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Archivio Luglio 2017

UN’IMPOSTA AD ALIQUOTA NOMINALE COSTANTE*

Con l’inizio delle elezioni primarie per la scelta del candidato alle elezioni presidenziali USA del prossimo novembre, i repubblicani hanno rispolverato la vecchia proposta di un’imposta ad aliquota costante (flat rate tax). Dopo poche settimane la proposta è rimbalzata in Italia ed anche qui si è sviluppato un certo dibattito che conviene esaminare.
Si tratta di un’imposta ad aliquota nominale costante (fissa) ma non di un’imposta unica come qualche inesperto commentatore ha ritenuto. Un’imposta ad aliquota costante tassa con la stessa aliquota proporzionale il reddito superiore ad un dato livello. Di nuovo, conviene precisare che si tratta di imposta progressiva sia pure di una forma molto limitata di progressione come quella per detrazione. Quindi non è un’imposta ad aliquota unica. Solo l’aliquota nominale è tale.
La proposta repubblicana è stata elaborata da un gruppo di esperti, nominato nel maggio 95 dai parlamentari Gingrich e Dole, leaders del partito repubblicano, e presieduto da Jack Kemp.
Si tratta di una versione di IAC che colpirebbe il reddito consumato. L’idea è sempre quella degli economisti c.d. offertisti (supply siders) che vogliono imposte molto basse per chi investe e per i ricchi; vogliono ridurre i costi di gestione del sistema che, secondo alcuni esperti, si aggirano ormai sui 100 miliardi di dollari all’anno; vogliono togliere molto del potere discrezionale allo Internal Revenue Service – l’equivalente del nostro ministero delle finanze; vogliono eliminare i principali varchi elusivi che sono rimasti dopo la riforma del 1986.
L’IAC pura è un modo di tassare il consumo a livello delle famiglie e delle imprese.
Se il consumo è uguale al reddito meno il risparmio, un’imposta sul reddito consumato tasserebbe il consumo a livello delle famiglie; un’imposta sul valore aggiunto lo tassa a livello delle imprese; la IAC combina i due schemi; il reddito da lavoro verrebbe tassato nella sede di destinazione: la famiglia; il reddito di capitale sarebbe tassato alla fonte nel luogo dove si forma: l’impresa.
Questa parte della IAC è simile all’imposta sul valore aggiunto. Simile perchè dai ricavi le imprese dedurrebbero non solo il costo dei beni intermedi e gli ammortamenti ma anche il costo del lavoro (i salari); i salari appunto verrebbero tassati con la stessa aliquota una volta che raggiungono i destinatari; anche la IAC può essere resa progressiva prevedendo delle deduzioni graduate secondo la composizione del nucleo familiare.
Stime fatte ipotizzano che con un’aliquota del 19% si possono esentare i consumi di 28 mila dollari di una famiglia di 4 persone; questo schema consentirebbe un’aliquota media effettiva crescente per tutti al crescere del reddito che è la caratteristica fondamentale della progressività.
L’attuale sistema invece presenta diverse funzioni di progressività per diversi contribuenti; i vantaggi della proposta sono sintetizzati in: a) meno distorsioni; b) maggiori incentivi al risparmio; c) aliquote marginali meno elevate; d) grande semplificazione; la dichiarazione dei redditi potrebbe essere contenuta in un modello della dimensione di una cartolina postale.
I contribuenti dovrebbero individuare solo due variabili: il reddito esente e l’imposta dovuta; il sistema tributario sarebbe progressivo solo dove è necessario che lo sia, ossia, nella ramo basso della scala distributiva.
In realtà le cose sono meno semplici di quanto si vuole far apparire perchè a livello delle famiglie e soprattutto delle imprese rimangono non facili problemi di definizione del risparmio e del consumo e, quindi, di controllo ed accertamento.
I fautori di questa proposta sostengono che l’eliminazione delle aliquote marginali più elevate, che caratterizzano le imposte progressive per scaglione, riducendo fortemente il grado di progressività dell’attuale income tax americana, taglierebbe l’erba sotto i piedi ad ogni comportamento elusivo; eliminerebbe l’interesse ad approfittare delle scappatoie che le complesse legislazioni sull’imposta sul reddito consentono più o meno in tutti i sistemi di imposizione sul reddito che sono in vigore nei paesi occidentali. Non ci sarebbe ragione di suddividere il reddito su più teste. Si eliminerebbe ogni problema di distribuzione del reddito su più anni per evitare il maggiore onere conseguente all’addensamento in un anno dei redditi percepiti.
Non ci sarebbe spazio – o quanto meno sarebbe drasticamente ridotto – per i c.d. arbitraggi fiscali che si verificano invece con la progressività per scaglioni. Vedi, ad. es., la distribuzione degli utili di impresa attraverso gli interessi pagati sulle obbligazioni sottoscritte dagli stessi azionisti di società a base ristretta; la convenienza dei soggetti con aliquota marginale più elevata ad indebitarsi con soggetti con aliquota marginali più basse, ecc..
Così strutturata l’imposta ad aliquota costante presenta numerosi vantaggi amministrativi.
Abbiamo detto che con la IAC è indifferente l’attribuzione del reddito a Tizio o a Caio.
La circostanza facilita enormemente gli aspetti amministrativi della riscossione. Il reddito può essere tassato alla fonte ancor più agevolmente; si ridurrebbero così i costi di adempimento dei contribuenti; e ciò potrebbe aumentare il grado adesione volontaria.
Si faciliterebbe anche la tassazione dei benefici accessori tipo assicurazione pagate dal datore di lavoro perché la ritenuta alla fonte sarebbe sempre la stessa. Il trattamento non sarebbe differenziato a seconda dei beneficiari.

Notevoli semplificazioni si realizzerebbero anche nell’integrazione tra imposte sulle persone fisiche e quelle sulle imprese. Nello schema americano l’imposta ad aliquota costante sostituirebbe le due principali imposte quella sul reddito delle persone fisiche e quella sul reddito delle società.
Qui conviene mettere in evidenza una forte differenza che c’è tra il sistema economico nord-americano e quello nostro; da noi c’è una fortissima presenza di piccoli e medi imprenditori (circa quattro milioni di soggetti organizzati per lo più in società di persone, imprese familiari, ditte individuali). Come noto, per questi ultimi soggetti, la tassazione del reddito di impresa avviene in regime di piena integrazione con l’imposta personale sul reddito; un conto è quindi ragionare con una struttura produttiva fondata sulle public companies e con azionariato di massa ed un altro è ragionare con quattro milioni di piccoli e medi imprenditori.
Mentre le società di capitali assicurerebbero una tassazione alla fonte degli utili distribuiti alle famiglie, bisognerebbe studiare un sistema che assicurasse la stessa possibilità per le società di persone per le quali, oggi, come detto, vige il principio della trasparenza, secondo cui il reddito prodotto si assume distribuito ai soci e viene tassato in testa agli stessi con le relative aliquote dell’imposta personale.
Si osserva che le società di persone che reinvestono gli utili all’interno dell’impresa andrebbero esenti per la quota di utili reinvestita. Si propone di tassarle al momento in cui cedono l’impresa magari per causa di successione. Questo comporterebbe, come attualmente, irrisolti problemi di valutazione del patrimonio netto di dette imprese e in ogni modo un forte differimento al futuro degli oneri dell’imposta.
In questo modo l’IAC non sarebbe neutrale con i risparmi investiti in società di capitali e gli utili reinvestiti nelle società di persone e nelle ditte individuali. Ci sarebbe un effetto d’immobilizzo in queste ultime e non nelle prime. Il sistema non sarebbe nè efficiente nè equo. In termini comparativi, rimarrebbe la discriminazione contro il risparmio investito nelle società di capitali.

Con riguardo agli aspetti redistributivi, in linea teorica, c’è compatibilità tra IAC ed equità.
Basta manovrare sul livello delle detrazioni: tanto più alte e opportunamente graduate le detrazioni quanto più l’onere della IAC graverà sui più ricchi.
Già prima della riforma del 1986, un economista americano Hausman sosteneva che l’introduzione della IAC avrebbe comportato una riduzione dell’aliquota media effettiva per tutti ed un netto miglioramento dell’efficienza allocativa. L’assunto era ed è che la riduzione delle distorsioni e degli effetti di disincentivo delle alte aliquote marginali avrebbe indotto un aumento generalizzato dello sforzo di lavoro. L’incremento del reddito prodotto sarebbe stato tale da compensare ampiamente la riduzione delle aliquote. Tuttavia i risultati delle verifiche empiriche di Hausman non erano e non sono accettati da tutti.
Ed invero la stessa esperienza Usa della riforma del 1986 dimostra che il previsto aumento del gettito non c’è stato e che il deficit di bilancio si è allargato e, tuttora, costituisce un problema irrisolto. Infatti chi ritiene rigida l’offerta di lavoro svaluta l’importanza del fattore fiscale; chi invece pensa che l’offerta di lavoro sia elastica, tra l’altro teme che per mantenere alta l’esenzione iniziale si debba alzare consistentemente l’aliquota media effettiva sui più ricchi e quindi ridurre le possibilità di manovra.
Non solo ma il problema redistributivo non si pone solo tra i più ed i meno ricchi ma anche tra i più ricchi e la classe media; se fatta a parità di gettito, la riforma comporta maggiori oneri per la classe media; tutto quello che pagano in meno i più ricchi deve essere pagato dalla classe media.
Forse questa è la difficoltà più grossa di attuazione della IAC anche alla luce del teorema dell’elettore mediano i cui interessi sono tenuti nella più attenta considerazione da parte degli opposti schieramenti.
I Repubblicani che nel 1996 tornano a rilanciare la proposta avranno un bel da fare a spiegare questo tipo di operazione ai loro elettori.
Altri ritengono che l’income tax uscita dalla riforma tributaria del 1986 costituisca in buona sostanza una versione modificata della IAC ma che le modifiche apportate al modello abbiano fatto perdere i più importanti vantaggi dello stesso.
I due economisti americani Hall e Rabushka, che nel 1983 e ’85 avevano formulato le proposte più analitiche e che perciò sono considerati i padri della IAC, insistono perché si adotti la versione pura.
Il vantaggio principale di una tale versione è quello di mettere in chiaro il livello di solidarietà che le classi abbienti sono disposte a pagare, ma non basta. Se definiamo i principali obiettivi di ogni sistema tributario in termini di capacità di assicurare: a) il gettito necessario; b) una certa redistribuzione; c) il finanziamento dei bisogni meritevoli (merit goods), vediamo che il problema si complica. Quello che è meritevole per alcuni non lo è per altri; è meritevole per alcuni sussidiare le spese per la ricerca e lo sviluppo; è meritevole per altri sussidiare l’acquisto della casa; per l’economista è facile sostenere che bisogna tagliare le agevolazioni, per il politico è ben difficile spiegare alle famiglie che non potranno più dedurre gli interessi sul mutuo per la casa.
Queste deduzioni menzionate sono proprio quelle che provocano una forte erosione della base imponibile dell’income tax americana.
Allora si ritorna al problema non facile di definire che cosa è equo, e al grado di intervento dello stato nell’economia; e qui le opzioni ideologiche, le visioni della giustizia sociale tornano ad occupare il centro della scena.
Per i politici ogni nuova proposta di spesa sarebbe più difficile da far passare perchè dovrebbero convincere le classi medie della necessità di aumentare l’aliquota.

Nonostante alcuni meriti della proposta, le possibilità che essa sia approvata sono molto esigue per quattro motivi di ordine politico:
1) i primi beneficiari della IAC sono i più ricchi e questo è difficile da far digerire non tanto ai poveri quanto alla classe media;
2) la IAC su base consumo inoltre tassa più pesantemente le persone anziane che, per lo più, consumano tutto quello che ricevono ; in effetti molte di esse consumano più del loro reddito perchè disinvestono; loro pagherebbero di più; per contro, attualmente, molti sistemi tributari prevedono agevolazioni per le persone anziane;
3) l’esenzione totale del reddito risparmiato e reinvestito è difficile da giustificare in termini comparativi; 40 milioni di consumi vanno tassati 40 milioni di risparmi vanno del tutto esentati;
nello schema proposto questo in realtà si verifica solo per chi reinveste nella propria azienda; mentre chi riceve un reddito di capitale è tassato alla fonte;
4) c’è la questione delle contribuzioni sociali; se i repubblicani vogliono eliminare le imposte sulle imprese, perchè, allora, non si dovrebbero eliminare anche le contribuzioni sociali che colpiscono i salari? L’obiezione – si osserva – non è fondata perchè a fronte delle contribuzioni sociali ci sono i benefici della sicurezza sociale;
ma la logica economica non sempre prevale sulle argomentazioni di tipo di politico;
5) non ultimo la proposta lascia nell’ambiguità o irrisolto il problema dei poveri. E’ vero si propongono generose detrazioni sino a 36-38 mila dollari per una famiglia di quattro persone ma per le famiglie che hanno un reddito; non si propone niente per assicurare lo stesso livello di benessere alle famiglie che non hanno redditi da esentare. Si dice che l’IAC colloca la progressività dove è importante che stia, ossia, nelle fasce medio-inferiori di reddito, ma ci deve essere un reddito. Se il reddito non c’è, allora il governo dovrebbe prevedere dei consistenti sussidi.
Su questo punto i repubblicani neo-liberisti USA non hanno una proposta coerente. Al contrario litigano con il Presidente Clinton perchè non accetta i tagli alla spesa sociale che essi propongono.
6) un altro motivo per cui la proposta repubblicana ha scarse possibilità di essere adottata negli USA e, a maggior ragione, in Europa sta nella circostanza che tutto il sistema delle convenzioni internazionali è costruito sul concetto ibrido di reddito prodotto-entrata. Piaccia o no, questo costituisce un vincolo sempre più stringente in un mondo di forte interdipendenza tra le principali economie del mondo, in un contesto di globalizzazione dei mercati e di crescente mobilità dei capitali e delle persone, per non parlare dei vincoli di armonizzazione fiscale che abbiamo sottoscritto con gli altri paesi dell’Unione europea.

E’ stato detto che adottare un’imposta sul reddito consumato ad una o più aliquote sarebbe una rivoluzione che sconvolgerebbe gli attuali ordinamenti tributari. E’ vero ma, sfortunatamente o meno, a seconda dei punti di vista, una simile rivoluzione non può essere fatta da un solo paese. O i principali paesi coordinano le loro azioni e concordano anche un periodo di transizione oppure l’azione isolata di qualcuno o alcuni di essi determinerebbe tensioni nel sistema.
E’ questa una ragione non secondaria per cui nonostante l’eleganza, l’efficienza ed altri meriti dell’imposta sul reddito consumato, nessun paese al mondo mi risulta che l’abbia adottata in tempi recenti, se si escludono i due esperimenti falliti di India e Ceylon degli anni ’50.
Per questi motivi, se c’è – come c’è – un problema di riforma del sistema tributario, sarebbe bene evitare le fughe in avanti, i viaggi nel futuro e guardare ad esperienze più realistiche come quelle in corso in alcuni paesi scandinavi che proprio nel momento del loro ingresso nell’Unione europea, hanno adottato un c.d. imposta duale (dual income tax), un’imposta che prevede un regime di progressività attenuata per i redditi di lavoro e di proporzionalità per quelli di capitale. Una proposta allo stato superiore anche dal punto di vista dell’equità e che non è difficile innestare sull’attuale sistema. Il che non è poco.

26.02.96
* Seguendo il dibattito sulla flat rate tax – per alcuni versi ingannevole e deviante nella proposta rincipale avanzata da N. Rossi – mi sono ricordato di un mio scritto indedito di 21 anni fa (febbraio 1996)- che commentava la proposta del Partito repubblicano Usa in vista delle elezioni presidenziali del novembre dello stesso anno che confermarono Clinton per un secondo mandato. Lo propongo tale e quale riservandomi di integrarlo ed aggiornarlo in relazione ai problemi del nostr sistema tributario ed alcu i spunti emersi dall’attuale dibattito estivo in vista delle prossime elezioni in vista delle quali con scarso senso di responsabilità molti politici parlano di taglio delle tasse.

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Lettera aperta ad Emma Bonino sull’ATAC

A fronte dello sfascio dell’Atac non c’è da stupirsi se anche Emma Bonino e i Radicali raccolgano firme per la liberalizzazione del trasporto pubblico locale (TPL) della Capitale. In Europa e in Italia soffia ancora un forte vento di destra. Nella UE fin qui non hanno vinto i partiti antieuropeisti ma, come in Francia, non hanno vinto i partiti di sinistra. In Italia a causa degli errori del Partito Democratico di Renzi si profila una vittoria del centro-destra nelle prossime elezioni politiche sempre che la coalizione riesca a mettere in campo un gruppo dirigente all’altezza del compito. In suddetta prospettiva, è naturale che arrivino proposte come quella della liberalizzazione del TPL della Capitale con “valenza politica nazionale” e quella ideologicamente affine della imposta ad aliquota nominale costante, alias, flat rate tax. Due proposte di destra che massacrerebbero le classi sociali con redditi medio bassi in nome di un presunto aumento dell’efficienza ottenibile semplicemente con la riduzione del perimetro di intervento dell’operatore pubblico a tutti i livelli di governo.
Mi dispiace ma non posso condividere la linea della privatizzazione del TPL. Non vedo come si possano introdurre in generale elementi di concorrenza in questo complesso e difficile settore. Viene citato il caso delle nettezza urbana in alcune grandi città ma si tratta appunto di un servizio facilmente suddivisibile a livello di Municipi o gruppi di municipi. Può anche darsi che in aree metropolitane si possa fare qualcosa del genere almeno per alcune zone e aree di grandi città ma non vedo come tale suddivisione del servizio TPL possa funzionare in Comuni di media e piccola dimensione. Il TPL è un servizio particolare che richiede una forte integrazione e coordinamento di linee ed orari difficile da operare anche da parte di un unico gestore. È illusorio pensare che tale complessa funzione possa essere meglio attuata perché ci sono più operatori in concorrenza tra di loro. Il TPL deve essere prodotto a costi inferiori a tutte o quasi le altre alternative esistenti. Il problema fondamentale è quello di minimizzare i costi di produzione dato un prefissato livello di qualità del servizio rispettando certi standard anche di trattamento del personale addetto, alias, evitando il dumping sociale praticato, ad esempio, dalle compagnie aeree low cost con sede sociale in paesi a fiscalità di favore e che, comunque, ricevono sussidi dalle Regioni italiane. Resta il fatto non trascurabile che una società privata deve remunerare il capitale investito e dovrebbe assicurare le tariffe le più basse possibili per favorire la mobilità di quanti non dispongono o non possono accedere a mezzi alternativi di trasporto. Se così resta valida la teoria tradizionale dell’impresa pubblica che remunera il capitale impiegato con le economie esterne che crea in termini di bassi costi del trasporto pubblico, decongestionamento del traffico privato, di minore inquinamento, di protezione dell’ambiente di cui tiene conto nel suo bilancio sociale. Un’impresa privata non ha alcun interesse a investire il suo capitale per produrre in perdita. Non c’è teoria dei mercati efficienti che può giustificare il contrario.
Per l’impresa pubblica è una questione di management serio e responsabile che deve garantire la mobilità di giovani, studenti e lavoratori con bassi redditi o disoccupati e inattivi in cerca di lavoro evitando inefficienze e sprechi. Deve affrontare un problema di contesto ossia, di regolazione appropriata di tutto il traffico locale pubblico e privato sapendo che se quest’ultimo è libero, anarchico, non disciplinato, impedirà il corretto funzionamento di quello pubblico. C’è un problema complesso di integrazione e coordinamento di tutti i sistemi di trasporto a livello di area metropolitana e/o di area vasta specialmente per quella che insiste intorno alla Capitale. È vero che il mercato privato svolge in un modo o nell’altro questa funzione per gli operatori privati ma qui si tratta, come detto, di coordinare gli operatori pubblici con quelli privati e si tratta anche di minimizzare la produzione di diseconomie esterne e proteggere l’ambiente. Il che richiede anche una programmazione dello sviluppo urbanistico, delle reti e delle infrastrutture di ogni tipo. Sono problemi che vanno affrontati con approccio programmatorio di tipo globale, sistemico in un’ottica di medio e lungo periodo. Cambiare l’assetto proprietario di una società di TPL non porta da nessuna parte come abbiamo visto con le altre società miste seguendo il criterio liberista della UE, del partenariato pubblico-privato. Non mi pare che in Italia dette società abbiano dato buona prova di se. Sono servite ad assumere senza concorsi, alias, con procedure privatistiche più adatte ad alimentare le clientele politiche. Non di rado sono diventate un veicolo di corruzione diffusa ovviamente con le dovute eccezioni. Non ultimo, occorre che le esistenti autorità amministrative indipendenti che controllano la qualità di tutti i servizi pubblici locali siano veramente attrezzate con personale competente e indipendente e non come succede a volte con personale proveniente dalle stesse strutture che dovrebbero controllare – come mi è capitato di vedere recentemente esaminando il caso Roma. Come molti sanno, a livello locale e non solo, c’è un gravissimo problema di controlli di gestione durante ed ex post sulle imprese pubbliche, miste, non profit e quanto altro largamente sottovalutato dai politici e dall’opinione pubblica.
Certo la liberalizzazione potrebbe escludere il modello delle società miste. Ma il TPL resta un bene pubblico locale e mi viene in mente l’analogia con la fornitura dell’acqua. Abbiamo il sistema degli acquedotti pubblici che perdono per strada all’incirca la metà dell’acqua. Servono ingenti investimenti pubblici per ridurre questi sprechi. La UE aveva dato delle indicazioni sul tasso di remunerazione (7%) che bisognava riconoscere agli investitori privati. C’è stato il referendum che ha bloccato la partecipazione dei privati all’efficientamento e alla gestione congiunta degli acquedotti. Il risultato è che continuiamo a sprecare una risorsa quanto mai preziosa.
Lo ripeto il settore del TPL è ben più complesso per i motivi detti sopra. Richiede un approccio programmatorio di tipo sistemico. Privatizzare non significa necessariamente liberalizzare. Tra l’altro significa ridurre la trasparenza perché mentre per le imprese pubbliche i dati sono immediatamente disponibili, non così per quelle private al netto dei falsi in bilancio in entrambi i settori. Ritengo che anche un’impresa pubblica locale possa essere gestita bene secondo i più appropriati criteri del bilancio sociale. Servono la volontà politica ed un adeguato controllo sociale.

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Il Governo accantona la lotta all’evasione fiscale: arrivano le elezioni.

Dallo sbraco di Renzi alla rottamazione degli strumenti più importanti della lotta all’evasione. Dopo gli SDS è il turno del redditometro e/o degli accertamenti sintetici.
A leggere l’ultimo Rendiconto generale della Corte dei Conti (CdC) sull’attività dell’Agenzia delle Entrate (AdE) nel 2016 si ha la conferma della “netta riduzione dell’attività di controllo basata sull’accertamento sintetico, sugli studi di settore e sulle indagini finanziarie, fenomeno quest’ultimo che conferma il progressivo indebolimento dell’attività di controllo fiscale, anche alla luce dell’enorme potenziale informativo assicurato dall’anagrafe dei rapporti finanziari”. Come noto, detta banca dati fu fatta approvare dal governo Monti e riguarda tutti i contribuenti ivi inclusi lavoratori dipendenti e pensionati come se l’evasione fiscale fosse perpetrata massicciamente anche da queste ultime due categorie.
Come si spiega questa caduta dell’attività di controllo sostanziale da parte dell’ADE? Si spiega con il cambio di strategia nella lotta all’evasione. Il governo è passato dalla lotta all’evasione all’incentivazione della compliance (adesione, adempimento), ossia, all’incentivo all’adempimento (non spontaneo ma comprato). Ma agendo in questo modo non si crea una nuova etica della responsabilità sociale ma un comportamento opportunistico da parte dei contribuenti che ne usufruiscono. Non si adempie un dovere, un obbligo ai sensi dell’art. 53 della Costituzione ma si fa mercimonio delle indulgenze. Si fa baratto del credito erariale e non si promuove la virtù civica. Si discrimina ingiustamente tra quanti sottoposti a ritenuta alla fonte pagano il dovuto e quanti (lavoratori autonomi e imprenditori, ecc.) hanno il controllo di alcune variabili importanti che concorrono alla formazione della base imponibile.
Se poi aggiungiamo i condoni e/o le voluntary disclosures, la rottamazione delle cartelle, dei ricorsi in essere e la riduzione del personale è comprensibile che l’AdE non può assolvere ai nuovi compiti senza sacrificare l’ordinaria attività di controllo. Si spiega così il passaggio dagli accertamenti sintetici alle “lettere di cortesia” con le quali si segnalano ai contribuenti alcune irregolarità ed anomalie che commettono nella redazione delle loro dichiarazioni. I primi richiedono indagini complesse e una particolare interlocuzione con il contribuente. Non di rado manca il tempo per svolgere bene le une e l’altra. Invece le letterine, da sole, inducono i destinatari al ravvedimento operoso, ma – osserva la CdC – “relativa risulta essere l’efficacia delle comunicazioni inviate in rapporto agli introiti conseguiti (403.755 comunicazioni complessive e 128,6 milioni di introiti a titolo di ravvedimento indotto)”. Con un recupero medio di 318 euro ci vorrebbero circa mille anni per recuperare l’attuale evasione. Ma non basta, la CdC avverte che “questo strumento dovrebbe in prospettiva ridimensionarsi al crescere delle informazioni e dei dati considerati in sede di precompilazione delle dichiarazioni”.
Non ultimo, la CdC aggiunge che diminuisce “il numero delle comunicazioni di irregolarità emesse nel 2016 a seguito delle procedure di liquidazione automatizzata delle imposte emergenti dalle dichiarazioni dei redditi e dell’IVA, passato da 6,6 milioni di comunicazioni a 5,9 milioni (-10,3 per cento), mentre aumenta l’introito complessivo derivante da tale attività, che raggiunge gli 8.013 milioni, con un incremento di 1.121 milioni rispetto al 2015 (+16,3 per cento). Ciò conferma il rilievo che ha assunto il fenomeno del mancato versamento delle imposte dichiarate (IVA, ritenute, imposte proprie), divenuto ormai una inconsueta forma di finanziamento delle attività economiche e, in alcuni casi, una modalità di arricchimento illecito”.
C’è qualcosa che non funziona nella fase dell’accertamento e in quella della riscossione se le strutture specializzate non riescono a riscuotere neanche le imposte dichiarate. Vedremo se con l’accorpamento della riscossione (Equitalia) e dell’AdE si potrà porre qualche rimedio a questo grave problema.
Dulcis in fundo, scrive la CdC che “i pur limitati dati che è stato possibile acquisire relativamente ai procedimenti penali tributari mettono in luce, dopo le modifiche recate alla disciplina contenuta nel d.lgs. n. 74 del 2000, dai decreti legislativi n. 128 del 5 agosto 2015 e n. 156 del 24 settembre 2015, una notevole riduzione delle notizie di reato segnalate alle procure penali già dagli ultimi mesi del 2015 e, in misura ancora maggiore, nel corso del 2016”. Quindi al di là di qualche caso sporadico di arresto di qualche callido evasore, gli altri possono continuare ad operare tranquilli nella loro attività di pianificazione fiscale mirata a comprimere al massimo le imposte da pagare all’Erario.
La CdC cita ancora una riduzione del personale del 6,6% negli ultimi 6 anni; una flessione dei controlli sostanziali con una sensibile riduzione della maggiore imposta accertata (-10.7%) e risultati finanziari (-17,2%) rispetto al 2015. Trovo questi dati veramente impressionanti e per me sono il risultato di questo continuo insensato cambio di strategia che abbiamo visto sopra. Ne emerge un quadro desolante secondo cui lavoratori autonomi, piccoli artigiani e imprenditori, alcuni professionisti rischiano un controllo ogni 33 anni. A ogni ricerca annuale l’evasione viene confermata nell’odine dei 7-8 punti di PIL mentre le stime del tax gap da parte dell’AdE – si noti l’elegante termine inglese – viene valutato prudentemente o benevolmente attorno ai 94 miliardi – all’ingrosso un paio di punti di PIL in meno.
Intanto continua la giostra dei rimedi alle nomine illegittime nelle Agenzie ora unificate quelle delle entrate e della riscossione. Tutti i governi dell’ultimo quarto di secolo hanno voluto le Agenzie per poter fare nomine a go go di persone di loro fiducia. Personalmente sono stato sempre contrario alle agenzie perché l’autonomia gestionale non è sinonimo di buon andamento ed imparzialità come prevede l’art. 97 della Costituzione. Né la deroga alla selezione dei dipendenti e soprattutto dirigenti per concorso pubblico sembra aver fatto bene allo svolgimento dei loro compiti. Le strutture finanziarie di un paese industriale e fortemente terziarizzato sono complesse e difficili da capire e governare per nominati provenienti dalla società civile. Ne risulta una gestione fortemente politicizzata della funzione di controllo fiscale che è esattamente l’opposto di quello che prescrive la Costituzione.
Se poi uno considera la qualità della legislazione e le continue modifiche che il governo promuove ci si rende conto che anche i migliori esperti e le stesse strutture tecniche sono in continuo affanno prima per capire l’esatta portata delle nuove leggi e poi per emanare le circolari applicative.
E su questo terreno purtroppo c’è continuità tra i governi di centro-destra e quelli di centro-sinistra. Si cerca di attuare la delega fiscale a suo tempo voluta da Tremonti-Berlusconi e portata avanti dagli ultimi tre governi del Presidente. Si conferma la tesi secondo cui condoni, sconti fiscali e sbrachi vari vengono spacciati come esigenza di assicurare la certezza del diritto in primo luogo agli investitori esteri. Ma se questi devono ancora arrivare, a chi servono i condoni e le agevolazioni fiscali? A certi contribuenti nostrani. E risibili sono i continui annunci ed evocazioni di semplificazione degli adempimenti e della legislazione. Se le società moderne sono complesse e si moltiplicano le forme con cui si può organizzare l’attività produttiva e distributiva e le fattispecie contrattuali che le regolano, è chiaro che, nella migliore delle ipotesi, quello che si può sperare e fare è evitare le complicazioni inutili. E se non è cambiato niente in termini di dati macro ciò significa che i cambiamenti nell’assetto organizzativo non hanno inciso sui risultati.
Non sarebbe corretto non menzionare che l’AdE dall’anno scorso punta tutto sulla fatturazione elettronica ma sembra sfuggire all’Agenzia che in un paese dove dilaga l’evasione, erosione, l’elusione, un sommerso enorme, contraffazione di prodotti griffati, corruzione ed estorsione, una criminalità organizzata di livello mondiale vale quello che vale per i computer garbage in/garbage out: monnezza dentro monnezza fuori. Potrà essere solo un colpo di fortuna accorgersi via computer che una fattura elettronica è falsa e la Guardia di finanza può spiegare bene quanto siano difficili questi controlli, si richiedono accessi presso le imprese collocate ovunque e, quindi, un difficile e lento coordinamento sovranazionale. Personalmente nel passato avevo riposto una certa fiducia nella moneta elettronica ufficiale ma ora sta prendendo piede anche la moneta elettronica privata che allo stato risulta del tutto incontrollata. Se uno pensa poi che la Banca centrale europea non riesce a controllare la contraffazione delle proprie banconote e che l’Italia ha un primato anche in questo settore, figuriamoci come potrà controllare le transazioni finanziate con la bitcoin. Ne deduco che quella dell’AdE – e del governo che l’avalla o la impone – di puntare su un solo strumento di contrasto all’evasione sia una strategia alquanto stupida se non assunta in mala fede. E se, a ben riflettere, non si è visto da nessuna parte una burocrazia seria e responsabile che rinunci spontaneamente ai suoi poteri/strumenti più incisivi, allora delle due l’una: o c’è la responsabilità diretta del governo o abbiamo delle strutture amministrative fortemente deresponsabilizzate.

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L’Unione economica e monetaria davanti ad un bivio

C’è aria di cambiamento a livello europeo. Si è aperto il negoziato Brexit ad un anno dal referendum e, contrariamente alle aspettative, Theresa May, dopo avere indetto elezioni anticipate nella speranza di potere trattare da una posizione di maggiore forza, ha perso la maggioranza e stenta a formarne una nuova. Si è votato in Francia con un sistema maggioritario a doppio turno e Macron ha ottenuto un successo straordinario infliggendo una sconfitta sonora al Partito socialista. Ma questo fatto passa in seconda linea rispetto alla sconfitta della signora Le Pen che entra in Parlamento ma con appena otto deputati senza poter formare un autonomo gruppo parlamentare. Si è votato in altri paesi come Olanda e Bulgaria e anche lì hanno vinto i filoeuropeisti mentre i partiti anti-europeisti hanno performato ben al di sotto delle aspettative.
A settembre si voterà in Germania e a ottobre in Austria. Anche per questo motivo ho detto e ribadito che il 2017 è un anno perso per le decisioni veramente importanti a livello centrale. Ci sono state manifestazioni di intenzioni molto importanti da parte del Presidente francese e anche da parte della Cancelliera Angela Merkel ma tra il dire ed il fare bisognerà attendere la formazione del governo tedesco prima che si arrivi a qualche decisione importante. Nel frattempo, purtroppo, le richieste italiane di aiuto concreto nel ricollocamento dei migranti che sbarcano nei nostri porti sono state respinte dal Presidente francese.
Anche PQM la Commissione europea ha già pubblicato tre importanti documenti di riflessione: uno sullo sviluppo del c.d. Pilastro sociale e un secondo sull’approfondimento dell’Unione economica e monetaria ed un terzo sull’attribuzione di nuove entrate tributarie proprie all’Unione in aggiunta a quelle già esistenti. È significativo il fatto che questi documenti escano come documenti di riflessione proprio perché la Commissione non ha voluto “interferire” con le dette manifestazioni di intenzioni e buona volontà dei Paesi membri sotto elezioni.
In questa nota faccio una prima analisi del secondo documento sul futuro dell’Unione economica e monetaria a dieci anni dallo scoppio della crisi mondiale. Si tratta di un documento di 40 pagine molto snello che tocca tutti o quasi i problemi che affliggono il funzionamento dell’Unione economica e monetaria quali la mancata convergenza, l’euro, lo stato di avanzamento dell’Unione Bancaria, il mancato coordinamento e/o appropriata articolazione delle politiche economiche e finanziarie dei paesi membri (d’ora in poi PM), nonostante il c.d. Semestre europeo, il progetto di un efficiente mercato dei capitali, la creazione di obbligazioni “sicure” come quelle del Tesoro USA, il progetto di definire una base imponibile armonizzata ai fini dell’imposta sulle società, ecc.
Non potendo entrare nel merito di tutte le questioni trattate dal documento, mi limito a quelle che mi sembrano al momento più rilevanti. Intanto anche la Commissione prende atto che tra i PM prevale la mancanza di fiducia reciproca. È una questione molto seria di cui ogni giorno vediamo manifestazioni diverse e ripetute. È chiaro che se si continua così non si andrà molto lontano e aumenterà la delegittimazione delle istituzioni europee. Sulla posizione di Macron sui migranti abbiamo visto la presa di posizione del Presidente Juncker e l’assordante silenzio-rigetto dei parlamentari europei assenti proprio nel momento in cui il Presidente della Commissione è andato a presentare le proposte. Un modo sfacciato e irresponsabile di manifestare il proprio dissenso.
A dieci anni dallo scoppio della crisi il documento fa il punto sul problema della convergenza. Intanto distingue opportunamente tra convergenza reale, nominale e ciclica. La prima è quella che riguarda gli standard di benessere e i livelli similari di reddito come fattori fondamentali per poter parlare di coesione economica, sociale, crescita sostenibile, stabilità dei prezzi e piena occupazione. La convergenza nominale è quella proposta dai famigerati parametri di Maastricht (deficit, debito, tassi di interesse, di inflazione e di cambio) visti come prerequisiti per entrare nell’euro. La convergenza ciclica è quella riguardante i cicli economici dell’economie dei PM. Con la moneta unica e con le economie dei PM in fasi cicliche diverse – dice la Commissione – è difficile l’attuazione di una politica monetaria unica e ancor più difficile – aggiungo io – attuare il coordinamento delle politiche economiche e finanziarie dei diversi PM. Va sottolineato che la Commissione, come detto sopra, riconosce il fallimento delle strategie di Lisbona e di Europa 2020 (primo e secondo decennio del XXI secolo). Si legge a p. 12 del documento: “la convergenza che si era manifestata nei primi anni della moneta unica si è rivelata in parte illusoria …. Anni di crescita bassa e zero hanno creato ed esacerbato significative differenze economiche e sociali”. Ne fa discendere la conclusione che una ricetta unica per tutte le malattie non funziona ma si guarda bene dal fare una valutazione esplicita della politica economica dell’austerità applicata con il massimo di rigore in una fase congiunturale che avrebbe richiesto misure di segno opposto. Invano ho cercato nel documento la parola austerità. Non ce n’è traccia. Eppure detta politica sconsigliata da migliaia di economisti tra cui diversi Premi Nobel ha causato due gravi recessioni nel 2008-09 e nel 2012-13. La doppia recessione si legge in maniera netta nei grafici riportati nel testo del documento ma non sono individuati i responsabili. Si guarda bene dal suggerire come bisognerebbe articolare la politica economica e finanziaria per tenere conto delle diverse fasi cicliche delle diverse economie dei PM. Ovviamente nessuna valutazione critica di tutte le misure (six-pack e two-pack) adottate, nel 2011, in sede di riforma del Patto di stabilità e crescita del 1997 (Regolamento n.1466/1997) e ancora nel Trattato intergovernativo sulla stabilità, coordinamento e la governance dell’Unione economica e monetaria meglio conosciuto come Fiscal Compact con il quale la Germania e i suoi più stretti alleati hanno imposto ai PM di scrivere e/riscrivere il c.d. pareggio di bilancio. Qui mi basta ricordare che anche in questa riforma del PSC si privilegia la funzione di stabilizzazione sacrificando del tutto la crescita. Come noto, il Fiscal Compact ha raggiunto il suo obiettivo ma c’è una norma transitoria che, dopo la valutazione della sperimentazione quinquennale, prevede la possibilità di inserire nei Trattati alcune delle principali del nuovo Patto di stabilità e crescita (Regolamento n. 1175/2011). Se il Trattato sull’Unione e quello sul funzionamento dell’Unione, in buona sostanza, sono la Costituzione europea e se questa è certamente la costituzione più lunga del mondo, ritengo che sarebbe un errore appesantirla ed allungarla ulteriormente. E’ già un documento lungo, farraginoso e incomprensibile ai più. Le norme sopra citate contengono regole sostanziali e procedurali su come si gestiscono i bilanci pubblici da parte delle autorità di politica economica e finanziaria e dette regole, in generale, devono essere flessibili per poterle adattare alle situazioni particolari che si verificano nei diversi PM dell’UE. Nei Paesi avanzati dette regole sono scritte in leggi ordinarie. Nelle Costituzioni si scrivono principi e/o criteri generali. Ma in Europa prevale la sfiducia ed una classe governante composita come quella europea si illude di superare questo deplorevole stato delle cose alzando la fonte del diritto creando così un sistema normativo bizantino comprensibile solo ai più esperti addetti ai lavori. Va precisato che la mancanza di fiducia appena menzionata è citata a p. 17 dalla stessa Commissione che n’è la prima vittima. Essa opera non solo nel rapporto tra elettori e eletti ma tra i poteri della stessa Unione. Il Consiglio dei capi di governo ha messo con le spalle al muro sia il Parlamento che la Commissione. L’idea circa il Consiglio era quella di creare una camera che richiamasse in qualche modo il senato federale di uno stato federale vero e proprio. In fatto si è legiferato un ossimoro, un ibrido che condivide la funzione legislativa con il Parlamento e la funzione esecutiva con la Commissione. C’è mancanza di fiducia da parte del Consiglio dei capi di governo su quello che potrebbero fare istituzioni europee veramente democratiche che ispirassero la loro azione al perseguimento degli interessi generali di tutta l’UE. Ora è chiaro che se si continua su questa strada si aggrava il deficit democratico, si delegittimano le istituzioni. Servirebbe una vera riforma dei Trattati che si muovesse nella direzione della creazione di un vero e proprio stato federale. Ma questo non era e non poteva essere l’oggetto del documento della Commissione. PQM le stesse proposte sulla governance che sono sul tavolo, che provengono da fonti diverse e che la Commissione cita mi sembrano alquanto pasticciate e non innovative. Vedi il dilemma se rafforzare i poteri dell’eurogruppo o quelli della Commissione stessa, il ruolo del Parlamento e le fumisterie della collaborazione con i diversi parlamenti dei PM. La proposta di un Fondo monetario europeo che dovrebbe prendere il posto del Fondo salva Stati ma senza scimmiottare il Fondo monetario internazionale del quale i PM resterebbero comunque associati a tutti gli effetti. Sappiamo che ai tempi della famigerata Troika durante le fasi più drammatiche della gestione della recente crisi ci sono state forti tensioni tra BCE, FMI e Commissione europea. Anche la proposta del Fondo monetario europeo e dello stesso ministro delle finanze e/o del tesoro a livello centrale non supera l’ibrido assetto odierno che vede al vertice decisionale il Consiglio dei capi di governo che per ovvie ragioni sono portati a ragionare in un’ottica prevalentemente nazionale. Quello che serve secondo me, è intanto darsi un obiettivo finale. In altre parole, decidere l’assetto istituzionale che si vuole raggiungere e, coerentemente, approntare gli strumenti che servono a quell’assetto. La Commissione invece cita continuamente il Rapporto dei cinque presidenti che si muove seguendo il tradizionale approccio gradualista e parcellizzato: Unione bancaria, Unione fiscale, l’Unione politica, Unione dei mercati di capitali, un po’ di capacità fiscale, ecc.. Per un mio commento alle proposte dei cinque Presidenti vedi il post citato sotto (1). Ma la crisi ha mostrato che detto approccio non ha funzionato bene. Certo ha evitato il peggio ma le diseguaglianze, gli squilibri territoriali si sono aggravati, alcuni paesi hanno tratto vantaggi dalla crisi, altri sono stati fortemente penalizzati dall’adozione di politiche sbagliate. Mancano politiche genuinamente europee, ossia, mirate a perseguire l’interesse comune di tutti i cittadini europei. E la posizione divaricata dei vari PM sui migranti ne costituisce la prova sempre più attuale e drammatica. L’unica istituzione che potrebbe e dovrebbe essere portatrice dell’interesse generale europeo è il PE ma purtroppo per il modo in cui eletto e composto non sembra voler prendere l’iniziativa di riaprire il cantiere delle riforme istituzionali. Purtroppo si è lascato mettere all’angolo. L’assenteismo di massa in occasione delle comunicazioni sui migranti del Presidente della Commissione Juncker è stato emblematico. Riparare o introdurre qualche marginale aggiustamento all’attuale governance non porterebbe molto lontano.
(1) http://enzorusso2020.blog.tiscali.it/2015/06/?doing_wp_cron

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