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Archivio per la categoria ‘Argomenti vari’

L’Italia rinuncia a candidarsi per ospitare le Olimpiadi.

16 Febbraio 2012 Nessun commento

Rispetto alla saggia decisione del governo Monti sulle Olimpiadi, ho letto commenti di dissenso e di consenso. Molti hanno osservato come Roma abbia perso una grande occasione. Nessuno – meno che mai il Sindaco di Roma – però ha accennato al deficit di attrezzature sportive a Roma, come in tutta Italia, ossia, alla mancanza di piscine comunali, campi da tennis, piste di pattinaggio fruibili gratuitamente da parte di chi non ha i mezzi per iscriversi ad un circolo privato. Sappiamo che lo sport oltre che cultura è anche spettacolo. Nella società dello spettacolo il programma è l’evento e le Olimpiadi sono un super evento mondiale che ricorre ogni quattro anni. Tutti siamo ridotti a spettatori passivi di attività sportive che praticano altri; tutti restiamo affascinati da regie particolari. Ma i giovani come fanno a praticare lo sport attivo se i comuni in particolare – soprattutto nel CentroSud – hanno attrezzature insufficienti e, in molti casi, addirittura inesistenti?
Per alcuni politici contribuire all’eventuale realizzazione dell’evento aumenta il loro prestigio, la loro popolarità e, non di rado, consente il maneggio e/o di partecipare alla distribuzione le risorse straordinarie per creare posti di lavoro straordinari. Una volta tanto, il governo ha preso la decisione giusta di non prestare le garanzie per il finanziamento di attrezzature megagalattiche o progettate per colpire la fantasia dei visitatori e dei telespettatori di tutto il mondo. La decisione sarebbe stata ancora più facilmente accettata se fosse stata accompagnata da un programma nazionale di sostegno finanziario ai Comuni per la costruzione di attrezzature essenziali diffuse sul territorio. Roma non ha bisogno di eventi straordinari per attirare turisti e visitatori da tutto il mondo. Roma ha una storia unica nel mondo, è evento per antonomasia ed insuperabile. Il suo problema non sono le Olimpiadi ma il fatto che i suoi sindaci ed amministratori – salvo casi eccezionali – non la meritano, non la tengono pulita, non la liberano da un traffico congestionato ed inquinante, non assicurano la buona qualità dei suoi servizi pubblici locali, i suoi collegamenti con porti, aeroporti, ecc..

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Del delirio di onnipotenza del Governo Monti.

12 Febbraio 2012 1 commento

Dopo le prime settimane di timidezza da parte del Presidente del Consiglio e dei suoi ministri, siamo ora al delirio di onnipotenza. L’uomo che ha salvato (o affondato – secondo i punti di vista) prima l’Italia, poi l’Europa e ora in grado di proporre un mercato unico della Comunità atlantica. È probabile che si tratti della fantasia feconda di giornalisti interessati ad esaltare la figura di Monti ma conviene, per chiarezza, ricordare il flop del mercato unico europeo a venti anni da Maastricht. Inoltre a distanza di 7 anni dal referendum francese e olandese che proprio sui temi della liberalizzazione dei servizi (Direttiva Bolkestein) affondò la Costituzione europea, ancora siamo lontani dalla sua attuazione sono solo in Italia ma anche in tanti altri paesi europei. E se guardiamo ai provvedimenti del 20 e 27 gennaio vediamo che in realtà il tema è affrontato molto marginalmente. Lo dice anche Salvatore Rossi della Banca d’Italia nella sua audizione al Parlamento.
In preda al delirio di onnipotenza il Presidente Monti – sempre secondo le esaltanti e agiografiche cronache di molti giornali italiani ora propone al Presidente Obama misure per la crescita dopo che in Europa si è genuflesso davanti alla Merkel e a Sarkozy. In altre parole, non ha osato mettere in discussione un solo punto del c.d. Patto sul pareggio di bilancio (fiscal Compact) che in pratica toglie ogni margine di flessibilità alle politiche economiche comunque lasciate a livello dei governi sub-centrali (nazionali) secondo le previsioni del Trattato di Maastricht. Voglio essere chiaro: lo ha fatto non per servilismo ma perché da monetarista e mercatista é pienamente d’accordo con la Merkel e Sarkozy.
Il 31 gennaio dopo il vertice informale di Bruxelles, Monti ha detto che il Consiglio europeo finalmente iniziava a prendere in considerazione i problemi della crescita. Dieci giorni dopo, si presenta al cospetto di Obama per dire che l’Unione europea si è avviata sul sentiero della crescita e potrebbe contribuire a rafforzare la crescita americana che Obama ha stimolato mobilitando diverse centinaia di miliardi di dollari. Senza trascurare che sono ormai oltre due anni che esponenti del governo e molti economisti americani di diverso orientamento politico avvertivano che la politica dell’austerità imposta dalla Merkel avrebbe portato alla doppia recessione (double dip) come sta ora effettivamente succedendo. L’Europa con Italia in testa c’è dentro, gli USA no. Questi sono fatti.
Ma secondo i giornalisti italiani Monti è arrivato a Washington a spiegare a Obama come si articola una politica per la crescita. In questa maniera, non si fa informazione ma disinformazione. Molti giornalisti scambiano un’apertura di credito per un grande successo politico. Un’apertura di credito diplomatica e comunque dovuta nei confronti dell’Italia un alleato storico che gioca un ruolo importante in un’area particolarmente delicata come quella del Mediterraneo.
Ma l’11 febbraio appare su La Stampa un lungo pezzo che racconta una storia diversa dei “grandiosi “ eventi di Washington. In realtà Obama e Monti ma probabilmente più il Segretario di Stato Hillary Clinton e il nostro ministro degli affari esteri Terzi avrebbero discusso del problema della nuova NATO e, al suo interno, della ricollocazione della difesa americana nel Pacifico e dell’Unione europea nel Mediterraneo di cui abbiamo visto un’anteprima in occasione della Guerra alla Libia di Gheddafi. Se fosse vera questa versione dei fatti, ci dovremmo chiedere se Monti è andato a Washington a parlare a titolo individuale, tradendo il metodo comunitario, oppure se ha preventivamente ricevuto un’apposita delega dal Consiglio europeo o se non ha fatto uno sgarbo a Lady Ashton titolare della materia. Eppure sono argomenti di fondamentale importanza se uno pensa che nell’Unione europea ci sono 27 sistemi di difesa, sprechi immani e un accordo comunitario su questo terreno potrebbe liberare risorse considerevoli per sostenere la crescita e lo sviluppo sostenibile. C’è inoltre da considerare che l’Italia nel bel mezzo di una crisi tra le più gravi degli ultimi 60 anni, ha confermato l’impegno di comperare 100-131 caccia bombardieri F-35 dagli Stati Uniti stanziando 15 miliardi di € e di questo il governo americano è certamente grato.
Altrettanti soldi non sono stati trovati per creare nuovi posti di lavoro, ridurre la disoccupazione e avviare una manovra di riduzione del debito anche con la cessione di qualche pezzo dell’ingente patrimonio pubblico.
Dimenticavo, sempre in pieno delirio di onnipotenza, il Presidente Monti, memore della famose parole di Massimo D’Azeglio – abbiamo fatto l’Italia ora dobbiamo fare gli italiani – per non essere da meno anche lui detto che “adesso bisogna fare gli italiani”. Ambizioni inversamente proporzionali alla fragilità del suo governo. In questi giorni si ricorda l’inizio di Mani Pulite che affossò meritatamente la prima Repubblica. Iniziò una nuova era? Purtroppo no. Ogni anno la Corte dei Conti certifica 60-70 miliardi di corruzione che passa attraverso il settore pubblico. Dicono gli esperti che ora si ruba prevalentemente a titolo individuale. Non è una grande differenza. Secondo me, è business as usual. Cambiare gli italiani non è obiettivo realistico di questo governo di breve respiro né, secondo me, di un governo di legislatura. È conseguibile solo se endogeneamente, all’interno della società civile, si innesca un processo di rigenerazione etica e civile non ostacolato ma favorito dai partiti e da gruppi attivi della stessa società. Se uno pensa anche ai recenti scandali finanziari che colpiscono alcuni partiti non c’è gran che da sperare. Storicamente portatrice di valori caratterizzanti un paese è la classe media riflessiva in Italia da sempre debole. Ridotta per stracci com’è ora, è difficile pensare ad una sua autonoma rigenerazione specialmente se penso a come i due partiti principali vogliono riformare il sistema elettorale vigente per salvare il bipolarismo coatto che ha caratterizzato gli ultimi venti anni.
In un paese dove la classe media – come ho detto – è stata sempre debole, il bipolarismo spacca in 2-3 pezzi la classe media che così frantumata non può svolgere alcun ruolo di stabilizzazione né di guida etica e civile. Specie in un contesto che ha visto prevalere la plutocrazia e la lotta amico-nemico. Ma alcuni giornalisti ci ripetono in questi mesi che nulla potrà tornare come prima dopo il governo Monti. Sono le fole di persone senza cultura storica che, non di rado, parlano a vanvera o credono nella magia.

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Apprezzamenti su Monti a Davos

28 Gennaio 2012 Nessun commento

A Davos nella Landwassertal, sul c.d. tetto del mondo, ogni anno, si riunisce la cupola dell’alta finanza pubblica e privata. Sui giornali italiani risalta il fatto che il nostro Presidente Monti sia tenuto in grande considerazione. Molti se ne compiacciono, io me ne preoccupo per via della contiguità tra esponenti del mondo bancario, della finanza rapace (ma benefattrice), di esponenti dei governi e della Banca Centrale europea. Non bisogna dimenticare, infatti, il ruolo determinante che la finanza rapace ha avuto nel determinare la crisi economica da cui non riusciamo ad uscire per via dell’abbraccio perverso che si è determinato tra sistemi bancari e tesorerie dei governi europei. A Davos si verificano informalmente i risultati che i vari governi hanno raggiunto nell’ultimo anno nel sottoporre gli interessi generali a quelli dell’alta finanza, ossia, agli interessi dell’1% contro quelli del 99% della popolazione come sostiene il movimento Occupy Wall Street. A Davos, non sono invitati i rappresentati dei lavoratori né dei 100 milioni di disoccupati creati dalla crisi provocata dall’alta finanza. Banchieri, finanzieri uomini di governo discutono in ambienti felpati su come salvare il sistema che beneficia direttamente loro stessi. Anche il Presidente Monti è contiguo e in qualche modo prodotto di questo mondo. Si sta adoperando in ogni modo non per salvare il modello sociale europeo – sia pure nella versione italo-mediterranea – ma per ridurlo per quanto possibile e renderlo compatibile con la loro visione del mondo. Non è sorprendente che Egli raccolga gli apprezzamenti sinceri del mondo di Davos e della destra liberista europea.
Quasi a guastare la festa, ieri sera (venerdì 27), è arrivato il declassamento di Fitch dopo quello di Standard & Poor’s, nonostante qualche significativo risultato conseguito nelle settimane scorse in termini di riduzione dello spread. Come interpretare la decisione – per altro prevista – di Fitch e la reazione tranquilla dello stesso Presidente Monti? Ho tre spiegazioni: 1) quello che ha fatto fin qui il governo italiano non è comunque sufficiente in termini di tagli allo stato sociale; 2) quello che ha fatto Monti fin qui in termini di rilancio della crescita e, quindi, di sostenibilità del debito pubblico è ancora meno. Il problema del debito pubblico è stato appena sfiorato; 3) la serenità di Monti circa il giudizio di Fitch si spiega con la sua fiducia negli effetti devastanti della sua manovra e di quelle precedenti in termini di riduzione del PIl, aumento della disoccupazione , dell’inflazione e, quindi, di aggiustamento dei salari e prezzi “svalutazione interna”. Monti probabilmente ritiene che quando detti effetti si saranno manifestati in pieno, le società di rating potranno cambiare opinione. Ma c’è un solo problema: l’economia italiana potrebbe rimanere incagliata sugli scogli come la nave Costa Concordia all’isola del Giglio, questa volta sul serio sull’orlo di un precipizio. Per amore della nostra Italia, spero di sbagliarmi in tutto e per tutto.

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I compiti sbagliati della Maestra tedesca.

14 Gennaio 2012 Nessun commento

In un sol colpo giù il rating della Francia, Austria, Spagna, Portogallo, Cipro, Malta e dell’Italia – quest’ultima giù di due scalini. I rendimenti dei BTP restano vicini al 7%, ossia, a livelli insostenibili. Andando avanti così, prima o poi arriviamo al default. Eppure Monti nei giorni scorsi aveva vantato di aver fatto scrupolosamente i compiti assegnati e la Merkel glielo aveva riconosciuto. Mercoledì scorso Monti aveva ”intimato” ai tassi di scendere e questi erano sembrati obbedire. Due giorni di ripresa delle Borse europee con in testa quella italiana. Poi Venerdì in serata arrivava la decisione di Standard & Poor’s. Ci sono i soliti dietrologi che gridano al complotto. Anche se sposata da esponenti della Commissione europea, non mi associo a questa scuola di pensiero specie se ricordo che le stesse società tre anni fa sono state accusate di non avere lanciato alcun allarme preventivo sull’Irlanda, il Portogallo, la Grecia.
Come economista, cerco una ragionevole spiegazione strettamente economica che riguarda i fattori interni ai singoli Paesi . lo ripeto, Monti ha fatto i compiti sbagliati. Ha fatto un tentativo di consolidare l’obiettivo del pareggio di bilancio per il 2013. Sottolineo il tentativo perché, a fronte delle più aggiornate previsioni di crescita, resta comunque incerto anzi improbabile. Serviva una manovra di segno opposto anche perché l’Italia era e rimane, dopo la Germania, il secondo paese con il deficit più basso. Solo se c’è crescita sostenuta è possibile pagare il debito pregresso in maniera indolore.
Il problema del debito pubblico è stato affrontato indirettamente e alla lontana con la riforma delle pensioni. Servivano misure più dirette come mettere in vendita qualche pezzo del patrimonio pubblico. Il contagio c’era e rimane. Nonostante la manovra, gli spread BTP-Bund si sono mantenuti a livelli significativamente alti prima e dopo la manovra, prima di venerdì 13 gennaio. Secondo me, non c’è alcun complotto contro l’Europa. Se dobbiamo rimanere nella fantapolitica, mi sembra più vicina alla realtà quella di qualche commentatore che ha detto che le aste pubbliche dei titoli pubblici dei vari paesi membri dell’eurozona sono “truccate” nel senso che la BCE offre liquidità alla banche e queste continuano a sottoscrivere titoli del debito pubblico invece di offrire liquidità alle imprese. In questo modo, si fa sempre più stretto e pericoloso l’intreccio tra banche e Stati per cui nei paesi a rischio potrebbero essere falcidiati simultaneamente sia i debiti del governi sia il capitale delle banche .
A livello italiano ed europeo Monti vanta di aver già iniziato la c.d. fase due ma la sua tesi non è convincente perché non suffragata dall’adozione di concreti ed efficaci provvedimenti che possano esplicare effetti di breve termine sulla crescita, che siano in grado di rovesciare le aspettative degli imprenditori per ora improntate al pessimismo. È vero che la manovra già fatta e quella che si accinge a portare avanti contengono incentivi dal lato dell’offerta ma questi, sempreché attuati con scrupolo e rigore anche dai governi successivi, potrebbero manifestare i loro effetti in 3-5 anni. Troppo tardi per impedire l’aggravarsi della malattia, come detto, la sostenibilità del debito.
Serviva semmai una manovra diretta sul debito e non sul deficit. Se il problema era e rimane quello della sostenibilità anche a breve termine del debito pubblico, questo obiettivo poteva e può essere affrontato innanzitutto con politiche di sostegno della crescita. Non sono, però, i provvedimenti come quelli sui taxi, i notai, le tariffe degli avvocati o di altri professionisti che possono salvare la situazione nel breve termine. E quelli ben più rilevanti della rete distributiva dei carburanti, degli oli minerali, dell’energia, sono ben più ardui da superare. Per questi motivi, servono investimenti pubblici diretti a sostegno della domanda interna. A parità di livello, servono non tagli ma misure di riqualificazione della spesa pubblica per cui qualche punto percentuale di essa venga trasformata in spesa in conto capitale.
Non serve nascondersi dietro la dimensione continentale o planetaria della crisi. Non basta lamentare i ritardi dell’Unione europea. Questi ci sono, restano e sappiamo che non potranno essere risolti nel breve termine. Sappiamo che il processo decisionale europeo è troppo lento per risultare efficiente. La finanza internazionale decide da un giorno all’altro. All’Europa servono anni per una riforma istituzionale seria. A torto o a ragione la politica economica sembra destinata a rimanere decentrata ancora per anni e sappiamo che il coordinamento non ha funzionato e le cose non potranno cambiare quand’anche l’accordo intergovernativo di cui si discute in queste settimane venisse approvato e si traducesse in modifiche al Trattato di Lisbona.
È chiaro ora che non basta fare i compiti da bravi scolaretti se la maestra tedesca ti dà quelli sbagliati (l’obbligo del pareggio ora e subito in condizioni di recessione economica, con sanzioni pesanti per gli inadempienti). E che sia così lo dicono oltre a centinaia di economisti italiani anche 7-8 Premi Nobel per l’economia anche di orientamento conservatore.

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In memoria di Giorgio Spinelli

12 Gennaio 2012 5 commenti

Quella di Giorgio (18/07/43-11/01/12) è stata una vita border line
Con tanti momenti di gioia ma anche di sofferenza
La sua mente ha attraversato strade difficili su cui tanti si sono persi
ma lui no perché era forte e, dopo le crisi, era sempre lì deciso a riprendere il suo lavoro, il suo cammino a volte anche in solitario
Nelle dovute proporzioni, mi viene in mente una analogia e una differenza con Nash. Di questi, ho letto la bellissima biografia di Sylvia Nasar
Nash aveva le allucinazioni, Giorgio no
L’analogia è nella loro ferrea volontà di rimettersi a lavorare
In 45 anni non l’ho mai sentito lamentarsi
Aveva un grande senso dello humour
Aveva la gioia di vivere
Aveva la passione di conoscere il mondo
Coltivava la musica

Avevamo vissuto negli anni ’60 e ’70 indimenticabili week end nella casa del comune e fraterno amico Maurizio Giacinti in quel di Fiano Romano
Poi negli anni ’80 il lavoro (con il mio incarico al Secit e all’Università di Parma) diradò temporaneamente i nostri incontri .
Negli anni ’90, ci ritroviamo nello stesso piano della stessa Facoltà
E i rapporti si intensificarono di nuovo
Aveva la passione per la vita e la ricerca e
coltivava molto il rapporto con gli studenti che lo ricambiavano
Teneva al suo lavoro più che a ogni altra cosa
Durante la crisi del 2005-06 ho cercato di convincerlo a lasciare qualcuno dei suoi gravosi incarichi la sua tensione.
Anche Attilio Celant ci ha provato, ma non c’è stato niente da fare.
Il suo lavoro era tutto, era la sua ragione di vita.
E non escludo che il fatto che, per qualche anno, dopo la crisi di cui sopra, mi guardò con sospetto, fosse dovuto al mio tentativo esplicito di convincerlo a lasciare alcuni degli incarichi più gravosi.
Il suo lavoro lo svolgeva con grande passione.
Gliene siamo grati.
Ha servito bene l’istituzione in cui molti di noi, come lui, abbiamo lavorato sin da studenti.
Addio Giorgio
Ci mancherai tanto!

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Le dichiarazioni di Monti

30 Dicembre 2011 Nessun commento

Due ore e quaranta sommando introduzione e risposte lente alle domande dei giornalisti. Che cosa abbiamo appreso? niente che non sapessimo già. La manovra era un atto dovuto – anche se incalzato da alcune domande sul punto nega che il suo governo distingua tra una fase 1 e una fase 2. D’ora in poi il governo si concentrerà agli atti voluti: la fase due o dei provvedimenti mirati a rilanciare la crescita. Dal manovra Salva-Italia a quella Cresci-Italia. Di che cosa si tratta? Monti ha dato le linee generali, più precisamente, ha indicato solo le aree in cui intende intervenire: concorrenza; liberalizzazioni; riforma del mercato del lavoro, stimolare il capitale umano anche a fini di equità.
Naturalmente rispondendo alle domande, la lista degli interventi programmati si allunga vieppiù: si parla di lotta all’evasione fiscale, all’elusione (o abuso del diritto), alla corruzione (con una nuova legge). Si tratta ovviamente di interventi che si estendono progressivamente su un orizzonte che si allunga oltre il 2013. Siamo sicuri che i governi che verranno si porranno in continuità con il suo come lui sta facendo con quello precedente?
A suo dire, la crescita non solo c’è nei programmi del governo ma sarà anche inclusiva. Fantastico! Non c’è che dire. Con un governo a termine, Monti pensa di risolvere problemi che non hanno trovato soluzione negli ultimi 60 anni per non dire nei 150 anni dall’Unità a oggi. Certo non gli manca l’ottimismo e il senso dello humor.

Ha detto che la quinta manovra era un atto dovuto per mettere in sicurezza i conti pubblici e per rispettare gli impegni assunti dal precedente governo. Forse mi mancano le informazioni, ma Berlusconi acriticamente aveva promesso di adempiere alla lettera della Banca Centrale europea e così aveva fatto con la manovra di agosto. Poi ha fatto anche la legge di stabilità. La sua manovra ha carattere strutturale e porterà a un avanzo primario di 5 punti negli anni a venire con corrispondente riduzione del debito pubblico di 5 punti.
Non so da dove Monti abbia preso questi numeri ma l’impegno previsto dal SixPack era ed è 1/20 della eccedenza rispetto al 60% del PIL , pari a poco più di tre punti di PIL. A parte che detti impegni sono stati assunti con leggerezza dal precedente governo voglio fare due osservazioni sul punto. A fronte del precipitare della congiuntura, detto patto poteva essere anche rivisto tenendo conto anche del fatto che la media del debito pubblico per i paesi più virtuosi è ben più alto del 60% fissato agli inizi degli anni ’90 dal Trattato di Maastricht. Secondo, supposto che miracolosamente si raggiunga il pareggio di bilancio nel 2013, la storia non finisce lì. Bisogna tenerlo per molti anni ancora se si pensa che l’unico modo di ridurre il debito pubblico sia quello che passa per l’avanzo primario. Ma probabilmente Monti pensa che questo non sia un problema suo ma dei governi che seguiranno.

Secondo i calcoli del Gruppo o tavolo di Giarda, insediato da Tremonti, ci sarebbe un patrimonio pubblico pari al 140% del PIL che rende poco. Detto patrimonio almeno in parte potrebbe essere utilizzato per la riduzione del debito pubblico. Il patrimonio fruttifero sarebbe a 675 miliardi di cui 215 nel controllo diretto dello Stato centrale, 460 delle Regioni; 675 è il 40% del PIL; il valore complessivo dei beni in mano allo Stato, agli Enti Locali e agli istituti di previdenza ammonterebbe a 420 miliardi; il valore delle partecipazioni tra le quali ENI, Enel, Finmeccanica sarebbe pari a 63 miliardi. Secondo me bisogna utilizzare anche questa strada della vendita di parte del patrimonio pubblico come si è fatto negli anni novanta. Certo le condizioni di mercato non sono le migliori ma si tratta di cominciare, dare un concreto segnale ai mercati e procedere con gradualità. Con adeguati sconti si può vendere qualsiasi cosa. Invece la strada che sembra voglia percorrere il governo quella della società di progetto o società miste è cosa diversa. Può finanziare in condizioni normali non in una situazione di emergenza. Anche perché ai privati che fanno opere pubbliche bisogna assicurare un rendimento normale del capitale superiore al costo dell’indebitamento dell’operatore pubblico anche in situazioni straordinarie come quella che stiamo attraversando. Questo vale in generale per il c.d. partenariato pubblico-privato raccomandato dalla Commissione europea.

Il 28 dicembre ci sono state aste per titoli a breve termine. I rendimenti si sono quasi dimezzati ma lo spread è rimasto sopra i 500 punti base. Il 29 c’è stata l’asta dei Buoni poliennali del Tesoro. I rendimenti si sono lievemente abbassati ma lo spread è leggermente aumentato collocandosi a quota 514 ma senza acquisti della Banca centrale europea. Berlusconi aveva distrutto la sua reputazione e quella del suo ministro dell’economia. Monti aveva ed ha la credibilità di un ex commissario UE ma quella di un capo di governo e di ministro dell’economia se la deve ancora guadagnare. La manovra di dicembre non era dovuta. Aveva alternative dirette e prioritariamente mirate a sostenere la domanda aggregata per investimenti pubblici e i consumi privati.

Sino a metà luglio 2011, nonostante le continue negazioni della crisi e smentite fattuali dei suoi programmi, lo spread si era mantenuto a livelli sostenibili. Come si spiega? Secondo me, non si spiega con la sola reputazione e credibilità della persona che ricopre una certa carica ma con i fatti economici. Negli ultimi due anni, l’economia italiana ha minimamente recuperato ciò che ha perso nel 2009. Le prospettive di crescita sono pessime e non c’è credibilità del capo del governo che tenga. Con i mercati e con le banche o restituisci i soldi che hai preso in prestito o hai perso la tua credibilità. Se approvi una manovra per il 2012 che aumenta le tasse, riduce la spesa e gli investimenti pubblici, non si vede da dove possa venire la crescita. Con rendimenti al 7% sui BPT, non andiamo da nessuna parte: il debito pubblico non è sostenibile. Prima o dopo arriva il problema della solvibilità. Molto probabilmente prima ancora le riforme sopra elencate possano esplicare qualche effetto. Con lingua biforcuta, la BCE, Il FMI, la Commissione europea prima hanno approvato preventivamente e successivamente le quattro manovre per il consolidamento dei conti. L’indomani dell’approvazione hanno detto che non c’era niente per la crescita. Temo che prima poi lo diranno anche per la manovra Monti.

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È meglio andare alle elezioni anticipate.

23 Dicembre 2011 3 commenti

In questi giorni, tutti sembrano accarezzare l’idea che il governo Monti resti in carica sino alla naturale scadenza della legislatura. Secondo me, è un errore. In primo luogo, perché questo governo ha il fiato grosso e non ha una politica economica e finanziaria all’altezza del compito. In secondo luogo, perché sarebbe opportuno evitare l’ingorgo istituzionale del 2013 quando scade anche il mandato del Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano.
Se si dovesse eleggere prima il nuovo Parlamento e, subito dopo, il Presidente della Repubblica, come opportuno e necessario, la inevitabile competizione elettorale – momentaneamente sottotraccia – si acuirebbe di nuovo e potrebbe trasformarsi in vero e proprio scontro che metterebbe a dura prova le istituzioni. Anche per questi motivi, a mio giudizio, sarebbe opportuno e finanche saggio anticipare le elezioni politiche alla Primavera del 2012.

aggiornamento del 24 gennaio 2012:
Ora che abbiamo le previsioni aggiornate della Banca d’Italia (- 1,6 di PIl nel 2012) , del Fondo Monetario Internazionale (-2,2 ), Confindustria (-1,5) e disoccupazione in forte aumento di 300 mila unità, qual è lo scenario che si può delineare nella Primavera del 2013? La recessione non ancora superata, la disoccupazione fortemente aumentata tra il 9 e il 10%, inflazione anche essa in aumento mirata a determinare una svalutazione c.d. interna. In una simile situazione gli elettori avranno viva memoria dei guai più recenti. Berlusconi avrà buon gioco a sostenere che lui è stato sostituito con un colpo di mano, che il governo dei tecnici nulla ha potuto per determinare la crescita, che il governo del Presidente in realtà ha aumentato le tasse, che ha portato avanti un programma di sinistra che ha inflitto duri quanto inutili sacrifici al popolo italiano. Berlusconi non ha smantellato il suo apparato propagandistico. Il Partito democratico del buon e generoso Bersani avrà le sue difficoltà a difendere una linea di responsabilità. Nessuno crederà più che prima di Monti il Paese stava precipitando nel baratro. Anche perché non è vero. Erano possibili altre scelte e non sono state neanche considerate o verificate in Parlamento. In uno scenario del genere, prevedo che il Centrosinistra non avrà gioco facile a vincere elezioni politiche e non posso escludere che nel frattempo i sondaggi si rovescino a favore del PdL.

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Vallauri recensisce “La grande regressione” di V. Marinelli

15 Dicembre 2011 Nessun commento

Il ventennio berlusconiano viene ricostruito da Vincenzo Marinelli nel libro “La grande regressione”, Edizioni Socrates-Onyx Editrice, in una duplice lettura che rispecchia d’altronde le qualità dell’autore: alto magistrato in grado di analizzare e di descrivere l’esperienza politica e mediatica del ventennio berlusconiano sia sotto l’aspetto delle scelte – e degli abusi – istituzionali del Cavaliere sia nella fine e sottile valutazione dei comportamenti personali di un imprenditore improvvisatosi leader politico con responsabilità di primo piano nella vita pubblica.
E Marinelli svolge la “narrazione” (come egli stesso la definisce) di un’avventura che ha contribuito a deformare il nostro sistema politico, sostituendo agli strumenti propri di una democrazia repubblicana, contrassegnata sino agli anni ’70 da una validità e progressiva costruzione statale pur nella contrapposizione tra diverse posizioni, una prassi destinata invece ad esaurirsi con la sovrapposizione alla realtà di un racconto retorico e personale. Si è determinata così una sostanziale regressione nei rapporti politici, ridotti ad una sequenza esemplificativa di atti e di parole attraverso cui Berlusconi è riuscito a utilizzare in modi distorti le risorse pubbliche al fine di soddisfare la propria esuberanza autoritaria, ritenendo di interpretare necessità di vasti ceti popolari, dei quali pretendeva di essere rappresentante. In effetti abbiamo avuto una società addormentata nel sogno di una conduzione liberale, mai realizzata in effetti, e nel segno di un superficiale paternalismo che rifiutava di affrontare i problemi principali del paese e dell’Europa, nella vana soddisfazione di sentirsi interprete di speranze più vaste usate artatamente a scopo evidente di un inganno ininterrotto. Una serie di falsità ripetute incessantemente ha così sostituito alla normale contesa politica la rappresentazione mediatica di immagini e suggestioni contenenti “perverse insulsaggini”, accanto a più dignitose manifestazioni spettacolari.
Un modello scenografico – scrive Marinelli – che mira a porre al centro dell’attenzione un preteso “amore” per l’Italia ed i suoi cittadini. Un efficace messaggio pubblicitario che raccoglie – non dimentichiamo – larghi consensi ed un indubbio successo di carattere populista. La comunicazione berlusconiana sa utilizzare ogni sfumatura pubblicitaria per incidere sulla mente degli italiani, rinunciando ad ogni argomentazione critica. La presunta rapidità tra il “dire” ed il “fare” sarà del tutto fantasiosa, come fantasiose sono le trovate e le storture nel racconto della sua vita privata, colma di comportamenti che hanno trovato nelle parole sobrie della consorte la più decisa denuncia.
La promessa di non mettere le mani nelle tasche degli italiani si è rivelata una falsità perché la politica economica attuata ha aggravato le condizioni del paese, con l’accrescimento della disoccupazione giovanile, l’estensione della corruzione, il venir meno della possibilità di crescita che avevano invece caratterizzato le vicende italiane nei primi decenni della Repubblica.
C’è un aspetto tuttavia che merita di essere approfondito, in una prospettiva più ampia, mediante l’esame del blocco sociale che ha prodotto ed impersonificato il berlusconismo.
La borghesia italiana, nei suoi ceti medi prima irretiti dal fascismo, poi acquistati da una tranquilla ma operosa democrazia cristiana, ha trovato nel corpo politico creato dal Cavaliere una sorta di immedesimazione nella comoda accettazione di una serie di sicurezze che la prima repubblica sembrava aver messo a rischio, sicurezze fondate prevalentemente sulla salvaguardia personale di determinati, anche piccoli, vantaggi economici, concreti e quotidiani, che una parte di italiani riteneva così di poter mantenere, lasciando libero il capo di pensare per tutti, di provvedere a tutto.
Il “grande piazzista” indifferente di fronte ad evidenti prove di malaffare, ha utilizzato così l’eterogenea maggioranza – attenzione relativa e non assoluta come teneva ad affermare – illudendosi di risolvere una situazione mediante la battuta facile, la barzelletta, la ripetizione di slogan anticomunisti ormai privi di ogni vigore propagandistico. Il successo rapido, immediato, in certe circostanze, travolgente, della formula mediatica, già esperimentata nei canali televisivi, si spiega proprio perché l’offerta del Cavaliere corrispondeva esattamente alla voglia di tanti italiani di non pensare troppo, di abbandonarsi alla situazione data, di non riflettere, di non discutere.
Consentendo così ai più furbi di moltiplicare i propri mezzi finanziari oltre all’impossessamento progressivo delle fonti di informazione. L’inganno nel settore della comunicazione mediante le banalità acritiche, l’abolizione del confronto di idee hanno finito per deviare per lungo tempo e corrompere la mentalità degli elettori come dei telespettatori che hanno preferito in parte per soggiacere al dominio del luogo comune, alla interpretazione parziale dei dati di fatto, in quella sorte di apatia che è sembrata ad un certo momento il carattere prevalente in molti italiani in una regressione soprattutto culturale, alla quale non è stata estranea la confusione cui hanno dato luogo gli errori, la vaghezza e la indeterminazione dei politici della sinistra e degli altri oppositori. Nodo cruciale quest’ultimo anche nell’attuale crisi.
I ceti sociali che si sono riconosciuti nel berlusconismo vivono in condizioni diversificate, vanno dai benestanti che hanno come problema principale quello di non pagare le tasse, o di ridurle al minimo, indifferenti alle problematiche economiche che la società internazionale presenta attraverso indici sempre più inquietanti, sino al piccolo imprenditore che a volte si sente un potenziale piccolo Berlusconi, o ai tanti disoccupati ai quali era stato promesso un lavoro, ai piccoli proprietari di appartamenti o di terreni agricoli tranquillizzati e cloroformizzati nell’illusione di mantenere inalterate le rispettive condizioni.
L’opposizione da parte sua non si è preoccupata sin dall’inizio del conflitto d’interesse: parte di essa ha preferito il “baratto”. Non ha neppure utilizzato la norma della legge elettorale che interdiva dichiaratamente l’ineleggibilità del concessionario di pubblici servizi come messo in rilievo da studiosi da Sylos Labini ed altri studiosi (Convegno di Roma, relazioni pubblicate da “Il Ponte” di Firenze, 2000). L’opposizione si è divertita a criticare gli elettori di Berlusconi anziché agire concretamente contro i suoi provvedimenti, svegliandosi solo quando la bugia sulla nipote del presidente dell’Egitto ha superato ogni limite di ammissibilità.
E Marinelli sottolinea in particolare il linguaggio di Berlusconi, la sua faccia tosta, la melina parlamentare sfociata nella esclusione delle Camere da ogni effettiva partecipazione e guida della vita politica.
Quel blocco sociale che ha determinato le vittorie elettorali di Berlusconi si è andato disfacendo man mano che le misure disposte dai suoi ministri, nel campo economico, del lavoro, della scuola, mostravano la loro inanità di fronte alla gravità dei problemi reali. Non scordiamo che la virata a destra riguarda tutta l’Europa, ma solo in Italia si è mostrata in termini tanto volgari. E le insidie berlusconiane – osserva giustamente l’autore – si sono infrante davanti alla resistenza della Costituzione intesa come patto tra gli italiani. Era già accaduto negli anni ’80 quando altri pericoli avevano minacciato l’Italia.

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Anche il Sud nel piano di crescita a costo zero.

27 Ottobre 2011 2 commenti

Nel secondo DL Sviluppo o nuovo piano per la crescita, ovviamente, è incluso il SUD. Non si lamentino i meridionalisti scettici. A Bruxelles Tremonti ha trovato il tempo di salvare anche il Sud oltre che il fondo salva Stati. Nel week end scorso – raccontano i cronisti – mentre era impegnato con i lavori dell’Eurogruppo, Tremonti ha trovato il tempo di telefonare al Presidente della Commissione Barroso e gli avrebbe detto che venti milioni di meridionali vivono peggio che in Portogallo. Da qui l’esigenza di coinvolgere l’Unione nel rilancio dell’economia meridionale. In attesa della Banca per il Sud, il governo italiano quindi rilancia per l’ennesima volta il suo piano per il Sud, non a caso, ora definito EuroSud
Ma che cos’è Eurosud? È una delle tante misure di rilancio a “costo zero”. L’ennesima trovata di un prestidigitatore? No. Secondo le corrispondenze da Bruxelles, si tratta di una revisione strategica delle agevolazioni per il Sud. Rectius, si tratterebbe di modificare il meccanismo di coofinanziamento. Se ho capito bene, l’Italia non chiede all’Unione di fare di più in termini di fondi c.d. strutturali da assegnare alle Regioni. L’Italia sta dicendo alla Commissione che il governo nazionale si chiama fuori dal meccanismo di cofinanziamento delle regioni arretrate. L’Italia non sta chiedendo per il Sud una deroga alla disciplina penalizzante dei c.d. aiuti di stato magari per prevedere incentivi più incisivi alle imprese che vanno a investire al Sud. No il governo del Nord e Tremonti (protetto e ricattato dalla Bossi) vorrebbero passare la patata bollente del Sud all’Unione. Così la finiamo una volta per tutte con le polemiche sull’utilizzo dei fondi FAS nel 2008 stornati dal Sud al Nord per pagare le multe UE sulle violazioni alla normativa sulle quote latte dei produttori “padani” protetti dalla Lega.
Il Sud è una questione europea e veda l’Unione quello che può o deve fare per i venti milioni di italiani che stanno peggio dei portoghesi. Posso essere d’accordo che sul fatto che il Sud – come tutte le altre aree arretrate – sono un problema europeo e che la politica regionale della UE deve essere rilanciata anche secondo le indicazioni del c.d. Rapporto Barca, ma non mi risulta che il governo italiano di recente abbia fatto grosse battagli per l’incremento dei fondi strutturali e per la coesione sociale. Per questi motivi, ho l’impressione che EuroSud, come misura per la crescita a costo zero, possa rivelarsi come una trovata geniale di Tremonti per liberare risorse a sostegno dell’economia del Nord. Ora tenuto conto che nessuno a livello UE – neanche il governo italiano – vuole aumentare il bilancio comunitario, che l’allargamento ha portato allo spostamento del baricentro ad Est, che alcune regioni meridionali italiane stanno relativamente meglio di altre regioni periferiche, la Commissione e il Parlamento della UE , alle prese con la definizione delle Prospettive finanziarie 2014-20, potrebbero prendere al balzo la proposta italiana del governo italiano e tagliare o ridurre sul serio i fondi se non per tutte quanto meno per alcune regioni meridionali. Una prospettiva certamente non esaltante per il Sud.
È vero che i soldi vengono spesi male e in ritardo ma è anche vero che il governo nazionale non ha risorse per accompagnare quelle provenienti dall’Unione e che le Regioni non riescono a programmare. Se non ci riescono per incapacità proprie, si crei un’agenzia nazionale di supporto per lo sviluppo del territorio meridionale come propone da tempo la Svimez ma il governo non assuma iniziative a livello UE che potrebbero rivelarsi controproducenti. Non ultimo, c’è un problema serio di concertazione a livello nazionale ed europeo. Una tale iniziativa è stata concordata con le Regioni meridionali? È stata concordata con tutti gli altri governi dei paesi affetti da squilibri territoriali? O si tratta dell’ennesima iniziativa di un ministro creativo e illusionista?

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Non si promuove la crescita tagliando gli investimenti pubblici.

24 Ottobre 2011 Nessun commento

Quando si dice che lo Stato è criminogeno (Tremonti, Laterza, 1997)! Arrivano il condono fiscale, il concordato di massa, i soldi di un accordo con la Svizzera che in cambio dell’anonimato sottoporrebbe i capitali italiani a ritenuta secca a titolo di imposta e girerebbe il relativo gettito all’Italia. Non è in questo modo che si educano i cittadini alla legalità. E il colmo della situazione è che questa volta il condono arriverebbe addirittura prima della riforma fiscale.
È vero Germania e Inghilterra hanno già fatto un accordo analogo con la Svizzera sempre a protezione dei loro cittadini che mal tollerano i regimi fiscali di quei paesi per lo più gestiti meglio e sul serio dai rispettivi ministeri delle finanze. Certo si tratta di essere realisti. In un contesto di piena libertà dei movimenti dei capitali e di accelerata globalizzazione, si possono trovare diversi accorgimenti per nascondere i capitali nei paradisi fiscali e la Svizzera è uno di quelli che offre maggiori garanzie. Nel nostro caso , all’accordo si aggiungono il condono e il concordato di massa non solo ma anche decine e decine – Berlusconi parla addirittura di un centinaio – di misure di agevolazioni che renderanno l’Italia un bengodi per le imprese. Queste potranno investire a go go. Non si parla naturalmente di agevolazioni fiscali eppure il governo ha in agenda la riforma fiscale. In questa sede, però, si taglieranno deduzioni e detrazioni delle famiglie non delle imprese che reclamano tagli delle aliquote dell’Irpeg e dell’Irap.
Eppure tutti lamentano e lamentiamo l’alto livello delle aliquote che sono il primo fattore che motiva l’evasione. Si tratta di un circolo vizioso innanzitutto per le imprese. Alcune godono di consistenti agevolazioni, altre evadono ed eludono comunque. Se così, è chiaro che quelle che adempiono devono pagare aliquote più elevate . come si può rimediare? Spostando gli oneri del finanziamento della spesa pubblica sulle famiglie. Ma se anche per le famiglie le aliquote delle imposte dirette sono elevate la risposta è: riduciamo le aliquote delle imposte dirette e aumentiamo quelle delle imposte indirette. Già fatto con il decreto di agosto ma è solo l’inizio. Il resto arriverà se questo governo riuscirà a far passare la riforma fiscale. Ma una tale manovra non riduce la progressività e l’equità del sistema tributario? Che rapporto c’è tra il concordato che si propone e gli studi di settore? Che rapporto c’è tra il condono e una riforma fiscale che deve ancora arrivare? Il governo non lo dice, ma non importa. Anche alcuni settori del sindacato sono d’accordo implicitamente o esplicitamente e firmano documenti o manifesti generici insieme non solo con le associazioni datoriali ma anche con l’ABI.
Poi ci sono altre misure per rilanciare la crescita. Ci sono le privatizzazioni delle imprese municipali, di quelle statali, c’è la vendita dei beni immobili dello Stato, delle regioni, degli enti locali e di quelli previdenziali. E come dimenticare i terreni del demanio agricolo? Quello che Berlusconi e il suo governo non capiscono è che tutto questo fa nuove entrate per lo Stato, le regioni e per gli enti locali ma non fa necessariamente nuovi investimenti . Con queste misure il pareggio di bilancio nel 2013 può apparire meglio garantito ma non lo è sul serio se dette entrate straordinarie non riescono a finanziare un flusso continuo ed ordinario di investimenti pubblici. Anzi la notizia di ieri – vedi G. Santilli il Sole 24 ore di Domenica 23 ottobre – è che la legge di stabilità in gestazione avrebbe tagliato di 7,6 miliardi la spesa in conto capitale per il 2012 portandola a 35.234 milioni di Euro dai 42.839 del 2011. Commenta Santilli: “il contesto di finanza pubblica in cui questo rilancio delle infrastrutture dovrebbe avvenire è in totale contraddizione rispetto all’auspicio enunciato”. Condivido l’opinione.
Quello che Berlusconi e il suo governo non capiscono – o quanto meno fanno finta di non capire – è che se aumenti della spesa pubblica sono finanziati con nuove entrate tributarie, il moltiplicatore è uno. I dati citati ci dicono che il governo non solo non riesce a qualificare la spesa pubblica trasformando quella in conto corrente in conto capitale ma addirittura riduce gli investimenti pubblici. In queste condizioni, non si capisce da dove possa venire la spinta sulla domanda aggregata. Non si capisce come si possa pensare di rilanciare la domanda dei consumi alzando le aliquote delle imposte indirette. Due terzi della manovra di agosto riguardano aumenti delle entrate e un terzo riduzioni di spesa. Gli effetti economici sono chiaramente depressivi della domanda aggregata. E se il decreto sviluppo deve essere a costo zero, a me non sembra confutabile che in questo modo non si rilancia la crescita e il problema del debito pubblico diventa sempre più difficile da risolvere – salvo che si punti alla soluzione greca, ossia, al default. Questo lo dovrebbero capire anche dalle parti di Bruxelles e Francoforte sul Meno.

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