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La manfrina sul decreto sviluppo a costo zero.

20 Ottobre 2011 2 commenti

Parlando all’Inaugurazione dell’anno accademico della Scuola di polizia tributaria, alla presenza del Ministro dell’economia e della finanze, il Comandante generale della Guardia di Finanza Gen. Nino Di Paolo ha citato gli ultimi dati del Fondo monetario internazionale su riciclaggio che viene stimato al 5% del PIL mondiale e al 10% per l’Italia.
Il Gen. Di Paolo ha inoltre citato L’OCSE che valuta tra i 5 e i 7 mila miliardi di dollari (circa 10% del PIL mondiale 63 mila miliardi di dollari) i capitali nascosti nei paradisi fiscali. Il Comandante generale della GdF non ha citato il dato sull’Italia perché non disponibile. Il Governo mostra qualche riluttanza a conoscere quanti soldi sono nascosti persino in Svizzera con la quale non sembra volere arrivare ad un accordo come hanno fatto Germania ed Inghilterra.
Di Paolo ha sottolineato che “l’evasione fiscale, il sommerso, le frodi sui finanziamenti pubblici, la criminalità organizzata, il riciclaggio, l’abusivismo finanziario, le truffe in danno dei risparmiatori, la contraffazione, sono espressione di una minaccia unitaria per la stabilità del sistema sociale e produttivo, che mettono in pericolo i conti pubblici, le politiche di sviluppo, le prospettive di crescita delle imprese, le fasce più deboli della popolazione”.
Se aggiungiamo anche la corruzione si arriva ad un dato globale veramente impressionate e scandaloso: un terzo circa del PIL – qualcosa come 500 e passa miliardi di euro – si porta addosso il marchio dell’illegalità.
Di fronte a tanto sfacelo Tremonti ha preferito parlare d’altro e prevede scenari catastrofici se a livello europeo non vengono adottati gli eurobond.
Il Presidente del Consiglio invece apre ad una forma di concordato di massa, alias, un condono camuffato – ovviamente per trovare i fondi per finanziare il secondo decreto sviluppo ancora in gestazione. Pure il Presidente Berlusconi ha finalmente capito che, a breve termine, non si può fare sviluppo a costo zero. Vorrei notare che sul c.d. concordato di massa il Sole 24 Ore dedica ampio servizio a p.7 mentre il resoconto sul discorso del Comandante generale della GdF occupa due colonnine di p. 39 l’ultima del blocco principale del giornale.
Tutti i centri di ricerca economica concordano nel dire che, dopo le due manovre restrittive di luglio e agosto, l’Italia non raggiungerà comunque il pareggio di bilancio nel 2013. Solo un miracolo potrebbe consentirlo ma l’Italia è già stata miracolata negli anni cinquanta del secolo scorso. Allora mi chiedo se comunque partiamo da uno dei deficit correnti più bassi, non è meglio puntare ad un deficit sotto il 3% e fare 1-2 punti di veri investimenti pubblici (con erogazione effettiva dei finanziamenti) per rilanciare la crescita sul serio?

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La pericolosa retorica secessionista di Bossi.

6 Ottobre 2011 1 commento

Umberto Bossi disperato per il calo di consensi rilancia la secessione della Padania. Il Presidente Napolitano gli risponde che la Padania non esiste e che l’Italia è una e indivisibile. Il Ministro Calderoli ribatte dicendo che c’è il diritto all’autodeterminazione del popolo padano. Non è un dibattito di poco conto. È il segno dei tempi che stiamo vivendo. Calderoli si guarda bene dal definire i connotati distinti e separati del suo popolo padano da quelli del popolo italiano. Ammesso e non concesso che qualcuno della Lega riesca ad inventarsi suddetti connotati resta il fatto che nel Piemonte, nel Lombardo Veneto, nelle regioni del Nord, la Lega rappresenta una minoranza, come detto, in calo di consensi. E allora si pone un’altra domanda ben più importante in democrazia. Può una minoranza imporre la sua volontà alla stragrande maggioranza che non vuole la secessione? E può la maggioranza ammettere di essere prevaricata? La risposta è ovviamente negativa. E quindi il ministro Bossi farebbe bene a riflettere e studiare l’esperienza sanguinosa e fratricida della guerra di secessione americana (1861-65) che produsse 600 mila morti e 400 mila feriti. Forse è opportuno ricordargli come si concluse: vinsero gli Unionisti del Nord.
A Bossi va riconosciuto il merito di aver rilanciato il federalismo in Italia ma gli va anche ricordato che la secessione è il contrario e che il vero federalismo è quello che si fa per meglio unire l’Italia non per dividerla. È il centro sinistra che nel 2001 ha fatto approvare la riforma del Titolo V della Costituzione e, negli ultimi tre anni, dell’attuazione del federalismo si è occupato il suo collega di partito e di governo Calderoli facendo approvare la legge delega n. 42 del 2009 e, dopo, vari decreti legislativi. Bossi stesso è ministro delle riforme ma non ricordo che abbia fatto un solo commento tecnico sulla legge Calderoli né sui decreti attuativi. Farebbe bene a studiare attentamente questi ultimi per valutarne i connotati federalisti. Invece di andare a raccontare fole nel pratone di Pontida o di costruire un sistema attento solo a controllare e ridurre i trasferimenti al SUD potrebbe accorgersi che la maggioranza di cui fa parte non sta assicurando vera autonomia tributaria alle regioni, alle province e ai comuni. Invece di dire un fine settimana che ha attuato il federalismo e un altro che resta al governo per attuarlo, potrebbe accorgersi che il suo protetto ministro Tremonti, negli ultimi tre anni, ha continuamente assunto provvedimenti di politica economica e finanziaria ispirati al più bieco centralismo burocratico.
Recentemente si è discusso molto di bene comune grazie anche alle esortazioni del Cardinale Bagnasco Presidente della Conferenza dei vescovi italiani. Prediche inutili! se Bossi come ministro della Repubblica torna a minacciare la secessione, di certo non si affanna a cercare il bene comune del Paese. Voglio sperare che quella di Bossi e della Lega, in calo di consensi, sia solo la solita vecchia e arrugginita retorica fondata su parole d’ordine che non convincono nessuno neanche molti loro elettori che in pratica mostrano maggiore discernimento.
Molti ormai hanno capito che la Lega non è più un partito né di lotta né di governo e che anche esso è devastato dal familismo amorale e da lotte intestine per la successione come del resto nel governo di cui fa parte. E tutti sanno – anche le società di rating – di quale autorevolezza e credibilità goda questo governo della Repubblica. Viene da chiedersi: anche all’interno della Lega il dibattito vero è sulla secessione o sulla successione?

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Carlo Vallauri su morale e cultura in Claudio Magris.

8 Settembre 2011 Nessun commento

“Comportati come se fossi felice: la felicità verrà dopo”. Questa citazione di Singer sintetizza il “partecipe distacco” di Claudio Magris, una visione della vita che da’ “forza morale” all’esistenza – secondo l’espressione di Marco Alloni che dialoga con lo scrittore in Se non siamo innocenti (Aliberti editore, Reggio Emilia, 2011).
Traendo dal comportamento dei genitori i valori di lealtà, fedeltà e coraggio lo studioso – certamente il più europeo ed internazionale dei nostri maestri – offre una lettura etica degli insegnamenti ricevuti e trasmessi attraverso la sua opera e la costante sollecitazione ad attraversare le tragedie e le incertezze della nostra epoca mantenendo sempre, pur nell’asprezza delle esperienze umane che hanno segnato in profondità il suo spirito, quel sufficiente livello di ironia, probabilmente raccolto dalla sua frequentazione culturale con l’ebraismo. Pur proveniente da una educazione cattolica di fondo (anche se appartenente ad una famiglia “non praticante”), la sua percezione intima di principi fondamentali non gli ha impedito di raccogliere una pratica quotidiana liberatrice dai rischi di ogni rigida impostazione. Le sue letture (da Cervantes a Weber, da Tolstoj a Svevo) gli hanno dato una “formazione esistenziale” lontana – egli scrive – dall’ambiguità del nichilismo ma consapevole della friabilità delle cose, donde la fascinazione del mito asburgico (caratteristica delle sue origini), come testimonianza di quella sofferenza vissuta, capace di far comprendere il “senso di colpa” nel coinvolgimento inquietante di una generazione non mera spettatrice. Così egli ha acquisito la consapevolezza di eventi subiti come possibilità di intendere le virtù e, nello stesso tempo, le debolezze dell’agire umano, dell’inevitabile logica del compromesso come del continuo mescolarsi della purezza e dell’ambiguità.
In questi concetti, nel contesto specifico di una memoria, contrassegnata dalle giovanili esperienze e nella conquista graduale, personale e morale di sentimenti e ricomposizione di orizzonti chiaramente intravisti e perseguiti, Claudio Magris simboleggia una convinzione di senso morale unita al “desiderio di fare”, aspetti centrali della presenza viva dello scrittore nella realtà di complessi sociali ed umani travalicanti le singole religioni, come le diverse tradizioni costituenti la sua essenziale personale identità. Come emerge dai sui studi di germanistica e dai suoi libri (da Danubio a Microcosmi, che l’autore di questa recensione indicava sempre agli studenti dell’Università per Stranieri di Siena come indispensabili per la conoscenza della moderna cultura europea), il senso dell’assoluto e del divino, caratteristica nella cultura della sua gente, emerge con chiara serenità nei suoi ricordi, nel suo infaticabile “fare” e – ci permettiamo di sottolineare – di “dare” agli altri.

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La proposta Prodi-Quadrio Curzio sugli eurounionbond.

24 Agosto 2011 1 commento

Abbiamo una nuova proposta sugli eurobond elaborata da Romano Prodi e Alberto Quadrio Curzio. L’hanno definita come proposta degli eurounionbond facendo una sorta di sintesi tra l’originaria proposta di Jacques Delors 1993, mirata a sostenere la competitività e la crescita dell’economia europea, e le più recenti proposte mirate soprattutto ad assicurare assistenza finanziaria ai paesi con debito pubblico a rischio insolvenza. Sul Sole 24 Ore del 23 agosto, Romano Prodi e Alberto Quadrio Curzio, dopo aver fatto una breve rassegna delle precedenti proposte, lanciano la creazione di un Fondo Finanziario Europeo che emetterebbe eurounionbond per tremila miliardi di euro di cui 2.300 destinati alla rilevazione del debito pubblico nella direzione della sua riduzione al 60% e i rimanenti 700 miliardi da destinare al finanziamento di grandi investimenti europei anche per unificare e far crescere grandi imprese europee. Il FFE avrebbe un capitale conferito dai paesi membri dell’eurozona in proporzione alle quote di riserve auree del Sistema europeo delle banche centrali e della BCE. Presuppone la modifica degli statuti del SEBC e della BCE. L’oro delle riserve, in pratica, costituirebbe garanzia reale a fronte dell’emissione di eurounionbond. Anche la proposta Prodi-AQC, a mio giudizio, sembra incentrata sul problema della stabilizzazione e/o ristrutturazione del debito pubblico – senza porsi nessun quesito sulla bontà dell’obiettivo del 60%. La proposta prevede solo per il 23,33% un sostegno alla crescita e allo sviluppo riprendendo l’idea cara a Barroso dei project bond destinati al finanziamento di investimenti basati sulla partnership privato-pubblico. Il FFE non sarebbe un fondo strutturale di sostegno alla crescita né di garanzia di ultima istanza del debito pubblico europeo.
Su questo punto, semplificando, le alternative sono due: o si continua sulla vecchia linea graduale e parziale della costruzione di agenzie ad hoc monofunzionali o ci si avvia sulla strada della costruzione di un vero e proprio ministero dell’economia e delle finanze intestatario diretto – anche se non esclusivo – della funzione di coordinamento delle politiche economiche dei paesi membri. In altre parole, c’è un’analogia tra la costruzione di un’agenzia per il debito pubblico europeo come prevista della proposta Juncker-Tremonti del dicembre 2010 e il FFE di Prodi-Quadrio Curzio anche se quest’ultima sembra affrontare anche in maniera pratica e più precisa sia il problema delle garanzie sia quello della crescita – quanto meno parzialmente. Tuttavia ritengo che anche questa proposta ha dei limiti strutturali in quanto intanto comporterebbe la riduzione dell’oro in mano al SEBC e della BCE ed, in secondo luogo, sappiamo che, dopo il crollo del sistema di Bretton Woods dell’agosto 1971, si possono nutrire seri dubbi sulla idoneità di legare una garanzia per titoli a lungo termine a un bene reale sottoposto a forti oscillazioni speculative che possono andare in tutte le direzioni – al di là e a prescindere dai rimedi approntati per risolvere i problemi di sostenibilità del debito pubblico europeo. E sappiamo che la sostenibilità del debito pubblico è garantita da un suo impiego a sostegno della crescita e dello sviluppo.
Per questi motivi, a mio giudizio, le proposte di fondi di stabilizzazione sono inadeguate e restano tali se non si prevede anche una profonda riforma del bilancio europeo – fin qui costruito con il metodo dei saldi netti che evidenzia una meschina contabilità del dare e dell’avere tra i paesi membri ed impedisce che di esso si abbia una gestione unitaria rapportata all’esigenze dell’economia europea nel suo insieme. Come hanno proposto altri economisti, detta riforma dovrebbe mirare intanto a renderlo congruo ed efficace non solo come strumento di politica anticongiunturale (ossia, di stabilizzazione – cosa che ancora non fa neanche minimamente) ma anche come strumento di sostegno della crescita e dell’occupazione nelle aree periferiche arretrate o in stagnazione.
Una considerazione sulle garanzie da attaccare alle emissioni dei vari tipi di eurobond di cui si discute a livello europeo. Chi garantisce chi e che cosa? Chi è il vero garante di ultima istanza? Leggo proposte di vario genere ma, alla fine, si arriva sempre al garante o ai garanti di ultima istanza : la Francia o la Germania. Sappiamo che la Merkel, in calo di consensi, è molto sensibile agli umori dei contribuenti tedeschi. La proposta Prodi-Quadrio Curzio metterebbe le ingenti riserve auree a garanzia delle emissioni ma per quanto consistenti esse siano e pur considerando il meccanismo della leva esse potrebbero rivelarsi insufficienti per l’eurozona e, in prospettiva, per tutti gli altri paesi dell’Unione – problema che prima o poi si porrà. La proposta Prodi-Quadrio Curzio è molto interessante ma, a parte il complesso procedimento di riforma degli Stati del SEBC e della BCE ammesso e non concesso che ci sia il consenso, alla fine prevede che i veri garanti siano i singoli paesi membri. Anche questo meccanismo resta connaturale alla logica intergovernativa se, alla fine, sono sempre i governi che conferiscono l’oro delle loro banche centrali. Io ritengo invece che la vera garanzia per tutti i tipi di eurobond sta nella riforma del bilancio europeo e nella capacità del governo e del parlamento europeo di assicurare l’ordinario servizio del debito pubblico e dall’altro la sua sostenibilità nel tempo. Le varie proposte tranne alcune (Amato-Verhostadt, ecc.) alla fin fine non trattano la questione della sostenibilità del debito pubblico europeo qualunque essa sia la dimensione dello stesso. Prevedono migliori strumenti di assistenza e introducono qualche strumento di ristrutturazione. Solo poche (e tra queste quella di Prodi-Quadrio Curzio) quelle che introducono qualche strumento a sostegno della crescita. Ma parliamoci chiaro, anche un vero e proprio meccanismo di ristrutturazione può rimediare in via straordinaria a situazioni di insostenibilità che prima o poi sfocia nell’ insolvenza o default, se non si ottimizza il tasso di crescita.
Per questi motivi, a mio giudizio, il problema della crisi dei debiti pubblici dei paesi membri dell’eurozona va affrontato in termini tax design o modello istituzionale ottimale. Il problema è quello di costruire un bilancio europeo che sia in grado di svolgere, in via sussidiaria, le 3-4 funzioni classiche del bilancio di uno stato federale o centralizzato che sia: la stabilizzazione, la ridistribuzione, la funzione allocativa, la crescita e/o lo sviluppo. Un bilancio europeo che sia in grado di emettere debito pubblico europeo e di garantirne la sostenibilità nel lungo periodo. Non è questione di nuova ingegneria finanziaria e tanto meno di finanza creativa – che tanti danni ha creato negli ultimi decenni. Si tratta di costruire un sistema di finanza pubblica ordinaria in grado di finanziare in via ordinaria le attività di un governo federale per quanto piccolo esso si possa immaginare. Tenendo presente che, anche a questo livello, secondo la teoria economica del governo suddiviso, si pone ineluttabilmente un problema di ottima dimensione della giurisdizione. Gli eurobond devono : a) finanziare i beni pubblici europei; b) servire a ristrutturare il DP dei paesi in difficoltà; c) devono sostenere gli investimenti pubblici e privati, innanzitutto, negli stessi paesi in difficoltà. Nell’insieme: 1) devono aprire la strada ad una politica fiscale comune e, quindi, centralizzata; 2) devono consentire la manovrabilità del bilancio europeo a fini anticongiunturali. Quindi si deve quadruplicare o quintuplicare detto bilancio, superare la rigidità delle c.d. prospettive finanziarie settennali e arrivare ad una legge finanziaria a livello europeo (vedi al riguardo proposta Amato).
I federalisti americani erano quasi tutti contro il governo grosso ma, gradualmente, nel tempo, hanno dovuto ampliare le funzioni del governo centrale. Stiamo fronteggiando gli effetti di una crisi mondiale iniziata nel 2008-09. Abbiano letto decine di confronti di questa crisi con quella del 1929. Solo pochi ricordano la fase di centralizzazione cui sono andati incontro gli USA – fase che è durata dal 1932 al 1975. Il design delle attuali istituzioni europee è fortemente influenzato dall’ideologia neo-liberista ( mercatista) che si è affermata nel mondo e in Europa tra il 1975 e il 2005: vedi l’Atto Unico del 1986 e il Trattato di Maastricht del 1991. Quel disegno istituzionale non è più all’altezza del compito – semmai lo è stato. O si riforma o soccomberà sotto gli attacchi virulenti della speculazione internazionale. Anche una proposta molto articolata come quella di Prodi-Quadrio Curzio non prevede un governo europeo. Condannerebbe il parlamento, la commissione e il composito governo economico europeo all’irrilevanza.

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Carlo Vallauri: Ecco chi e’ P.L. BERSANI, segretario del PD.

Ricevo e volentieri pubblico la nota di Carlo Vallauri sulla intervista di Miguel Gotor e Claudio Sardo al segretario del PD
Pier Luigi Bersani.

Per tutti gli italiani che hanno visto il lungo percorso della creazione del “partito democratico” la lettura dell’intervista – a cura di Miguel Gotor e di Claudio Sardo – a Pier Luigi Bersani può essere un utile chiarimento, giacché le segreterie Veltroni e Franceschini hanno dato l’impressione di un movimento politico costituito principalmente dalla presenzialità mediatiche mentre il nuovo segretario nazionale, nelle risposte fornite agli interlocutori, offre un quadro chiaro ed esauriente non solo sulla sua personalità ma sulle “ragioni” più sostanziali e profonde della recente formazione politica della sinistra, nata dal congiungimento tra ex comunisti della nota tradizione storica con una parte di democristiani, con prevalente provenienza di esponenti che “guardavano a sinistra”. E quindi non a caso il libro ha il sobrio titolo Per una buona ragione (Edizioni Laterza, 2011) e si apre con un richiamo al “futuro del Paese” e alle innovazioni proprie delle nuove generazioni.
“Andare oltre Berlusconi” diviene allora fatalmente il punto di riferimento di questo “emiliano pragmatico” chiamato a guidare il partito. Ed egli si rende perfettamente conto della necessità di affrontare il terreno dell’azione politica sul terreno di una “missione” trasformatrice, senza pensare a nuovi schemi ideologici, bensì ad una “democrazia del lavoro”, fondata nella concretezza di una battaglia da condurre sul terreno classico dei principi di libertà ed eguaglianza, nel quadro della situazione politica esistente. Sul piano personale Bersani espone “quel tanto di anarchico che è in lui”, e nonché il suo atteggiamento giovanile di fronte al fenomeno del ’68, visto non come “contestazione” bensì quale “partecipazione collettiva”, al contrario di quanto indicato dalle espressioni che gli intervistatori gli offrono. Ecco allora si spiega il suo ruolo attivo nelle formazioni di “Avanguardia operaia”, un movimento che contestava il PCI da sinistra, proponendo progetti innovatori.
La scelta per laurearsi in filosofia con una tesi su Gregorio Magno e la visione della grazia e dell’ “autonomia umana”, rivelano il carattere di una predisposizione che guardava sin da allora all’ “umanità” dell’uomo, oltre ogni forma di condizionamento. Poi c’è il passaggio al PCI, di cui diviene presto militante e quindi dirigente a Piacenza.
“Rigore morale” ed “umiltà”, come precisa delineando un percorso personale. L’elezione al Consiglio regionale dell’Emilia-Romagna consente di chiarire la modernità di una concezione che non guardava certo a modelli dell’Est europeo. Il “trauma”, della Bolognina, vissuta come qualcosa di “sperato” eppure imbarazzante, con la scelta “visionaria” di Occhetto, accettata e dimostratasi positiva. Cade la “gabbia populista”: la condanna è netta, come il riconoscimento delle responsabilità delle forze progressiste per quanto avvenuto negli anni ’90. Per l’Europa vengono auspicate “istituzioni più forti” che sappiano colmare il “deficit di politica”.
Interessante è la osservazione che “uno sguardo retrospettivo” può aiutare a recuperare l’intera cultura politica della sinistra, con il riconoscimento del “contributo attivo” dei socialisti, quello laico radicale e della cultura nazionale”. E, da studioso qual è, Bersani precisa di non condividere una visione strettamente storicistica della cultura politica del PCI e richiama i motivi della “modernizzazione” da attuare nel campo sociale del paese esprimendo un giudizio complessivamente positivo sulla prima Repubblica sino agli anni ’60.
L’attività poi svolta al governo in delicati compiti concernenti l’industria lo inducono a valutazioni sull’attuale stato del capitalismo italiano con le difficoltà evidenti a reperire i capitali necessari per la ripresa. Riconosce l’esito non soddisfacente della privatizzazione della Telecom da parte del governo D’Alema. A proposito delle polemiche recenti nel mondo sindacale il segretario del PD afferma che la contrattazione nazionale non può scomparire: abbiamo bisogno – precisa – del decentramento delle relazioni non di soluzioni che porterebbero alla disarticolazione. Valida è anche la precisazione che “il partito non è un’autorità morale” ma che il suo compito è di suscitare risorse etiche e civiche, indirizzandole su un programma di riforme.
E la continuità ed individualità del pensiero formativo di Bersani risulta anche nelle risposte alle domande sulla “confluenza” cattolica nel partito, tanto più che egli tiene a ricordare l’esperienza riformista di tutto il centrosinistra europeo, costituito dal contributo di tradizioni diverse. La “sfida riformista” approfondisce l’essenza principale che egli tiene a sottolineare per l’avvenire del partito. Vogliamo infine notare come la finezza e l’essenzialità dei validi interlocutori abbia contribuito alla chiarezza espositiva dell’intervistato.

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L’etica e l’equità fiscale del Governo.

A proposito della proposta di introdurre un aggravio della tassa sui SUV e le macchine superpotenti, Il ministro La Russa dichiara: “non possiamo tassare di più chi vota per noi”. Parlando oggi  al Consiglio nazionale del PdL che ha acclamato il ministro Alfano segretario del partito, la Meloni, ricordando le grandi cose fatte da Berlusconi, menziona al primo e secondo posto l’abrogazione dell’imposta di successione e l’ICI sulla prima casa.  Non ultimo, ieri presentando la manovra appena approvata dal Consiglio dei ministri, Tremonti ha detto che puntare al pareggio di bilancio non era un obiettivo ragionieristico  né politico. È un obiettivo etico. Sennonché nella lunga serie di provvedimenti previsti dalla manovra ha messo l’ennesimo condono sulle liti fiscali pendenti. Ora tutto si può dire tranne che i condoni siano etici. Nel passato sono stati giustificati o con esigenze di gettito o con la necessità di ricominciare da capo dopo una riforma fiscale. Ma questa è stata rinviata al futuro e la manovra da 47 miliardi è suddivisa in modo truffaldino: 1,5 miliardi per il 2011; 5,5 per il 2012; 20 e 20 rispettivamente per il 2013 e il 2014. Ormai sembra chiaro da questa calendarizzazione della manovra che il governo pensa di andare  alle elezioni politiche nel 2012 per tentare di imbrogliare i cittadini con le promesse di una riforma fiscale che dovrebbe prevedere sconti e riduzioni di aliquote per tutti, tranne per i consumatori più deboli. Quest’ultimi, però, secondo Tremonti hanno libertà di non consumare se non vogliono pagare aliquote IVA più elevate. Con queste premesse è fortemente dubitabile che per il 2014 si possa conseguire un pareggio di bilancio – come del resto non è stato mai raggiunto negli ultimi sessanta anni.  Ma questo semmai sarà un problema per il prossimo governo.

La linea di Tremonti, di La Russa e della Meloni è perfettamente coerente con lo slogan di Berlusconi e Tremonti “non mettiamo le mani nelle tasche degli italiani” , anzi  mettiamo un po di soldi in quelle dei più ricchi. Questo significa abolire l’imposta di successione e l’ICI sulla prima casa. La ministra Meloni farebbe bene a studiarsi più attentamente l’art. 53 della Costituzione sul principio di capacità contributiva. E farebbe ancora meglio se si limitasse a cercare posti di lavoro per i giovani – uno su tre senza lavoro. Che le tasse vengano equiparate a “mettere le mani nelle tasche degli italiani” è solo coerente con la visione predatoria della finanza pubblica per cui le imposte     sono un furto e non servono invece per produrre e/o assicurare la fornitura di beni pubblici pure domandati dai cittadini.

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Sulle proposte di Bossi e Berlusconi di trasferire alcuni ministeri.

Mentre il paese subisce il declassamento del rating da parte di Standard & Poor’s, i politicanti d’accatto si esercitano nella concorrenza al ribasso e allo sconquasso. Quelli della maggioranza non sanno più cosa promettere agli elettori di Milano e Napoli: riduzioni di imposte, sanatorie edilizie, condoni delle multe, zone franche, tasse agevolate alla città più ricca d’Italia e, da ultimo, anche il trasferimento di alcuni ministeri.  Di certo, condoni fiscali ed edilizi producono devastanti effetti diseducativi e perdite di gettito ordinarie che è esattamente il contrario di quello che serve per affrontare seriamente il problema della riduzione del debito pubblico. Ho scritto ieri che non c’è alcuna volontà prevalente di prelevare imposte straordinarie sul patrimonio che, peraltro, nell’attuale fase congiunturale, potrebbero avere effetti depressivi sulla domanda aggregata sia di consumi sia di investimenti. Se così, quello che ragionevolmente si può fare è accumulare consistenti avanzi primari e vendere cespiti del patrimonio pubblico, cercando di ridurre o, quanto meno, tenere ferma la spesa pubblica – magari migliorandone la composizione qualitativa. Ma per accumulare avanzi primari occorre mantenere ferma la pressione tributaria o aumentarla al margine magari con misure perequative che attenuino il rigore sui redditi di lavoro dipendente e colpiscano sul serio l’evasione fiscale, mettendo da parte vecchi e incongrui progetti di riforma tributaria. Invece no, i governanti della Lega Nord  tornano a chiedere il trasferimento di alcuni ministeri a Milano. E Silvio Berlusconi che ha il cuore di una puttana, che non sa dire no a nessuno, non oppone resistenza ma consapevole che si vota anche a Napoli “controbilancia” la richiesta dei leghisti con qualche ministero anche alla capitale del Regno delle Due Sicilie. È veramente sconcertante la leggerezza del nostro Presidente del consiglio dei ministri.

Ma torniamo alla  proposta della Lega Nord. È  vecchia ed è in forte contraddizione con quello che essa va sostenendo ormai da più di un decennio come partito di lotta e di governo. Una settimana dice di avere ottenuto il federalismo; la settimana dopo dice che sostiene il governo perchè  deve attuarlo. In momenti di sconforto, torna a minacciare anche la secessione. Ora se attuato correttamente il federalismo implica il trasferimento alle Regioni di molte delle funzioni attualmente gestite e finanziate dal governo centrale secondo quanto previsto dall’art. 117 Cost. riformato nel 2001 e dalla legge delega n. 42 del 2009, c.d. legge Calderoli. Correttamente inteso il trasferimento dovrebbe interessare non solo le funzioni ma anche le risorse per finanziarle ed il personale per gestirle sul terreno amministrativo. Se correttamente attuato, il federalismo implica quindi lo svuotamento di molti degli attuali ministeri che sopravvivrebbero come organi di coordinamento e raccordo orizzontale e verticale   tra le regioni e il governo centrale, tra le regioni e l’Unione europea che riconosce loro un forte ruolo di partecipazione alle scelte comunitarie. Ci dica Bossi se vuole il potenziamento del ruolo federale delle regioni oppure la presenza di qualche struttura centralistica in periferia. Evidentemente nemmeno Bossi, sedicente paladino del federalismo, crede che questo si possa attuare sul serio e, purtroppo, tutta la vicenda dei decreti legislativi di attuazione della legge delega n. 42/2009 mi porta a propendere per questa ipotesi pessimistica. Da qui la sconsiderata e contraddittoria proposta della Lega Nord che se attuata farebbe certamente aumentare i costi della amministrazione pubblica e della politica, come purtroppo  avvenne negli anni ’70 quando si fece la prima attuazione delle regioni a statuto ordinario.

Se questi senza memoria sono governanti seri lo lascio al giudizio dei lettori.

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La crisi greca e il rating dell’Italia.

La settimana scorsa l’attenzione si è concentrata sulla crisi greca. Il rapporto  deficit/PIL è pari al 7,5% che si confronta con il 10% del 2010, quando il PIL è diminuito del 4,5%- un po’ meno di quanto si è ridotto in Italia.  Una pesante recessione che, da noi, si è inserita in un lungo periodo di crescita bassa. Il debito pubblico greco è equivalente al 143% del PIL e potrebbe raggiungere il 150-60% nel 2013. La settimana scorsa si è discussa l’ipotesi di una strutturazione (hair cut) del debito greco ma la Banca Centrale europea si è detta contraria a tale ipotesi. La posizione della BCE è comprensibile  se si tiene conto che solo il 29% del debito pubblico greco è in mano di residenti e tutto il resto è in possesso di non residenti di cui  il 42%  in mano di banche e trust. La BCE ne detiene 45 miliardi di euro e se si procedesse alla ristrutturazione la stessa potrebbe avere una perdita di 20 miliardi. A parte le perdite proprie,  ci sono da considerare le perdite che conseguirebbero le banche europee più esposte sulla Grecia: quelle tedesche e quelle francesi che hanno esposizioni altrettanto rilevanti sia in Portogallo che in Spagna. Se si tiene conto che le maggiori banche europee hanno nel portafoglio titoli tossici per circa 347 miliardi (secondo certe stime correnti negli ambienti finanziaria) ci si rende conto che la decisione di ristrutturare il debito greco potrebbe determinare una reazione a catena ed un contagio dalle conseguenze imprevedibili. Oltre che le banche una ristrutturazione del debito danneggerebbe anche i risparmiatori (rectius: speculatori) privati che vedrebbero ridimensionati i rendimenti elevati di titoli a rischio. La BCE sta proteggendo se stessa, le  banche e i risparmiatori privati.

Come uscirne? È difficile dirlo perché l’Unione europea è in una trappola. Ha un bilancio che per le sue dimensioni non consente di fare politica anticongiunturale e comunque il Trattato di Lisbona ha ereditato l’assetto decentrato della politica economica previsto in quello di Maastricht. Dopo la crisi di un anno fa, i paesi della zona euro  hanno creato una c.d. Financial Stability Facility che provvede insieme al Fondo Monetario Internazionale ad assicurare il credito necessario a far fronte alla scadenze e a rinnovare i titoli. Fin qui la Facility ha provveduto a risolvere i problemi di liquidità ma nei paesi c.d. PIIGS non ci sono solo problemi di liquidità. Ci sono soprattutto problemi di solvibilità e/o sostenibilità che stanno venendo al pettine.

Nell’ultimo consiglio europeo del marzo scorso, i Paesi dell’eurozona hanno deciso di creare anche un Financial Stability Mechanism che in parte potrebbe affrontare questi problemi ma hanno rinviato l’entrata in vigore del nuovo fondo al 1 luglio 2013 anche perché secondo i Tedeschi  è necessaria introdurre una modifica al TFUE. In quella occasione non è passata la proposta Junker-Tremonti di un’Agenzia del debito pubblico europeo che avrebbe dovuto gestire la ristrutturazione del debito pubblico dei paesi a rischio e tra questi c’è anche l’Italia checché ne dicano il ministro Tremonti, la Commissione europea, l’OCSE e quanti altri si esprimono conformemente per non creare allarmismi altamente pericolosi.

Qui si inserisce la questione del declassamento del rating dell’Italia da parte di Standard & Poor. Nel breve la situazione non è allarmante ma nel medio e lungo periodo sì. Come si spiega? È facile. L’Italia ha un debito pubblico pari a 1880 miliardi (119% del PIL) e al momento paga 75 miliardi di interessi pari al 4% di interesse medio, pari a quasi cinque punti di PIL. L’epoca dei bassi interessi è finita e in prospettiva il servizio del debito pubblico diventerà sempre più oneroso se la BCE aumenterà i tassi per contrastare l’inflazione che riprende vigore.  Se l’economia cresce all’1% annuo nel medio-lungo termine, è chiaro che il debito pubblico non è sostenibile. A meno che non vogliamo affamare il popolo per proteggere la rendita finanziaria. E non basta dire che c’è una ricchezza privata e pubblica talmente  ampia  da coprire 2-3 volte il debito  se poi sappiamo che non si vogliono fare massicce privatizzazioni e tanto meno introdurre imposte straordinarie sul patrimonio. Lo dimostra proprio il caso della Grecia che ha un debito pubblico di 330 miliardi e un patrimonio pubblico di 280 miliardi. Il governo ha definito un  programma privatizzazioni per 50 miliardi ma la speculazione mostra i denti. Il governo greco ha tagliato i salari pubblici e gli investimenti. L’economia non cresce e la disoccupazione è al 15%. I rendimenti delle nuove emissioni di debito hanno superato il 16% e lo spread rispetto al bund tedesco è pari a 1383 pb. La situazione non è in alcun modo sostenibile. È una tragedia greca. L’Italia non è nella situazione drammatica della Grecia ma anche da noi e, soprattutto, a livello europeo servono decisioni politiche forti.

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Carlo Vallauri su Habemus Papam di Nanni Moretti.

16 Maggio 2011 1 commento

           Nanni Moretti è certamente uno dei registi più amati da gran parte degli spettatori italiani di fine Novecento, ed ancor oggi è seguito con interesse per la sua creatività e la sua capacità di offrire film ricchi di spunti originali, a parte le sue note incursioni nella diretta polemica politica. 

           Con Habemus Papam il suo gioco va oltre i piacevoli vagabondaggi nella Roma della cronaca quotidiana e degli interni familiari per presentare una inedita raffigurazione di quel mondo chiuso e apparentemente immobile rappresentato dal centro della Chiesa cattolica. È infatti la narrazione di un conclave che non riesce a concludersi perché il cardinale eletto al più alto soglio pontificio entra in crisi prima di potersi affacciare davanti ai fedeli raccolti in piazza San Pietro.    

         L’improvviso smarrimento dell’uomo chiamato a così alta responsabilità, induce i suoi collaboratori a consultare un noto psicoanalista (impersonato dallo stesso regista) perché possa aiutarlo a riprendersi ed assumere in pieno l’eccezionale dignità. La singolare invenzione dell’artista diviene quindi un efficace mezzo per entrare nel cuore di una istituzione fuori della cerchia degli eventi quotidiani, e consente di rilevare a un tempo la fragilità psichica e la ricchezza umana del Papa riluttante.  

           Così mentre lo scienziato della mente, svolto il suo lavoro, si diverte in un surreale susseguirsi di giochi sportivi e a carte con i grandi dignitari del Vaticano, in scene piene di insoliti effetti ironici, l’ancora sconosciuto pontefice – su suggerimento di un compassato funzionario laico – cerca di ritrovare se stesso confondendosi con i romani nei quartieri centrali della città: avvicina infatti e conosce donne, ragazzi, anziani in una serie di incontri, prevalentemente legati ai ricordi che lo appassionavano da giovane, come Cechov e il teatro. Ritroverà alla fine la pace con se stesso? Vengono chiaramente in luce l’intimità scossa del Papa, come i suoi dubbi, il suo interrogarsi sul peso cui vuol sottrarsi, soprattutto dopo aver provato un contatto reale con persone tanto semplici e sincere.             L’intera opera cinematografica è svolta con un senso di gioiosa immedesimazione in eventi tanto incredibili e fa affiorare il contrasto tra la solennità degli alti uffizi e il divertissment a cui Moretti si dedica nel raccontare questa specie di nobile fiaba. Ne risulta un film seguito con attenzione e curiosità dagli spettatori e nel quale s’impongono la professionalità dell’intera equipe (nei costumi, nelle riprese esterne, nel montaggio) e soprattutto la magistrale interpretazione di Michel Piccoli, nella parte dell’insolito protagonista.

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All’Italia

O patria mia, vedo le mura e gli archi

E le colonne e i simulacri e l’erme

Torri degli avi nostri,

Ma la gloria non vedo,

Non vedo il lauro e il ferro ond’eran carchi

I nostri padri antichi. Or fatta inerme,

Nuda la fronte e nudo il petto mostri.

Oimè quante ferite,

che lividor, che sangue! oh qual  ti veggio,

Formosissima donna! Io chiedo al cielo

E al mondo: dite dite;

Chi la ridusse a tale? E questo è peggio,

Che di catene ha carche ambe le braccia;

Sì che sparte le chiome e senza velo

Siede in terra negletta e sconsolata,

Nascondendo la faccia

Tra le ginocchia , e piange.

Piangi, che ben hai donde, Italia mia, ….

………………………………………

Giacomo Leopardi

Recanati, settembre 1818

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