cambio e, dopo il 2008, nel suo collegamento con la politica dell’austerità e/o del risanamento dei conti pubblici in una fase del ciclo che richiedeva una politica espansiva come è stata adottata negli USA. Il problema sta ancora nella ricetta unica uguale per tutti come prevede la politica monetaria totalmente accentrata in testa alla BCE, nel mancato coordinamento delle politiche fiscali restrittive e politica monetaria espansiva. E tuttavia, nei PM ad alto debito, nella impossibilità di utilizzare la liquidità abbondante che il quantitative easing, adottato tardivamente, ha messo a disposizione, in grossa parte utilizzato dalle banche per comperare titoli pubblici. In una prima fase (2008-12) della crisi il mix di politica monetaria e fiscale restrittiva e il cambio forte dell’euro hanno depresso la domanda interna per consumi e investimenti. Nella seconda fase (dal 2013 a oggi), la politica monetaria espansiva è stata in parte neutralizzata dalla politica fiscale restrittiva e dai limiti all’indebitamento imposti dal Patto di stabilità e crescita riformato con il regolamento n.1175/2011; il cambio dell’euro è stato lasciato cadere e ha prodotto un enorme surplus commerciale per la Germania e da ultimo anche per l’Italia. Ma la svalutazione del cambio dell’euro si è aggiunta alla svalutazione interna di prezzi e salari ha depresso ulteriormente la domanda. Ha consentito la crescita delle esportazioni di alcuni PM ma non è minimamente sufficiente per sostenere gli investimenti, i consumi e la crescita senza i quali il problema del debito pubblico non può essere risolto. Se il problema di fondo dell’Italia è la bassa produttività e l’alta disoccupazione non bastano gli incentivi alle imprese e i bonus ai lavoratori con redditi medio-bassi. Serve una politica economica e finanziaria espansiva, ossia, di segno opposto a quella messa in atto fin qui.
Vengo ora alle mie critiche al Rapporto. Non capisco come i saggi abbiano potuto scrivere la frase di cui al primo capoverso di pag. 9. “Mancanza di una vera e propria cittadinanza europea in senso giuridico e politico”. Come è scritta e come è stata presentata dalla Presidente Boldrini la frase si traduce in una sostanziale svalutazione di quello che c’è in senso contrario alla filosofia del Rapporto che intendeva spiegare e spiega i vantaggi del processo di integrazione spesso trascurati o non correttamente percepiti dai cittadini. E’ chiaro che la cittadinanza europea è meno piena di quella nazionale dei PM ma il problema dipende dal fatto che l’attuale assetto istituzionale dell’Unione pretende di riservare ancora una funzione preminente agli Stati membri sempre in preda a rigurgiti nazionalistici. Il problema è di capire come possiamo rendere più pregnante quella europea nell’attesa di una riforma radicale dei Trattati che richiede tempi lunghi. E a me sembra comunque chiaro che se si arrivasse all’auspicata Federazione europea, dovrebbe prevalere la cittadinanza europea e, di conseguenza, dovrebbe sparire quella dei Paesi o Stati federati. Non mi risulta che negli USA un americano che risiede nel Texas abbia la cittadinanza di quello Stato, così come nel nostro Stato regionale la cittadinanza italiana non è aggiuntiva a quella siciliana o lombarda.
Inoltre, la frase dimentica il lavoro prezioso che le due Corti di giustizia europee del Lussemburgo e di Strasburgo stanno facendo proprio in materia di violazione dei diritti fondamentali e civili nei paesi membri. Ricordiamoci le sanzioni che l’Italia paga ogni anno nell’ordine delle diverse decine di milioni proprio per dette violazioni. Secondo me, in questa lunga fase di transizione, occorre una più rigorosa redistribuzione delle competenze non solo in questa delicata materia ma anche in tante altre. Un’attribuzione non solo formale ma che preveda le relative responsabilità di finanziamento tra il livello centrale e quelli sub-centrali di governo.
Diversamente restiamo nella sfera degli esercizi accademici dove ogni opinione bene argomentata è legittima ma il problema rimane tale e quale. Faccio l’esempio concreto del diritto all’assistenza ovviamente collegato alla cittadinanza. Dappertutto l’assistenza viene attuata dai Comuni ma il suo finanziamento dovrebbe essere a totale carico dello Stato che dovrebbe trasferire le risorse necessarie. Se questo non avviene è chiaro che detto diritto non viene attuato proprio nei comuni meno dotati di risorse proprie e dove maggiori sono i bisogni di assistenza. Anche con gli attuali Trattati, se ci fosse il consenso politico, l’UE potrebbe contribuire al finanziamento dell’assistenza riempiendo di contenuto l’istituto della cittadinanza europea. Non ultimo, è attuale e drammatico il problema dei minori soli che sbarcano in Italia, in Grecia e in altri PM e, quindi, dentro i confini dell’Unione. Il Parlamento italiano sta discutendo una legge che si occupa di loro. Ma questo sarebbe proprio un tema su cui l’Unione dovrebbe intervenire con urgenza e in prima persona, assegnando a questi minori soli il diritto di asilo e poi quello di cittadinanza – così come propone il Rapporto.
PQM, nell’attuale situazione di confusione e di crescenti pericoli di disgregazione, la cittadinanza europea, come prevista dai Trattati, mantiene un altissimo valore proprio in senso giuridico e politico.
Una seconda osservazione riguarda il paragrafo 5.1 sulla necessità di una riforma costituzionale trasparente e partecipata. Il Rapporto critica il metodo della Convenzione perché convocata a prescindere da un vero dibattito europeo. Una critica troppo facile per un problema sul quale il filosofo Jurgen Habermas si è esercitato con rigore per diversi decenni. Ma per fare un dibattito servirebbe una opinione pubblica europea che ancora non c’è a livello diffuso. Abbiamo telegiornali come Rainews, Euronews, BBC, ecc. ma quanti di noi li guardano rinunciando a quelli locali? Per fare un’opinione pubblica europea servono tempi lunghi e più giornali e mass-media che si occupino sistematicamente dei problemi europei. Lo stanno già facendo ma non ancora abbastanza. PQM mi sembra più realistica l’ipotesi di un’assemblea costituente europea eletta direttamente oppure indirettamente dai Parlamenti dei PM purché poi prevalga il voto a maggioranza qualificata, escludendo qualsiasi ipotesi di opting out (vedi proposte 3 e 4 di p. 37 del Rapporto) e si prevedano i referendum confermativi. Non è strettamente necessario il dibattito preliminare o meglio il coinvolgimento dei partiti, dei gruppi di interesse organizzati, delle Università, delle Associazioni culturali, delle Fondazioni. Potrebbe essere più utile un dibattito contestuale ai lavori dell’Assemblea costituente purché finalizzato alla elaborazione di proposte concrete e/o emendamenti da presentare all’Assemblea medesima con l’obbligo dell’esame.
Sul paragrafo 5.2: “verso la federazione europea”. Precisa il Rapporto non un super Stato ma una Comunità federale. Ma che cos’è quest’ultima se non una Unione federale vera e propria? E che cos’è una Unione se non un livello di governo superiore, alias, un governo che essendo espressione di una Unione di più Stati membri è in re ipsa più forte dei suoi singoli componenti ma più lontano dalla gente? Platone e Aristotele utilizzavano il concetto di comunità riferendosi alle città-stato della Grecia del quinto secolo A.C. Oggi parliamo di un’Europa dalle dimensioni continentali (oltre 4 milioni di Km quadrati) di cui molti cittadini europei ignorano i precisi confini e di 508 milioni di persone.
Diverso è il discorso se il governo federale debba essere grosso o piccolo. Questa è questione di ideologia economica. Anche i padri costituenti americani volevano un governo federale piccolo che si occupasse delle cose essenziali (difesa comune, sicurezza, politica estera e commercio interstatale) ma poi, nel corso del tempo, sappiamo com’è andata a finire. Il Rapporto precisa che il nuovo Trattato deve “prevedere competenze esclusive”. Non condivido questa impostazione in primo luogo perché, pur partendo dall’Unione, si continua a parlare di trattati che sono di competenza statale. Se, invece, la riforma deve essere fatta dal Parlamento europeo, a mio giudizio, è più corretto parlare di riforma costituzionale dell’Unione e per l’Unione.
In secondo luogo e a questo riguardo probabilmente i Saggi sono stati influenzati dalla omologa scelta della recente riforma costituzionale italiana bocciata dal referendum del 4 dicembre u.s. che prevedeva anch’essa le competenze esclusive tra stato e regioni. Si tratta di un errore perché le competenze concorrenti esistono in molti modelli di costituzioni federali (ad es. USA, RFT, ecc.), perché simili scelte non si possono fare ex ante e per il lungo termine, perché l’effettivo esercizio di alcune competenze dipende non solo dalla disponibilità delle risorse da parte dei diversi livelli di governo a cui vengono assegnate le competenze e tale disponibilità cambia nel tempo e può essere più o meno surrettiziamente manipolata dai livelli superiori di governo. Per contro la proposta sembra mirata a contenere la “invadenza” dell’UE con la disciplina minuta in materie secondarie ma probabilmente i Saggi non si sono resi conto che prevedere una netta distinzione delle competenze potrebbe impedire la corretta applicazione del principio di sussidiarietà verticale in materie molto sensibili come l’attuazione dei diritti fondamentali, civili e sociali.
Non ultimo, mi sembra molto discutibile anche la scelta del ruolo da assegnare all’attuale Consiglio europeo: “istanza che discute e indica gli orientamenti strategici”. Il Rapporto sorvola sul dato di partenza che è quello di un sistema in fatto già federale che viene governato da un consesso formato dai Capi di Stato e di governo dei PM eletti in ottica sub-centrale. Come se negli USA al posto del Presidente mettessimo i 50 governatori degli Stati federati. In secondo luogo, a me sembra che nel mondo di oggi e finita la programmazione strategica a lungo termine. Quindi delle due l’una: o si abroga del tutto il Consiglio oppure lo si trasforma in un vero e proprio Senato federale modello USA. Non convincente trovo anche l’ipotesi di trovare “opportune forme di coinvolgimento dei Parlamenti nazionali”. Su quali competenze? Su quelle esclusive del governo federale o su quelle dei governi sub-centrali? E per fare cosa? Solo per ascoltarli o per farli votare? Non si rischia di complicare oltremodo le procedure legislative e al limite paralizzare il Parlamento Europeo?
Per un’analisi corretta della situazione occorrerebbe evitare di identificare le istituzioni fondamentali della democrazia europea con i governanti di turno, com’è in parte inevitabile per via della presenza incestuosa del Consiglio europeo. E’ alto il rischio di buttare via il bambino (il progetto europeo e il percorso già fatto) con l’acqua sporca. In altre parole, si tratta di distinguere tra il progetto di integrazione europea e l’acquis communautaire che conservano tutta la loro validità e i problemi gravi che l’UE non riesce a risolvere come la crisi economica, gli squilibri territoriali, l’immigrazione, la sicurezza interna, la lotta al terrorismo internazionale e la pace nel Mediterraneo.

Categorie:Argomenti vari Tag: