Il ventennio berlusconiano viene ricostruito da Vincenzo Marinelli nel libro “La grande regressione”, Edizioni Socrates-Onyx Editrice, in una duplice lettura che rispecchia d’altronde le qualità dell’autore: alto magistrato in grado di analizzare e di descrivere l’esperienza politica e mediatica del ventennio berlusconiano sia sotto l’aspetto delle scelte – e degli abusi – istituzionali del Cavaliere sia nella fine e sottile valutazione dei comportamenti personali di un imprenditore improvvisatosi leader politico con responsabilità di primo piano nella vita pubblica.
E Marinelli svolge la “narrazione” (come egli stesso la definisce) di un’avventura che ha contribuito a deformare il nostro sistema politico, sostituendo agli strumenti propri di una democrazia repubblicana, contrassegnata sino agli anni ’70 da una validità e progressiva costruzione statale pur nella contrapposizione tra diverse posizioni, una prassi destinata invece ad esaurirsi con la sovrapposizione alla realtà di un racconto retorico e personale. Si è determinata così una sostanziale regressione nei rapporti politici, ridotti ad una sequenza esemplificativa di atti e di parole attraverso cui Berlusconi è riuscito a utilizzare in modi distorti le risorse pubbliche al fine di soddisfare la propria esuberanza autoritaria, ritenendo di interpretare necessità di vasti ceti popolari, dei quali pretendeva di essere rappresentante. In effetti abbiamo avuto una società addormentata nel sogno di una conduzione liberale, mai realizzata in effetti, e nel segno di un superficiale paternalismo che rifiutava di affrontare i problemi principali del paese e dell’Europa, nella vana soddisfazione di sentirsi interprete di speranze più vaste usate artatamente a scopo evidente di un inganno ininterrotto. Una serie di falsità ripetute incessantemente ha così sostituito alla normale contesa politica la rappresentazione mediatica di immagini e suggestioni contenenti “perverse insulsaggini”, accanto a più dignitose manifestazioni spettacolari.
Un modello scenografico – scrive Marinelli – che mira a porre al centro dell’attenzione un preteso “amore” per l’Italia ed i suoi cittadini. Un efficace messaggio pubblicitario che raccoglie – non dimentichiamo – larghi consensi ed un indubbio successo di carattere populista. La comunicazione berlusconiana sa utilizzare ogni sfumatura pubblicitaria per incidere sulla mente degli italiani, rinunciando ad ogni argomentazione critica. La presunta rapidità tra il “dire” ed il “fare” sarà del tutto fantasiosa, come fantasiose sono le trovate e le storture nel racconto della sua vita privata, colma di comportamenti che hanno trovato nelle parole sobrie della consorte la più decisa denuncia.
La promessa di non mettere le mani nelle tasche degli italiani si è rivelata una falsità perché la politica economica attuata ha aggravato le condizioni del paese, con l’accrescimento della disoccupazione giovanile, l’estensione della corruzione, il venir meno della possibilità di crescita che avevano invece caratterizzato le vicende italiane nei primi decenni della Repubblica.
C’è un aspetto tuttavia che merita di essere approfondito, in una prospettiva più ampia, mediante l’esame del blocco sociale che ha prodotto ed impersonificato il berlusconismo.
La borghesia italiana, nei suoi ceti medi prima irretiti dal fascismo, poi acquistati da una tranquilla ma operosa democrazia cristiana, ha trovato nel corpo politico creato dal Cavaliere una sorta di immedesimazione nella comoda accettazione di una serie di sicurezze che la prima repubblica sembrava aver messo a rischio, sicurezze fondate prevalentemente sulla salvaguardia personale di determinati, anche piccoli, vantaggi economici, concreti e quotidiani, che una parte di italiani riteneva così di poter mantenere, lasciando libero il capo di pensare per tutti, di provvedere a tutto.
Il “grande piazzista” indifferente di fronte ad evidenti prove di malaffare, ha utilizzato così l’eterogenea maggioranza – attenzione relativa e non assoluta come teneva ad affermare – illudendosi di risolvere una situazione mediante la battuta facile, la barzelletta, la ripetizione di slogan anticomunisti ormai privi di ogni vigore propagandistico. Il successo rapido, immediato, in certe circostanze, travolgente, della formula mediatica, già esperimentata nei canali televisivi, si spiega proprio perché l’offerta del Cavaliere corrispondeva esattamente alla voglia di tanti italiani di non pensare troppo, di abbandonarsi alla situazione data, di non riflettere, di non discutere.
Consentendo così ai più furbi di moltiplicare i propri mezzi finanziari oltre all’impossessamento progressivo delle fonti di informazione. L’inganno nel settore della comunicazione mediante le banalità acritiche, l’abolizione del confronto di idee hanno finito per deviare per lungo tempo e corrompere la mentalità degli elettori come dei telespettatori che hanno preferito in parte per soggiacere al dominio del luogo comune, alla interpretazione parziale dei dati di fatto, in quella sorte di apatia che è sembrata ad un certo momento il carattere prevalente in molti italiani in una regressione soprattutto culturale, alla quale non è stata estranea la confusione cui hanno dato luogo gli errori, la vaghezza e la indeterminazione dei politici della sinistra e degli altri oppositori. Nodo cruciale quest’ultimo anche nell’attuale crisi.
I ceti sociali che si sono riconosciuti nel berlusconismo vivono in condizioni diversificate, vanno dai benestanti che hanno come problema principale quello di non pagare le tasse, o di ridurle al minimo, indifferenti alle problematiche economiche che la società internazionale presenta attraverso indici sempre più inquietanti, sino al piccolo imprenditore che a volte si sente un potenziale piccolo Berlusconi, o ai tanti disoccupati ai quali era stato promesso un lavoro, ai piccoli proprietari di appartamenti o di terreni agricoli tranquillizzati e cloroformizzati nell’illusione di mantenere inalterate le rispettive condizioni.
L’opposizione da parte sua non si è preoccupata sin dall’inizio del conflitto d’interesse: parte di essa ha preferito il “baratto”. Non ha neppure utilizzato la norma della legge elettorale che interdiva dichiaratamente l’ineleggibilità del concessionario di pubblici servizi come messo in rilievo da studiosi da Sylos Labini ed altri studiosi (Convegno di Roma, relazioni pubblicate da “Il Ponte” di Firenze, 2000). L’opposizione si è divertita a criticare gli elettori di Berlusconi anziché agire concretamente contro i suoi provvedimenti, svegliandosi solo quando la bugia sulla nipote del presidente dell’Egitto ha superato ogni limite di ammissibilità.
E Marinelli sottolinea in particolare il linguaggio di Berlusconi, la sua faccia tosta, la melina parlamentare sfociata nella esclusione delle Camere da ogni effettiva partecipazione e guida della vita politica.
Quel blocco sociale che ha determinato le vittorie elettorali di Berlusconi si è andato disfacendo man mano che le misure disposte dai suoi ministri, nel campo economico, del lavoro, della scuola, mostravano la loro inanità di fronte alla gravità dei problemi reali. Non scordiamo che la virata a destra riguarda tutta l’Europa, ma solo in Italia si è mostrata in termini tanto volgari. E le insidie berlusconiane – osserva giustamente l’autore – si sono infrante davanti alla resistenza della Costituzione intesa come patto tra gli italiani. Era già accaduto negli anni ’80 quando altri pericoli avevano minacciato l’Italia.