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Archivio Maggio 2017

Alcune osservazioni sul sistema elettorale tedesco.

Sembra che si stia raggiungendo l’accordo tra le principali forze politiche per un sistema elettorale c.d. di stampo tedesco. La prima osservazione da fare è che non esiste un sistema elettorale ottimale, alias, buono per tutti i paesi. I sistemi elettorali vanno calibrati o modulati alle situazioni reali, storiche, politiche e culturali dei diversi paesi. La seconda osservazione fondamentale da ricordare è che il pluralismo è l’essenza della democrazia, ma un eccesso di pluralismo porta alla frammentazione delle forze politiche e rende più difficile se non impossibile l’aggregazione delle medesime. Questa è favorita e più facile se nella società civile ci sono valori largamente condivisi. In sintesi servono una teoria condivisa della giustizia sociale, un’etica pubblica, un grande senso di responsabilità, una forte propensione a cooperare con gli altri per promuovere il bene comune. Se ci sono queste premesse allora può esserci la governabilità potenziale. Voglio sottolineare questa premessa per chiarire il dilemma che comunemente si connette ad alcune decisioni relative al sistema elettorale con riguardo a: rappresentanza e governabilità. I due obiettivi non sono convergenti. Bisogna ricercare un bilanciamento ragionevole dei due tenendo conto che tanto maggiore è il pluralismo tanto più difficile è l’aggregazione delle preferenze che serve in pratica per il funzionamento della democrazia ma tenendo a mente che avere la maggioranza non significa fare la scelta giusta in tutto e per tutti.
Avendo riguardo alla situazione concreta del nostro sistema politico, va ricordato che con le elezioni politiche del 2013 è emerso il M5S che da solo ha raccolto il 25,55% dei voti. Tenuto conto che nel 2013 gli astenuti sono stati poco sopra del 25%, si è determinato un sistema partitico tripolare – in fatto quadripolare – che rende altamente improbabile la maggioranza assoluta di un singolo partito salvo attribuirli un premio di maggioranza che comprimerebbe in maniera eccessiva la rappresentatività della maggioranza. In una situazione reale di questo tipo occorre ripiegare un sistema aperto che assicuri la competitività dei partiti maggiori sapendo che nessuno dei tre potrà raggiungere la maggioranza e, quindi, sarà altamente probabile che bisognerà praticare una coalizione tra due dei tre partiti.
Il sistema tedesco è un compromesso ragionevole tra un sistema proporzionale e quello maggioritario, un sistema misto perché prevede il 50% (298) dei rappresentati scelti con il maggioritario all’inglese, ossia, maggioranza relativa dei voti validi (vince chi arriva prima nel collegio) e il 50% con il proporzionale. Il sistema tedesco prevede il doppio voto (anche disgiunto) in una unica scheda: l’elettore può votare anche per una delle liste bloccate che sono presentate nel Land. Il sistema tedesco prevede anche uno sbarramento al 5% per scoraggiare la proliferazione dei partiti. In altre parole, alla ripartizione dei seggi sulla base dei voti di lista partecipano solo i partiti che abbiano ottenuto il 5% dei voti validi espressi al livello nazionale oppure che abbiano vinto in almeno tre collegi uninominali con propri candidati (collegati). Essendo improbabile che partiti minori possano eleggere da soli tre rappresentanti nei collegi, diventa importante capire come si disegnano i collegi. Un gioco che gli inglesi conoscono bene con il loro sistema maggioritario secco (first past the post). Nel sistema tedesco il disegno dei collegi non è così importante ma diventano rilevanti gli accordi locali tra i partiti, consentendo la sopravvivenza di alcuni partiti minori. Senza un accordo con i partiti maggiori i partiti minori difficilmente possono raggiungere l’obiettivo di tre eletti direttamente nei collegi uninominali e, quindi, a mio giudizio, il sistema penderebbe di più a favore dei grandi partiti. Il sistema prevede le liste bloccate nella parte proporzionale limitando la libera scelta dell’elettore.
Nella pubblicistica corrente il sistema tedesco viene presentato come un sistema proporzionale al 100% (D’Alimonte, il Sole 24 Ore del 23-05-2017). E’ questione di interpretazione dei sistemi misti e le interpretazioni sono opinabili proprio perché i sistemi misti per loro intrinseca natura si prestano a diverse interpretazioni. Un sistema misto che prevede i collegi uninominali, che sceglie il 50% dei seggi con i sistema maggioritario, che prevede lo sbarramento del 5% per potere partecipare alla ripartizione dei seggi scelti con il sistema proporzionale che esclude i partiti minori a favore di quelli maggiori, che prevede le liste bloccate, a mio modesto parere, solo con una certa forzatura si può considerare proporzionale al 100%. Basti dire che se si tiene conto del solo sbarramento del 5% in un contesto caratterizzato da un forte pluralismo e quindi da una forte frammentazione politica – per confermare la nomina di Gentiloni il Presidente Mattarella ha dovuto consultare ben 25 gruppi parlamentari – è vero che esso può produrre una forte semplificazione del sistema politico ma questa viene operata a danno della rappresentatività del sistema. La semplificazione del sistema piace ai politici, al cittadino comune, a tutti ma le società moderne sono strutture complesse, non sono come i villaggi del neolitico e, quindi, bisogna sapere gestire la complessità. Calato in un Paese dove non c’è una etica pubblica largamente condivisa, un sistema elettorale studiato e sperimentato in un Paese ad alta coesione sociale può imprimere ad un sistema politico come il nostro una forte torsione in senso autoritario. Per questi motivi forse sarebbe stato opportuno considerare la previsione di un passaggio graduale ad una soglia di sbarramento così elevata prevedendo una fase transitoria al 3%.

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Come salvare l’euro e creare una nuova prosperità condivisa.

Joseph E. Stiglitz, L’euro. Come una moneta comune minaccia il futuro dell’Europa, Giulio Einaudi Torino, 2017.
E’ un dato di fatto che la governance dell’UE funziona male e che in molti PM (paesi membri) stanno crescendo movimenti anti-euro. Il fenomeno riflette lo scontento di vasti strati sociali a partire dalla classe media che si è impoverita. Aumentano le diseguaglianze non solo per effetto della globalizzazione ma anche per le miopi politiche economiche portate avanti dal Consiglio europeo e dalla Troika durante la crisi mondiale. Per semplicità di comunicazione tutti parlano di effetti dell’Euro. Ritengo invece che sia opportuno distinguere tra gestione della moneta comune e le politiche economiche dell’austerità implementate durante la crisi mondiale innescata dalle banche e dalla finanza americane. Certo ci sono anche difetti e colpe nella costruzione e nella gestione dell’euro dovute all’approccio funzionalista e gradualista che aveva dato il meglio sino al Trattato di Maastricht. La teoria dell’area valutaria ottimale (AVO) presuppone una area geo-economica omogenea ma questa non c’è da nessuna parte se parliamo di regioni vaste come continenti. In presenza di squilibri territoriali l’AVO prescrive un sistema efficiente ed efficace di trasferimenti compensativi delle diseconomie esterne che gli operatori economici devono affrontare nelle aree periferiche e meno sviluppate. Si può ricordare che nella UE abbiamo già schemi di trasferimenti come i fondi strutturali e la politica di coesione economica e sociale ma sono dotati di risorse insufficienti. Bisognerebbe aumentarle consistentemente per adeguarle ai fabbisogni e aumentare la loro efficacia potenziale. Ma gli squilibri strutturali e i divari territoriali sono fenomeni di lungo termine da affrontare con strategie di lungo termine. Dice Stiglitz: non sono loro che hanno causato la crisi e servono altri strumenti per affrontare gli shock asimmetrici di breve-medio termine come quelli prodotti dalla finanza rapace. Servono altri strumenti e altre risorse e quelli fin qui creati – a dieci anni dall’inizio della crisi – sono alcuni del tutti inadeguati altri ancora da completare. Servirebbero soprattutto strumenti per il governo macro-economico dell’eurozona e dell’Unione a 27. La Germania e i suoi alleati di centro-destra hanno sempre respinto questa proposta nella fase decisiva della costruzione della moneta comune. Travolti dalla crisi alcuni PM periferici sono stati in pratica commissariati dalla Troika (composta da rappresentanti del FMI, della BCE e della CE), con un ruolo egemonico della BCE. La CE elabora programmi specifici per ciascun paese in crisi suddivisi in due parti: una prima contenente misure macro-economiche prevalentemente mirate a tagliare la spesa pubblica e/o aumentare le tasse; la seconda contenente prescrizioni circa le riforme strutturali da attuare per rendere i PM in crisi più efficienti e competitivi.
Visti i risultati storici fallimentari delle politiche di austerità a partire da quelle di Herbert Hoover (31mo presidente USA 1929-1933) che fa precipitare il paese nella Grande Depressione, Stiglitz si chiede perché la Troika abbia potuto insistere in politiche così controproducenti. Si dà due possibili spiegazioni: 1) il c.d. fondamentalismo di mercato per cui le cose miglioreranno da sole se si riduce il perimetro dell’intervento dello Stato, ovviamente fondato sull’assunto che i fallimenti dell’operatore pubblico sono peggiori di quelli del mercato; 2) una spiegazione strettamente politica secondo cui c’è stata e c’è la volontà politica dei governi di centro-destra in maggioranza nel Consiglio europeo di far fallire quelli di centro-sinistra e dimostrare così la superiorità delle loro politiche. Circa la Troika va precisato che il FMI da qualche anno ha mostrato un certo ravvedimento operoso proponendo ad esempio un taglio del debito greco e ammettendo gli errori di calcolo sui moltiplicatori. E qualche elemento di novità viene anche dalla Commissione europea la quale mostra un timido nuovo approccio a favore della crescita con il c.d. Piano Juncker. Niente del genere da parte della BCE. Secondo il Presidente Draghi del quale cito tre affermazioni importanti dal discorso alla XVIII conferenza di Francoforte del 6-04-2017: 1) la nostra politica monetaria sta funzionando; 2) la ripresa economica fa progressi; 3) la dinamica inflattiva dipende dalla continuazione dell’attuale politica monetaria e continuerà così finché essa si stabilizzerà attorno all’obiettivo prefissato del 2%. Non mi sfugge che in altre occasioni Draghi ha evocato il coordinamento delle politiche fiscali dei PM e che i suoi inviti sono rimasti inascoltati. Se poi l’ultimo Bollettino della stessa BCE ci dice che la vera disoccupazione è doppia (18%) rispetto a quella ufficiale, questo è un fatto di definizione statistica che ha attirato l’interesse dei media solo per un giorno. Se poi il divario tra PM del Nord e quelli del Sud cresce, questo dipende dagli squilibri storici che bisogna accettare come tali, anzi, come naturali come naturale definiscono gli economisti della BCE il tasso di disoccupazione italiano all’11,6%.
Stiglitz dedica un intero capitolo del suo libro alla BCE. Sostiene – ed è vero – che la BCE che la banca ha una governance inadeguata. Il suo statuto limita la missione alla stabilità dei prezzi e a quella del sistema bancario al di là degli interessi dei cittadini. Non è un attacco a Draghi che loda a p. 149 per la famosa frase: “faremo tutto il necessario per salvare l’euro” (luglio 2012) mentre non lesina critiche a Trichet. Pone un problema serio di riforma dello statuto della BCE che con la delega implicita del Consiglio europeo egemonizza non solo la politica monetaria ma tutta la politica economica e finanziaria dell’eurozona.
Stiglitz (p. 32) propone di tornare al sistema monetario europeo (1979-99) in vigore prima dell’euro con oscillazioni più ampie e che consentiva aggiustamenti sui tassi di cambio significativi. Secondo il Nobel, i PM dell’eurozona possono e devono creare quel contesto istituzionale per cui sia possibile perseguire l’obiettivo della piena occupazione, ricreare un sistema di cambi flessibili ed aggiustabili, che promuova sul serio la convergenza tra le economie dei diversi paesi e, quindi, consenta la graduale riduzione della banda di oscillazione senza compromettere il processo di convergenza stesso. Per promuovere quest’ultimo servono politiche attive molto più impegnative di quelle adottate finora. La Strategia di Lisbona è fallita e lo stesso si può dire dell’attuale Europa 2020. Non si possono adottare strategie di pura impronta neoliberista senza un ruolo diretto e rilevante della governance economica centrale e, comunque, lasciarla alla solo responsabilità dei PM che non dispongono di risorse per affrontare forti divari territoriali di carattere strutturale. Infatti, promuovere la convergenza per regioni che soffrono di ritardi storici non può essere fatto senza modificare le regole generali della concorrenza fiscale al ribasso, se i PM non possono poi applicare la regola della golden rule per gli investimenti necessari, se non si aggiornano rendendole più flessibili anche le regole sugli aiuti di Stato.
Nel capitolo IX Stiglitz concorda che serve più Europa ed elenca sei riforme strutturali della sua governance economica di tal che si possa perseguire una politica della piena occupazione: 1) una vera Unione bancaria, messa in opera nel 2012 è ferma a metà strada non senza ricordare che la gestione fin qui fatta ha aggravato la crisi di liquidità di cui soffrono le banche di alcuni PM; 2) la mutualizzazione del debito; 3) un nuovo quadro per la stabilizzazione economica e finanziaria per neutralizzare i destabilizzatori automatici, assorbire gli shock asimmetrici e perseguire la piena occupazione; 4) regole più stringenti per allineare gli squilibri strutturali, scoraggiare i surplus alzando i salari e adottando politiche fiscali espansive e convergenti nei PM eccedentari; 5) misure dirette a promuovere la crescita e la piena occupazione; 6) misure che garantiscano il perseguimento degli obiettivi di cui al punto precedente come una regolamentazione dei mercati finanziari che assicuri il riciclo dei risparmi e faccia funzionare il circuito dei capitali in modo che essi vengano investiti nel modo più efficiente e nelle aree periferiche dove ce n’è maggior bisogno.
Essendo impossibile raccontare in poche pagine un libro molto ricco di analisi e dati non solo sulla storia dell’euro ma soprattutto sulle politiche economiche e finanziarie e sulla pessima gestione da parte del Consiglio europeo della prima grande crisi mondiale del XXI secolo chiudo sottoscrivendo la conclusione di Stiglitz: “fortunatamente, esistono alternative agli accordi attuali, che possono creare una vera prosperità condivisa: la sfida è imparare dal passato per creare la nuova politica e la nuova economia del futuro”. Restare fermi con l’attuale assetto istituzionale e perseverare nell’attuazione di politiche sbagliate e fallimentari costa molto di più che provare a cambiarle.

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Vecchie e nuove soluzioni per il salvataggio di Alitalia.

6 Maggio 2017 1 commento

Il Prof. Augusto Fantozzi – in una intervista al Corriere della Sera del 28 aprile scorso – ha lanciato l’idea di un prestito obbligazionario per salvare Alitalia. Le obbligazioni sarebbero state emesse dal governo e i fondi ricavati sarebbero stati girati all’azienda. Se alla scadenza l’Alitalia non fosse stata in grado di restituire i fondi, le obbligazioni sarebbero state convertite in azioni. Si sarebbe trattato quindi di un intervento diretto dello Stato che, solo in via subordinata, si sarebbe tradotto in un ingresso dello Stato nel capitale dell’azienda, alias, partecipazione statale. Come noto, il governo, con il decreto legge 2-05-2017 n. 55, ha scartato quest’ultima ipotesi e ha nominato non uno ma addirittura tre commissari per cercare soluzioni di mercato ma, nel frattempo, ha dovuto prevedere un prestito ponte di 600 milioni per assicurare la operatività di breve periodo. Il governo ha scelto la strada del commissariamento che con la nazionalizzazione sono ritenute inefficaci da parte del prof. Fantozzi che vanta una certa esperienza diretta al riguardo. Non risolutive perché “il commissariamento costa caro agli italiani con la svendita degli aerei, l’amministrazione straordinaria, la perdita di valore dei beni. E la nazionalizzazione avrebbe costi diretti importanti”.
E’ chiaro che se non si vuole una vera e propria nazionalizzazione della compagnia – come lo ha ribadito il governo – bisogna percorrere altre strade innovative. Restano i dubbi circa la natura di aiuti di Stato di questi interventi. Sappiamo che la Commissione europea gestisce la relativa normativa con criteri molto restrittivi che danneggiano in modo particolare le aree periferiche dell’Unione.
La variante qui proposta potrebbe essere quella di coinvolgere direttamente i lavoratori dipendenti della stessa società prevedendo un accordo sindacale secondo cui non sarebbero previsti tagli al salario, ma una quota del salario da concordare sarebbe trattenuta dall’azienda che assegnerebbe ai dipendenti obbligazioni convertibili o direttamente azioni proprie. In questo modo, i lavoratori dell’azienda sarebbero direttamente interessati al loro futuro all’interno dell’azienda. Come noto, si tratta di un modello che in altri settori ha consentito e consente il salvataggio di case editrici e di altre aziende in molti casi trasformandole da società di capitali in cooperative. Ed è noto anche che in questa fase di incertezza sul futuro dell’azienda molti piloti e altro personale qualificato hanno cominciato ad andarsene di loro iniziativa passando ad altre aziende del settore e causando un impoverimento del capitale umano.
Nel settore pubblico vero e proprio posso citare l’esperienza del 1976 quando la contingenza fu pagata ai dipendenti pubblici con l’emissione di Buoni poliennali del Tesoro che i lavoratori dovevano trattenere con per un certo periodo. Allora si trattò di un prestito forzoso a cui fece ricorso il Governo Andreotti appoggiato in Parlamento anche dal PCI, con la legge n. 797/1976 sulla base della quale gli incrementi della contingenza furono pagati mediante BTP al portatore. In questo caso, si tratterebbe di un prestito volontario e/o negoziato tra l’azienda e i suoi dipendenti.
Idee analoghe furono prospettate in Italia in un altro momento di grave crisi finanziaria nel 2011-12 e qualcosa di simile è stato fatto in Portogallo nel 2013. Allora si discutevano ipotesi di grosse trattenute sul salario, oggi si potrebbe prevedere una quota più o meno equivalente ai tagli concordati nell’accordo poi respinto dal voto dei lavoratori al referendum.
Oggi nel quadro delle nuove relazioni industriali potrebbe essere sufficiente un accordo sindacale perché sarebbero i lavoratori che “presterebbero” soldi all’azienda (rectius: ridurrebbero il fabbisogno di liquidità dell’azienda contribuendo ad assicurare la sua operatività in questa delicatissima fase di transizione al momento risolta con risorse messe a disposizione dal governo.
Quello proposto in prima approssimazione sarebbe analogo al prestito sociale che i soci cooperatori fanno alle loro cooperative con il c.d. prestito sociale. È chiaro che il meccanismo proposto non sarebbe risolutivo di casi gravissimi come quello dell’Alitalia ma potrebbe costituire un precedente emblematico di partecipazione, corresponsabilizzazione e controllo diretto dei lavoratori. Se è vero quello che dice il prof. Fantozzi che “i dipendenti e i dirigenti, anche al top, non si sono mai sentiti veramente coinvolti nella missione di far funzionare la linea aerea”, quella qui proposta potrebbe essere una strada da percorrere.
Come titolari di obbligazioni convertibili, subordinate e/o di azioni vere e proprie i lavoratori avrebbero diritto a nominare uno o più rappresentanti nel consiglio di amministrazione o di vigilanza dell’azienda. A me non sembra peregrina l’idea delle obbligazioni subordinate analoghe a quelle emesse dalle banche se considero che banche e società di trasporto svolgono servizi pubblici essenziali che devono essere gestiti in condizioni di massima efficienza e rispettando livelli standard delle prestazioni. Sarebbe una forma di cogestione parziale che potrebbe avviare un nuovo modello sull’idea dell’impresa privata come comunità di interessi e destino e, magari, ponendo fine alle polemiche mediatiche sulle presunte colpe dei lavoratori e dei loro rappresentanti sindacali accusati di avere contribuito a mandare in rovina l’azienda. Si tratta di vedere se i lavoratori sono pronti ad accettare una simile sfida.
Riferimenti:

http://www.corriere.it/digital-edition/CORRIEREFC_NAZIONALE_WEB/2017/04/28/5/la-proposta-di-fantozzi-un-prestito-pubblico-convertibile-in-azioni_U433106660804464PC.shtml

http://www.huffingtonpost.it/2017/04/28/il-piano-dellex-commissario-fantozzi-per-salvare-alitalia-passa_a_22059513/

http://formiche.net/2017/05/03/alitalia-prestito-ponte-del-2017-2008/

http://www.corriere.it/economia/17_aprile_28/ryanair-easyjet-assedio-low-cost-italia-record-europeo-cieli-alitalia-da0bd834-2b80-11e7-9442-4fba01914cee.shtml

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