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Il nesso tra crescita, occupazione e Stato sociale

Nel suo libro “Guasto è il mondo” (Editori Laterza, 2010), Tony Judt analizza tre modelli di welfare: il I modello è quello anglo-americano di tipo universalistico: che trova la prima sistematizzazione nel rooseveltiano Social Security Act del 1935 con cui si introduce a livello federale la pensione sociale di invalidità e vecchiaia, trasferimenti per i non vedenti, per i bambini non autonomi e portatori di handicap, assegni familiari per le mamme single e loro figli, e che attribuisce agli Stati sanità pubblica, indennità di disoccupazione, assicurazioni per gli incidenti sul lavoro, ecc. In Inghilterra basti ricordare il Piano Beveridge lanciato nel 1942 e rilanciato nel 1944 con l’obiettivo della piena occupazione e di un vasto programma di servizi sociali, ossia, la c.d. assistenza dalla “culla alla tomba”.
Il II modello è quello dei paesi scandinavi: alta protezione sociale attraverso servizi pubblici universali e, quindi, alta tassazione secondo la capacità contributiva; l’economia tutta in mano ai privati come il sistema pensionistico. Secondo Gunnar Myrdal lo Stato doveva proteggere i cittadini da se stessi. L’opposto dell’individualismo metodologico, ossia, sull’individuo miglior giudice di se stesso.
Il III modello è quello continentale seguito da Francia, Germania e Italia (quest’ultima in coda). Secondo Judt, questo ha assicurato la massima protezione del lavoro “buono” e del reddito ma a causa dei problemi di sostenibilità finanziaria della spesa sociale, più recentemente, ha cercato e cerca di ridurre la spesa per le pensioni, per la sanità e per gli ammortizzatori sociali.
La decadenza del modello del lavoro protetto origina ed in parte è accentuata dalle conseguenze della globalizzazione e dagli effetti del progresso tecnologico che per l’appunto mettono in discussione il lavoro tradizionale. La globalizzazione aumenta l’incertezza; mina la fiducia e la cooperazione tra le parti sociali.
Accolgo questa sommaria schematizzazione che si riferisce alla c.d. età dell’oro o ai gloriosi 30 anni (1945-1975) che trascura qui tutto quello che è successo in giro per il mondo nel successivo trentennio di neoliberismo perché ci aiuta a capire e inquadrare in prospettiva storica le raccomandazioni della BCE all’Italia e ai paesi mediterranei e che i governi di Berlusconi e di Monti cercano di attuare come scolaretti diligenti. Judt ricorda come già negli anni ’70, la stagnazione e il forte aumento della disoccupazione avevano provocato quella che allora venne chiamata la crisi fiscale dello Stato. E da allora in tutti i Paesi avanzati sono stati fatti tentativi diversi e di varia intensità per ridimensionare i sistemi di sicurezza sociale e/o renderli finanziariamente sostenibili.
Hanno resistito e resistono bene i paesi scandinavi che hanno saputo assicurare un alto tasso di crescita economica e di occupazione. Al di là del caso inglese degli anni ’50 e ’60, i paesi scandinavi sono quelli che hanno meglio di altri coniugato la piena – o almeno – la massima occupazione con il welfare. È ovvio infatti che senza crescita e senza piena occupazione qualsiasi sistema di sicurezza sociale prima o poi diventa insostenibile. Tenere a mente questi modelli e questo vincolo può essere utile per capire meglio la c.d. riforma del mercato del lavoro di Monti.
La crisi dei debiti pubblici in Irlanda e nei paesi euromed, non a caso, rilancia i tentativi di ridimensionare lo Stato sociale in tutte le sue espressioni peraltro più arretrate rispetto a quelle del Centro e Nord Europa.
In Italia, Monti ha portato un pesante attacco alle pensioni e , siccome l’appetito viene mangiando, ora si scaglia sugli ammortizzatori sociali per la parte di lavoro protetto. Per chiarezza dico che il sistema è iniquo, insostenibile ed inefficiente soprattutto per la parte del c.d. workfare, formazione permanente e delle politiche attive di competenza delle regioni.
L’Italia ha poi le sue specificità mediterranee: più alta disoccupazione strutturale (di lungo termine); pensione sociale di Brodolini arrivata solo nel 1969; sistema sanitario universale arrivato nel 1978 anche esso tardi e gestito male. Le riforme di Monti mettono in discussione tutto questo in un contesto di servizi pubblici di insufficiente quantità e qualità. La riforma degli ammortizzatori sociali fatta in fase recessiva sotto un forte vincolo di bilancio porta ad una perequazione tutta interna alla classe lavoratrice. Infatti l’aumento dell’indennità di disoccupazione deve essere pagata con la riduzione dei trasferimenti a volte generosi della Cassa integrazione guadagni. È chiaro che i beneficiari di quest’ultima non sono contenti. Si riduce la protezione del lavoro “buono” per mettere tutti o quasi su livelli bassi di assistenza.
E come per la sostenibilità del debito pubblico, anche per la riforma del welfare, il problema vero è quello della crescita del PIL e dell’occupazione. Ma banchieri ed economisti, monetaristi e neoliberisti, ignorano o fanno finta di ignorare la stretta connessione bene individuata nel Piano Beveridge. È ovvio che se hai crescita, massima occupazione e un lavoro anche per gli anziani, spendi poco o molto meno per gli ammortizzatori sociali e per le pensioni.
Come si spiega il consenso di parte della sinistra alla riforma? Con motivi oggettivi e soggettivi. Il sistema esistente è sotto stress o insostenibile in un sistema economico stagnante e con alta disoccupazione. Ci sono molte cose che non funzionano e va riformato ma anche la sinistra e i sindacati, alla fin fine, sono storicamente abituati a convivere con alta disoccupazione e con forti squilibri territoriali come le sinistre di tutti i Paesi mediterranei o periferici come ci chiamano adesso.
La riforma spinge per la crescita del PIL e dell’occupazione? Non c’è una singola misura nella riforma che possa creare nuovi posti di lavoro a breve termine. Qualche effetto positivo potrebbe arrivare solo nel medio-lungo termine. La riprova si può trovare anche nel Rapporto del Centro studi Confindustria presentato a Milano alla Convention di addio alla Marcegaglia. Nello scenario al 2030 ad andamenti spontanei il PIL crescerebbe solo dello 0,7 all’anno. Saremmo condannati alla stagnazione o, peggio ancora, alla stagflation. Per questi motivi occorre agire ora e subito sulla crescita e non limitarsi ad evocazioni.
Il programma di Monti è in forte continuità con quello di Berlusconi e Tremonti. La sinistra e i sindacati vogliono la perequazione dei benefici della spesa pubblica. Va bene ma la redistribuzione deve essere interna alla classe lavoratrice. La sinistra e i sindacati vogliono la progressività del prelievo tributario. Va bene, anzi, non va bene. Intanto bisogna ridurre la progressività del sistema tributario facendo aumentare le imposte indirette rispetto a quelle dirette; riducendo subito le imposte dirette sulle imprese e sui redditi più alti, ovviamente, in nome della crescita attraverso incentivi ai privati. Se un residuo di progressività deve rimanere, essa deve esplicare i suoi effetti all’interno della categoria del lavoro dipendente.
Le proposte di riforma fiscale – più correttamente potrei parlare di tax deform – che vedono al centro l’IRI (imposta sul reddito imprenditoriale) nelle intenzioni vorrebbe sciogliere o quanto meno allentare fortemente il coordinamento tra imposte personale e imposta sulle imprese e ora sugli studi professionali. Abbiamo visto l’anno scorso uscire i fitti dei fabbricati dalla tassazione progressiva. Ci si avvia verso le ultime tappe di un processo di cedolarizzazione dell’imposta personale che lascia la progressività solo all’interno del lavoro dipendente.
Il sistema è iniquo. La destra ne è consapevole ma non vuole strumenti con cui procedere a redistribuzioni dai ricchi ai poveri. Vedi il caso delle imposte di successione. Anche su questo punto Monti rivendica la continuità con il governo precedente. E perché la sinistra dovrebbe appoggiare riforme che non creano nuovi posti di lavoro?
Mi sono lasciato prendere dalla passione. Ho parlato della riforma Monti e ho trascurato il libro di Judt. È un’appassionata difesa della socialdemocrazia, del welfare State e del ruolo economico dello Stato. Ad un certo afferma: “c’è solo una cosa peggiore dell’avere troppo Stato. Averne troppo poco”.

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Donne e fascismo di Carlo Vallauri

Uno degli studi più penetranti sulla realtà della condizione femminile nella dittatura fascista fu pubblicato negli anni ’90 da Victoria de Grazia, ed ora viene ripreso dall’editore Marsilio che ne aveva subito curato l’edizione italiana (Le donne nel regime fascista, Marsilio).
Sin dalle prime pagine viene evidenziato un elemento fondamentale, cioè la differenza di classe tra le donne benestanti rispetto a quelle di famiglie operaie e contadine, e da queste precise connotazioni si passa ad analizzare le ragioni per le quali quell’esperienza si presentò in forme contraddittorie tra l’esaltazione della modernità, che favoriva comportamenti emancipati nella organizzazione del tempo libero, e l’impegno nell’attività fisica. Mentre nel contempo si procedeva ad una mobilitazione di massa che di fatto limitava il ruolo della femmina, richiamandola alla sua tradizionale funzione familiare. Non il voto (anche se – ricordiamo – prima di abolire tutte le possibilità di partecipazione politica Mussolini aveva riconosciuto alle madri e vedove di guerra quel diritto che ben presto invece eliminerà per tutti gli italiani), non le libertà ma l’inserimento in pratiche doverose che ne limitava fondamentalmente la specifica identità, in un sistema autoritario che mostrava la propria natura antidemocratica proprio mentre in altri paesi come la Svezia, negli anni ’30, si sviluppavano innovazioni emancipatorie. In sostanza in Italia la donna veniva inserita in un sistema statuale che ne comprimeva sostanzialmente i diritti.
Vennero create istituzioni che miravano a dare l’impressione di un interesse a tutelare le madri ed i bambini nell’ambito di una impostazione moderna, mentre la politica industriale ed agricola tendeva a ridurre qualsiasi possibilità di riconoscimento dell’autonomia femminile di fronte alla necessità totalitaria d’imporre una uniformità di consenso ed atteggiamento. D’altronde il compromesso con la Chiesa costituì in maniera determinante il sostegno ad un “modello” che imponeva discriminazioni proprio dirette ad assicurare una rigidità di fondo, tesa a confermare la “subordinazione”, quella “soggezione della donna” che nell’Inghilterra dell’Ottocento John Stuart Mill aveva chiaramente spiegato. Le distanze di classe si ripercuotevano sulla realtà quotidiana nella vita familiare e di lavoro, accentuando lo sfruttamento.
L’autrice, tuttavia, mette in rilievo come, per certi versi, proprio da molte donne, soprattutto giovani, venne un “consenso” ampio al regime, di cui la propaganda illustrava specificità tali da far sembrare quel regime aperto alle novità della cultura di massa, propria del totalitarismo. Vengono quindi sottolineate le mutazioni intervenute nel corso di un ventennio, caratterizzate comunque, in maniera costante, dalla preoccupazione “dogmatica” che per sé rendeva necessaria l’esistenza della “maternità” come punto centrale delle scelte economiche nel contesto del mercato del lavoro. Di contro all’eredità liberale tuttavia l’allevamento dei figli veniva a costituire un asse portante delle preferenze istituzionali e di costume, mentre la manodopera femminile manteneva una presenza minore nell’industria per trasferirsi nei servizi. La guerra rovesciò del tutto la prospettiva indicata dal fascismo perché innestò un percorso bellico, dal quale emergeranno addirittura le donne come elementi essenziali della iniziazione antifascista, sino alla presenza in prima fila nelle lotte per la Resistenza.
Infatti la guerra, continuamente evocata per incitare donne ed uomini a seguire le direttive del regime, si trasformò, all’opposto, nella rivendicazione in tutte le classi sociali, del diritto all’impegno diretto per scegliere il proprio destino.
Molto particolareggiato nella rilettura critica della stampa e dell’intero armamentario propagandista, il libro segue, anno per anno, lo sviluppo delle organizzazioni fasciste nelle sue molteplici forme. La concezione fascista del dovere delle donne verso lo Stato conduce ad una “normalizzazione” della sessualità, vista come strumento di fecondità utile per le prove a cui famiglie e madri erano particolarmente sollecitate. L’ “Opera per la maternità e l’infanzia” fu un perno per realizzare la pretesa modernità sotto l’aspetto del salvataggio degli “esposti” e delle altre misure appositamente predisposte dal governo. Rispetto al liberalismo, la famiglia veniva riportata al suo ruolo di risorsa produttiva. Dalla crescita dei bambini alle iniziative per insegnamento e per lo sport, l’apparenza dei vantaggi propagandati venne a scontrarsi con i dati obiettivi delle “privazioni” sostanziali alle quali i singoli venivano sottoposti. L’assistenza “morale e sociale” a favore delle madri lavoratrici, delle giovani avviate ai corsi per assicurare ad esse un lavoro specifico consono alle loro attitudini naturali, rientrava nella assunzione di formule che irretivano pervasivamente la mentalità di tante donne, ma sarà poi al contrario ad emergere il conflitto di classe, proprio della stessa dittatura, e di un conflitto mondiale svoltosi ben diversamente da come prognosticava l’evento la litania della propaganda, così contrastante con la realtà, sì da rivelare infine – come avvenne specificamente anche per l’intero universo giovanile – la natura autentica di un “inganno” dal quale uscì travolta proprio quella pretesa emancipazione. Né va’ trascurata – osserviamo – la presenza, nell’esperienza conclusiva del regime, di un numero di donne che volle ostinatamente sostenere il dittatore nella sua fase finale. La lettura di questo libro favorisce quindi la lettura del dualismo, delle contraddizioni di fondo. Il bellicismo decantato quando si tramuta in guerra vera provocherà il disfacimento del regime, al quale le donne hanno contribuito certamente in maniera specifica e storicamente constatabile. Le militanti fasciste, divenute ausiliarie della RSI, scoprirono infine come quella diseguaglianza di cui avevano subito tutti gli effetti negativi, avrebbero finito per capovolgere le sorti dell’intero regime.

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La riforma Fornero riduce l’incertezza?

25 Marzo 2012 2 commenti

C’è accanimento contro i lavoratori e i pensionati? A me sembra di si. G. Tabellini (il Sole 24 Ore del 25-03-12 ) difendendo la riforma critica l’idea di un compromesso tra efficienza ed equità. Ma lui in realtà ritiene che il compromesso anzi lo “scontro” è tra chi difende l’interesse generale e chi difende interessi di parte. È facile rispondere che questi sono interessi ben corposi se riguardano 15-16 milioni di lavoratori e altrettanti pensionati. È ribadire l’ovvio dire che tutti gli economisti si pongono il problema del trade-off e/o bilanciamento tra efficienza ed equità. Se non lo facessero sarebbero dei robot e/o delle intelligenze artificiali che calcolerebbero la frontiera della produzione e del benessere e disporrebbero le cose in modo da raggiungerla nel più breve tempo possibile. Se uno ragionasse in questo modo, mi pare che ricadrebbe nella presunzione che veniva attribuita ai programmatori degli anni ‘50 e ’60 che pretendevano di sapere tutto e di potere programmare perfettamente l’economia. Secondo me, Il prof. Tabellini, nell’ansia di difendere a tutti i costi, il suo predecessore alla Bocconi cade nella presunzione di quanti credono nei mercati perfettamente efficienti ed in grado di risolvere tutti i problemi o comunque di assicurare il pieno impiego che, al momento, almeno in Italia, non può essere raggiunto per via soprattutto degli ostacoli che l’art. 18 dello Statuto dei diritti dei lavoratori frappone alla licenziabilità dei lavativi.
Dice Tabellini che la riforma Fornero in fondo “scambia un po’ più di flessibilità in uscita con una forte (?) riduzione della possibilità e convenienza ad offrire lavori precari”. Ma qui parliamo di possibilità remote se consideriamo che per un verso o per un altro, le autorità di politica economica in Italia non si sono mai poste né tanto meno raggiunto l’obiettivo della piena occupazione. E lui queste cose le sa bene, come sa che, al momento, aumenta la disoccupazione, non si creano nuovi posti di lavoro e, quindi, i nuovi contratti e le migliori condizioni per i precari rischiano di rimanere sulla carta. Ma non si possono giustificare prima manovre restrittive, provvedimenti di nessuna efficacia immediata e poi limitarsi ad auspicare interventi per la crescita. Le vere garanzie per i disoccupati e i precari sarebbero venuti con l’estensione ed il miglioramento del sostegno al reddito ma come è stato notato nei giorni scorsi, i vincoli di bilancio da un lato e la grave fase recessiva che attanaglia l’economia reale, avrebbe scongiurato di fare una riforma delle fattispecie contrattuali. 10 anni fa quando bisognava approvare la riforma Biagi (legge 30/2003) si diceva: meglio un lavoro precario che nessun lavoro. Si sono aumentate a dismisura i tipi di contratti. Appena dieci anni dopo, si fa marcia indietro. Si dice che ci sono 49 contratti diversi che prevedono trattamenti e garanzie le più diversificate. Oggi con la riforma Fornero si vuole ridurre il numero dei contratti ma si semina precarietà per tutti in cambio di una improbabile maggiore occupazione e perequazione dei trattamenti. Perché sono così pessimista? Perché se è vero che il lavoro meno protetto deve costare di più, questo non è un obiettivo così facile da raggiungere come alcuni vorrebbero far credere .
Forse il Governo e il prof. Tabellini e non solo loro trascurano che l’Italia ha tuttora un sommerso che si aggira sul 17-18% del PIL e che i numerosi provvedimenti di emersione dei governi precedenti non hanno funzionato e che i controlli sono inefficienti ed inefficaci. Ecco, se quella riduzione della convenienza ad assumere lavoratori precari fosse veramente implementata molti imprenditori potrebbero essere spinti nel sommerso. C’è anche questo rischio da valutare. In Italia c’è un problema generale di effettività delle leggi in qualsiasi settore e, senza averlo risolto o avviarlo a soluzione, non si possono fare affermazioni generali. In questi giorni tutti si preoccupano delle lungaggini della giustizia del lavoro e del come questa riforma possa aggravare il compito dei magistrati ma il problema è più generale e riguarda la giustizia civile, quella penale, quella amministrativa e quella tributaria. Riguarda la legalità in generale e quindi l’approccio puntuale, secondo me, non ci porta molto lontano.
A questo punto, anche io mi chiedo se è fare l’interesse generale non affrontare direttamente il problema del debito pubblico e la sua sostenibilità e invece concentrarsi a ad affrontare problemi marginali di liberalizzazioni delle farmacie e/o della distribuzione delle benzine e degli oli minerali e fare una quinta manovra che ha fatto l’economia reale nella recessione. Personalmente ritengo che sarebbe stato preferibile seguire la prima strada visto che, in ogni caso, avevamo un deficit di bilancio relativamente limitato rispetto a quello di altri Paesi membri dell’eurozona. Ma il leit motive dice: eravamo sull’orlo del baratro; la Grecia ci aveva contagiato. È vero. Adesso dopo che siamo entrati in recessione il governo ci viene a dire e a ripetere che non siamo affatto fuori pericolo e ora dobbiamo temere il contagio del Portogallo e/o della Spagna. Allora non è vero che la manovra di dicembre come quelle di Tremonti avevano messo i conti in sicurezza.
Si nel mercato del lavoro c’è dualismo tra chi è meglio protetto e chi lo è meno o per niente. C’è e rimane un problema di equità ma il governo come risponde? Riducendo la protezione al margine per i protetti e creando delle condizioni necessarie per eventuali assunzioni e migliori garanzie per quelli che nel futuro entreranno nel mercato del lavoro. C’è la recessione e incombe il rischio del contagio sulla tenuta del debito pubblico. Dobbiamo abituarci a vivere pericolosamente ma la riduzione delle garanzie per i “fortunati” (a 1.000-1.300 €) che ce l’hanno aumenta o riduce l’incertezza? Il vedere che sul piano della crescita il governo si limita ad auspici aumenta o riduce l’incertezza?

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Monti sbaglia a negare la concertazione

22 Marzo 2012 1 commento

Mario Monti ha una visione autoritaria del governo. Nega la concertazione che è parte essenziale del modello di democrazia partecipativa adottato nella Costituzione europea. Dice che gli incontri del governo con le parti sociali sono solo consultazioni e che, dopo di esse, il governo decide da solo. Così ragionando il Presidente Monti non solo disprezza il ruolo delle parti sociali ma anche quello del Parlamento dove siedono i rappresentanti della sovranità popolare. Anche se composto da nominati dalle oligarchie centraliste dei partiti, nella democrazia parlamentare decide il Parlamento e a questi il governo deve presentare i suoi disegni di legge per averli approvati. Se le riforme di cui si occupa Monti sono riforme strutturali che avranno i loro effetti nel medio termine, non valgono i motivi di urgenza accampati. Né ha fondamento la tesi che la concertazione svuoti il ruolo del Parlamento. In ogni caso, per togliere ogni argomento a questa tesi, cara alla destra e allo stesso governo, le parti sociali , oltre a scioperare, possono chiedere di essere sentiti dalle Commissioni parlamentari competenti per le varie materie. Sono sicuro che troverebbero orecchie più attente di quelle di certi ministri e dello stesso Presidente del Consiglio. Se decide il Parlamento le consultazioni vanno spostate anche in Parlamento. È anche questo un modo per ridimensionare il ruolo del governo che, negli ultimi decenni, in nome del decisionismo, ha compresso oltremisura il ruolo del Parlamento.

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Il Governo e le analisi di Confindustria

Non è corretto argomentare che senza la riforma (abrogazione) dell’art. 18 dello Statuto dei lavoratori non è possibile attirare investimenti diretti dall’estero e per diversi motivi: a) c’è alta disoccupazione e abbondante manodopera disponibile anche se non altamente qualificata; b) c’è una grave recessione in corso (vedi la forte caduta di questi giorni della produzione industriale e degli ordinativi) e la disoccupazione aumenterà ulteriormente di circa 300 mila unità; c) i salari reali italiani sono tornati ai livelli del 1999 ma non è pensabile di ridurli ulteriormente; d) c’è un clima di illegalità generale e parti rilevanti del territorio sono controllati dalla criminalità organizzata; e) c’è una certa integrazione verticale tra economia legale e quella sommersa dovuta in parte anche a certa legislazione sulle modalità di accertamento del reddito d’impresa; f) c’è un gap di infrastrutture pubbliche che è particolarmente pesante nel Mezzogiorno e rende sempre più difficile il superamento dei divari tra queste due parti del territorio; g) c’è una giustizia lenta ed inefficiente come del resto una struttura amministrativa che, pur decentrata, non sembra in grado di programmare lo sviluppo a livello locale né per macro-regioni, ecc..
Se questo è vero, dire che tutto dipende dall’art. 18 e che serve maggiore flessibilità in uscita dal mercato del lavoro, a mio avviso, è semplificare troppo le cose se non proprio falsificare la realtà. La ripresa non può dipendere solo dagli investimenti esteri per quanto importanti e significativi essi siano nel definire l’attrattività di un Paese. Nelle attuali circostanze, dove i principali Paesi europei conoscono una fse di rallentamento del ciclo se non proprio di recessione, la ripresa della crescita deve contare soprattutto su stimoli diretti della domanda interna per consumi e investimenti. Per capire questo basta scorrere ora il Rapporto che il Centro Studi Confindustria ha presentato il week end scorso a Milano alla Convention “Cambia Italia”. Il primo fattore di crisi strutturale è la bassa produttività totale dei fattori (PTF). Né il governo precedente né quello attuale ancora hanno assunto provvedimenti che abbiano un qualche effetto di breve termine e che siano in grado di farci uscire dalla lunga fase di stagnazione della produttività totale dei fattori. Servirebbe un forte scossone su di essa visto che il Rapporto citato afferma che è improbabile un’accelerazione spontanea della stessa perché nei primi anni 2000 si è registrata una certa accumulazione in diversi settori che poi hanno subito un calo di attività. Quindi non si può contare sugli investimenti privati e non solo perché c’è in atto una stretta creditizia nonostante la politica monetaria accomodante della BCE.
Per il settore privato non ci sono prospettive incoraggianti per la creazione di posti di lavoro. Anzi, come detto, il Rapporto prevede un’ulteriore aumento della disoccupazione in conseguenza della recessione. Anzi, il CSC teme che tale aumento non sia solo congiunturale ma che si traduca in un aumento del tasso strutturale di disoccupazione per gli anni avvenire. Il che significherebbe allontanarsi ulteriormente dalla frontiera della produzione. Nel Rapporto si legge che il PIL pro-capite, il PIL per ora lavorata, le ore lavorate sulla popolazione sono più bassi ed il confronto tra i dati del 1980 e quelli del 2010 ha visto peggiorare la posizione dell’Italia. Tutti concordano sulla necessità di aumentare il tasso di attività e quello di partecipazione al mercato del lavoro. Ma al momento, il governo Monti – come del resto quello precedente – lascia questi obiettivi nella responsabilità del singolo lavoratore. Come dire, inventati un lavoro. Correttamente il CSC dice che il tasso di partecipazione può aumentare se simultaneamente qualcuno – e chi se non il governo ? – fa scendere il tasso di disoccupazione (p. 42). Riassumendo le proposte, il CSC concorda che servono investimenti in opere pubbliche e nelle infrastrutture, un deciso upgrading dell’istruzione e della formazione, la riforma della pubblica amministrazione, il recupero del ritardo delle imprese nell’adozione di tecnologie ICT, ecc.. Afferma che gli investimenti pubblici si ripagano da soli nei tempi lunghi ma che attualmente sono incompatibili con i vincoli sui conti pubblici. Quindi disegna uno scenario al 2030. Ebbene, senza intervento pubblico, il tasso di crescita si collocherebbe ad un misero 0,7 medio annuo. Con investimenti pubblici nell’ordine dello 0,5% all’anno in infrastrutture pubbliche – peraltro complementari al capitale privato specialmente al Sud – si potrebbe portare il tasso di crescita al 2,2% annuo, ossia, ad un triplo del trend spontaneo. Tale risultato è conseguibile non con i tagli lineari ma con la qualificazione della spesa pubblica, ossia, riducendo le spese in conto corrente e aumentando quelle in conto capitale. Un punto fondamentale di cui il governo non sembra rendersi conto. Non puoi migliorare la qualità dell’istruzione e della formazione tagliando i fondi. Se risani i conti tagliando gli investimenti pubblici , inevitabilmente tagli la crescita. Se fa questo, il governo non può dire che sta operando nell’interesse generale. In realtà, sta cercando di ridimensionare i livelli di protezione sociale, i diritti dei lavoratori. Sta facendo la tradizionale politica dei due tempi di antica memoria che ci ha portato alla stagnazione dell’ultimo decennio.

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Carlo Vallauri legge il Nuovo Mediterraneo di G. Elia Valori

Il recente libro dell’editrice Excelsior 1881 di Gianfranco Elia Valori, Il nuovo Mediterraneo. Confine o rinascenza d’Europa, con prefazione di Tarak Ben Ammar e introduzione di Carlo Jean, rappresenta, nella sua sinteticità, uno dei più organici studi presentati nell’anno 2011 sui grandi eventi che dalla rivoluzione tunisina dei Gelsomini ha caratterizzato la storia del Mediterraneo. Così la trasformazione dell’Egitto realizzata dalle forze armate con la defenestrazione di Mubarak e lo sviluppo del movimento democratico di Piazza Tahrir.
Nel Sahara – aggiunge Ben Ammar – la vecchia ideologia mondialista del conflitto globale si è scomposta nelle rivolte dei gruppi jihadisti. Le varie componenti islamiche cercano di svolgere un ruolo autonomo. L’intera area araba del Maghreb e del Mediterraneo sceglie strade diverse per modificare le istituzioni nei vari paesi: le masse arabe cercano una propria più definita linea d’azione. La rivolta – osserva G. Elia Valori – si è espressa attraverso i social network: Internet utilizzato quindi come veicolo capace di agire come collante ideologico. Ecco la vera novità rivoluzionaria, si potrebbe osservare. La rete del web ha permesso di annullare i tempi delle vecchie organizzazioni gerarchiche. Sono quasi 5 milioni gli utenti della Rete nel Maghreb. Evocando le esperienze e le ideologie rivoluzionarie del XX secolo, lo studioso aggiunge che in quell’area non si presenta la necessità di una superideologia ma evidentemente dalla povertà media del popolo emerge una insolita strategia di massa. C’è da chiedersi se una simile pratica potrà essere utilizzata dai paesi meridionali dell’Europa per avviare una spinta analoga. Questa nuova elite emergente non esclude parte della vecchia elite. “Il movimento genera resistenza” per dirla con Lenin. Come in altre occasioni (affermazione del bolscevismo e del nazismo) le condizioni economiche in via di lento miglioramento provocano squilibri dai quali nascono forze dirette alla “sostituzione” a livello popolare: è la rete a mobilitare le masse superando i “freddi” media tradizionali. Si avvia quindi un discorso politico più articolato della contrapposizione tiranno-democrazia per dare alla massa la possibilità di assumere la primazia in un governo di transizione.
Gli stessi “Fratelli Musulmani” operano attraverso la rete, fuori dalle passioni politiche occidentali rispetto agli stessi regimi arabi. Un “amico” Facebook vale “22 amici”. In Twitter: si stabilisce un nesso tra “soggetto” e “messaggio”. Dopo aver inquadrato acutamente la primavera araba sulla base dei mezzi tecnologici impiegati, Valori passa a sottolineare la “premessa” della classe dominante che si avvale di un sistema finanziario comune per le potenze internazionali dominanti. In Libia si è assistito ad una delocalizzazione del potere politico, ma in genere nei paesi coinvolti nella rivolte tendono ad esprimersi le società civili mentre NATO ed Unione europea hanno difficoltà a compiere azioni nei tempi lunghi. I fratelli musulmani mirano a dirigere le tensioni, garantendo la propria “faccia presentabile”. I militari hanno un ruolo chiave dalla Tunisia all’Egitto ma più al largo è in opera la Cina. Si pone altresì il problema dei rapporti del nuovo Egitto rispetto ad OLP – Hamas da un lato e Israele dall’altro. Né si può dimenticare l’attività del movimento filo-jihadista. Dal canto loro gli Stati Uniti terranno a integrare le reti di sicurezza del proprio “fianco Sud”.
Sul piano economico – che è quello proprio del prof. Valori – il libro allarga la visione sui rapporti con l’Opec da un lato e il Fondo Monetario internazionale dall’altro: utili dati economici sono ripetuti per far meglio intendere la portata internazionale degli attuali eventi mediterranei. Tra il nuovo sistema asiatico e il quadrante del Mediterraneo si pone forse un nuovo islamismo come fattore modernizzante. Altre interessanti pagine sono dedicate all’Algeria, dove manca sinora una rappresentanza dei nuovi ceti governanti sul piano etnico: i berberi cercano di ricostruire una loro identità non-araba. Allargando la visuale si pone il tema del nuovo asse geo-economico Siria-Libano-Iran-Giordania al centro di quelle che potranno essere le prossime (eventuali) novità trasformatrici. Permanendo tuttora i punti fermi della precedente esperienza tra le forze in lotta, posto il ruolo acquisito negli ultimi anni dalla Turchia, resta da vedere quale è il ruolo degli USA nel nuovo Mediterraneo: Washington nel vuoto politico della tensione tra Israele e mondo arabo cercherà di meglio indirizzare le proprie scelte mentre Europa e Russia puntano rispettivamente a meglio giocare le rispettive potenzialità e le proprie risorse. Si può parlare di un ramo “islamico politico”? Certamente si stanno preparando nuovi scenari, per i quali l’autore fornisce elementi di base di grande interesse economico, politico e psicologico. Viene da qui l’esigenza di approfondire i molteplici motivi evocati in questo interessante ed attualissimo studio. Le informazioni fornite non ripetono luoghi comuni, ma approfondiscono i temi analizzati, non mancando di sottolineare tra l’altro il ritardo della reazione italiana di fronte agli avvenimenti recenti specie in Egitto ed in Tunisia. Si accenna infine alla percezione del significato che le rivelazioni in corso hanno per Washington nonché alle nuove relazioni bilaterali che potranno stabilirsi sulla base delle dichiarate democratizzazioni dei diversi paesi arabi. Ai due limiti troviamo rispettivamente la Nato e l’Iran, Come si vede, i problemi si incrociano e si sovrappongono. Ed in tale groviglio la lettura del libro di Valori può offrire un’utile bussola. Nella introduzione il generale Jean fornisce osservazioni pertinenti e documentate.

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La firma del Patto per il bilancio in pareggio.

Il 2 u.s. a Bruxelles, 25 Paesi membri dell’Unione firmano il c.d. Fiscal Compact. Il rapporto deficit strutturale/PIL non può essere superiore allo 0,5%; il debito pubblico deve tornare attorno al 60%. Saggiamente restano fuori l’Inghilterra e la Repubblica Ceca. La festa della Merkel non è completa. Subito dopo la firma il premier spagnolo Rajoy dice che la Spagna non potrà rispettare il target intermedio del 4,4% per il 2012 e che l’obiettivo del governo è il 5,8%. Patto violato il primo giorno? Probabilmente no perché il Trattato non è ancora ratificato. E a tal fine serve la firma di almeno dodici paesi dell’eurozona.
In serata le agenzie di stampa e i telegiornali italiani annunciano trionfalisticamente che lo spread italiano è tornato per un momento al di sotto di quello dei bonos spagnoli. In realtà, si è trattato di un pareggio a 310 punti base. Si utilizza il linguaggio calcistico così amato dagli italiani: l’Italia batte la Spagna. Si incensa l’allenatore italiano Mario Monti. Nessuno dice che in quel giorno lo spread italiano non è migliorato consistentemente ma si è alzato quello spagnolo proprio a causa della dichiarazione di Rajoy. Si può ragionevolmente prevedere che il giorno in cui l’Italia non riuscisse a rispettare il suo target , lo spread BPT/Bund andrebbe su. Tutti parlano del successo di Monti “provato” dall’abbassamento dello spread anche se in pochi sanno spiegare che cos’è e se nessuno sembra voler ricordare che lo spread era più o meno agli stessi livelli di adesso da metà 2008 sino al 14 luglio scorso e che esso si impennò dopo che l’allora premier Berlusconi dichiarò di non riconoscersi nella manovra di Tremonti approvata in quei giorni.
Certo i confronti tra paesi, tra regioni, sono sempre interessanti. Aiutano a ragionare. L’analisi delle variazioni dello spread è un primo segnale di variazione della temperatura corporea ma deve servire ad approfondire e capire le vere cause che ne determinano le variazioni. Spagna e Italiana stanno certamente meglio della Grecia ma l’Estate scorsa il contagio dell’Italia c’è stato e come. Tutti vogliamo sperare che non ci sia una ricaduta. Nello stesso giorno della firma del Patto di bilancio, l’Istat pubblica i primi dati di consuntivo del 2011. L’Italia ha visto crescere il PIL solo dello 0,4 invece che dello 0,6%. È la media annua degli ultimi 12 anni. Quindi restiamo in stagnazione di lungo periodo ma siamo tecnicamente in recessione perché il PIL è già diminuito da due trimestri consecutivi. La previsione di riduzione del PIL in Italia oscilla tra l’1,6 della Banca d’Italia e il 2,5% del FMI; per la Spagna si prevede una riduzione dell’1,7%. Nel 2011 la disoccupazione in Italia è aumentata di 286 mila unità. L’inflazione è aumentata al 3,3%, quella del paniere della spesa è al 4,6%. Questi dati passano in seconda linea. Certo i dati spagnoli sul rapporto deficit/PIL (8,5%) e sulla disoccupazione (23,3%) sono di gran lunga peggiori dei nostri ma non è una bella consolazione.

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Vallauri commenta l’inchiesta di De Prospo e Priore

Silvano De Prospo e Rosario Priore in Chi manovra le brigate rosse? (Ponte alle Grazie, Milano, 2011) spiegano come, dietro complicate vicende della “lotta armata” in Italia tra gli anni ’70 e l’inizio degli anni ’80, apparve ad un certo punto una misteriosa scuola di lingua operante a Parigi “Hyperion”. Così un giornalista esperto nella materia ed un magistrato, che ha svolto indagini accurate su quel nodo intricato di eventi tragici, cercano di fornire notizie sul ruolo esercitato dai singolari personaggi che guidavano o giravano attorno ad un apparente centro di preparazione e addestramento alla conoscenza della lingua “francese”. In effetti gli autori rivelano le trame che quel punto di riferimento copriva e alimentava con un costante lavoro di organizzazione clandestina quale primaria fonte di collegamento super-nazionale.
Sin dai primi anni ’60 era emerso a Trento un gruppo di marx-leninisti che, in contrasto con la linea ritenuta troppo “accomodante” del PCI, miravano a formare un nuovo tipo di militante, tanto da imboccare presto la via più perigliosa della violenza terrorista. E proprio sul finire di quel decennio si delineò la suggestiva possibilità di dar vita ad una sorta di coordinamento dei movimenti “rivoluzionari”, inglobante anche i gruppi più in vista degli extra parlamentari, come “Potere operaio” e “Lotta continua”. Ma soltanto nella seconda metà degli anni ’70 Curcio, Simioni, Berio e Molinaris daranno effettivamente vita ad una istanza di coordinamento in grado di intrecciare i fili di uno stretto collegamento. Parecchi di quei giovani provenivano da esperienze comuniste, ma essi puntavano ad una linea di completo ribaltamento di quella che ne era stata la politica di Togliatti, considerata quasi di un tradimento rispetto alle finalità rivoluzionarie non portate avanti nella fase conclusiva della guerra di liberazione. In quel periodo fiorivano nuove sigle operative, da Roma a Milano. E fu il collettivo politico metropolitano (oltre ai nomi citati, Mara Cagol) a promuovere nel novembre ’69 il convegno a Chiavari che rappresentò il momento di passaggio ad una più definita azione, capace di sommuovere una vera e proprio “guerriglia armata”. Contemporaneamente il giovane miliardario Feltrinelli promuoveva una iniziativa clandestina per trasformare la “lotta sociale” in impegno militare. Così in Emilia elementi provenienti alla FGC e a Genova estremisti di frazioni comuniste si andavano organizzando, sulla base di intensificati collegamenti internazionali. Dal “Super clan” di Simioni verrà ad esempio preparato un attentato all’ambasciata americana ad Atene.
Sin da quel periodo strani “allacci” collegarono appartenenti insospettabili servitori della Pubblica Amministrazione italiani (persino l’assistente del Segretario generale della Nato, ambasciatore Brosio) ai brigatisti, ormai attivi, determinati, decisi a compiere azioni sanguinose. Mentre si sviluppavano simili progetti per “alzare il tiro”, un convinto rivoluzionario come Franceschini contestava Simioni perché questi era contrario a “firmare” i colpi mortali via via inferti ai “nemici” da eliminare. Che cosa voleva nascondere, mantenendo l’anonimato? Si comprende tale atteggiamento con il carattere non ancora definito dell’impostazione internazionale da rivendicare, segno di una criticità esistente negli stessi apici operativi, conferma quindi di una indeterminatezza dei tempi e degli obiettivi reali da conseguire (elementi trascurati dagli studiosi dell’argomento). Quando ad esempio l’obiettivo da colpire diviene Junio Valerio Borghese (a cui è incendiato lo studio) non si può che rilevare il carattere estremamente ristretto della visione politica dei brigatisti, e ancor più dei loro ispiratori: ecco il maggior fattore di debolezza di tutto il fenomeno terrorista italiano, malgrado l’irruenza di ogni scritto e di ogni minaccia.
Gli autori esaminano poi l’esperienza del “Superclan”, che voleva costituire un passo in avanti nelle operazioni di rapina, prima di giungere ad una organizzata più strutturata. Intanto il Prefetto di Milano, Libero Mazza, vede con più chiarezza di qualsiasi altro funzionario dello Stato e degli stessi politici la realtà dei gruppi in grado di attivare operazioni rivolte a intensificare la violenza. La sostanza di quel documento viene travisata dalla stampa, specie di sinistra, senza rendersi conto che in esso era rivelato l’autentico pericolo sovrastante alla società politica italiana. In quell’elenco troviamo infatti tutti gli individui ed i gruppi pronti ad entrare nell’azione criminale. A sua volta Feltrinelli pubblicizzava i suoi Gap, con una enfasi di rottura totale che copriva in effetti una mancanza assoluta di conoscenza della situazione concreta, e che si concluderà tragicamente. Ormai il fattore “operaio” perdeva rilievo nel campo brigatista e ciò mostrava la fragilità sostanziale della prospettiva “rivoluzionaria” indicata come “risolutrice” per la società italiana. Potere operaio confermava, nel suo vano agitarsi, il “dilettantismo” delle stesse aspirazioni di un folto gruppo dell’estremismo. La “clandestinità” ne diviene strumento determinante, mentre contro quelle spinte alla rottura l’ex partigiano monarchico Sogno cercava di proporre una sua “resistenza democratica”. Altra figura singolare, quel Luigi Cavallo, ulteriore elemento di doppiezza politica allignante nel fronte estremista. Ma c’era dietro un “grande vecchio”? Un simbolo lanciato per confondere idee o proposito di rigore legale e costituzionale?
L’attacco diretto al “cuore” dello Stato ha inizio con il rapimento a Genova del giudice Sossi (18-04-1974), momento determinante nella storia del brigatismo, che svela nelle sue “Risoluzioni” diffuse ampiamente una visione ristretta, centrata sul mito del “sistema imperialistico delle multinazionali” di cui lo Stato (italiano) sarebbe stato espressione. L’evasione di Curcio, organizzata da Mara, indica un livello di organizzazione efficiente, e la “strategia offensiva” ne è presto la prova, quando la “colonna romana” (con il brigatista Moretti) assume un rilievo determinante. Ormai però, come emerge nell’operato della coppia Morucci – Faranda, il “movimento” conferma di essere sempre più estraneo – anzi nettamente opposto – alle lotte sociali che all’inizio degli anni ’70 hanno conseguito i risultati maggiori. Il rapimento Moro – con tutte le sue contraddizioni – rivisto anche oggi alla luce degli accertamenti di Gotor nel “Memoriale” – è nel complesso la riprova della debolezza sostanziale del “movimento”, che, al di là delle sue sorprendenti operazioni mal cela un sostanziale “vuoto” politico. L’area che avrebbe dovuto estendersi inizia invece il suo declino, con le divisioni interne. Resta da chiedersi se a quel punto non sia venuto meno dall’esterno un “ruolo internazionale”. E proprio a ciò avrebbe dovuto provvedere Hyperion, ma anche a Parigi doppiezza e contraddizioni rivelano contiguità ambigue, ampiamente dimostrate nel libro. Gli elementi esterni, con proiezioni dal Medioriente, partecipano al “grande gioco”, ma attorno ad essi operano in proprio, a prescindere dalla intenzionalità e capacità, terroristi islamici che si preoccupano solo dei loro obiettivi. Altrove potremmo raccontare particolari inediti sulla scuola parigina, nei caratteri e aspetti individuali di quello strano miscuglio, e dei “manovratori” che in quella sede erano più rappresentanti di gruppi esterni che agenti operanti in proprio. Ecco allora che gli interrogativi rimangono aperti, tanto più che la “protezione” dei servizi di informazione francese era evidente. Quindi la “struttura internazionale” di cui il libro riesce ad approfondire momenti significativi conferma un potenziale ruolo operativo che alle brigate rosse era affidato da gruppi politici supernazionali capaci di strumentalizzare l’attività delle diverse “colonne” organizzate e delle contrastanti cellule politiche che si riversavano in quell’ambiente per conto di istituzioni ufficiali francesi o forse anche italiane. Sono eventi archiviati negli anni ’80, con la fase calante del brigatismo, che si sfarina da sé quando non trova punti d’appoggio né a quel presunto livello popolare (mai raggiunto) né a livello di istanze internazionali che De Prospero e Priore sono riusciti a descrivere con maggiori indicazioni di quanto non abbiano fatto altri studiosi della stessa materia. Ecco allora una motivazione per leggere questo libro, che offre l’affresco di una giungla di persone sacrificate in nome di assurde speranze, miranti a far crollare uno Stato che mostrerà invece di essere più robusto di quanto i suoi nemici pensassero. E proprio questo aspetto ha rappresentato d’altronde il vero fattore che ha condotto al sostanziale venir meno delle stesse ragioni che avevano spinto a compiere tante operazioni criminali, sostenute dalla viltà di troppi maldestri politicanti delle sinistre e di presuntuosi intellettuali confusi o militanti traditi nelle loro stesse illusioni.

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Carlo Vallauri recensisce il “Memoriale della Repubblica” di M. Gotor

29 Febbraio 2012 Nessun commento

Curatore del libro Lettere dalla prigionia di Aldo Moro, Miguel Gotor – studioso delle connessioni tra santi ed eretici nella metà del primo millennio – non ha avuto difficoltà ad inoltrarsi, con mente lucida, nel ginepraio dei testi manoscritti e/o dattiloscritti di uno dei padri della prima Repubblica, la cui vita è stata sacrificata dalle male intenzioni e dai compromessi di quell’età di falsi salvatori e avversari dello Stato costituzionale inseriti negli stessi organismi pubblici.
L’analisi contenuta in “Il memoriale della Repubblica” (Einaudi, 2011) è molto dettagliata ed altrettanto ben spiegata dall’autore attraverso l’avventuroso percorso di quel drammatici scritti dalla prigione romana dei brigatisti a Firenze, Milano e ritorno, con particolari inediti (e sorprendenti) circa il doppio ritrovo delle misteriose carte a via Montenevoso nel ’78 e poi nel ’90. Ne esce una complessa vicenda che Gotor ricostruisce minutamente, seguendo indizi, tracce, suggestioni e rivelazioni, sino a delineare di fatto una storia “doppia” rispetto a quella ufficiale circa la cattura, il sequestro e l’uccisione dell’eminente politico democristiano. Le considerazioni consentono al lettore di rovesciare tante notizie, presunzioni e memorie tramandate dai responsabili del tragico calvario, a cui il protagonista insigne della storia nazionale venne sottoposto. Quel Moro tanto sensibile, sul piano personale, a noi sembra uscire dal libro, come un inflessibile ed intelligente tessitore.
Quali “nuove” certezze vengono acquisite grazie a questa faticosa ricostruzione? Innanzitutto il fatto che quelle lettere – stese da Moro nel chiuso di quel fondo nel quale è stato prigioniero per tanti giorni – dopo essere stato variamente trasferito da un luogo all’altro (e in qualche caso da un fronte all’altro in quelle realtà umane e politiche che allora sembravano scontrarsi mentre si sovrapponevano e combinavano) – una volta recuperate dai carabinieri di Dalla Chiesa (in effetti a servizio di quel che in quel momento il generale rappresentava rispetto all’ufficialità del potere e della stessa Arma) sono state trasportate in altre sedi per essere sottoposte ad autorità statali, abilitate – a titoli diversificati – a prenderne lettura.
Il groviglio complesso che viene fuori dal libro, grazie alle attente ricerche e agli approfondimenti compiuti dallo studioso, costituisce una serie di sorprendenti eventi, tanto più impensabili per chi sia stato estraneo a quelle particolari giornate di sofferenza e dolore. L’intricato nodo, il cui punto più incredibile (eppur vero) è il caso di un intellettuale (Senzani) che era contemporaneamente in grado di partecipare a ciò che facevano i brigatisti, e persino alla riunione fiorentina nella quale si decise l’uccisione, e di ciò che si “studiava” al Ministero dell’Interno presso l’apposita commissione costituita da Cossiga e composta da esperti americani e della P2. Ma quanti altri lacci e congiungimenti tra le due parti del fronte che si contendevano allora il destino di Moro e che poi in parte si contenderanno le sue lettere dalla prigione?
I due fronti contrapposti ufficialmente non corrispondono neppure alla leggenda del “doppio Stato” perché essi si intrecciavano misteriosamente in un susseguirsi di chiari e di scuri eventi: dalla rappresentazione estraibile da questo minuzioso studio risulta quindi che non pochi erano – come protagonisti – i personaggi presenti contemporaneamente in entrambi gli schieramenti. Basti pensare a tutti i nomi di noti esponenti politici di sinistra, tra le sinistre extraparlamentari, amici e confidenti dei brigatisti. Nessuno dei due poli del duplice schieramento – rispettivamente fautori della trattativa e difensori di una presunta “fermezza” – aveva un proprio definito confine, e lo stesso tipo irregolare di mescolamento si trova sul campo di quanti erano chiamati ad operare in nome dello Stato per salvare il martire, in effetti sacrificato sin dall’inizio, benché materialmente e deliberatamente “salvato” nella strage di via Fani, segno di una volontà, da parte degli organizzatori degli assassinî, mutata nel corso delle confuse trattative.
Tra l’altro va ricordato che non si è mai indagato a sufficienza sul percorso seguito dalla macchina nella quale salgono, subito dopo l’uccisione della scorta, sia Moro sia i rappresentanti degli assassini, primo tra essi, il Gallinari. Se ancora oggi provate a seguire lo stretto tracciato che da via Trionfale ad un certo punto sale per imboccare una stradina laterale, a destra, la trovate chiusa da un palo trasversale fisso. Superata con una sciabolata quell’ostacolo, i rapitori abbandonarono in una strada vicina la macchina, rintracciata solo 2 giorni dopo (!), ulteriore testimonianza dell’assoluta assenza di qualsiasi accertamento nelle 48 ore successive al rapimento. Di questi argomenti non parla il libro – che è dedicato alla storia delle lettere – ma noi li citiamo invece perché indicano come sin dal primo momento il rapimento lascia tracce concrete non seguite né approfondite, addirittura del tutto trascurate dall’attività di polizia, mentre l’autorità giudiziaria competente (il magistrato Imposimato) – come egli stesso ha scritto nel suo libro sull’argomento – è stato volutamente escluso per i 55 giorni da ogni concreta possibilità di indagare, in quanto formalmente non incaricato delle indagini.
Se questo è stato “il punto di partenza” è evidente che tutta la parte restante della vicenda non può essere ricostruita nel suo essenziale, vero andamento.
Veniamo adesso al nodo fondamentale dell’origine di tutta la storia raccontata nel libro. Come mai Moro divenne subito facile “parlatore” (e “scrittore” a domanda) tanto sciolto da ripercorrere ad es. le interne connessioni e controversie della D.C.? Erano i brigatisti interessati a “sapere”? Che cosa? Il “brigatista” tipo – come almeno lo descrive Gotor – e probabilmente ha ragione – era un individuo impegnato politicamente ma, soprattutto in quel momento, curioso di venire a conoscenza di quelli che egli riteneva importanti segreti di Stato, ma neppure sopra di lui appaiono strateghi più abili. Perché questa era la nuda verità. I nemici implacabili di quello Stato ritenevano che la D.C. coprisse una serie infinita di malefatte, e pensavano di venirne a conoscenza per poi denunciarle pubblicamente, al fine di scatenare una presunta rabbia popolare, tale da giustificare il loro operato violento e criminale. In verità l’ex presidente del Consiglio conosceva i rapporti che aveva intrattenuto con i responsabili del governo USA, le notizie concernenti la NATO, gli armamenti e servizi segreti italiani, ma invece i brigatisti – almeno seguendo il filo degli scritti del prigioniero – tendevano ad occuparsi prevalentemente di notizie che potevano gettare scandalo o discredito sui governi D.C., come se la loro acquisizione rivestisse una importanza straordinaria nell’intento di comprendere meglio sotterfugi della politica internazionale, al fine di poter denunciare pubblicamente il “male” arrecato al paese dal potere democristiano.
Diciamo la verità: Moro seguiva il ritmo delle domande a lui poste ma in effetti – a noi sembra – egli mirava a spostare l’attenzione sempre verso eventi di minor rilievo politico dal punto di vista internazionale. Egli era stato al centro della vita nazionale per tanti anni, aveva parlato con i presidenti USA, tra l’altro in particolare con Ford (succeduto a Nixon) a Helsinki nel ’75, come era accaduto anche con Kissinger (e da uno di quei colloqui vennero fuori interpretazioni mai dimostrate, circa l’irriducibilità di un contrasto personale), ma i brigatisti insistevano a voler sapere in sostanza fatti secondari (al limite del pettegolezzo) sui quadri della DC, lasciando da parte i grandi problemi di cui Moro si era occupato seriamente per tanti anni. Tutto ciò conferma l’ipotesi, l’impressione, che tutto l’ingranaggio del gruppo brigatista fosse di natura nettamente nostrana e del tutto impari allo stesso compito che si era prefisso.
Il giornalista Pecorelli, gli appartenenti al Sisde o all’Arma dei Carabinieri, i socialisti interlocutori dei brigatisti, i politicanti con i piedi in più staffe, sembrano pallide espressioni di un fatto tanto più grande di loro. Vittime innocenti gli uni, scrupolosi servitori dello Stato gli altri, perché in effetti, malgrado le letture fantasiose, malgrado Cossiga e la P2, uno Stato continuava a sussistere, e rivelerà la sua presenza – sia pure nei tempi lunghi – perché colpirà tardivamente, ma inesorabilmente, i suoi avversari, illusi di poter prevalere con le loro acrobazie e i terribili “giochi”, ai quali avevano dedicato la loro mente perversa, il loro cervello mediocre.
Merito indubbio di Gotor è di aver intravisto subito – e quindi di aver seguito con coerenza – la sequenza di relazioni intercorrenti tra i brigatisti, da un lato per il periodo della prigionia, e tra i rappresentanti del potere dall’altro, incaricati di venire a capo dell’intreccio, tra lettere autentiche e lettere trascritte in seguito, come l’autore dimostra con sapiente lavoro di ricostruzione.
“Anatomia del potere”, dice il sottotitolo del libro. Un potere per tanti aspetti “impotente” eppure poi capace di annientare il campo nemico. Proprio la leggerezza, la superficialità, l’ignoranza dei fatti realmente importanti che gravavano nell’Italia e l’Europa mediterranea, sono all’origine della inspirazione con la quale sono state condotte le trattative – messe in atto malgrado le smentite ufficiali – e proprio ciò spiega la conclusione “ingloriosa” per i brigatisti. Non rimane che il sacrificio di un uomo onesto, di un pensatore profondo, di una famiglia esemplare. Tutto il resto rappresenta un insieme di minuzie, che spiegano anche la successiva, quasi conseguente, triste fine di quella Repubblica che pure non era priva di qualche suo rappresentante di ben altra qualità e non privo di coraggio, capacità e lucidità. Il lettore non può non essere grato all’autore per essersi assunto un lavorio tanto ingrato e minuzioso, mostrando di aver scelto e seguito personalmente una chiave di lettura senza pregiudizi, alla ricerca di una possibile “verità” dei fatti. E tutto ciò aiuta a comprendere la sostanza materiale – negativa e positiva – di cui era composta allora la politica italiana, sia al governo che sul fronte degli implacabili accusatori ed assassini. Se “flessibile” può apparire la condotta del prigioniero, inflessibile a noi pare confermata la sua natura e qualità di “uomo” ancor prima che di politico.
E, sul piano personale, riscontriamo la certezza che quelle lettere esprimono l’essenza adamantina di chi non si piegava, contrariamente alla tesi fatta circolare allora da suoi presunti “amici” di partito che facevano a gara nel diffondere la leggenda di un Moro ormai in preda alla sindrome di Stoccolma, e quindi “debole”, ed utilizzato dai suoi carcerieri. Da quanto letto in questo libro, inoltre restiamo confortati nella nostra ostinata convinzione – e sostenuta in tutti i modi – circa la rispondenza delle lettere alla personalità limpida (tutt’altro che debole e cedevole) di Moro, come d’altronde avevamo avuto occasione di avvertire negli incontri personali avuti precedentemente con lui.

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Carlo Giannone su Fiscal Compact e Governance europea.

21 Febbraio 2012 Nessun commento

Il 30 gennaio scorso è stato definito a Bruxelles quello che è, per il momento, l’ultimo passo del travagliato cammino dell’integrazione europea. Il percorso del governo italiano, da pochi mesi sotto la guida del nuovo primo ministro Monti, appare singolarmente esemplificativo. Prima di provare ad esaminarne le ragioni, conviene richiamare le principali caratteristiche del nuovo Accordo, il Treaty on Stability, Coordination and Governance in the Economic and Monetary Union, la cui bozza, elaborata il 31.01.2012, richiede l’approvazione di ognuno dei 25 Stati membri, con l’esclusione – volontaria – di Inghilterra e Repubblica ceca. Di specifico rilievo è l’applicazione della regola del pareggio di bilancio che stabilisce prefissati obiettivi di medio termine e un’agenda indicante la misura e la supposta data di convergenza, da aggiornare anche nei parametri, in base a una metodologia concordata per ognuno degli Stati interessati. Ancora più importanti sono gli aggiustamenti periodici, che vanno tarati su un’adeguata stima del “rischio paese” rispetto ai dati di finanza pubblica esposti e incorporati nel Patto di stabilità e crescita ( S&GP).
In ispecie, il meccanismo correttivo del “Nuovo Patto di Stabilità e Crescita Revisionato” ha la finalità di eliminare, o per lo meno ridurre, gli scostamenti dall’obiettivo di medio termine e il TFEU dà alla Corte il potere di applicare una sanzione. Si fa cenno, poi, all’accordo tra Capi di Stato o di Governo dei membri di “Eurolandia” del 26/10/011, il cui fine era quello di migliorare la Governance dell’area, con la fissazione di due Vertici annuali, fatte salve le circostanze eccezionali, da tenersi dopo le riunioni del Consiglio o di altri incontri dei membri.
Per quanto attiene al nostro paese, i presupposti dell’attuale politica risalgono a circa due anni fa, quando la preoccupazione del passato governo, e di larga parte degli economisti, per le vicende del mercato era dominante; il quadro non sembra, invero, sostanzialmente mutato. Nel maggio 2010, l’allora consulente della Commissione UE Monti fece pervenire al Presidente Barroso un “Rapporto” che individuava nel Mercato Unico l’obiettivo europeo strategico fondamentale . I suggerimenti spaziavano dall’accoglimento integrale dei principi della “economia sociale di mercato” prevedendo un’estensione a settori prima esclusi, a forme di coordinamento e cooperazione.
Ci si può chiedere che cosa resta di tali raccomandazioni. Il Mercato Unico è ben lontano dall’essere completato; l’approccio seguito pervicacemente in sede europea, sotto la spinta di influenti paesi membri e con la sostanziale acquiescenza del nostro esecutivo, lascia adito a talune critiche di fondo; né, d’altronde, traspare un’ applicazione del ”liberismo delle regole”.
Una prima riflessione induce a ritenere che, se fosse stata attuata la “Direttiva Bolkestein” nel 2006, forse le liberalizzazioni di cui si discute oggi, non sarebbero urgente materia di dibattito sociale. Si ricorda che la direttiva lasciava ai singoli Stati ampi poteri discrezionali, prevedeva meccanismi di decisione congiunta e, pur suscitando a sua volta vivaci polemiche, era stata recepita nell’ordinamento italiano con il D. Lgs. N. 59 del 26/3/2010.
Alla vigilia della firma del Fiscal ComPact e del suo ineludibile impatto sull’economia europea nel suo complesso, mi permetto di suggerire alcuni spunti di valutazione:
1)In primo luogo, la crisi attuale rispecchia, secondo molti autorevoli commentatori, una carenza di domanda . E, poiché il modo migliore di affrontarne una, resta quello di comprenderne le cause, sembra indubbio che anche quella presente non sia un “cigno nero” e richiedeva interventi propri della politica di bilancio, ossia tagli di imposte e iniezioni di spesa pubblica, anche uniti a manovre di adeguamento della Banca centrale. Purtroppo, l’opposto delle linee finora seguite;
2)In secondo luogo, il Fiscal Compact è un’evoluzione del Six-Pact e simili: l’estensione di norme e regole di bilancio a tutti i paesi non sembra proficua, né lo sono il coinvolgimento della Corte di Giustizia e l’adozione di un’identica regola di pareggio, di per sé non sufficiente. Inoltre, mentre secondo il TFUE la funzione di stabilizzazione e crescita resta una competenza del livello sub-centrale, l’Accordo la riduce a minimo.
3) E’ infine da sottolineare il contributo di Amato , il quale sostiene che le clausole restrittive imposte all’eurozona – pareggio di bilancio e riduzione in un ventennio dell’eccedenza del rapporto debito Pil rispetto al valore del 60% – implicano che, mantenendo l’avanzo primario fino al 2014, il secondo vincolo sarebbe soddisfatto automaticamente, solo nell’ipotesi di una crescita nominale del Pil del 2-2.5%, una finalità desiderabile quanto ardua da realizzare . Amato menziona da un lato il pericolo di 2-3 “gironi” concentrici dall’altro le opportunità che uno schema flessibile di c.d. geometria variabile può offrire.
Un ultimo aspetto preoccupante per l’Unione – su cui ci si limita a poche righe – riguarda, infatti, l’inesistenza di un unico livello di integrazione. Il mito del Mercato Unico non può restare indefinitamente tale. Occorre che sia ripreso con più coraggio di quanto attualmente sia dato riscontrare, nei diversi governi nazionali, il processo di integrazione politica dell’Unione. Poiché, i membri di un Mercato Comune si trovano in una posizione analoga a quella di un piccolo paese, ne deriva che il federalismo e il free trade sono entrambi utilizzabili, nella misura in cui rafforzano le capacità dei governi di cogliere l’opportunità di impedire abusi verso i cittadini. In assenza di altre vie percorribili, quali la chiusura delle frontiere ai beni e servizi esterni o la svalutazione di una moneta, i governi nazionali scoprono che il comune ricorso per obiettivi (re)distributivi alle tradizionali manovre di spesa e di tassazione, o di regolamentare le attività degli agenti economici, diviene irrealizzabile, causando l’uscita dei capitali; i cittadini, se vittime di soprusi, possono “votare coi piedi”. Esiste, quindi, un’analogia tra i concetti di “libero scambio” e quello di “federalizzazione”, inteso come un processo-contropartita del mercato, che istituzionalizza la concorrenza tra gli enti di governo. In questo senso, nonostante i problemi da affrontare, andrebbe ripensato un futuro governo multilivello. Sebbene non sia certo il tempo più propizio per far rifiorire l’ideale di un’Europa (con)federata, si auspica l’elaborazione di un programma di strumenti perequativi efficaci, onde evitare i disastri di singoli paesi.
In particolare, uno schema di equalization grants è altamente da suggerire, in una probabile Unione “a più velocità”. Quello che l’Italia e gli altri membri vanno ad affrontare è precisamente un “Patto”, dove l’azione rischia di esaurirsi in un tacito passivo assenso, senza alcuna contropartita; la scelta di incorporare un elemento di equità distributiva è fondamentale.
Per concludere, l’Italia non dovrebbe firmare o accettare le regole draconiane del Fiscal Compact senza contestuali e sostanziali modifiche al bilancio europeo, richiedendo almeno la previsione di schemi di trasferimenti per la stabilizzazione delle aree in difficoltà.

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