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Note sul Rapporto Svimez 2017 sull’economia del Mezzogiorno

10 Novembre 2017 Nessun commento

Il Sud aggancia la ripresa con una crescita del PIL dell’1,3% rispetto all’1,6% del Centro Nord. La ripresa è congiunturale e non strutturale. Anche se la Svimez prevede per il 2018 un significativo aumento delle esportazioni e degli investimenti. La ripresa strutturale presuppone una consistente ripresa degli investimenti pubblici e privati e il rafforzamento del capitale umano e sociale con l’inserimento nel sistema produttivo di lavoratori più giovani e più qualificati. Cosa che diventa sempre meno probabile se la politica economica del governo non riesce a ridurre la disoccupazione e, quindi, frenare l’emigrazione verso altre aree del paese e dell’Europa. E non aiutano certo misure pur necessarie di riduzione anche selettiva della spesa e dei dipendenti pubblici. Questi ultimi sono stati ridotti per 17.954 unità nel C-N e di 21.500 unità nel Mezzogiorno ed una divaricazione crescente anche nella spesa pubblica consolidata.
Cito direttamente dell’Introduzione al Rapporto: “Per quanto concerne il confronto territoriale tra i livelli di spesa della Pubblica Amministrazione, il divario del Mezzogiorno non solo resta elevato ma è cresciuto negli anni della crisi dell’8,8%, essendo passato da 2.174,3 euro per abitante nel 2007 a 2.378,8 euro per abitante nel 2015…. Anche escludendo la spesa previdenziale, che di per sé produce una accentuazione del divario suddetto, l’ammontare della spesa pubblica complessiva consolidata, intesa come spesa di Amministrazioni centrali e territoriali, si presenta significativamente più basso nel Mezzogiorno: 6.573 euro per abitante nel 2015 contro i 7.327,7 euro del Centro-Nord. Per effetto delle variazioni di segno opposto registrate tra il 2007 ed il 2015 (–5,4% per il Mezzogiorno; +1,4% per il Centro-Nord), la spesa pro capite della P.A. (al netto di quella previdenziale) nell’area meridionale ha rappresentato nel 2015 l’89,7% del livello del Centro-Nord, a fronte del 96,2% registrato nel 2007. Non hanno quindi consistenza le affermazioni, anche di fonte autorevole, che accreditano il Mezzogiorno di un volume di spesa pubblica più elevato ed attribuiscono il problema della mancata crescita del Paese ad un «assistenzialismo secolare», capace di generare solo sprechi ed inefficienze”.
Le retribuzioni al Sud restano basse per via della produttività più bassa. Anche il tasso di attività è più basso che al Centro-Nord. La Svimez cita il FMI il quale vede nel circolo vizioso bassi salari, bassa produttività, bassa competitività la causa del basso livello degli investimenti e quindi la riduzione del benessere sociale. Molti dati raccolti nel Rapporto evidenziano una certa resilienza dell’economia meridionale ma pesano molto le regole europee del Patto di stabilità e crescita che hanno creato un altro circolo vizioso – non meno grave del primo – per cui la bassa produttività e la bassa crescita determinano un output più basso e, quindi, un minore bisogno di allentare il perseguimento dell’obiettivo a medio termine del pareggio di bilancio strutturale, alias, poca flessibilità.
La situazione a me appare drammatica se si considera brevemente la sola dinamica degli investimenti pubblici. Nel 2016 hanno toccato il fondo con il 2,2% a livello nazionale e lo 0,8% nel Sud e, di nuovo, questo mina le possibilità di crescita a medio termine non solo nel Mezzogiorno ma anche nel Centro-Nord. Nell’ultimo cinquantennio – calcola la Svimez – la spesa pubblica per infrastrutture si è attestata al -2% annuo a livello nazionale come media ponderata di un -0,8% ne C-N e -4,8% nel Sud. Un dato drammatico se si confronta con quelli dei governi di Centro-sinistra degli anni ’60 e primi anni ’70 del secolo scorso. In termini pro-capite nel 1970 la spesa pubblica per infrastrutture pro-capite era di 450,8 nel C-N e di 673,2 euro nel Sud. Nel 2016, 296 nel C-N e -107 euro nel Mezzogiorno. E poi qualcuno non capisce il declino economico del Mezzogiorno e del resto del Paese. È il risultato di una politica dissennata che prima ha portato ad individuare la Cassa per il Mezzogiorno come il vaso di Pandora di tutti i mali del Paese – anche se c’erano episodi di corruzione -, poi all’abolizione dell’intervento straordinario, quindi (nel 2001) arriva alla riforma del Titolo V della Costituzione e, otto anni dopo, alla legge n. 42 del 2009 c.d. Calderoli senza mai trovare l’accordo per definire un valido sistema di trasferimenti compensativi e, infine, nel 2011 sospende del tutto l’attuazione del federalismo fiscale e del coordinamento efficiente ed efficace delle politiche nazionali con quelle regionali e della finanza pubblica in generale. Intanto il C-N, dopo aver contribuito alla liquidazione delle due principali Banche meridionali (quelle di Napoli e di Sicilia) continua ad assorbire i risparmi del Sud come dimostra il rapporto impieghi/depositi più alto nel Paese (1,83) e più basso al Sud (1,14) con conseguente difficoltà di trovare credito da parte delle piccole e medie imprese meridionali.
Nessuna meraviglia se permane alta la disoccupazione che spinge i lavoratori ad emigrare nonostante che, nei primi 8 mesi del 2017, siano stati incentivati 90 mila posti di lavoro. La povertà assoluta che riguarda il 10% delle persone nel Sud rispetto ad un 6% nel C-N e le politiche di austerità incidono pesantemente sui consumi interni. E tuttavia la domanda interna – scrive la Svimez – è riuscita a sostenere la ripresa nonostante le basse retribuzioni e le alte esportazioni. A mio giudizio, si tratta di uno sforzo eccezionale determinato dalla disperazione e dalla volontà ultima di sopravvivere da parte delle imprese a fronte di un Paese che non ha una politica industriale opportunamente articolata a livello regionale e offre generosi incentivi e detassazioni a go go nell’ambito del programma Industria 4.0 alle imprese del Centro-Nord e qualche incentivo alle imprese meridionali. E’ evidente che se tale politica non viene corretta opportunamente allargherà il divario tra Sud e C-N anche perché le Regioni meridionali non elaborano più programmi di sviluppo degni di questo norme e non chiedono di coordinare il loro sistema di incentivi con quello nazionale. Aumenta il disagio sociale al Sud penalizzato anche nel godimento di servizi pubblici meno efficienti e, quindi, con disparità nei livelli essenziali di assistenza e delle prestazioni che si aggiungono alla disparità nei livelli retributivi, determinati dal mercato.
La svalutazione interna imposta dalle politiche economiche adottate a livello europeo ha funzionato in maniera perversa come previsto da centinaia di economisti. E’ aumentata la mobilità del lavoro che si è tradotta in una forte emigrazione verso le aree del C-N del Paese e dell’Europa. Il capitale sociale si è ulteriormente indebolito. Da una nuova ricerca fatta dalla Svimez risulta che in un quindicennio il Sud ha perso 200 mila laureati. A fine 2016, 62 mila abitanti residenti e ancora 28 mila nel 2017 con i dati fin qui rilevati. Inoltre è in forte aumento il pendolarismo con 208 mila persone che si spostano per un quarto circa all’interno del Mezzogiorno e per i rimanenti ¾ al Centro-Nord. Evidentemente c’è ancora speranza o determinazione a trovare un lavoro.
Il Rapporto Svimez, come noto, è un ponderoso volume ricco di analisi, valutazioni della situazione in essere e delle politiche adottate fin qui, nonché di proposte come le ZES (zone economiche speciali) per risolvere i problemi aperti dell’economia meridionale che evidentemente condizionano anche la crescita del C-N e indirettamente anche dell’Eurozona. Anche sul Mezzogiorno pesano le regole per qualche aspetto perverse del Patto di stabilità e crescita e del Fiscal Compact con annessi regolamenti. Non potendo trattare tutti questi problemi interconnessi in questa breve presentazione del Rapporto mi limito ad alcune osservazioni conclusive sulla questione fiscale e i trasferimenti nazionali e comunitari. I flussi redistributivi verso le regioni meridionali si sono ridotti del 10% circa da 55,5 a 50 miliardi senza tener conto che parte di questi fondi attivano acquisti nel Centro Nord per circa 20 miliardi secondo la stima della Svimez. Infatti con tutte le cautele sul calcolo del c.d. residuo fiscale va tenuto in debito conto la forte interdipendenza economica e commerciale tra Nord e Sud anche nella valutazione del discorso sull’attuazione dell’art. 116 comma 3 della Costituzione come riaperto dai referendum delle regioni a statuto ordinario della Lombardia e del Veneto che chiedono maggiori competenze e, quindi, maggiori risorse per finanziarle. A mio avviso la richiesta delle suddette regioni è condivisibile a condizione che su funzioni importanti richieste sia preventivamente disponibile una seria analisi costi e benefici che dimostri sul serio la fattibilità di una gestione più efficiente. E non basta, occorre anche che tutte le Regioni accettino la costruzione di un efficiente ed efficace sistema di trasferimenti compensativi e perequativi come previsto dal d.lgs. n. 56 del 2000 e abbandonino il metodo discutibile dei Patti annuali della salute, e di quelli più generali ma non meglio definiti degli ultimi anni.
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Per capire meglio il dibattito sulla Banca d’Italia

22 Ottobre 2017 Nessun commento

Premesso che sono molto critico delle principali riforme portate avanti dal governo Renzi e non sto a difendere neanche il suo comportamento nella qualità di segretario generale del Partito democratico in particolare la sua iniziativa di una mozione parlamentare di censura della Banca d’Italia.
Premesso che il Governatore Visco è un ottimo economista, una persona competente, seria e rispettabile e che il suo ruolo di governatore della BdI andrebbe tenuto distinto da quello del responsabile della vigilanza che, oggi come oggi, risponde direttamente all’Autorità europea di vigilanza.
Premesso che ci troviamo in un contesto istituzionale diverso da quello di dieci fa – quando Visco non era governatore – perché è in fase di avanzata costruzione una Unione bancaria e che esiste già ed è operativa un’Autorità europea di vigilanza sulle banche anche qui formalmente distinta dalla BCE.
Premesso che sono affari diversi valutare il record storico della BdI in materia di gestione della politica monetaria e creditizia e la vigilanza sulle banche prima e dopo l’entrata in vigore dell’euro e del sistema delle banche centrali europee.
Premesso che negli ultimi trent’anni il governo ha espropriato il Parlamento della iniziativa legislativa ed è costretto a lavorare indefessamente per approvare una enorme quantità di leggi scritte male che non di rado rimangono inattuate e che, per questo motivo, le Camere hanno trascurato e/o ridotto al minimo la funzione di controllo sugli atti del governo, delle AAI, della PA in generale.
Tutto ciò premesso, dopo alcuni cenni storici sul perché si è pervenuti a concepire e praticare una netta separazione tra i due principali strumenti della politica economica e finanziaria: la politica monetaria e creditizia e la politica fiscale e finanziaria per cui si è venuta a creare una diarchia tra le autorità fiscali che formalmente devono tradurre in leggi le loro misure di politica economica e le autorità di politica monetaria che per lo più agiscono a mezzo di provvedimenti amministrativi. Specialmente a livello europeo la diarchia sta creando seri problemi di coordinamento dei due strumenti. Secondo il paradigma tradizionale era la politica monetaria che accomodava la politica fiscale dei governi, oggi per via dell’assetto improprio sono le politiche fiscali dei paesi membri che devono essere coordinate con la politica monetaria della BCE conferendo a quest’ultima un ruolo egemonico su tutta la politica economica e finanziaria dell’UE.
Negli anni ’70 il problema era la stagnazione con inflazione e molte riforme furono finanziate con l’emissione di debito pubblico. Negli USA fiorivano anche gli studi sul ciclo politico-economico elettorale secondo cui pur di vincere le elezioni i governi usavano disinvoltamente gli strumenti della politica monetaria per dare una impronta espansiva alla politica economica. Inoltre trionfava la scuola monetarista di Chicago che affermava sinteticamente che la politica monetaria è strumento troppo delicato per lasciarlo in mano ai governi e così iniziava una campagna per rafforzare l’autonomia e l’indipendenza delle Banche centrali. Una linea di pensiero che ha trovato condivisione e sostenitori anche tra economisti di altre scuole di pensiero economico. L’operazione non è senza costi e non si può dire che abbia funzionato bene. In particolare durante periodi di grande crisi economica e finanziaria come quella che ha caratterizzato le economie occidentali negli ultimi dieci anni. Formalmente in Italia la Banca d’Italia è un Autorità amministrativa indipendente e queste sono nominate con procedure più o meno idonee. La BdI non è una istituzione dello Stato – non è menzionata nella Costituzione – come invece è la Banca centrale europea nell’assetto istituzionale europeo vedi l’art. 13 del Trattato sul Funzionamento dell’Unione Europea. E’ una Autorità Amministrativa Indipendente per molti aspetti anomala perché ha una lunga storia alle spalle ed è caratterizzata da un conflitto di interessi grave essendo le banche controllate formalmente titolari delle azioni della Banca d’Italia medesima. Inoltre non è detto che la stessa procedura di nomina del suo massimo esponente sia la migliore possibile se, da un lato, esclude un ruolo delle commissioni parlamentari e, dall’altro, prevede il parere della Consiglio superiore della stessa Banca d’Italia. PQM, al di là della valutazione della persona che riveste o dovrà rivestire la carica di governatore sarebbe, secondo me, opportuno valutare l’appropriatezza dell’assetto proprietario della Banca e della procedura di nomina del suo governatore. Atteso che è stata nominata una Commissione parlamentare di inchiesta sulla nostra Banca centrale, probabilmente essa si occuperà anche di questi problemi non secondari.
Ma al di là dell’assetto formale delle istituzioni e delle regole di nomina sia in Italia che nella Unione deve prevalere il principio di leale collaborazione e la valutazione dell’autonomia e indipendenza va verificata nei fatti e nell’esercizio delle loro funzioni presenti e passate. Non è questa la sede per fare un’analisi del record storico della BdI. Mi basti dire che come in altri casi, nella storia della Banca ci sono luci e anche ombre.
Qui voglio brevemente soffermarmi su alcune aspetti poco convincenti del dibattito che si è scatenato sui media tra il partito dei difensori ad oltranza della piena autonomia ed indipendenza della BdI e gli avversari o, meglio, di quelli che vorrebbero maggiore trasparenza ed una valutazione più attenta del suo operato – compito ora affidato alla Commissione parlamentare di inchiesta che ha iniziato i suoi lavori da poco tempo e, quindi, non è ragionevole arrivare a giudizi ponderati fino a quando non saranno disponibili le sue conclusioni. Secondo me, c’è profonda contraddizione tra chi sostiene la piena autonomia e indipendenza della Bdi e poi affida la nomina del suo governatore al governo che è espressione di una maggioranza politica e, quindi, partitica. Certo in sede istituzionale bisogna assumere che il governo persegua gli interessi generali del Paese che governa ma siamo in una fase di degenerazione della politica della sfiducia e anche i cittadini elettori non credono più nella superiore correttezza dei governanti. Lo stesso vale rispetto a quanto si fa sia in Italia che in altri paesi riguardo alla nomina dei presidenti delle AAI. Negli USA c’è un ruolo forte delle Commissioni parlamentari sul controllo delle nomine proposte dal Presidente. In Italia autorevoli commentatori si oppongono alla parlamentarizzazione della valutazione dei candidati e, quindi, difendono a spada tratta l’attuale procedimento di nomina. Certo un Parlamento composto per lo più da nominati non dai partiti strutturati di una volta, ma da oligarchie centralistiche o da soli leader neanche il Parlamento o il Presidente della Repubblica sfuggirebbe al sospetto di scelte interessate. Vedi l’esperienza dei governi del Presidente di questa legislatura. Se il modello all’interno del quale si opera è quello di un “uomo solo al comando”, tutte le procedure di nomina possono essere distorte e non del tutto corrette. Tuttavia ritengo che la sede parlamentare, la sede principale della sovranità popolare, dove in un modo o nell’altro le forze politiche esprimono direttamente le loro rappresentanza è quella migliore, è quella che offre le maggiori garanzie di trasparenza e di valutazione articolata vuoi del record storico di funzionamento di strutture amministrative che di individuazione delle personalità più idonee a dirigerle – senza trascurare le implicazione dell’assetto europeo provvisorio e per molti versi inappropriato.
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Il lascito di Wolfgang Schauble all’Europa

13 Ottobre 2017 Nessun commento

Addio all’Eurogruppo di Schauble, il potente MEF della RFT. Ha voluto salutare i colleghi con un non paper dove ha delineato la sua posizione sui principali problemi economici e finanziari dell’Unione. Chiare le alternative: o si trasferiscono al centro altri pezzi di sovranità anche fiscale oppure si fanno ora altri accordi per soluzioni intergovernative da trasferire nei Trattati in un secondo tempo. La strategia è la stessa di quella del 2012 quando fu creato il MES e fu sottoscritto il Trattato sul Fiscal Compact. Il MES (meccanismo di stabilità europea, alias, salva Stati) non è una istituzione. È un tipico strumento dell’approccio intergovernativo disciplinato da un Trattato. Per istituire il MES fu modificato l’art. 122 parag. 2 secondo la procedura speciale di cui all’art. 136 del Trattato sul funzionamento dell’Unione, alias, Trattato di Lisbona. Sullo status giuridico e ruolo del MES vedi Luigi Gianniti all’indirizzo sotto.
Si discute oggi se incorporare il MES nel istituendo Ministero europeo dell’economia e delle finanze MEEF oppure trasformare in alternativa il MES in un c.d. Fondo monetario europeo sulla scia del FMI. La posizione tedesca (o personale) che Schauble ha voluto chiarire dovrebbe essere questa ultima ma da percorrere in due fasi e come punto di arrivo. Per la fase intermedia il MES riceverebbe un secondo mandato più ampio di quello attuale, ossia, il MES utilizzando le sue cospicue risorse dovrebbe non solo salvare gli Stati membri a rischio default ma prevenirne le crisi secondo le regole del Fiscal Compact, quelle dell’art. IV del FMI e, gradualmente, quelle del Patto di stabilità e crescita come riformato dal regolamento 1175/2011. Il nuovo MES inoltre dovrebbe potere imporre ai PM in crisi misure di ristrutturazione del debito pubblico con suddivisione dei costi tra lo stesso MES e i creditori privati. Per svolgere questi compiti, alias, il ruolo di assicuratore di ultima istanza, il MES dovrebbe monitorare i bilanci pubblici e la situazione economica e finanziaria del PM, conserverebbe il potere di emettere eurobonds per adeguare le sue risorse alla bisogna. Naturalmente un’operazione del genere svuoterebbe il ruolo della Commissione che rimarrebbe più o meno relegata al ruolo di Ufficio Studi.
Per essere ancor più chiaro, Schauble respinge ogni forma di condivisione dei rischi non solo di quelli connessi al debito pubblico ma anche di quelli bancari per il semplice motivo che, a suo giudizio, tali misure renderebbero più debole l’Unione economica e monetaria e, quindi, l’euro.
Ammette che le riforme strutturali proposte a giugno di ogni anno dalla Commissione nelle sue raccomandazioni specifiche per i PM possano risultare costose nel breve termine e si limita a prevedere degli incentivi. A tale scopo non serve una capacità fiscale intergovernativa aggiuntiva. A suo giudizio, a questo riguardo si dovrebbe valorizzare il collegamento tra suddette raccomandazioni e il c.d. semestre (sessione di bilancio) europeo e i fondi strutturali andando a costruire un primo nucleo del bilancio dell’eurozona. È del tutto evidente che in questo modo, data la dimensione striminzita di detti fondi pari a circa 350 miliardi di euro per tutto il periodo 2014-2020, detto primo nucleo non sarebbe per nulla idoneo per essere utilizzato come strumento di stabilizzazione del ciclo economico di singoli PM e, meno che mai, dell’economia europea nel suo insieme. E’ noto che anche la Commissione e il suo Presidente Juncker che sono favorevoli alla proposta del MEEF formalmente all’interno della Commissione non hanno fin qui avanzato proposte specifiche sul bilancio europeo e, soprattutto, sul superamento del divieto di indebitamento. Senza infingimenti, Schauble non riconosce la necessità di uno strumento di stabilizzazione macroeconomica per gestire i frequenti shock asimmetrici che colpiscono alcuni paesi e, come se ciò non bastasse, respinge l’idea di un sussidio di disoccupazione perché sono strumenti non necessari ai fini della stabilità dell’euro. E aggiunge che le misure anticicliche arrivano sempre tardi mentre un’indennità europea di disoccupazione dovrebbe tener conto dei differenti livelli di reddito con grandi complicazioni. Ancora più cinica è la motivazione addotta per respingere le proposte di risorse addizionali per fronteggiare i crescenti squilibri territoriali tra le regioni centrali e quelle periferiche. I motivi per cui la convergenza diminuisce invece di aumentare sono di natura strutturale e nazionale e non possono essere affrontati con capacità fiscale aggiuntiva. In chiaro, prevedere nuova capacità di indebitamento servirebbe solo a guadagnare tempo e a ripetere gli errori del passato da parte dei governi nazionali. In altre parole – lo ripeto – non servono trasferimenti compensativi di diseconomie esterne, di gap infrastrutturali, di lontananza dai mercati, o per assorbire shock asimmetrici nei limiti in cui funziona una vera unione bancaria e il mercato unico dei capitali. Con un piccolo particolare, al momento non c’è pieno funzionamento né della prima (ancora da completare) né del secondo (ancora da promuovere).
Non serve una mutualizzazione del debito, non servono nuovi eurobond in aggiunta a quelli esistenti. Basta la flessibilità prevista dal PSC e dal Fiscal Compact. Al riguardo trova lo spazio per respingere le critiche del FMI circa la complessità, opacità e contraddittorietà delle regole fiscali europee di suddette regole. Difende la bontà delle nuove regole sul debito messe sullo stesso piano di quelle sul deficit. Basta la flessibilità da ammettere nei limiti in cui il trend del debito pubblico è discendente.
Che dire dell’uomo politico destinato a diventare Presidente del Bundestag. Non è un economista come più volte Egli stesso ha voluto precisare. Grande coerenza, grande cocciutaggine. Non lascia un bel ricordo. E il suo lascito è da prendere con beneficio di inventario. Per fortuna non sarà più MEF ma non c’è da festeggiare perché, secondo certi pronostici, il suo probabile successore potrebbe avere proposte peggiori.
Enzorus2020@gmail.com

https://mail.google.com/mail/u/0/#search/luigi.gianniti%40senato.it/15f0594ba1f00e84?projector=1

Per alcuni dati sintetici sui diversi fondi strutturali: strutturalihttps://www.to.camcom.it/book/export/html/495

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Ponzio Pilato a Strasburgo

Sul caso Catalogna, ieri, c’è stato un dibattito non vibrante al Parlamento europeo. Non c’è stata una condanna esplicita delle violenze della polizia sui catalani che volevano votare al referendum non ammesso dal governo di Madrid e dichiarato illegittimo dalla Corte costituzionale spagnola. Il Parlamento europeo, attraverso il suo Presidente Antonio Tajani, ha detto tre cose: a) la violenza non è piaciuta a nessuno; b) ha fatto appello a tutti affinché riprendano la via del dialogo sereno ed approfondito; c) ha invitato le due parti a non prendere iniziative unilaterali. Va apprezzato che il Parlamento europeo abbia rotto il silenzio rispetto alle altre istituzioni europee a partire dalla Presidenza della Commissione europea per la quale è intervenuto il primo vice-presidente Frans Timmermans. Questi, definita l’Unione una Comunità di valori legali, di diritto (non Stato di diritto), in buona sostanza, si è schierato con il governo di Madrid. Ha detto che nello Stato di diritto si devono rispettare le procedure previste dalla legge, ci può essere un uso proporzionale della forza per farle rispettare, che il referendum indetto dal governo della Catalogna non era costituzionale e che il problema è una questione interna della Spagna. In buona sostanza, si è schierato con il governo di Madrid implicitamente censurando l’uso non proporzionale della forza pubblica. Timmermans e cosi gli altri interventi dei capi gruppo dei partiti europei e dello stesso Presidente Tajani non hanno toccato il merito del problema che, secondo me, è quello dell’Europa delle Regioni, ossia, dell’assetto centralizzato o decentralizzato non solo dell’Unione ma anche dei suoi Paesi membri. Non a caso i Trattati prevedono per tutte le misure legislative un parere del Comitato delle Regioni e del Comitato economico e sociale. Per me, questo significa che nei Trattati è tracciato un approdo finale verso un assetto istituzionale decentralizzato dell’UE ma, probabilmente, Timmermans ha sorvolato per non irritare il governo di Madrid e non incoraggiare quello di Barcellona. E se l’Unione è una vera Unione e non una Confederazione che conferisce al centro solo compiti limitati, il discorso del Vice-presidente della Commissione su una questione così delicata è stato ellittico e forse anche pilatesco.
Attendiamo ora una pronuncia del Consiglio dell’Unione, alias, dei Capi di Stato e di governo. Può piacere o no – e a me non piace – è questa la istituzione, la sede politica che governa l’Europa e da questa sede mi aspetterei una pressione politica più forte sulle parti in causa perché trovino un accordo tenendo presente che non ci sono solo le costituzioni del Paesi membri ma c’è anche quella dell’Unione europea anche se degradata nel Trattato sul funzionamento dell’Unione europea, alias, Trattato di Lisbona e c’è, non ultima, la Carta di Nizza. A mia conoscenza, non c’è alcun paese membro o il Presidente Tusk che abbia chiesto una convocazione urgente del Consiglio. E se così e se ci sarà una discussione in seno al Consiglio, essa arriverà con ritardo. Sappiamo anche che non pochi Paesi membri dell’UE sono in preda a rigurgiti nazionalisti e, probabilmente non vorranno stabilire un precedente che nel futuro potrebbe ritorcersi contro di loro. Per questi motivi ritengo improbabile un intervento più incisivo di quello del Parlamento europeo da parte del Consiglio. Ma un simile atteggiamento pilatesco, di certo, non gioverebbe al futuro dell’Unione.
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La questione democratica nella UE.

27 Settembre 2017 Nessun commento

Tutti invocano il superamento del deficit democratico di una Unione in preda ad una deriva autocratica e tecnocratica in parte necessitata ed in parte voluta. E così anche il Presidente Juncker nel suo discorso sullo stato dell’Unione. In altri termini, per effetto della globalizzazione, c’è non solo nell’UE ma anche nel mondo e nei singoli Paesi una verticalizzazione del processo decisionale a cui, da un lato, non corrisponde un assetto istituzionale adeguato e, dall’altro, pone severi limiti alla sovranità dei governi degli Stati nazionali. Ora la risposta corretta a questo problema non è il ritorno allo stato nazionale di stampo ottocentesco che è ormai superato dalla storia e, soprattutto, dalla forte interdipendenza economica e finanziaria che caratterizza i rapporti tra i vari protagonisti della Comunità internazionale, ma il afforzamento e la piena democratizzazione delle istituzioni sovranazionali. Gli attuali squilibri istituzionali infatti causano frustrazione a livello dei singoli paesi favorendo la nascita di movimenti c.d. sovranisti e, comunque, trasferiscono le aspettative a livelli superiori di governo o, più precisamente, a livello della c.d. governance che anche quando riesce a risolvere in fatto qualche problema viene accusata di mancanza di legittimazione democratica. Emblematico quello che scrive al riguardo il Documento di riflessione sul futuri delle finanze europee del 28 giugno u.s.: “i cittadini europei si aspettano che l’Europa eserciti un ruolo di leadership nel mondo, per governare gli effetti della globalizzazione, per difendere un ordine fondato sulle regole, per avere una buona governance e anche democrazia, lo stato di diritto e i diritti umani, sviluppo sostenibile, stabilità e sicurezza nelle sue immediate vicinanze”. Vaste programme – avrebbe detto De Gaulle – ma del tutto velleitario con un bilancio comune pari allo 0,98% del PIL dell’Unione.
Sul punto si è soffermato anche il Presidente della Commissione Juncker nel suo discorso sullo stato dell’Unione ed ha avanzato due proposte specifiche, secondo me, del tutto inidonee a risolvere il problema. La creazione del ministro europeo dell’economia e delle finanze a cui vorrebbe assegnare anche la presidenza dell’eurogruppo. Il MEEF formalmente sarebbe vice-presidente della CE e avrebbe uno status di alto rappresentante analogo a quello per la politica estera. Juncker ha proposto inoltre la eliminazione del Presidente del Consiglio europeo dei capi di Stato e di governo e l’assegnazione delle sue funzioni al Presidente della Commissione europea.
Entrambe le proposte mi vedono contrario in primis perché svalutano l’idea che la Commissione sia o debba essere il vero governo politico ed economico della UE. Infatti se da un lato far presiedere l’Eurogruppo al Presidente della commissione rafforza il ruolo di quest’ultima, dall’altro assegnarle il ruolo di presidente, rectius, di “segretario” del Consiglio europeo I consoliderebbe in fatto la posizione di subordinazione della Commissione al Consiglio e non viceversa.
Analogamente tirare fuori dalla Commissione in fatto il MEEF anche presidente dell’eurogruppo significa svuotare o ridurre ai minimi termini il ruolo della Commissione. Da questo punto di vista, la proposta in buona sostanza non è molto diversa da quella di affidare il controllo dei bilanci nazionali all’attuale Meccanismo europeo di stabilità. Entrambe le misure non si avvicinano ma si allontano dall’obiettivo di creare al centro dell’Unione un vero e proprio governo politico ed economico di stampo federale. E’ questo il vero problema da risolvere oggi nell’assetto ibrido delle istituzioni europee e tale obiettivo non può essere conseguito senza abrogare il Consiglio europeo I.
C’è, secondo me, un’altra proposta veramente innovativa che potrebbe maturare in seguito alla non auspicabile uscita del Regno Unito dall’UE. Se malauguratamente la Brexit dovesse avvenire sul serio i 73 seggi di parlamentari inglesi non dovrebbero essere utilizzati per creare dei collegi elettorali genuinamente europei e con la stessa legge elettorale, con libertà di qualsiasi cittadino di candidarsi nel collegio di sua scelta – obiettivo valido e da perseguire per tutti i membri del PE per evitare una differenziazione anche per un periodo transitorio – ma potrebbero essere utilizzati per creare un vero e proprio Senato federale assegnando tre senatori a ciascuno dei 27 PM rimanenti. Naturalmente, come già detto, previa abrogazione del Consiglio europeo supremo e conseguente potenziamento delle competenze legislative del Parlamento e del Senato dopo una più attenta suddivisione delle medesime tra PE e parlamenti dei PM. Certo questa proposta richiede necessariamente la riapertura del cantiere delle riforme istituzionali e la conseguente riforma dei Trattati. Anche le confuse riforme proposte dal Presidente Juncker lo richiedono ma se riforma dei Trattati deve esserci, ci sia per far fare, al più presto possibile, un salto di qualità alle istituzioni europee.
Enzorus2020@gmail.com

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Sulla proposta di un ministro europeo dell’economia e delle finanze.

16 Settembre 2017 1 commento

Nel suo discorso sullo Stato dell’Unione, il Presidente della Commissione Juncker ha rilanciato la proposta di creare un ministro dell’economia e delle finanze europeo. Si tratta di una proposta di cui si discute ormai da anni ma che in Italia stranamente ha suscitato notevole interesse e, in alcuni casi, addirittura toni di entusiasmo da parte di alcuni commentatori qualificati.
Di per se, sulla carta, sarebbe un passo in avanti rispetto all’assetto istituzionale ibrido, insoddisfacente ed inefficace che attualmente caratterizza la c.d. governance economica europea. Per inciso, vale la pena ricordare che si ha governance quando non c’è un vero e proprio governo democratico direttamente responsabile nei confronti del Parlamento e/o degli elettori. La proposta di Juncker non è innovativa ma prende atto della scarsa volontà dei Paesi membri dell’UE di proseguire nel processo di centralizzazione della politica economica e finanziaria con la formalizzazione di un Ministro responsabile di un settore così delicato ed importante. Rientra quindi nell’approccio settoriale, gradualista ma per certi versi inadeguato, squilibrato e dirompente se il MEF non si inserisce all’interno di un vero e proprio governo centrale con competenze generali. Sarebbe squilibrante dei poteri all’interno della Commissione se gli altri commissari restano come sono ora incaricati di monitorare gli andamenti del loro settore, elaborare proposte e svolgere i compiti che vengono affidati loro dal Consiglio europeo dei Capi di Stato e di governo.
Ma prima ancora di guardare ai rapporti tra i diversi membri della Commissione, vediamo cosa dovrebbe fare il MEF europeo. In sintesi, dovrebbe cercare di assicurare un maggiore coordinamento delle politiche economiche e finanziarie dei governi dei PM (paesi membri). Ma con quali strumenti? Nessuno o, più esattamente, con i soliti vecchi e del tutto inadeguati. Che senso ha creare formalmente un MEF europeo se prima non si costruisce un vero e proprio bilancio europeo nell’ordine minimo dei 4-5 punti del PIL europeo? Solo con un bilancio di tale entità si potrebbero fare manovre che abbiano qualche possibilità di influenzare la gestione della domanda aggregata non a livello europeo dei 27 PM ma almeno nei paesi periferici e non, con grossi squilibri e/o sottoposti a shock asimmetrici. È un problema anche questo di cui si discute da lungo tempo e non ci sono proposte ufficiali innovative né nel discorso di Juncker né nei Documenti di riflessione sull’approfondimento dell’Unione economica e monetaria ed in quello più recente sulle finanze europee. In quest’ultimo, si propone un fondo di riserva più ampio di quello attuale per provvedere a bisogni e emergenze non previste. Il che richiama il connesso problema della struttura attuale del Quadro finanziario pluriennale attualmente settennale che, addirittura, si vorrebbe decennale senza prevedere un vera e propria legge finanziaria su base annuale come c’è in tutti i paesi avanzati non solo con l’obiettivo della stabilizzazione ma anche con quello dell’allocazione più efficiente delle risorse e, perché no, con quello dei trasferimenti sia pure limitati e selettivi. Quindi delle due l’una: o si continua così con l’approccio misero del gradualismo oppure si fanno delle proposte che implichino un salto di qualità nella costruzione di un vero e proprio governo centrale, in prospettiva di stampo federale, all’interno del quale sarebbe coerente avere un MEF con tutti i poteri che esso ha vuoi negli assetti centralizzati vuoi in quelli decentralizzati. Solo in questo modo ci può essere una gestione unitaria e coordinata delle varie politiche che l’Unione è chiamata a svolgere. Solo in questo modo si può superare la conduzione della politica economica e finanziaria a mezzo di parametri automatici, in alcuni casi, obsoleti e di dubbio fondamento economico.
Funzioni che attualmente la governance economica europea non riesce a svolgere in maniera soddisfacente con l’effetto di creare squilibri istituzionali e lasciando gravi problemi finanziari irrisolti? Quella strettamente collegata al bilancio e al proposto MEF europeo è la c.d. funzione di stabilizzazione discussa ampiamente nei documenti di riflessione sopra citati e per la cui gestione mancano strumenti adeguati. I due Documenti della Commissione, prendendo atto della scarsa volontà politica di andare avanti su questo terreno, ritengono difficile la creazione di un bilancio europeo di adeguata dimensione finalizzato anche alla stabilizzazione. Al riguardo si contrappongono due tesi. Una prima nella logica intergovernativa che vedrebbe la funzione assegnata all’attuale ESM (meccanismo europeo di stabilità) che la Germania vorrebbe trasformare in un Fondo monetario europeo in qualche modo, alla stregua del FMI. La proposta non è ben vista dalla Commissione perché le toglierebbe i poteri di sorveglianza sui bilanci nazionali per passarli al FME. La seconda è quella qui in esame del MEF europeo. Non senza un certo coraggio, il Presidente Juncker, nel suo discorso sullo stato dell’Unione, ha confermato questa posizione della Commissione – come aveva già fatto Moscovici a Cernobbio. La proposta è anche del Presidente francese Macron che la sta portando avanti nelle sue trattative informali e dirette con la Merkel. Se dovesse passare la proposta tedesca, la Commissione vedrebbe ampiamente ridimenzionata la sua funzione. PQM timidamente Juncker fa propria la proposta del MEF europeo dentro la Commissione per rendere più spedito ed efficace il processo decisionale – cosa tutta da dimostrare. La proposta si muoverebbe nella logica comunitaria ma per fare questo e non incappare nel vincolo dell’unanimità bisognerebbe utilizzare le c.d. clausole passerelle che consentirebbero di votare a maggioranza. Come noto agli addetti, ci sono due tipi di passerelle (vedi art. 294 del Trattato di Lisbona): quella politica generale o procedura legislativa ordinaria che deve raccogliere l’unanimità preliminare (l’autorizzazione) del Consiglio europeo (dei capi di stato e di governo) e quelle settoriali e/o speciali che richiedono l’accordo preliminare dei relativi Consigli europei (dei ministri competenti per settore), nella specie previste per le seguenti materie: bilancio comunitario, alias, quadro finanziario pluriennale (art. 312 del TFUE), politica estera e sicurezza, politica sociale, ambiente, cooperazione giudiziaria, e cooperazioni rafforzate.
Neanche la strada delle passerelle del secondo tipo è priva di ostacoli perché i blocchi di voto presenti nel I consiglio europeo, non di rado, si formano anche nei diversi consigli del ministri. PQM, a mio avviso, la proposta di Juncker non è gran che innovativa perché – lo ripeto – non ha molto senso un MEF europeo senza un adeguato bilancio comunitario di cui disporre e senza una legge finanziaria da proporre annualmente. Che senso ha avere il c.d. semestre europeo per la formazione dei bilanci dei PM se, allo stesso tempo, non si discute del bilancio europeo. Se la Commissione europea vuole fare sul serio, allora dovrebbe avere il coraggio di proporre l’apertura del cantiere delle riforme istituzionali a partire dai Trattati fondamentali e da quelli intergovernativi che in materia di politiche di bilancio e di coordinamento delle politiche economiche e finanziarie hanno creato un groviglio di sigle, acronimi e norme discutibili e dannose che fin qui hanno creato un vuoto di governo centrale dell’economia europea – occupato non sempre opportunamente dalla BCE. Ci sono i commenti favorevoli alla proposta Juncker di alcuni commentatori e ci sono le trattative dirette tra Francia e Germania, ma qual è la posizione del governo italiano? Non si sa, per ora, non prende posizione.

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Sul triste declino di Roma

9 Settembre 2017 Nessun commento

Sul degrado di Roma sono intervenuti sul Corriere della Sera (1-09-17 e 6-09-17) due personalità di grande reputazione e credibilità: il prof. Sabino Cassese, eminente Maestro di diritto amministrativo e giudice emerito della Corte Costituzionale, e il Dott. Giuseppe Roma, Direttore del Censis nonché Segretario generale della Rete Urbana delle Rappresentanze. A fronte dell’evidente declino della Capitale che, per molti versi, riflette il declino economico e civile del Paese, entrambi propongono, da un lato, un organismo tecnico per la gestione per i servizi pubblici della Capitale, dall’altro, un Ufficio politico-istituzionale (addirittura un ministro senza portafoglio o un Ufficio presso la Presidenza del Consiglio dei ministri) che coordini gli interventi su Roma come è stato fatto, con qualche successo, in occasione del Grande Giubileo del 2000 quando a tal fine fu istituita una Commissione presso la Presidenza del Consiglio dei ministri (ex legge n.651/1996). Ma allora detta Commissione ebbe a disposizione finanziamenti straordinari per circa 7.500 miliardi di vecchie lire (3.500 come contributo al Gande Giubileo del 2000 e l’altra parte come contributi vari alla Capitale d’Italia. Se come ricorda il dott. Roma, nel gennaio 2004, Roma cresceva più di Milano e l’allora sindaco Veltroni fantasticava di una Tiburtina Valley (in analogia con la californiana Sylicon Valley) ciò era dovuto agli effetti economici di quegli investimenti al di là dell’assetto formale del governo locale, di quello regionale, delle chiacchiere sullo statuto speciale di Roma – diventata nel frattempo area metropolitana. Al di là della riforma del Titolo V della Costituzione del 2001, della legge n. 42 del 2009, della legge Del Rio (n. 56/2014) – per non parlare delle singolari vicende delle province – ora riesumate per effetto del referendum costituzionale del 4-12-2016. Nelle leggi citate ci sono norme importanti e positive, ma soffrono di quattro problemi: 1) sono arrivate tutte in grande ritardo rispetto alla riforma del 2001; 2) non hanno affrontato seriamente il problema dell’autonomia tributaria e finanziaria dei vari livelli di governo a partire dalle stesse Regioni; 3) non hanno mai attuato il coordinamento della finanza pubblica se non con atti d’imperio; 4) non sono state mai attuate in modo compiuto e coerente con i principi ispiratori della riforma costituzionale.
Una seconda osservazione preliminare riguarda nello specifico il modello di governo locale come emerso dalla legge per la elezione diretta del sindaco (n. 81/1993), una legge che ha introdotto il maggioritario e che impropriamente ha concentrato tutti i poteri politici e amministrativi in testa al sindaco favorendo il leaderismo e la personalizzazione della politica. È vero che ha portato stabilità nel governo locale ma non sempre vera governabilità, ossia, capacità di risolvere i problemi dei cittadini. Con le dovute cautele ed eccezioni, già venti anni fa, ho visto in azione un partito dei sindaci irresponsabili perché, nel funzionamento reale del modello, detto partito: 1) ha semidistrutta la democrazia locale; 2) ha continuato a tollerare la devastazione del territorio; 3) ha fomentato la corruzione attraverso l’uso spregiudicato delle società miste dei servizi locali; 4) non partecipa in maniera significativa alla lotta all’evasione fiscale – in non pochi casi tollerandola anche per gli stessi tributi propri. A mio giudizio, la legge n. 81/1993 può andare bene per i comuni con popolazione sino a 10-15 mila residenti ma non per le medie e grandi città. Invece, inopinatamente, la legge è stata estesa all’elezione del Presidente della Provincia e di quello della Regione. Addirittura è stata a lungo propugnata come modello per il governo nazionale o per il Sindaco d’Italia ignorando le tematiche complesse della gestione delle grandi città e/o delle metropoli globali o semplificandole solo a parole.
Ciò detto, bisogna specificare che la situazione non è omogenea in tutto il paese. Roma appartiene al Sud. Cassese cita l’ambasciatore francese a Roma Gramont che, nel 1860, sintetizzava il suo giudizio sulla Città eterna dicendo “è qui che comincia l’Oriente”, e lui aggiunge che “Roma torna a grandi passi verso il livello di una città medio-orientale”. F. S. Nitti più di cento anni fa sosteneva che a Roma non c’era un quartiere europeo. E qualche amante della storia antica e medioevale potrebbe collegare il declino di Roma alla caduta dell’Impero romano d’Occidente e/o al potere temporale dei Papi. Eppure Roma mantiene alcuni presupposti per diventare una metropoli globale essendo una e trina: è la Capitale d’Italia, comprende l’enclave del Vaticano, ospita la FAO una delle grandi organizzazioni delle Nazioni Unite. Oggi il sindaco di Roma è anche presidente dell’Area metropolitana che comprende 101 comuni. Ma chi conosce il programma dell’area metropolitana e le risorse disponibili per la sua attuazione? Il Sindaco di Roma mostra chiari limiti di competenza e fin qui scarsa attitudine a gestire i problemi della sua città-capitale, figuriamoci quelli di altri 100 comuni? Il dott. Roma giustamente evoca il ruolo del decentramento interno alla Capitale ma sappiamo che i mini sindaci non contano niente ma sono utili per raccogliere voti nelle campagne elettorali. Il decentramento è solo di facciata: le decisioni circa i lavori pubblici sono concentrate al Campidoglio. Non possiamo contare sulla resuscitata Provincia perché ci vorrà tempo prima che sia dotata di personale e risorse nuovi. La stessa Regione Lazio, per decenni egemonizzata dal Sindaco di Roma – fa fatica a riconquistarsi un ruolo effettivo di coordinamento degli enti locali e dell’area metropolitana come la vicenda dell’acqua attinta dal Lago di Bracciano dimostra. Se uno pensa alla vicenda dell’Atac, dello stato penoso delle strade comunali e provinciali a Roma, al problema del debito pubblico di Roma (12 miliardi al 30-09-205 vedi audizione CD della Commissaria Scozzese) di cui l’attuale Sindaco non ha responsabilità né emerge un quadro disperato e disperante non solo di mancanza di progetti ma, soprattutto di risorse, che non consente alcuna ipotesi ottimistica circa il futuro di Roma come Capitale d’Italia e, meno che mai, come Città globale.
Ciò detto e premesso che sia le proposte del prof. Cassese che quelle convergenti del dott. Roma sono ragionevoli e condivisibili in una logica di intervento straordinario, osservo che, alla luce delle esperienze fallimentari dell’Agenzie delle entrate e quella della riscossione (Equitalia) attuate all’interno del Ministero dell’economia e delle finanze, e con relative proiezioni a livello locale e regionale, e di tante Autorità amministrative locali come quelle sulla qualità dei servizi pubblici locali, c’è da dubitare che esse possano risultare risolutive dei problemi che affliggono il governo di Roma. In molti manuali di economia pubblica si contrappone la fornitura pubblica di un servizio e/o bene pubblico alla produzione diretta dello stesso. Quello che molti manuali non chiariscono è che la fornitura pubblica di un servizio prodotto dal privato o da una società mista – in ossequio alla direttiva comunitaria del partenariato pubblico-privato – in generale, porta ad un aumento del costo di produzione del servizio. È vero anche che per via delle inefficienze organizzative e manageriali alcuni servizi prodotti direttamente da imprese pubbliche non riescono a minimizzare i costi di produzione per dati standard qualitativi del servizio. Ma chi, in pratica, propone esternalizzazioni o addirittura privatizzazioni di certi servizi pubblici, come panacea di tutti i mali, di norma, in Italia, non presenta uno straccio di analisi dei costi e benefici per gli utenti del servizio. Ignora scientemente che certi servizi come ad esempio i trasporti pubblici locali non possono essere gestiti in termini di pareggio ragionieristico tra costi e ricavi come per le imprese private perché ci sono economie esterne da calcolare in un apposito bilancio sociale. Invece, in pratica, le decisioni sono assunte sulla base di una presunta ma non dimostrata maggiore efficienza della gestione privata rispetto a quella pubblica. Ma anche a parità di efficienza – per ipotesi ottimistica – l’agenzia tecnica delegittimerebbe le attuali strutture amministrative locali e l’istituzione di un Ufficio e/o commissariato presso la Presidenza del Consiglio dei ministri farebbe altrettanto con la Regione. Ragionando in termini non di genuino federalismo – ormai messo in soffitta – ma di Stato regionale, come quello previsto nella Costituzione del 1948, non mi sembrano misure da assumere in via ordinaria e strutturale. Come sanno meglio di me, il prof. Cassese e il dott. Roma, il problema vero è quello di lavorare seriamente e congruamente per avere delle strutture amministrative efficienti a tutti i livelli (locale, regionale e nazionale). La riforma Madia si muove questa direzione?

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UN’IMPOSTA AD ALIQUOTA NOMINALE COSTANTE*

Con l’inizio delle elezioni primarie per la scelta del candidato alle elezioni presidenziali USA del prossimo novembre, i repubblicani hanno rispolverato la vecchia proposta di un’imposta ad aliquota costante (flat rate tax). Dopo poche settimane la proposta è rimbalzata in Italia ed anche qui si è sviluppato un certo dibattito che conviene esaminare.
Si tratta di un’imposta ad aliquota nominale costante (fissa) ma non di un’imposta unica come qualche inesperto commentatore ha ritenuto. Un’imposta ad aliquota costante tassa con la stessa aliquota proporzionale il reddito superiore ad un dato livello. Di nuovo, conviene precisare che si tratta di imposta progressiva sia pure di una forma molto limitata di progressione come quella per detrazione. Quindi non è un’imposta ad aliquota unica. Solo l’aliquota nominale è tale.
La proposta repubblicana è stata elaborata da un gruppo di esperti, nominato nel maggio 95 dai parlamentari Gingrich e Dole, leaders del partito repubblicano, e presieduto da Jack Kemp.
Si tratta di una versione di IAC che colpirebbe il reddito consumato. L’idea è sempre quella degli economisti c.d. offertisti (supply siders) che vogliono imposte molto basse per chi investe e per i ricchi; vogliono ridurre i costi di gestione del sistema che, secondo alcuni esperti, si aggirano ormai sui 100 miliardi di dollari all’anno; vogliono togliere molto del potere discrezionale allo Internal Revenue Service – l’equivalente del nostro ministero delle finanze; vogliono eliminare i principali varchi elusivi che sono rimasti dopo la riforma del 1986.
L’IAC pura è un modo di tassare il consumo a livello delle famiglie e delle imprese.
Se il consumo è uguale al reddito meno il risparmio, un’imposta sul reddito consumato tasserebbe il consumo a livello delle famiglie; un’imposta sul valore aggiunto lo tassa a livello delle imprese; la IAC combina i due schemi; il reddito da lavoro verrebbe tassato nella sede di destinazione: la famiglia; il reddito di capitale sarebbe tassato alla fonte nel luogo dove si forma: l’impresa.
Questa parte della IAC è simile all’imposta sul valore aggiunto. Simile perchè dai ricavi le imprese dedurrebbero non solo il costo dei beni intermedi e gli ammortamenti ma anche il costo del lavoro (i salari); i salari appunto verrebbero tassati con la stessa aliquota una volta che raggiungono i destinatari; anche la IAC può essere resa progressiva prevedendo delle deduzioni graduate secondo la composizione del nucleo familiare.
Stime fatte ipotizzano che con un’aliquota del 19% si possono esentare i consumi di 28 mila dollari di una famiglia di 4 persone; questo schema consentirebbe un’aliquota media effettiva crescente per tutti al crescere del reddito che è la caratteristica fondamentale della progressività.
L’attuale sistema invece presenta diverse funzioni di progressività per diversi contribuenti; i vantaggi della proposta sono sintetizzati in: a) meno distorsioni; b) maggiori incentivi al risparmio; c) aliquote marginali meno elevate; d) grande semplificazione; la dichiarazione dei redditi potrebbe essere contenuta in un modello della dimensione di una cartolina postale.
I contribuenti dovrebbero individuare solo due variabili: il reddito esente e l’imposta dovuta; il sistema tributario sarebbe progressivo solo dove è necessario che lo sia, ossia, nella ramo basso della scala distributiva.
In realtà le cose sono meno semplici di quanto si vuole far apparire perchè a livello delle famiglie e soprattutto delle imprese rimangono non facili problemi di definizione del risparmio e del consumo e, quindi, di controllo ed accertamento.
I fautori di questa proposta sostengono che l’eliminazione delle aliquote marginali più elevate, che caratterizzano le imposte progressive per scaglione, riducendo fortemente il grado di progressività dell’attuale income tax americana, taglierebbe l’erba sotto i piedi ad ogni comportamento elusivo; eliminerebbe l’interesse ad approfittare delle scappatoie che le complesse legislazioni sull’imposta sul reddito consentono più o meno in tutti i sistemi di imposizione sul reddito che sono in vigore nei paesi occidentali. Non ci sarebbe ragione di suddividere il reddito su più teste. Si eliminerebbe ogni problema di distribuzione del reddito su più anni per evitare il maggiore onere conseguente all’addensamento in un anno dei redditi percepiti.
Non ci sarebbe spazio – o quanto meno sarebbe drasticamente ridotto – per i c.d. arbitraggi fiscali che si verificano invece con la progressività per scaglioni. Vedi, ad. es., la distribuzione degli utili di impresa attraverso gli interessi pagati sulle obbligazioni sottoscritte dagli stessi azionisti di società a base ristretta; la convenienza dei soggetti con aliquota marginale più elevata ad indebitarsi con soggetti con aliquota marginali più basse, ecc..
Così strutturata l’imposta ad aliquota costante presenta numerosi vantaggi amministrativi.
Abbiamo detto che con la IAC è indifferente l’attribuzione del reddito a Tizio o a Caio.
La circostanza facilita enormemente gli aspetti amministrativi della riscossione. Il reddito può essere tassato alla fonte ancor più agevolmente; si ridurrebbero così i costi di adempimento dei contribuenti; e ciò potrebbe aumentare il grado adesione volontaria.
Si faciliterebbe anche la tassazione dei benefici accessori tipo assicurazione pagate dal datore di lavoro perché la ritenuta alla fonte sarebbe sempre la stessa. Il trattamento non sarebbe differenziato a seconda dei beneficiari.

Notevoli semplificazioni si realizzerebbero anche nell’integrazione tra imposte sulle persone fisiche e quelle sulle imprese. Nello schema americano l’imposta ad aliquota costante sostituirebbe le due principali imposte quella sul reddito delle persone fisiche e quella sul reddito delle società.
Qui conviene mettere in evidenza una forte differenza che c’è tra il sistema economico nord-americano e quello nostro; da noi c’è una fortissima presenza di piccoli e medi imprenditori (circa quattro milioni di soggetti organizzati per lo più in società di persone, imprese familiari, ditte individuali). Come noto, per questi ultimi soggetti, la tassazione del reddito di impresa avviene in regime di piena integrazione con l’imposta personale sul reddito; un conto è quindi ragionare con una struttura produttiva fondata sulle public companies e con azionariato di massa ed un altro è ragionare con quattro milioni di piccoli e medi imprenditori.
Mentre le società di capitali assicurerebbero una tassazione alla fonte degli utili distribuiti alle famiglie, bisognerebbe studiare un sistema che assicurasse la stessa possibilità per le società di persone per le quali, oggi, come detto, vige il principio della trasparenza, secondo cui il reddito prodotto si assume distribuito ai soci e viene tassato in testa agli stessi con le relative aliquote dell’imposta personale.
Si osserva che le società di persone che reinvestono gli utili all’interno dell’impresa andrebbero esenti per la quota di utili reinvestita. Si propone di tassarle al momento in cui cedono l’impresa magari per causa di successione. Questo comporterebbe, come attualmente, irrisolti problemi di valutazione del patrimonio netto di dette imprese e in ogni modo un forte differimento al futuro degli oneri dell’imposta.
In questo modo l’IAC non sarebbe neutrale con i risparmi investiti in società di capitali e gli utili reinvestiti nelle società di persone e nelle ditte individuali. Ci sarebbe un effetto d’immobilizzo in queste ultime e non nelle prime. Il sistema non sarebbe nè efficiente nè equo. In termini comparativi, rimarrebbe la discriminazione contro il risparmio investito nelle società di capitali.

Con riguardo agli aspetti redistributivi, in linea teorica, c’è compatibilità tra IAC ed equità.
Basta manovrare sul livello delle detrazioni: tanto più alte e opportunamente graduate le detrazioni quanto più l’onere della IAC graverà sui più ricchi.
Già prima della riforma del 1986, un economista americano Hausman sosteneva che l’introduzione della IAC avrebbe comportato una riduzione dell’aliquota media effettiva per tutti ed un netto miglioramento dell’efficienza allocativa. L’assunto era ed è che la riduzione delle distorsioni e degli effetti di disincentivo delle alte aliquote marginali avrebbe indotto un aumento generalizzato dello sforzo di lavoro. L’incremento del reddito prodotto sarebbe stato tale da compensare ampiamente la riduzione delle aliquote. Tuttavia i risultati delle verifiche empiriche di Hausman non erano e non sono accettati da tutti.
Ed invero la stessa esperienza Usa della riforma del 1986 dimostra che il previsto aumento del gettito non c’è stato e che il deficit di bilancio si è allargato e, tuttora, costituisce un problema irrisolto. Infatti chi ritiene rigida l’offerta di lavoro svaluta l’importanza del fattore fiscale; chi invece pensa che l’offerta di lavoro sia elastica, tra l’altro teme che per mantenere alta l’esenzione iniziale si debba alzare consistentemente l’aliquota media effettiva sui più ricchi e quindi ridurre le possibilità di manovra.
Non solo ma il problema redistributivo non si pone solo tra i più ed i meno ricchi ma anche tra i più ricchi e la classe media; se fatta a parità di gettito, la riforma comporta maggiori oneri per la classe media; tutto quello che pagano in meno i più ricchi deve essere pagato dalla classe media.
Forse questa è la difficoltà più grossa di attuazione della IAC anche alla luce del teorema dell’elettore mediano i cui interessi sono tenuti nella più attenta considerazione da parte degli opposti schieramenti.
I Repubblicani che nel 1996 tornano a rilanciare la proposta avranno un bel da fare a spiegare questo tipo di operazione ai loro elettori.
Altri ritengono che l’income tax uscita dalla riforma tributaria del 1986 costituisca in buona sostanza una versione modificata della IAC ma che le modifiche apportate al modello abbiano fatto perdere i più importanti vantaggi dello stesso.
I due economisti americani Hall e Rabushka, che nel 1983 e ’85 avevano formulato le proposte più analitiche e che perciò sono considerati i padri della IAC, insistono perché si adotti la versione pura.
Il vantaggio principale di una tale versione è quello di mettere in chiaro il livello di solidarietà che le classi abbienti sono disposte a pagare, ma non basta. Se definiamo i principali obiettivi di ogni sistema tributario in termini di capacità di assicurare: a) il gettito necessario; b) una certa redistribuzione; c) il finanziamento dei bisogni meritevoli (merit goods), vediamo che il problema si complica. Quello che è meritevole per alcuni non lo è per altri; è meritevole per alcuni sussidiare le spese per la ricerca e lo sviluppo; è meritevole per altri sussidiare l’acquisto della casa; per l’economista è facile sostenere che bisogna tagliare le agevolazioni, per il politico è ben difficile spiegare alle famiglie che non potranno più dedurre gli interessi sul mutuo per la casa.
Queste deduzioni menzionate sono proprio quelle che provocano una forte erosione della base imponibile dell’income tax americana.
Allora si ritorna al problema non facile di definire che cosa è equo, e al grado di intervento dello stato nell’economia; e qui le opzioni ideologiche, le visioni della giustizia sociale tornano ad occupare il centro della scena.
Per i politici ogni nuova proposta di spesa sarebbe più difficile da far passare perchè dovrebbero convincere le classi medie della necessità di aumentare l’aliquota.

Nonostante alcuni meriti della proposta, le possibilità che essa sia approvata sono molto esigue per quattro motivi di ordine politico:
1) i primi beneficiari della IAC sono i più ricchi e questo è difficile da far digerire non tanto ai poveri quanto alla classe media;
2) la IAC su base consumo inoltre tassa più pesantemente le persone anziane che, per lo più, consumano tutto quello che ricevono ; in effetti molte di esse consumano più del loro reddito perchè disinvestono; loro pagherebbero di più; per contro, attualmente, molti sistemi tributari prevedono agevolazioni per le persone anziane;
3) l’esenzione totale del reddito risparmiato e reinvestito è difficile da giustificare in termini comparativi; 40 milioni di consumi vanno tassati 40 milioni di risparmi vanno del tutto esentati;
nello schema proposto questo in realtà si verifica solo per chi reinveste nella propria azienda; mentre chi riceve un reddito di capitale è tassato alla fonte;
4) c’è la questione delle contribuzioni sociali; se i repubblicani vogliono eliminare le imposte sulle imprese, perchè, allora, non si dovrebbero eliminare anche le contribuzioni sociali che colpiscono i salari? L’obiezione – si osserva – non è fondata perchè a fronte delle contribuzioni sociali ci sono i benefici della sicurezza sociale;
ma la logica economica non sempre prevale sulle argomentazioni di tipo di politico;
5) non ultimo la proposta lascia nell’ambiguità o irrisolto il problema dei poveri. E’ vero si propongono generose detrazioni sino a 36-38 mila dollari per una famiglia di quattro persone ma per le famiglie che hanno un reddito; non si propone niente per assicurare lo stesso livello di benessere alle famiglie che non hanno redditi da esentare. Si dice che l’IAC colloca la progressività dove è importante che stia, ossia, nelle fasce medio-inferiori di reddito, ma ci deve essere un reddito. Se il reddito non c’è, allora il governo dovrebbe prevedere dei consistenti sussidi.
Su questo punto i repubblicani neo-liberisti USA non hanno una proposta coerente. Al contrario litigano con il Presidente Clinton perchè non accetta i tagli alla spesa sociale che essi propongono.
6) un altro motivo per cui la proposta repubblicana ha scarse possibilità di essere adottata negli USA e, a maggior ragione, in Europa sta nella circostanza che tutto il sistema delle convenzioni internazionali è costruito sul concetto ibrido di reddito prodotto-entrata. Piaccia o no, questo costituisce un vincolo sempre più stringente in un mondo di forte interdipendenza tra le principali economie del mondo, in un contesto di globalizzazione dei mercati e di crescente mobilità dei capitali e delle persone, per non parlare dei vincoli di armonizzazione fiscale che abbiamo sottoscritto con gli altri paesi dell’Unione europea.

E’ stato detto che adottare un’imposta sul reddito consumato ad una o più aliquote sarebbe una rivoluzione che sconvolgerebbe gli attuali ordinamenti tributari. E’ vero ma, sfortunatamente o meno, a seconda dei punti di vista, una simile rivoluzione non può essere fatta da un solo paese. O i principali paesi coordinano le loro azioni e concordano anche un periodo di transizione oppure l’azione isolata di qualcuno o alcuni di essi determinerebbe tensioni nel sistema.
E’ questa una ragione non secondaria per cui nonostante l’eleganza, l’efficienza ed altri meriti dell’imposta sul reddito consumato, nessun paese al mondo mi risulta che l’abbia adottata in tempi recenti, se si escludono i due esperimenti falliti di India e Ceylon degli anni ’50.
Per questi motivi, se c’è – come c’è – un problema di riforma del sistema tributario, sarebbe bene evitare le fughe in avanti, i viaggi nel futuro e guardare ad esperienze più realistiche come quelle in corso in alcuni paesi scandinavi che proprio nel momento del loro ingresso nell’Unione europea, hanno adottato un c.d. imposta duale (dual income tax), un’imposta che prevede un regime di progressività attenuata per i redditi di lavoro e di proporzionalità per quelli di capitale. Una proposta allo stato superiore anche dal punto di vista dell’equità e che non è difficile innestare sull’attuale sistema. Il che non è poco.

26.02.96
* Seguendo il dibattito sulla flat rate tax – per alcuni versi ingannevole e deviante nella proposta rincipale avanzata da N. Rossi – mi sono ricordato di un mio scritto indedito di 21 anni fa (febbraio 1996)- che commentava la proposta del Partito repubblicano Usa in vista delle elezioni presidenziali del novembre dello stesso anno che confermarono Clinton per un secondo mandato. Lo propongo tale e quale riservandomi di integrarlo ed aggiornarlo in relazione ai problemi del nostr sistema tributario ed alcu i spunti emersi dall’attuale dibattito estivo in vista delle prossime elezioni in vista delle quali con scarso senso di responsabilità molti politici parlano di taglio delle tasse.

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Lettera aperta ad Emma Bonino sull’ATAC

A fronte dello sfascio dell’Atac non c’è da stupirsi se anche Emma Bonino e i Radicali raccolgano firme per la liberalizzazione del trasporto pubblico locale (TPL) della Capitale. In Europa e in Italia soffia ancora un forte vento di destra. Nella UE fin qui non hanno vinto i partiti antieuropeisti ma, come in Francia, non hanno vinto i partiti di sinistra. In Italia a causa degli errori del Partito Democratico di Renzi si profila una vittoria del centro-destra nelle prossime elezioni politiche sempre che la coalizione riesca a mettere in campo un gruppo dirigente all’altezza del compito. In suddetta prospettiva, è naturale che arrivino proposte come quella della liberalizzazione del TPL della Capitale con “valenza politica nazionale” e quella ideologicamente affine della imposta ad aliquota nominale costante, alias, flat rate tax. Due proposte di destra che massacrerebbero le classi sociali con redditi medio bassi in nome di un presunto aumento dell’efficienza ottenibile semplicemente con la riduzione del perimetro di intervento dell’operatore pubblico a tutti i livelli di governo.
Mi dispiace ma non posso condividere la linea della privatizzazione del TPL. Non vedo come si possano introdurre in generale elementi di concorrenza in questo complesso e difficile settore. Viene citato il caso delle nettezza urbana in alcune grandi città ma si tratta appunto di un servizio facilmente suddivisibile a livello di Municipi o gruppi di municipi. Può anche darsi che in aree metropolitane si possa fare qualcosa del genere almeno per alcune zone e aree di grandi città ma non vedo come tale suddivisione del servizio TPL possa funzionare in Comuni di media e piccola dimensione. Il TPL è un servizio particolare che richiede una forte integrazione e coordinamento di linee ed orari difficile da operare anche da parte di un unico gestore. È illusorio pensare che tale complessa funzione possa essere meglio attuata perché ci sono più operatori in concorrenza tra di loro. Il TPL deve essere prodotto a costi inferiori a tutte o quasi le altre alternative esistenti. Il problema fondamentale è quello di minimizzare i costi di produzione dato un prefissato livello di qualità del servizio rispettando certi standard anche di trattamento del personale addetto, alias, evitando il dumping sociale praticato, ad esempio, dalle compagnie aeree low cost con sede sociale in paesi a fiscalità di favore e che, comunque, ricevono sussidi dalle Regioni italiane. Resta il fatto non trascurabile che una società privata deve remunerare il capitale investito e dovrebbe assicurare le tariffe le più basse possibili per favorire la mobilità di quanti non dispongono o non possono accedere a mezzi alternativi di trasporto. Se così resta valida la teoria tradizionale dell’impresa pubblica che remunera il capitale impiegato con le economie esterne che crea in termini di bassi costi del trasporto pubblico, decongestionamento del traffico privato, di minore inquinamento, di protezione dell’ambiente di cui tiene conto nel suo bilancio sociale. Un’impresa privata non ha alcun interesse a investire il suo capitale per produrre in perdita. Non c’è teoria dei mercati efficienti che può giustificare il contrario.
Per l’impresa pubblica è una questione di management serio e responsabile che deve garantire la mobilità di giovani, studenti e lavoratori con bassi redditi o disoccupati e inattivi in cerca di lavoro evitando inefficienze e sprechi. Deve affrontare un problema di contesto ossia, di regolazione appropriata di tutto il traffico locale pubblico e privato sapendo che se quest’ultimo è libero, anarchico, non disciplinato, impedirà il corretto funzionamento di quello pubblico. C’è un problema complesso di integrazione e coordinamento di tutti i sistemi di trasporto a livello di area metropolitana e/o di area vasta specialmente per quella che insiste intorno alla Capitale. È vero che il mercato privato svolge in un modo o nell’altro questa funzione per gli operatori privati ma qui si tratta, come detto, di coordinare gli operatori pubblici con quelli privati e si tratta anche di minimizzare la produzione di diseconomie esterne e proteggere l’ambiente. Il che richiede anche una programmazione dello sviluppo urbanistico, delle reti e delle infrastrutture di ogni tipo. Sono problemi che vanno affrontati con approccio programmatorio di tipo globale, sistemico in un’ottica di medio e lungo periodo. Cambiare l’assetto proprietario di una società di TPL non porta da nessuna parte come abbiamo visto con le altre società miste seguendo il criterio liberista della UE, del partenariato pubblico-privato. Non mi pare che in Italia dette società abbiano dato buona prova di se. Sono servite ad assumere senza concorsi, alias, con procedure privatistiche più adatte ad alimentare le clientele politiche. Non di rado sono diventate un veicolo di corruzione diffusa ovviamente con le dovute eccezioni. Non ultimo, occorre che le esistenti autorità amministrative indipendenti che controllano la qualità di tutti i servizi pubblici locali siano veramente attrezzate con personale competente e indipendente e non come succede a volte con personale proveniente dalle stesse strutture che dovrebbero controllare – come mi è capitato di vedere recentemente esaminando il caso Roma. Come molti sanno, a livello locale e non solo, c’è un gravissimo problema di controlli di gestione durante ed ex post sulle imprese pubbliche, miste, non profit e quanto altro largamente sottovalutato dai politici e dall’opinione pubblica.
Certo la liberalizzazione potrebbe escludere il modello delle società miste. Ma il TPL resta un bene pubblico locale e mi viene in mente l’analogia con la fornitura dell’acqua. Abbiamo il sistema degli acquedotti pubblici che perdono per strada all’incirca la metà dell’acqua. Servono ingenti investimenti pubblici per ridurre questi sprechi. La UE aveva dato delle indicazioni sul tasso di remunerazione (7%) che bisognava riconoscere agli investitori privati. C’è stato il referendum che ha bloccato la partecipazione dei privati all’efficientamento e alla gestione congiunta degli acquedotti. Il risultato è che continuiamo a sprecare una risorsa quanto mai preziosa.
Lo ripeto il settore del TPL è ben più complesso per i motivi detti sopra. Richiede un approccio programmatorio di tipo sistemico. Privatizzare non significa necessariamente liberalizzare. Tra l’altro significa ridurre la trasparenza perché mentre per le imprese pubbliche i dati sono immediatamente disponibili, non così per quelle private al netto dei falsi in bilancio in entrambi i settori. Ritengo che anche un’impresa pubblica locale possa essere gestita bene secondo i più appropriati criteri del bilancio sociale. Servono la volontà politica ed un adeguato controllo sociale.

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Il Governo accantona la lotta all’evasione fiscale: arrivano le elezioni.

Dallo sbraco di Renzi alla rottamazione degli strumenti più importanti della lotta all’evasione. Dopo gli SDS è il turno del redditometro e/o degli accertamenti sintetici.
A leggere l’ultimo Rendiconto generale della Corte dei Conti (CdC) sull’attività dell’Agenzia delle Entrate (AdE) nel 2016 si ha la conferma della “netta riduzione dell’attività di controllo basata sull’accertamento sintetico, sugli studi di settore e sulle indagini finanziarie, fenomeno quest’ultimo che conferma il progressivo indebolimento dell’attività di controllo fiscale, anche alla luce dell’enorme potenziale informativo assicurato dall’anagrafe dei rapporti finanziari”. Come noto, detta banca dati fu fatta approvare dal governo Monti e riguarda tutti i contribuenti ivi inclusi lavoratori dipendenti e pensionati come se l’evasione fiscale fosse perpetrata massicciamente anche da queste ultime due categorie.
Come si spiega questa caduta dell’attività di controllo sostanziale da parte dell’ADE? Si spiega con il cambio di strategia nella lotta all’evasione. Il governo è passato dalla lotta all’evasione all’incentivazione della compliance (adesione, adempimento), ossia, all’incentivo all’adempimento (non spontaneo ma comprato). Ma agendo in questo modo non si crea una nuova etica della responsabilità sociale ma un comportamento opportunistico da parte dei contribuenti che ne usufruiscono. Non si adempie un dovere, un obbligo ai sensi dell’art. 53 della Costituzione ma si fa mercimonio delle indulgenze. Si fa baratto del credito erariale e non si promuove la virtù civica. Si discrimina ingiustamente tra quanti sottoposti a ritenuta alla fonte pagano il dovuto e quanti (lavoratori autonomi e imprenditori, ecc.) hanno il controllo di alcune variabili importanti che concorrono alla formazione della base imponibile.
Se poi aggiungiamo i condoni e/o le voluntary disclosures, la rottamazione delle cartelle, dei ricorsi in essere e la riduzione del personale è comprensibile che l’AdE non può assolvere ai nuovi compiti senza sacrificare l’ordinaria attività di controllo. Si spiega così il passaggio dagli accertamenti sintetici alle “lettere di cortesia” con le quali si segnalano ai contribuenti alcune irregolarità ed anomalie che commettono nella redazione delle loro dichiarazioni. I primi richiedono indagini complesse e una particolare interlocuzione con il contribuente. Non di rado manca il tempo per svolgere bene le une e l’altra. Invece le letterine, da sole, inducono i destinatari al ravvedimento operoso, ma – osserva la CdC – “relativa risulta essere l’efficacia delle comunicazioni inviate in rapporto agli introiti conseguiti (403.755 comunicazioni complessive e 128,6 milioni di introiti a titolo di ravvedimento indotto)”. Con un recupero medio di 318 euro ci vorrebbero circa mille anni per recuperare l’attuale evasione. Ma non basta, la CdC avverte che “questo strumento dovrebbe in prospettiva ridimensionarsi al crescere delle informazioni e dei dati considerati in sede di precompilazione delle dichiarazioni”.
Non ultimo, la CdC aggiunge che diminuisce “il numero delle comunicazioni di irregolarità emesse nel 2016 a seguito delle procedure di liquidazione automatizzata delle imposte emergenti dalle dichiarazioni dei redditi e dell’IVA, passato da 6,6 milioni di comunicazioni a 5,9 milioni (-10,3 per cento), mentre aumenta l’introito complessivo derivante da tale attività, che raggiunge gli 8.013 milioni, con un incremento di 1.121 milioni rispetto al 2015 (+16,3 per cento). Ciò conferma il rilievo che ha assunto il fenomeno del mancato versamento delle imposte dichiarate (IVA, ritenute, imposte proprie), divenuto ormai una inconsueta forma di finanziamento delle attività economiche e, in alcuni casi, una modalità di arricchimento illecito”.
C’è qualcosa che non funziona nella fase dell’accertamento e in quella della riscossione se le strutture specializzate non riescono a riscuotere neanche le imposte dichiarate. Vedremo se con l’accorpamento della riscossione (Equitalia) e dell’AdE si potrà porre qualche rimedio a questo grave problema.
Dulcis in fundo, scrive la CdC che “i pur limitati dati che è stato possibile acquisire relativamente ai procedimenti penali tributari mettono in luce, dopo le modifiche recate alla disciplina contenuta nel d.lgs. n. 74 del 2000, dai decreti legislativi n. 128 del 5 agosto 2015 e n. 156 del 24 settembre 2015, una notevole riduzione delle notizie di reato segnalate alle procure penali già dagli ultimi mesi del 2015 e, in misura ancora maggiore, nel corso del 2016”. Quindi al di là di qualche caso sporadico di arresto di qualche callido evasore, gli altri possono continuare ad operare tranquilli nella loro attività di pianificazione fiscale mirata a comprimere al massimo le imposte da pagare all’Erario.
La CdC cita ancora una riduzione del personale del 6,6% negli ultimi 6 anni; una flessione dei controlli sostanziali con una sensibile riduzione della maggiore imposta accertata (-10.7%) e risultati finanziari (-17,2%) rispetto al 2015. Trovo questi dati veramente impressionanti e per me sono il risultato di questo continuo insensato cambio di strategia che abbiamo visto sopra. Ne emerge un quadro desolante secondo cui lavoratori autonomi, piccoli artigiani e imprenditori, alcuni professionisti rischiano un controllo ogni 33 anni. A ogni ricerca annuale l’evasione viene confermata nell’odine dei 7-8 punti di PIL mentre le stime del tax gap da parte dell’AdE – si noti l’elegante termine inglese – viene valutato prudentemente o benevolmente attorno ai 94 miliardi – all’ingrosso un paio di punti di PIL in meno.
Intanto continua la giostra dei rimedi alle nomine illegittime nelle Agenzie ora unificate quelle delle entrate e della riscossione. Tutti i governi dell’ultimo quarto di secolo hanno voluto le Agenzie per poter fare nomine a go go di persone di loro fiducia. Personalmente sono stato sempre contrario alle agenzie perché l’autonomia gestionale non è sinonimo di buon andamento ed imparzialità come prevede l’art. 97 della Costituzione. Né la deroga alla selezione dei dipendenti e soprattutto dirigenti per concorso pubblico sembra aver fatto bene allo svolgimento dei loro compiti. Le strutture finanziarie di un paese industriale e fortemente terziarizzato sono complesse e difficili da capire e governare per nominati provenienti dalla società civile. Ne risulta una gestione fortemente politicizzata della funzione di controllo fiscale che è esattamente l’opposto di quello che prescrive la Costituzione.
Se poi uno considera la qualità della legislazione e le continue modifiche che il governo promuove ci si rende conto che anche i migliori esperti e le stesse strutture tecniche sono in continuo affanno prima per capire l’esatta portata delle nuove leggi e poi per emanare le circolari applicative.
E su questo terreno purtroppo c’è continuità tra i governi di centro-destra e quelli di centro-sinistra. Si cerca di attuare la delega fiscale a suo tempo voluta da Tremonti-Berlusconi e portata avanti dagli ultimi tre governi del Presidente. Si conferma la tesi secondo cui condoni, sconti fiscali e sbrachi vari vengono spacciati come esigenza di assicurare la certezza del diritto in primo luogo agli investitori esteri. Ma se questi devono ancora arrivare, a chi servono i condoni e le agevolazioni fiscali? A certi contribuenti nostrani. E risibili sono i continui annunci ed evocazioni di semplificazione degli adempimenti e della legislazione. Se le società moderne sono complesse e si moltiplicano le forme con cui si può organizzare l’attività produttiva e distributiva e le fattispecie contrattuali che le regolano, è chiaro che, nella migliore delle ipotesi, quello che si può sperare e fare è evitare le complicazioni inutili. E se non è cambiato niente in termini di dati macro ciò significa che i cambiamenti nell’assetto organizzativo non hanno inciso sui risultati.
Non sarebbe corretto non menzionare che l’AdE dall’anno scorso punta tutto sulla fatturazione elettronica ma sembra sfuggire all’Agenzia che in un paese dove dilaga l’evasione, erosione, l’elusione, un sommerso enorme, contraffazione di prodotti griffati, corruzione ed estorsione, una criminalità organizzata di livello mondiale vale quello che vale per i computer garbage in/garbage out: monnezza dentro monnezza fuori. Potrà essere solo un colpo di fortuna accorgersi via computer che una fattura elettronica è falsa e la Guardia di finanza può spiegare bene quanto siano difficili questi controlli, si richiedono accessi presso le imprese collocate ovunque e, quindi, un difficile e lento coordinamento sovranazionale. Personalmente nel passato avevo riposto una certa fiducia nella moneta elettronica ufficiale ma ora sta prendendo piede anche la moneta elettronica privata che allo stato risulta del tutto incontrollata. Se uno pensa poi che la Banca centrale europea non riesce a controllare la contraffazione delle proprie banconote e che l’Italia ha un primato anche in questo settore, figuriamoci come potrà controllare le transazioni finanziate con la bitcoin. Ne deduco che quella dell’AdE – e del governo che l’avalla o la impone – di puntare su un solo strumento di contrasto all’evasione sia una strategia alquanto stupida se non assunta in mala fede. E se, a ben riflettere, non si è visto da nessuna parte una burocrazia seria e responsabile che rinunci spontaneamente ai suoi poteri/strumenti più incisivi, allora delle due l’una: o c’è la responsabilità diretta del governo o abbiamo delle strutture amministrative fortemente deresponsabilizzate.

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