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Archivio Aprile 2017

Festa del lavoro in tono minore.

Nei documenti dello scorso febbraio della Commissione europea uno dei problemi più gravi segnalati è quello della disoccupazione di lungo termine che è troppo elevata ed è destinata a rimanere tale anche quella giovanile e 1,2 milioni di NEET. In termini burocratici segnala che il tasso di disoccupazione si è più che raddoppiato durante la crisi raggiungendo il picco del 12,5% nel 2014 precisando che la disoccupazione di lungo termine è aumentata regolarmente per tutti i gruppi di età. Come vanta il governo l’economia ha ripreso a crescere nella seconda meta dello stesso anno ma in due è più il recupero in termini di occupazione si è tradotto nell’abbassamento di circa un punto. Durante la crisi c’è stato un certo recupero del tasso di partecipazione ma l’Italia rimane nelle posizioni più basse. Come noto, il rischio di esclusione dal mercato del lavoro ha toccato un picco del 43,1% e ha costretto diverse centinaia di migliaia di giovani anche qualificati a cercare lavoro e lavoretti in altri paesi dell’Unione impoverendo il capitale umano del paese d’origine. La Commissione annota che il più alto tasso di partecipazione fa ben sperare in una maggiore occupazione nel medio termine ma, nel breve termine, questo implica un tasso di disoccupazione alto stimato al di sopra dell’11% sia nel 2017 che nel 2018 per via della bassa crescita del PIL. Se così diventa sempre più arduo affrontare il problema della partecipazione femminile al mercato del lavoro. Come noto questo tasso in Italia si è stabilizzato attorno al 50 per cento della popolazione tra i 20 e i 64 anni, rispetto ad una media europea del 64%. E siccome non è prevedibile realisticamente un forte aumento di tale tasso, ciò renderà impossibile raggiungere il del 75% del tasso di occupazione complessiva stabilito nell’ambito della strategia Europa 2020.
Anche se la Commissione non menziona alcuna responsabilità propria e/o di altre istituzioni europee al riguardo, si tratta di un’analisi impietosa alla quale il governo italiano contrappone altri numeri spesso relativi a periodi temporali diversi o vere e proprie favole che confondono il lettore comune. Nel DEF il governo afferma che al punto di minimo del 2013 il numero degli occupati è aumentato di 714 mila unità, che le condizioni del mercato del lavoro sono migliorate anche per effetto delle misure annesse e connesse al Jobs Act, che c’è stata una contrazione del numero degli inattivi e dei disoccupati, che è calato il ricorso alla Cassa integrazione guadagni e che nel 2016 sono aumentati i consumi dell’1,3%.
Secondo il governo, “nel 2016 la riforma del mercato del lavoro ha già manifestato i suoi effetti positivi: l’occupazione è in crescita, la qualità del lavoro è migliorata e si offrono nuove opportunità professionali e certezze ai lavoratori. Anche l’occupazione giovanile inizia a migliorare e l’operatività delle nuove politiche attive – accompagnate da un importante sforzo d’incentivo mirato per giovani e donne – rafforzerà il processo d’inclusione nel mercato del lavoro….. Sono operative l’ANPAL, agenzia che coordina i servizi per il lavoro e le politiche di attivazione dei disoccupati, l’alternanza scuola-lavoro ‘rafforzata’ (400 ore di alternanza annue) e il contratto di apprendistato di primo livello (PNR17:18 e 89).
Peccato per il governo che almeno gli italiani intervistati, a quanto pare, non cascano nella trappola e non si lascino illudere dalla bella narrazione del governo. Secondo il recente sondaggio dell’Osservatorio sul capitale sociale di Demos-Coop per Repubblica, infatti, il Jobs Act per il 32% degli intervistati ha peggiorato la situazione; per un altro 32 % è troppo presto per vederne i risultati; per il 67% è aumentato il lavoro nero e per il 75% è aumentato il lavoro precario e la situazione peggiorerà ulteriormente dopo l’abrogazione dei voucher. Quest’ultima percentuale tocca l’82% per i giovani-adulti (25-34 anni), che non riescono ad affrancarsi dalla famiglia. La percentuale sale sino all’84% tra quelli che ritengono che i giovani avranno pensioni molto basse. Non ultimo, non sorprende che il 71% degli intervistati ritengano necessario ripristinare l’art. 18 dello Statuto dei diritti dei lavoratori.
Nel DEF, di tutto si parla quasi sempre al futuro tranne che per la creazione di posti di lavoro da parte del governo ai vari livelli centrale e sub-centrale attraverso un vasto programma di investimenti pubblici per la manutenzione ordinaria e straordinaria di strade dissestate, ponti e cavalcavia per la messa in sicurezza di scuole ed edifici pubblici, per provvedere a pericolose situazioni di dissesto idrogeologico, per la ricostruzione delle aree terremotate, ecc. – come proposto dal FMI e dall’OCSE. Una osservazione critica merita l’enfasi che il documento pone sulla recente attivazione (novembre 2016) dell’Agenzia nazionale per le politiche attive del lavoro. Un’agenzia nuova che dovrà andare incontro ad un periodo di addestramento e che ha davanti a se l’arduo compito di coordinare le strutture regionali con scarse dotazioni di risorse. L’osservazione è che puoi avere le migliori strutture per le politiche attive di lavoro ma se non c’è nessuno – non le imprese private, non l’operatore pubblico ai vari livelli – che crea nuovi posti di lavoro o se la domanda di lavoro è insufficiente ad assorbire l’offerta abbondante, i disoccupati rimarranno tali e/o aumenteranno gli inattivi, gli scoraggiati quelli che non cercano lavoro perché sanno che non se ne trova. Un paese che accetta un tasso di disoccupazione superiore all’11% ed un tasso di inattivi pari o superiore a quello dei disoccupati non può avere un futuro roseo davanti a se checché ne dica il governo.

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Le previsioni del DEF 2017 sul debito pubblico

A giustificazione del recente declassamento del rating dell’Italia Fitch adduce due motivi: l’alto debito pubblico e l’aumentata incertezza politica. Vediamo innanzitutto il primo problema. Nel suo recente rapporto sull’Italia la Commissione europea afferma che nel 2015 il rapporto debito pubblico/PIL era salito al 132,3% rispetto al livello pre-crisi del 2007 pari all’incirca al 100%. La Commissione ritiene tale alto livello del debito un fattore importante di vulnerabilità non solo per l’economia italiana ma anche per tutta l’eurozona. E non manca di ripetere questa preoccupazione nei suoi documenti. La crescita negativa del PIL e la bassa inflazione – in alcuni anni si è invero trattato di deflazione – spiegano, secondo la Commissione, il forte aumento del debito. Riconosce quindi che, da un lato, le passate riforme pensionistiche hanno migliorato la sostenibilità a lungo termine del debito ma che dal versante opposto la flessione dell’avanzo primario a partire dal 2013 e alcune misure contenute nella legge di stabilità 2017 operano in senso opposto. Non è escluso che gli analisti di Fitch abbiano fatte proprie le valutazioni della Commissione europea – poco o punto tenute presenti nel dibattito pubblico in Italia.
Il Governo italiano risponde con ciò che scrive nel DEF: il rapporto fra debito e PIL ha toccato il 132,6 per cento nel 2016, in lieve aumento sul 2015 (132,1 per cento). L’aumento è stato pressoché nullo se si considera che il Tesoro – come di consueto a fine anno – ha fatto scorte precauzionali di liquidità in misura superiore allo 0,4 per cento del PIL. Il rapporto debito/PIL tende oramai verso la stabilizzazione per poi ridursi progressivamente… Il governo afferma che si tratta di “un risultato non scontato alla luce della bassa crescita nominale degli ultimi anni”. Appare scarsamente credibile la previsione di una progressiva riduzione dello stock se si considera che i tassi di crescita economica si manterranno bassi anche negli anni avvenire e che per altro verso si deve scontare un probabile aumento dei tassi di interesse. Va ricordato che un aumento dell’inflazione comporta un aumento dei tassi e se, da un lato, l’inflazione riduce il peso degli interessi sullo stock di debito pregresso, dall’altro, le nuove emissioni di debito implicano una maggiore spesa.
Del resto è lo stesso governo che nella sua previsione programmatica per il rapporto debito/PIL nel 2017, comprensiva di possibili interventi a sostegno della ricapitalizzazione “precauzionale” delle banche, prevede un rapporto pari al 132,5 per cento. È singolare che parli di possibili interventi quando questi, a giudizio di molti commentatori e della stessa Commissione, appaiono necessari e urgenti. Se così non fosse non si capirebbe perché il governo abbia proceduto con decretazione d’urgenza – tramite il D.L. n. 237 del 23 dicembre 2016 – a mettere a disposizione delle banche in crisi risorse pari a 20 miliardi per la ricapitalizzazione precauzionale delle stesse. Quindi scrivere di interventi di salvataggio solo possibili e di utilizzo di metà dei venti miliardi a me sembra solo ipocrisia. È vero che nell’ultimo anno è stato possibile allungare la vita media del debito pubblico – ora pari a 7,28 anni a fine dicembre 2016 rispetto al 6,8 anni del 2014 – ma restano le incognite non tanto sull’an ma sul quantum dell’aumento dell’inflazione, dei tassi e dello spread direttamente correlato alle incertezze politiche. Dulcis in fundo, il governo prevede che il debito pubblico possa scendere al 125,7% del PIL e per giustificare tale risultato ipotizza consistenti aumenti del saldo primario pari all’1,7; 2,5; 3,5; e 3,8%, rispettivamente per gli anni 2.017, 2018, 2019 e 2020. Francamente mi sembrano ipotesi scarsamente credibili dopo 9 anni di vacche magre.

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DEF: avanti così nella stagnazione secolare.

“L’obiettivo prioritario del Governo – e della politica di bilancio delineata nel DEF – resta quello di innalzare stabilmente la crescita e l’occupazione, nel rispetto della sostenibilità delle finanze pubbliche; in tal senso le previsioni formulate sono ispirate ai principi di prudenza che hanno caratterizzato l’elevata affidabilità di stime e proiezioni degli ultimi anni, al fine di assicurare l’affidabilità della programmazione della finanza pubblica”. Certamente si tratta di massima prudenza. Se stiamo giocando sui decimali di punto, è chiaro che non ci si può sbagliare di molto. Dopo nove anni dall’ inizio della crisi forse un po’ di coraggio in più non guasterebbe. Ma continua l’ottimo spin doctor che scrive l’introduzione al DEF, dispensando manciate di ottimismo:
“L’evoluzione congiunturale dell’economia italiana è favorevole. Nella seconda metà del 2016 la crescita ha ripreso slancio, beneficiando del rapido aumento della produzione industriale e, dal lato della domanda, di investimenti ed esportazioni”. E tuttavia “restano sullo sfondo preoccupazioni connesse a rischi geopolitici e alle conseguenze di eventuali politiche commerciali protezionistiche promosse dalla nuova amministrazione statunitense. Tra i diversi fattori alla base dell’accresciuta incertezza hanno acquisito un ruolo crescente anche i risultati delle consultazioni referendarie o elettorali in Europa e negli USA”. In Italia, tutto a posto, il governo va al completamento della legislatura in modo da assicurare il vitalizio ai parlamentari nominati per la prima volta. Non importa se il governo nella prossima Primavera si troverà nudo e solo a fronte di probabili turbolenze. Se così perché prendersela con Fitch che ieri ha abbassato di un punto il rating dell’Italia? Lo dice lo stesso governo italiano che la situazione e le prospettive dell’economia italiana sono a rischio e lo dice senza considerare il problema del debito pubblico inchiodato – pardon stabilizzato – sopra i 132 punti di PIL.
Ma la cosa che impressiona di più è che dopo quasi cinque anni che i governi italiani (includo quelli di Monti, Letta e Renzi) vanno avanti lentamente su una strada che non li porta fuori del pantano, dopo che da oltre tre anni sia Renzi e ora anche Gentiloni si trastullano sulla flessibilità, il Presidente del Consiglio e il ministro dell’economia e delle finanze scrivano che “è intenzione del Governo continuare nel solco delle politiche economiche adottate sin dal 2014, volte a liberare le risorse del Paese dal peso eccessivo dell’imposizione fiscale e a rilanciare al tempo stesso gli investimenti e l’occupazione, nel rispetto delle esigenze di consolidamento di bilancio”. Tradotto significa che la mancata crescita dell’economia è dipesa solo dall’alta pressione tributaria. Non c’è un problema di domanda effettiva come riconoscono persino il FMI e l’OCSE, come se non ci fosse un problema di investimenti pubblici e privati. Tutto va bene la marchesa. Basta ridurre il perimetro dell’intervento pubblico nell’economia.
Stanco dell’ottimismo di maniera del governo che deve giustificare la sua esistenza, sulla questione degli investimenti riporto quello che scrive l’Ufficio parlamentare del Bilancio che dovrebbe fare le pulci al governo sulle questioni di economia e finanza:
“Per quanto concerne gli investimenti fissi lordi, nel 2016, si è verificata una crescita decisamente superiore alle attese, del 2,9%, in accelerazione rispetto al 2015, anno in cui, dopo sette anni consecutivi di valori negativi, si era finalmente registrata l’inversione di tendenza (+1,6%).
Il recupero ha riguardato soprattutto gli investimenti in mezzi di trasporto (+27,3%) e, in maniera più contenuta, quelli in macchinari e attrezzature (+3,9%), che hanno beneficiato dello stimolo fornito dagli incentivi governativi. Anche la componente delle costruzioni registra, nel 2016, per la prima volta dal 2007, un valore positivo (+1,1%). Il DEF sottolinea come tale comparto abbia manifestato una ripresa a partire dalla seconda metà dell’anno, nonostante il dato negativo registrato dall’ISTAT nell’ultimo trimestre dello stesso (-0,7% rispetto al trimestre precedente), grazie all’andamento positivo degli investimenti in abitazioni; tuttavia sono ancora fermi gli investimenti di natura infrastrutturale” (UPB2017: 21). Che cosa ci dicono questi dati? c’è un grosso problema di quantità e qualità degli investimenti. Gli italiani sono tornati a comprare automobili, case e mobili per arredarle. Una recente statistica precisa che in due anni il governo ha speso 3,1 miliardi per incentivi per l’acquisto di mobili. Si può ragionevolmente pensare che in questo modo si possa risolvere il problema della bassa produttività dell’economia italiana? Si c’è chi lo pensa ed è il Presidente Fella federLegnoArredo secondo cui il futuro dell’economia italiana sta nell’alleanza tra chi costruisce o ristruttura le case e chi le arreda, ossia, i mobilieri. Al diavolo le industrie hich tech.
Ma andiamo avanti: l’UPB, (2017: 30) non trascura “quanto emerge dall’ultima Nota mensile Istat, rilasciata lo scorso 5 aprile, secondo cui l’indice della produzione industriale ha registrato a gennaio una contrazione del 2,3% rispetto a dicembre, mantenendo tuttavia una variazione positiva dello 0,5% nel trimestre novembre-gennaio. Analoga flessione congiunturale a gennaio ha riguardato il fatturato e gli ordinativi dell’industria (rispettivamente in flessione del 3,5 e del 2,9%), che comunque hanno un andamento positivo (1,7 e 0,9%) in riferimento al medesimo trimestre. Con riguardo alla produzione industriale, peraltro, l’indice destagionalizzato, rilasciato dall’Istituto nel Comunicato del successivo 10 di aprile e che include anche il mese di febbraio, evidenzia un aumento dell’1,0%% rispetto a gennaio, con una media trimestrale – riferita al periodo dicembre-febbraio – in crescita dello 0,7% rispetto al trimestre precedente. Corretto per gli effetti di calendario, a febbraio 2017, l’indice risulta aumentato in termini tendenziali dell’1,9%”. Ora a me sembra evidente che questi dati confermano non un grosso ma un immane problema di domanda effettiva interna e non possiamo contare solo su quella estera. Questi dati confermano che c’è poco da essere ottimisti e gradualisti. Serve una scossa forte che rilanci la domanda interna di investimenti e consumi. Per potere farla serve una gestione intelligente e selettiva della golden rule su un vasto programma di investimenti pubblici che trainino anche quelli privati. Cosa che in teoria potrebbe essere attuata subito se ci fosse un accordo in tal senso dentro il Consiglio europeo. Il recente vertice di Madrid dei paesi euromed sembra volersi muovere in questa direzione ma il contesto politico generale a livello europeo è bloccato anche per via delle elezioni in Francia e in Germania. Eppure non c’è tempo da perdere e bisognerebbe muoversi prima che i tassi di interesse comincino ad aumentare.
P.S.: il titolo del post non è campato in aria. Il DEF contiene proiezioni al 2060 dei principali dati dell’economia e della finanza pubblica di dubbia affidabilità che prevedono una crescita del PIL sempre al di sotto dell’1,5.

http://www.upbilancio.it/wp-content/uploads/2017/04/Audizione_DEF-2017.pdf

http://www.linkiesta.it/it/article/2017/04/20/il-futuro-delleconomia-italiana-la-grande-alleanza-tra-costruttori-e-m/33921/

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Sovranisti di tutto il mondo unitevi! Il mondo sarà vostro.

Dai trenta gloriosi si passa ai trenta (anzi 40) pietosi (p.20). Come noto, i trenta gloriosi sono i tre decenni immediatamente successivi alla fine della II guerra mondiale che hanno visto l’affermarsi del welfare state nei principali paesi dell’Europa centro-Nord. Così in Aldo Barba e Massimo Pivetti, La scomparsa della sinistra in Europa, Imprimatur, Reggio Emilia, 2016.
Sul tema del libro, come noto, c’è una letteratura sterminata. Che nel suo insieme la sinistra europea di governo abbia subito o spontaneamente accolto i paradigmi del neo-liberismo non c’è dubbio. Quello che non è pacifico è se il prevalere dei governi di centro-destra e/o di qualche governo di centro-sinistra “revisionista” abbia inciso profondamente sul c.d. modello sociale europeo tanto da cambiarne i connotati. B e P da economisti si cimentano su questo difficile compito che avrebbe richiesto l’utilizzo di una massa enorme di dati. Invece, spesso e volentieri, se la cavano con affermazioni vaghe e generiche senza precisi riferimenti ai paesi in oggetto o alla periodizzazione temporale per cui prestano il fianco a critiche e a smentite altrettanto generiche.
Ad esempio, è difficile dire la stessa cosa vale per la maggior parte dei paesi del Centro e Nord Europa dove si sono alternati al governo socialdemocratici e “conservatori” (termine generico) e il welfare state non è stato drasticamente ridotto – vedi da ultimo il caso della Danimarca. Non vale per l’Italia che è arrivata al welfare state almeno con 15 anni di ritardo rispetto ai paesi pima citati e che è rimasta piuttosto lontana dall’obiettivo della piena occupazione nonostante il c.d. miracolo economico realizzato per lo più a spese dei lavoratori prontamente manganellati dalla Celere del ministro degli affari interni Scelba quando osavano scioperare. Di certo in Italia, in quella fase e anche dopo, sino ad oggi, non c’era e non c’è stato pieno impiego. Tra il 1950 e il 1961 come scrive P. Saraceno (1963: 135) le forze di lavoro si sono accresciute di 2,5 milioni di unità di cui 950.000 sono emigrate all’estero e 1.550 mila sono state costrette a spostarsi dal Sud al Nord. Solo a fine anni 1960 arriva la riforma Brodolini delle pensioni e parziali riforme del sistema mutualistico – come ricordano gli stessi B e P.
Nel libro ci sono molte analisi sommarie e superficiali da cui si tirano diversi non sequitur. A p. 160, ad esempio, si sostiene che la riduzione della progressività del sistema tributario è stata causa di riduzione della spesa pubblica. Non mi sembra un’affermazione dimostrata anche perché non è chiaro a quali paesi viene riferita. A tutti e a nessuno. È vero che nell’immediato dopoguerra in molti paesi occidentali c’erano aliquote marginali molto elevate delle imposte personali sino al 90% e imposte sui profitti straordinari di guerra ma le prime interessavano solo poche persone. Ma negli anni 60 nella dottrina e in alcuni paesi prevale l’idea dell’allargamento della base imponibile per includervi tutti i tipi di reddito in modo da poter ridurre le aliquote marginali più elevate ritenute fortemente distorsive delle scelte dei contribuenti. Comunque in quei 15 anni successivi alla fine della guerra c’è un forte incremento della spesa pubblica altrimenti non si sarebbe attuato il welfare state. Negli anni settanta, per via della stagflation, si moltiplicano le proposte per la riduzione del c.d. fiscal drag che accentuava la progressività per via dell’alta inflazione. Anche da sinistra venivano numerosi suggerimenti per mitigare gli effetti del fiscal drag. Quindi dire come fanno B e P che si riduceva la progressività per ridurre i benefici del welfare state è sbagliato perché non è vero e perché in Italia ad es. il welfare state è arrivato in ritardo ed è stato finanziato per lo più in deficit. Se poi uno volesse valutare attentamente il discorso sulla progressività in Italia dovrebbe attentamente considerare che, nei trenta gloriosi, da noi vigeva l’imposta di ricchezza mobile, un’imposta cedolare che colpiva diversamente e separatamente le diverse categorie di reddito ma che aveva qualche elemento molto debole di progressività, che quest’ultima era affidata a livello nazionale all’imposta complementare progressiva sul reddito che interessava un numero ristretto di contribuenti. Dopo l’entrata in vigore della riforma tributaria nel 1973-74, la situazione è cambiata significativamente ma non nel senso annunciato dai riformatori. I redditi di capitale erano comunque rimasti fuori e, per via della forte evasione che caratterizza l’Iva e l’Imposta personale la progressività molto forte opera soprattutto sui redditi di lavoro dipendente sottoposti a ritenuta alla fonte. Se questo è vero, non si può dire che l’imposta personale “di fatto è divenuta un’imposta di tipo proporzionale” (p. 65). Per l’Italia è accaduto esattamente il contrario. Ciononostante, tutti gli studi empirici dimostrano che gli effetti redistributivi del sistema fiscale sono molto scarsi prima e dopo la riforma e devo concludere che i migliori risultati in termini di riduzione delle diseguaglianze si sono ottenuti solo nei due periodi in cui il potere sindacale ha toccato le punte più elevate (1961-63 e 1971-76). Hanno ragione i due autori a sostenere che ruolo dello Stato e potere sindacale crescono e declinano insieme ma non per i motivi da loro indicati.
La fine dei trenta gloriosi in alcuni paesi probabilmente è dovuta alla reazione dei capitalisti al maggior potere che i sindacati dei lavoratori si erano conquistato nel periodo post 1968 e alla crescita continua dell’intervento dello Stato nell’economia prima e subito dopo la seconda guerra mondiale. In Italia specialmente dopo la creazione della GEPI (1971) molti esperti avevano dubbi sull’opportunità di estendere le partecipazioni statali in imprese che producevano panettoni e biancheria intima. Quindi bisognava stare attenti a fare affermazioni generali senza aver prima esaminato situazioni particolari nei vari paesi e nei due decenni successivi a quello della ricostruzione. Nel 1972 l’Italia era diventata la VII potenza industriale del mondo ma subito dopo tutta l’industria pesante dell’acciaio, della cantieristica in Europa entra in profonda crisi e così altri settori manifatturieri. Nell’autunno 1973 si studia una legge generale di riconversione industriale (la futura n. 675) che dovrà attendere il 1977 per essere approvata. Le generalizzazioni non sempre raccontano esattamente come sono andate le cose nei vari paesi per cui il quadro sinottico di p. 26 secondo me non si applica affatto all’Italia. Il modello perseguito negli anni 50 e 60 non era quello del pieno impiego e del sostegno della domanda interna ma sicuramente a partire dalla metà degli anni 50 export led, di compressione della domanda interna, alta disoccupazione, emigrazioni di massa dal Sud al Nord dell’Italia e al centro dell’Europa e, come detto, l’Italia arriva in forte ritardo al welfare state. Nei primi anni 60 si fa la riforma della scuola media unica ma il diritto allo studio era e rimaneva ai minimi termini. Solo nel 1978 si istituisce il sistema sanitario nazionale dopo diverse misure parziali.
La questione del controllo dei movimenti di capitale. Piuttosto ingenua la posizione di B e P che sopravvalutano la valenza e/o potenzialità di una norma, nella specie l’art. VI degli accordi di Bretton Woods (1944) sull’utilizzo dei fondi prestati dal FMI. A ben vedere il comma 3 dell’art. VI prevede che gli Stati membri possano istituire controlli sui movimenti di capitali internazionali purché essi: a) non limitino il finanziamento delle partite correnti e b) non provochino ritardi nell’adempimento degli impegni assunti. Quindi secondo la lettera del testo non c’è e non poteva esserci un divieto assoluto dei movimenti di capitale che possono essere alimentati da operazioni di sopravvalutazione delle importazioni e sottovalutazione delle esportazioni. I controlli possono funzionare in condizioni particolari di forte cooperazione tra gli stati aderenti tra i quali ordinariamente c’è un conflitto di interessi. Nel 1944 era in corso la seconda guerra mondiale e i capitali di certo non circolavano liberamente. Subito dopo ai paesi vinti furono imposte restrizioni molto severe sulle merci che potevano importare ed esportare. Gradualmente ci si avviò alla liberalizzazione degli scambi internazionali. Così in generale, ma se prendiamo il nostro caso vediamo che dai primi anni 60 il Italia c’è una fuga sistematica di capitali molto difficile da contrastare. In situazioni di grave crisi, di perdita di fiducia nelle sorti del Paese, se questo non ha prospettive di crescita, se è fortemente indebitato con l’estero e se PQM è sotto attacco speculativo può azionare tutti i controlli che vuoi ma i residui capitali fuggono e, di certo, non arrivano quelli esteri. Nel 1973 si istituì il doppio mercato dei cambi: l’uno per la lira commerciale, l’altro per quella finanziaria; si accorciarono i tempi per i pagamenti in arrivo e per quelli in uscita; un deposito infruttifero sugli investimenti all’estero dei residenti; misure di stretto controllo sul credito totale interno, nel 1976 si arrivò alla sospensione ufficiale della lira dal mercato ufficiale. E con la legge n. 159/1976 si previdero sanzioni penali per le infrazioni valutarie. Ma tutto questo non arrestò il flusso dei capitali in fuga perché ci sono molti modi per aggirare le leggi. Con questo non mi sto schierando a favore della piena libertà dei movimenti di capitale. Voglio solo dire che se nel contesto internazionale non c’è una precisa volontà di controllarli e se c’è una progressiva liberalizzazione degli scambi commerciali e dei servizi, se in generale si opera in regime di mercati aperti, se all’interno dell’Unione europea c’è la libertà di stabilimento delle imprese e prevale un regime di concorrenza fiscale senza regole, controllare i movimenti di capitale è molto difficile se non impossibile. In fatto, l’idea assume la forma di un pio desiderio per dire che ho visto il problema e ho una soluzione teorica che difficilmente funzionerà in pratica.
Ma vengo all’argomento principale del libro “la scomparsa della sinistra in Europa” e troviamo le analisi politologiche più discutibili di Barba e Pivetti che si concentrano pour cause su quello che è avvenuto nella sinistra francese nei primi anni 80 dopo l’arrivo al potere di Francois Mitterand e il governo di Pierre Mauroy (1981-82).
In Francia (113) ci sarebbe stato un progressivo allontanamento della cultura di sinistra dall’analisi marxiana dei fenomeni sociali nel periodo 1968-83. Ora se il riferimento è agli intellettuali vicini al partito socialista la cosa mi appare probabile e normale ma i nostri non menzionano quelli vicini al PCF. Anche in Francia non c’è stata una Bad Godesberg (novembre 1959) con la quale il partito social democratico tedesco cancellava dal suo statuto ogni riferimento al marxismo. Ma B e P non citano il programma comune del 1972 ne’ le assise socialiste del 1974 quando Mitterand raccolse il 49,19% dei consensi perdendo le elezioni presidenziali di stretta misura rispetto a Giscard d’Estaing. B e P (119-20) valorizzano il ruolo della Fondazione S. Simon di cui fanno parte Furet, Rosanvallon e Delors. Criticano il percorso fatto dagli aderenti alla suddetta fondazione come un rigetto del marxismo, una rinuncia alle possibilità, alla opportunità (sic!) di una riforma in senso socialista del sistema. In effetti dalle Assise socialiste citate sopra era uscito un Manifesto che parlava di socialismo autogestionario. C’è un certo parallelismo con la situazione italiana dove il passaggio al socialismo sostenuto da sparute minoranze veniva argomentato sulla base della crisi ineluttabile del sistema capitalistico. E Napolitano nella sua intervista sul PCI data nel1976 a Eric Hobsbawn, parlava di una fioritura in Italia di studi marxisti – secondo me confondendo i desideri con la realtà. Ma un conto è il discorso che le opposizioni in Francia e in Italia propalavano per far crescere l’opposizione e l’unità a sinistra ben altro discorso è quello di B e P 40 anni dopo che continuano a ragionare come se fosse stato possibile per la Francia e l’Italia, presi singolarmente, passare ad un sistema socialista, resistere alla globalizzazione e alla svolta neoliberista, ignorando i vincoli internazionali, come se fossero stati fuori dalla CEE, dalla NATO, come se non ci fosse stato il golpe in Cile, il primo shock petrolifero, Kissinger negli USA , la guerra atroce nel Vietnam e quella fredda e il terrorismo di destra e sinistra in Europa. Raccontata come nel libro la storia del tradimento degli intellettuali francesi mi sembra roba da salotti letterari che peraltro non tengono conto di un fenomeno sociologico normale. In contesti liberal-democratici, i partiti tendono a radicalizzare le loro posizioni quando sono all’opposizione magari sottovalutando la cogenza di certi vincoli esterni, moderando le posizioni prima e dopo le elezioni e, specialmente, quando arrivano al governo. È quello che in un modo o nell’altro è successo al PCI nel 1976 e a Mitterand quando vince le elezioni presidenziali del 1981 e insedia il governo con il programma elettorale. Secondo me, va dato atto a Mitterand e Mauroy che, per oltre un anno, hanno provato ad attuare il programma ma poi, secondo me, a ragione veduta, hanno fatto marcia indietro perché, per essere chiari, dentro la CEE e la NATO non c’era via nazionale al socialismo. E non c’è neanche dopo che nel 1989 e nel 1991 crolla il Muro di Berlino e poi implode l’Unione sovietica. E nel 1992 tutti i PM della CEE firmano il Trattato di Maastricht senza le opposizioni che aveva contrassegnato la firma dei Trattati di Roma. E non mi pare che B e P che si dilungano in narrazioni storiche di comodo spieghino come mai dopo il fallimento della rivoluzione culturale cinese, l’ultimo e più grande paese comunista del mondo con Deng già nel 1978 lancia il programma delle quattro modernizzazioni, negli anni 80 procedeva senza indugi ad aprire l’economia cinese al resto del mondo e successivamente arrivava ad ammettere la proprietà privata sia pure con “caratteri cinesi” assicurando alla Cina un trentennio di crescita sostenuta. Anche lui è un traditore del marxismo o non ha ripreso le linee di fondo della Nuova politica economica di Lenin?

B e P appartengono al fronte sovranista di sinistra con tutto ciò che ne consegue: uscita dall’euro, ricostituzione di una Banca centrale nazionale con il potere di battere moneta, possibilità di svalutare il cambio, possibilità di assumere misure protezioniste che diventerebbero non compatibili con la permanenza nella UE. Ora in assetto di mercati aperti globalizzati non è possibile l’arrocco e sfogliare il carciofo. Abbiamo detto del problema dei controllo dei movimenti di capitale. Vediamo brevemente il problema dei tassi di interesse. In assetto globale, l’offerta di risparmio è infinitamente elastica ma per poterne fruire i rendimenti devono essere più alti che altrove e tanto più alti quanto più alto è il rischio paese. Il che significa che il sistema economico è aperto e deve essere possibile portare fuori i profitti e allora l’economia non può essere chiusa. A p. 131 B e P dicono che “il ricorso a misure protezionistiche non è stato mai escluso dalla cultura di sinistra…” . E’ vero ma quando sono state messe in atto esse non hanno funzionato perché gli altri paesi non restano a guardare e reagiscono. Si determina un gioco del tipo dilemma del prigioniero: tutti corrono ad assumere misure protezionistiche e nessuno ne coglie gli assunti vantaggi di breve termine. Il mondo precipiterebbe in guerre commerciali e doganali e il welfare generale si ridurrebbe a livelli più bassi. Riprendendo il caso francese del 1981-83, se il governo Mauroy fosse andato fino in fondo e gli altri avessero reagito conformemente la conseguenza sarebbe stata l’affondamento del progetto di integrazione che, secondo me, conserva la sua validità storica e culturale al di là delle attuali disfunzioni, inefficienze ed iniquità. Capisco che queste considerazioni non hanno controfattuali ma ne sono prive anche quelle di B e P. Sono domande che gli autori non si sono poste ed è inutile cercarne le risposte nel libro. Io non le ho trovate. Citano il Piano del Lavoro della CGIL del 1949 ma non citano quello del 2013 e aggiornamenti successivi– per la verità ignorati da gran parte dell’opinione pubblica. Non spiegano come uscendo dall’euro si produrrebbe una terza svalutazione dei salari, stipendi e pensioni e dei patrimoni della famiglie e delle imprese dopo la svalutazione interna e quella esterna dell’euro dal 2009 a oggi. Non spiegano come possa funzionare una svalutazione se il problema gravissimo dell’Italia è la produttività che richiede tempi medio-lunghi per essere risolto sempre che si assumano provvedimenti congrui ed efficaci.
Non ultimo trovo affatto convincente l’ultima osservazione di B e P secondo cui solo lo Stato-nazione ha la forza di contrapporsi al potere del denaro. Come se non fosse stato il potere del denaro e la finanza rapace a causare la crisi economica mondiale più grave dell’ultimo secolo. Pur di sostenere la loro tesi, B e P fanno finta di ignorare che il potere della finanza è universale mentre la sovranità di un paese di media dimensione come l’Italia è limitato al territorio che riesce a controllare specie in Italia dove lo stesso controllo del territorio non è pieno ma condiviso con tre delle più grandi organizzazioni criminali del mondo. Facilona e superficiale l’osservazione finale secondo cui la sinistra rigenerata non dovrebbe inventarsi niente di nuovo e le basterebbe riprendere l’esperienza dei trenta gloriosi. A parte le convergenze parallele di queste posizioni con quelle della destra antieuropea e xenofoba, mi sembra tutta una storia piegata ai sillogismi della propria narrazione. Nell’era della c.d. post-verità, in una fase di sfiducia nella politica e di mancato adeguamento delle strutture sovranazionali a standard avanzati di democrazia e partecipazione per cui è in corso una deriva autoritaria e tecnocratica, il problema vero non è il rilancio della sovranità nazionale ma di quella popolare. Per dirla con Franca D’Agostini, Verità avvelenata….. occorre attrezzare i cittadini con gli strumenti adeguati per aiutarli a capire le false narrazioni che vengono loro propinate da destra e da sinistra.

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