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Nel ventennale di Mani Pulite.

20 Febbraio 2012 Nessun commento

Il 17 u.s. è stato il ventennale di Mani Pulite e il giorno in cui Il Presidente della Repubblica tedesca Wulff si è dimesso spontaneamente alla sola notizia che la Procura di Hannover aveva iniziato ad indagare su di lui per episodi di corruzione perpetrati quando era Governatore della Bassa Sassonia. Inevitabile il confronto. A venti anni dall’arresto dell’ing. Mario Chiesa, non c’è stata alcuna rigenerazione morale degli italiani; soprattutto, non c’è stato alcun salto di qualità nel rapporto tra affari e politica. E’ una valutazione che accomuna, in un modo o nell’altro, tutti i commenti di politici, politologi, sociologi ed altri osservatori. Proprio venerdì, la Corte dei Conti confermava la sua stima sulla corruzione pubblica:60 miliardi. Il ddl sulla corruzione presentato dal precedente governo che nel 2008 aveva abrogato l’Autorità anti-corruzione dallo stesso creata nella legislatura 2001-2006, langue in Parlamento. L’attuale ministro della giustizia ha detto che la materia va attentamente approfondita. 60 miliardi di corruzione pubblica è un dato molto significativo, secondo me, anche se da maneggiare con cautela. E tuttavia se lo si somma a quello sull’evasione fiscale (120 miliardi), a quello dell’economia sommersa (270), a quello della contraffazione (di cui non ricordo stime recenti), a quello della corruzione privata, a quello dei reati contro il patrimonio, ci si avvicina pericolosamente ad un terzo dell’economia che affonda o galleggia nella illegalità e nell’attività criminale. Nei recenti Rapporti Svimez, si evidenzia anche una forte integrazione verticale e/o orizzontale tra economia illegale e quella legale – ovviamente non solo nel Mezzogiorno come tante indagini giornalistiche e giudiziarie dimostrano abbondantemente .
Spiegare bene come siamo arrivati a questo punto richiederebbe ben altro spazio. Qui vogliamo isolare tre cause principali: una di carattere generale e due più specifiche che hanno a che fare sempre con la qualità della legislazione. La prima causa è che buone e cattive leggi sono applicate male o per nulla, quando non si adottano leggi che invece di contrastare finiscono con il favorire certi fenomeni che, a parole, si dice di voler combattere. Vedi, ad esempio, il caso dell’interesse privato in atti d’ufficio (1997).
Una seconda causa ha a che fare con la politica dei controlli sulla efficienza e l’imparzialità della pubblica amministrazione. Proprio all’indomani di Mani Pulite, si approvano leggi elettorali per la elezione diretta deli Sindaci, dei Presidenti delle Province e delle Giunte regionali. Qualcuno mi chiederà cosa c’entrino le leggi elettorali per il governo locale con la corruzione. C’entrano e come. Quelle leggi concentrarono tutto il potere nei vertici di detti enti e si disse che ciò assicurava stabilità ed efficienza. Alla fine del mandato gli elettori avrebbero giudicato ed eventualmente sanzionato il comportamento degli amministratori che sono ben più numerosi dei mille parlamentari. Dette leggi elettorali hanno fortemente ridotto la capacità di controllo interno dei consigli comunali, provinciali e regionali. Parallelamente, in vista della riforma federalista, si smantellò l’impianto dei controlli esterni sulle attività dei Comuni, delle Province e delle Regioni. L’argomento era i controlli – in particolare quelli preventivi – minavano l’efficienza di tali enti. Tali misure furono portate avanti dal primo governo organico di centrosinistra in sostanziale accordo con l’opposizione. Nel 2000 viene “abrogata” o radicalmente ridimensionata la c.d. legge manette agli evasori. E questa la terza causa specifica a cui accennavo sopra. È vero che detta legge aveva funzionato male ma non si fece alcun approfondimento delle vere cause del malfunzionamento. Non faceva comodo a nessuno.
Nel 2001-02, per non essere da meno, il governo di Centrodestra aggiungeva prima la nuova legge sul falso in bilancio e, poi, un’orgia di condoni fiscali edilizi e di altro genere. Non sto parlando di segnali, ma di precise misure legislative che smantellano e/o allargano le maglie del sistema dei controlli. Proprio nella Relazione della Corte dei Conti il Procuratore Giampaolino ricordava che l’Agenzia delle Entrate non è riuscita ancora a riscuotere le rate successive alla prima di alcuni condoni del 2002. Ma non ciò non impedisce che molti commentatori si eccitino per alcuni blitz della stessa Agenzia sui frequentatori degli alberghi e ristoranti di Cortina o sui frequentatori dei night club di Milano e dintorni. Non sto sostenendo che non bisogna fare detti controlli che, in alcune circostanze, possono essere utili anche per combattere lo spaccio della droga ma non si tratta di misure risolutive e, non di rado, tali controlli sottraggono risorse a controlli ben più produttivi e fondati che potrebbero essere svolti fuori dai riflettori della ribalta mediatica. Non sono risolutive neanche le leggi che sistematicamente hanno portato le sanzioni a livelli stratosferici e che gli stessi uffici irrogano nel valore minimo.
La democrazia non vive senza trasparenza e senza controlli di ogni tipo. Noi abbiamo abrogato quelli amministrativi. Facciamo controlli fiscali di scarsa qualità ma anche quelli giudiziari non godono di buona salute dopo che per venti anni , i giudici (comunisti) sono stati sottoposti senza tregua ad una eversiva campagna di delegittimazione che non trova precedenti in nessuna democrazia contemporanea. E tuttavia abbiamo un problema anche a monte della fase di implementazione. Per fare buone leggi, serve la rigenerazione morale che oggi non possiamo attenderci dalla politica proprio per i motivi che abbiamo richiamato sopra né tanto meno da un governo tecnico semplicemente perché per esso è missione impossibile anche in ragione della durata prevista. Serve un’etica pubblica che, non solo in questa fase storica, è stata sempre evanescente e meno rigorosa che altrove. Siamo il Paese della Controriforma senza avere avuto mai la Riforma. Per una pura coincidenza, nel ventennale di Mani Pulite, il Presidente Wulff si dimette per comportamenti di cui il giudice tedesco accerterà la sanzionabilità sul terreno penale. Wulff si è dimesso sulla notizia che la Procura di Hannover si accingeva ad aprire un’inchiesta su di lui. In Italia non si dimette nessuno – è il commento più diffuso – e il Parlamento non di rado, rifiuta l’autorizzazione a procedere. In Italia, in non pochi casi, negli ultimi decenni, il Parlamento ha approvato provvedimenti che aiutano gli indagati a sfuggire al processo. Anche questi comportamenti misurano lo spread tra lo standard tedesco di etica pubblica e quello della Repubblica italiana.

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Due Presidenti della Repubblica e due governi “tecnici”.

31 Gennaio 2012 Nessun commento

Il 29 gennaio u.s. è morto Oscar Luigi Scalfaro a 93 anni. Un grande Presidente che ha difeso sempre la Costituzione, la Repubblica parlamentare e che ha gestito anche Lui una fase difficile della nostra Repubblica in un passaggio particolarmente delicato. Nel dicembre 1994, dopo appena sei mesi dalla vittoria elettorale, si sfascia la coalizione di Berlusconi. Questi chiede elezioni anticipate. Scalfaro un democristiano conservatore le rifiuta, apre le consultazioni e trova una maggioranza diversa per il governo Dini con l’appoggio dei PDS, LN e PPI. Il Polo si astiene benevolmente. L’ex Direttore generale della Banca d’Italia approva una seconda e più incisiva riforma delle pensioni dopo quella di Amato.
Nell’autunno 2011, di nuovo, si sfascia la maggioranza che sosteneva il governo Berlusconi. Questi non chiede le elezioni anticipate perché sicuro di perderle. Al Quirinale c’è ora Il Presidente Napolitano, ex comunista. Cosa fa? Lo accontenta. Lo mantiene in carica per fargli approvare la legge di stabilità e poi, senza un formale passaggio parlamentare, quindi, una crisi extraparlamentare secondo una vecchia e abusata prassi italiana. Il Presidente Napolitano nomina il Prof. Monti prima senatore a vita e, di intesa anche con Berlusconi, il giorno dopo Capo del governo di tecnici con tangibile connotazione cattolica. Era stato esplicito l’attivismo della Chiesa nelle settimane precedenti. Sostanziale la continuità di linea economica e finanziaria con il governo precedente nell’adesione acritica alle prescrizioni – secondo alcuni sollecitate dallo stesso Berlusconi a luglio – della famigerata lettera della BCE del 5 agosto – mantenuta segreta per oltre un mese.
Allo scopo di adempiere con la massima diligenza alle discutibili indicazioni di Trichet e Draghi, il premier Monti aggiunge un’altra manovra (la quinta dell’anno!) c.d. salva Italia a quella di agosto abborracciata direttamente da Berlusconi senza fattiva collaborazione da parte del suo Mef Tremonti. A gennaio il premier Monti passa prontamente alla fase due e aggiunge il decreto c.d. cresci Italia. Dopo che gli effetti cumulati delle manovre precedenti stanno facendo sprofondare l’economia italiana in una seconda recessione dopo quella pesante del 2009 (-5,5 punti di PIL), con il decreto cresci Italia il governo Monti si esercita in un futile esercizio di rianimazione.
Ma bisogna ammetterlo, il premier Monti ha di certo riconquistato credibilità con i leader di Francia, Germania, Inghilterra e Spagna, tutti di centrodestra e con lui largamente omogenei. Il paradosso italiano è che il governo Monti è sostenuto e partecipato anche dal Partito Democratico. Qualcuno ha detto in questi giorni che anche il governo Dini fu sostenuto in primis dal PDS e poi questo vinse le elezioni. Personalmente non scommetterei un euro sulla vittoria del PD nello scenario che si profila per la Primavera del 2013 con l’economia ancora in recessione , disoccupazione e inflazione molto più alte di quelle attuali. Gli elettori avranno più fresca la memoria dei sacrifici subiti inutilmente.

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“L’arco della pace” di Carlo Vallauri.

In una prospettiva millenaria, Steven Pinker (The better angels of our nature, Viking, 2011) sostiene che l’uso della violenza è drasticamente diminuito. Secondo dati desunti da referti archeologici, nell’età tribale , ossia, dal 5.000 avanti Cristo a scendere, il 15% della popolazione moriva per cause violente. Nel Medioevo la percentuale degli omicidi sarebbe fortemente calata. Nell’epoca moderna tre grandi accadimenti spiegano il continuo calo della violenza secondo Pinker: la nascita dello Stato moderno che monopolizza l’uso della forza; lo sviluppo del commercio tra gli Stati e i popoli che crea reciproci vantaggi; la c.d. rivoluzione umanitaria innescata dall’Illuminismo che eredita lo ius gentium di Grozio, e sviluppa il diritto internazionale, il cosmopolitismo e le relazioni internazionali ispirate alla coesistenza pacifica e alla cooperazione. Questa la prospettiva millenaria.
In essa si può inserire l’analisi di Carlo Vallauri (L’arco della pace. Movimenti e istituzioni contro la violenza e per i diritti umani tra Ottocento e Novecento, Ediesse, 2011, pp. 1.800, 50 €) che riguarda i movimenti pacifisti che si sono sviluppati nel XIX e XX secolo. Questo di Vallauri, pur partendo da dispense universitarie per studenti stranieri, non è più un manuale universitario. È molto di più. È una sorta di compendio della storia universale dell’Ottocento e del Novecento con il terzo volume dedicato ai maggiori problemi degli ultimi 20 anni e, quindi, del nuovo secolo, con l’apertura ai problemi attuali della globalizzazione, dei diritti, della democrazia e della pace e della guerra.
Viene subito da pensare al secolo breve martoriato da due Grandi guerre mondiali con molte decine di milioni di morti nella prima sua parte e dalla Guerra Fredda e da quella del Vietnam nella seconda metà che ha diviso la coscienza del mondo e ha innescato la protesta giovanile a livello mondiale o quasi. Non c’è contraddizione con i dati di prima e se è stato possibile coinvolgere l’opinione pubblica mondiale, ciò è stato possibile proprio perché nel frattempo si erano sviluppati una coscienza cosmopolita e un pensiero federalista che trova la sua stella polare in Kant. Trova le sue gambe e le sue teste nella galassia dei movimenti pacifisti che Carlo Vallauri analizza con competenza e maestria nei suoi tre volumi dell’arco della pace. Dice Vallauri che non c’è una formula unica per interpretare i vari movimenti che si sono sviluppati nel mondo: Gandhi in India; Bertrand Russell in Inghilterra, Aldo Capitini e il partito Radicale transnazionale, non violento in Italia; Romain Rolland in Francia; il movimento internazionale per la pace sostenuto dall’Unione Sovietica, ecc.. ma tutti hanno un comune denominatore. L’arco della pace poggia su due pilastri: il primo e quello della pace e dei diritti; il secondo è quello dei rapporti tra movimenti e istituzioni.
È vero che la violenza diminuisce ma ciò non significa che la pace sia automaticamente implementata. Ci sono vere e proprie guerre e focolai di guerra in giro per il mondo e la pace trova grosse difficoltà implementative. E analogamente la teoria dei diritti a partire dalla dichiarazione universale dei diritti del 1948 e le successive Convenzioni. Non si capiscono queste difficoltà se non si chiarisce la natura di questi beni. La pace e i diritti di cittadinanza sono beni pubblici globali. Essi richiedono strutture pubbliche appropriate, istituzioni in grado di produrli ed attuarli. Molte speranze nell’immediato secondo dopoguerra sono state riposte nell’ONU ma la guerra Fredda prima e più recentemente la presenza al suo interno di oltre 150 stati dittatoriali impediscono la formazione di quel consenso necessario per avere un vero braccio armato dell’ONU in grado di intervenire efficacemente per imporre la pace ai belligeranti e spegnere i focolai di guerra. Ha assunto un ruolo di supplenza la NATO ma sappiamo le difficoltà che essa incontra.
Servirebbe un vero e proprio governo mondiale ma non c’è. E questo spiega la difficoltà anche dei movimenti pacifisti a interloquire con un assetto istituzionale embrionale, squilibrato, frammentato che manca di un suo assetto naturale che dovrebbe collocarsi a livello planetario. Se i diritti sono di cittadinanza e se la cittadinanza è quella planetaria è chiaro che c’è uno iato con gli Stati nazionali che, in pratica, continuano a cincischiare con lo ius soli o lo ius sanguinis. Alla globalizzazione della finanza non corrisponde la globalizzazione dei diritti e delle democrazia. Abbiamo i G-8, i G-20, il Financial Stability Board che sono organizzazioni informali che si limitano a fare raccomandazioni e finiscono in qualche modo a spiazzare il Fondo Monetario internazionale che ogni anno di più risulta meno rappresentativo della struttura del potere economico a livello mondiale. Sul terreno politico, tuttavia, in un modo o nell’altro, la Comunità internazionale è costretta a intervenire ieri a Sarajevo e l’Estate scorsa in Libia (vedi appendice al III volume).
Può sembrare un paradosso ma non lo è. Nell’epoca moderna e contemporanea, lo Stato ottocentesco ha prodotto guerre e pace allo stesso tempo. Per tali motivi, il pensiero federalista ne ha teorizzato il declino e il suo superamento in entità regionali di aria vasta come quella europea che sta coinvolgendo un intero continente in un processo di integrazione economica e politica che finora ha assicurato un lungo periodo di pace, di integrazione economica ed una moneta comune per l’Eurozona.
Stiamo vivendo una fase di forte accelerazione del processo di globalizzazione della finanza e dei mercati, ma questa provoca forti reazioni contro la libertà di movimento dei capitali, la libertà dei commerci, contro i movimenti migratori, contro il potere delle multinazionali, ecc.. Non sono pochi quelli che attribuiscono all’ingresso della Cina nel WTO la causa di alcuni squilibri globali e temono che questi possano acuirsi ulteriormente con l’ingresso della Russia. Ieri, come oggi, le spinte nazionaliste sono un problema. Se dovessero prevalere, se dovessero moltiplicarsi le misure protezioniste, gli accordi sul commercio sul global warming sarebbero a forte rischio. Ricordiamoci che in tutti i sistemi politici deboli, i governanti locali tendono a inventarsi un nemico esterno per preservare il loro potere e i politici locali hanno la veduta corta.
Non ultimo, ci si può chiedere – probabilmente ingenuamente – perché il cammino della pace, dei diritti e della democrazia sia così difficile ed irto di ostacoli. Una risposta viene da Thomas Kuhn (La struttura delle rivoluzioni scientifiche, edizione italiana, 1969: cap. IX), secondo cui c’è un parallelismo tra rivoluzioni scientifiche e rivoluzioni politico-istituzionali. Entrambe partono dalla constatazione del “malfunzionamento” e/o inadeguatezza del modello esistente (paradigma dominante), ma la comunità scientifica e politica si divide tra i difensori del vecchio e gli assertori del nuovo – questi ultimi di solito una sparuta minoranza. Oggi, in fatto e in diritto, lo Stato nazionale è troppo piccolo per affrontare efficacemente i problemi della globalizzazione e troppo grande per curare appropriatamente i problemi giornalieri della gente comune. Questa evoca l’intervento dello Stato ma non si rende conto che, da un lato, esso è destinato a dissolversi in entità sovranazionali, dall’altro, esso costituisce ancora il paradigma istituzionale esistente che non ammette alternativa. È in corso una fase di forte accelerazione della globalizzazione. Questa evoca una rivoluzione istituzionale ma le “rivoluzioni politiche mirano a mutare le istituzioni politiche in forme che sono proibite da quelle stesse istituzioni”. Seguendo Kuhn, bisognerebbe sostituire alcune istituzioni con altre ma questo programma indebolisce le istituzioni esistenti – come indebolisce il ruolo dei paradigmi scientifici dominanti. Molti individui si allontanano dalla politica… Alcuni di questi si organizzano attorno a un programma per cambiare le istituzioni… dividendo la società in schieramenti e/o partiti avversi: gli uni a favore di un nuovo assetto istituzionale, gli altri a difesa di quello esistente. La polarizzazione rende inutile e fa fallire il ricorso al metodo dialogico e alla mediazione politica. Siccome gli schieramenti e/o partiti contrapposti non riconoscono un arbitro (umpire) al di sopra e al di fuori del loro modello istituzionale, il conflitto rivoluzionario degenera. Si fa “ricorso alle tecniche della persuasione di massa che spesso includono la forza” (pp. 93-94). Conclude Kuhn: “sebbene le rivoluzioni abbiano avuto un ruolo vitale nello sviluppo delle istituzioni politiche, questo ruolo dipende dal fatto che esse sono eventi in parte extrapolitici ed extraistituzionali”.
Ha ragione Pinker: la violenza fisica è certamente diminuita. Ma c’è da chiedersi: non è forse violenza quella dell’1% che impone la sua volontà al 99% della popolazione (Occupy Wall Street)? Non è violenza negare i diritti ai lavoratori, ai cittadini, ai risparmiatori, agli emigrati, alle donne, ecc.? ci sono i diritti e le Corti che cercano di implementare l’eguaglianza e la giustizia tra i più deboli e ci sono gli abusi del diritto perpetrati dai più forti. Ci sono le istituzioni democratiche, imparziali e trasparenti e c’è la violenza di certe istituzioni e degli Stati criminogeni. Per questi motivi, non di rado, l’arco della pace può apparire ad alcuni solo come la visione di uno splendido arcobaleno all’orizzonte dopo l’ennesima tempesta.

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È meglio andare alle elezioni anticipate.

23 Dicembre 2011 3 commenti

In questi giorni, tutti sembrano accarezzare l’idea che il governo Monti resti in carica sino alla naturale scadenza della legislatura. Secondo me, è un errore. In primo luogo, perché questo governo ha il fiato grosso e non ha una politica economica e finanziaria all’altezza del compito. In secondo luogo, perché sarebbe opportuno evitare l’ingorgo istituzionale del 2013 quando scade anche il mandato del Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano.
Se si dovesse eleggere prima il nuovo Parlamento e, subito dopo, il Presidente della Repubblica, come opportuno e necessario, la inevitabile competizione elettorale – momentaneamente sottotraccia – si acuirebbe di nuovo e potrebbe trasformarsi in vero e proprio scontro che metterebbe a dura prova le istituzioni. Anche per questi motivi, a mio giudizio, sarebbe opportuno e finanche saggio anticipare le elezioni politiche alla Primavera del 2012.

aggiornamento del 24 gennaio 2012:
Ora che abbiamo le previsioni aggiornate della Banca d’Italia (- 1,6 di PIl nel 2012) , del Fondo Monetario Internazionale (-2,2 ), Confindustria (-1,5) e disoccupazione in forte aumento di 300 mila unità, qual è lo scenario che si può delineare nella Primavera del 2013? La recessione non ancora superata, la disoccupazione fortemente aumentata tra il 9 e il 10%, inflazione anche essa in aumento mirata a determinare una svalutazione c.d. interna. In una simile situazione gli elettori avranno viva memoria dei guai più recenti. Berlusconi avrà buon gioco a sostenere che lui è stato sostituito con un colpo di mano, che il governo dei tecnici nulla ha potuto per determinare la crescita, che il governo del Presidente in realtà ha aumentato le tasse, che ha portato avanti un programma di sinistra che ha inflitto duri quanto inutili sacrifici al popolo italiano. Berlusconi non ha smantellato il suo apparato propagandistico. Il Partito democratico del buon e generoso Bersani avrà le sue difficoltà a difendere una linea di responsabilità. Nessuno crederà più che prima di Monti il Paese stava precipitando nel baratro. Anche perché non è vero. Erano possibili altre scelte e non sono state neanche considerate o verificate in Parlamento. In uno scenario del genere, prevedo che il Centrosinistra non avrà gioco facile a vincere elezioni politiche e non posso escludere che nel frattempo i sondaggi si rovescino a favore del PdL.

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Berlusconi e la strategia di delegittimazione delle istituzioni.

1 Marzo 2011 1 commento

Se qualcuno ne avesse avuto dei dubbi, si sbagliava,  Berlusconi torna all’attacco della Presidenza della Repubblica cercando di delegittimarla come continua a delegittimare la magistratura, la pubblica amministrazione, la scuola e chiunque si pone di traverso rispetto al percorso che vorrebbe intraprendere.  Con uno stuolo di occhiuti  collaboratori il Presidente della Repubblica  gli impedisce di legiferare. Non pensa Berlusconi che il suo è un governo regionale, che le decisioni fondamentali di politica economica, finanziaria, di politica estera sono prese ormai quasi tutte a livello europeo e che, a partire da quest’anno, anche la sessione di bilancio va svolta contemporaneamente e in maniera coordinata a quelle  degli altri paesi europei. Il riferimento più immediato è evidentemente al rinvio del decreto legge c.d. milleproroghe. Ieri è stato il turno della Presidenza della Repubblica massima espressione dell’Unità del paese, arbitro del gioco delle istituzioni. Che significa arbitro? Che il gioco istituzionale deve svolgersi secondo le regole codificate nella Costituzione. Tra queste regole ci sono quelle delicatissime sul processo legislativo. E’ noto che nello stato di diritto la funzione legislativa spetta al Parlamento ma al presidente del Consiglio questo non piace e fa di tutto per appropriarsi di funzioni che non sono sue cercando di ridurre il Parlamento ad una mera funzione notarile. La presidenza del consiglio che egemonizza l’iniziativa legislativa vara le leggi in consiglio dei ministri, li porta in Parlamento e li vuole approvate senza lungaggini e oziose discussioni. Per questo motivo tende a ricorrere alla decretazione di urgenza in casi straordinari ex art. 77 Cost. Ma il Presidente della Repubblica autorizza la presentazione dei disegni di legge ed emana i decreti leggi del governo. E’ cortretto che li legge e faccia eventuali osservazioni.

Ora una delle leggi fondamentali del Parlamento è quella di bilancio. La funzione originaria del Parlamento  è quella di controllare le spese del governo e di approvare le imposte che finanziano le spese. Per non andare troppo indietro vediamo che cosa a fatto il governo  negli ultimi tre anni. Ha svuotato totalmente la legge finanziaria (ora rinominata legge di stabilità) con una manovra d’estate (a giugno) quando di norma si deve approvare il bilancio di assestamento e la Corte dei Conti presenta il rendiconto sull’anno precedente. Con la manovra d’estate approvata con decreto il governo ha svuotato la legge di stabilità per l’analisi e discussione della quale è tuttora prevista un’apposita sessione di bilancio dopo la presentazione della relazione previsionale e programmatica e della legge finanziaria (di stabilità) a fine settembre. Il ministro dell’economia e delle finanze Tremonti, presunto maverick del governo dell’economia e delle finanze pubbliche, in questi anni, ha menato grande vanto per avere messo in sicurezza i conti pubblici e per avere evitato l’assalto alla diligenza, ossia,  la previsione di una serie di provvedimenti minori che prevedono sconti e agevolazioni da un lato, prelievi e regole dall’altro. Svuotata o anticipata dal decreto d’estate, la legge di stabilità viene stancamente e noiosamente  analizzata dalle commissioni e dalle aule parlamentari. Viene approvata prima di Natale, sapendo che altri significativi provvedimenti verranno messi nel decreto milleproroghe che viene varato tra Natale e Capodanno. È un imbroglio, una presa in giro del Parlamento e dell’opinione pubblica perché non si capisce come risorse che non erano disponibili 2-3 settimane prima per metterle nella legge di stabilità poi compaiano d’improvviso per essere spese con il decreto milleproroghe.   Anche nella stampa finanziaria specializzata ho letto non di rado elogi al Tremonti per avere evitato l’assalto alla diligenza, ma di nuovo si tratta di un inganno perché le lobby hanno gioco più facile ad ottenere favori e agevolazioni nelle stanze del ministro o della Presidenza del consiglio dei ministri piuttosto che davanti alle Commissioni parlamentari alla presenza delle opposizioni. È vero che in questa sede nel passato si verificava lo scambio di voti per cui anche l’opposizione otteneva favori e protezioni ma il metodo attuale è, a mio giudizio, peggiore, perché taglia fuori le commissioni parlamentari e le aule con il voto di fiducia. A volte il governo recita a soggetto e dichiara di non conoscere neanche la mano invisibile che nottetempo ha introdotto questo o quel comma a favore di questa o quella lobby. Negli ultimi tre anni il governo ha stracciato non solo le vecchie procedure di bilancio ma anche quelle che ha introdotto esso stesso.  Tutto questo è incostituzionale.

L’attacco alla Presidenza della Repubblica  non può essere considerato un incidente di percorso. Rientra nella sua strategia di riforma istituzionale non di rafforzamento dei poteri del Presidente del Consiglio che, in qualche modo, nel recente passato, era ricercata anche da autorevoli esponenti del Centro-sinistra – anche loro innamorati  del leaderismo e della personalizzazione della politica – ma del rilancio della riforma costituzionale portata a termine sul terreno parlamentare nel 2005 e poi bocciata dal referendum popolare del 2006. Ricordo il modello di governo che detta riforma aveva fatto proprio: “un uomo solo al comando”. Un leader, un programma, una maggioranza garantita in Parlamento. Ricordiamoci che la legge elettorale di Calderoli è anche essa di quel periodo (dicembre 2005) e, in qualche modo, completava  il disegno autoritario di Berlusconi, consentendo la nomina dei parlamentari e, quindi, un Parlamento addomesticato.

Che il Centro-sinistra fosse sostanzialmente d’accordo sulla legge elettorale è provato dal fatto che nei due tormentati anni dell’ultimo governo Prodi la riforma della legge elettorale non è stata posta all’ordine del giorno. Scritti e discorsi dell’allora segretario del partito  democratico Veltroni e dei suoi consiglieri giuridici convergevano su un modello di governo molto simile se non proprio uguale.  In quel modello e nella riforma costituzionale approvata dal Centro-destra non c’era e non c’è la esplicita abrogazione della Presidenza della Repubblica o il passaggio sostanziale alla forma  di Repubblica presidenziale ma c’era il sostanziale svuotamento dei poteri di controllo e garanzia del Presidente della Repubblica come previsti negli artt. 87-89 Cost..

Teniamo conto che storicamente  chi delegittima le altre istituzioni mira ad uno sbocco autoritario. Anche Giulio Cesare non apprezzava le manovre del Senato romano, cercò di abolire la Repubblica ma fu assassinato da Bruto e Cassio. Probabilmente Berlusconi non si rende conto che gli avvenimenti che si stanno svolgendo sulla sponda Sud del Mediterraneo vanno in tutt’altra direzione. Due dei suoi compari sono già caduti e un terzo ha i giorni contati. Probabilmente lui pensa che detti avvenimenti  non lo riguardino. Persiste nella sua deriva autoritaria perché la  sua sarebbe semmai una dittatura più soft. Ma la sostanza è la stessa e sulle sponde del Mediterraneo soffia un nuovo vento.

Recita il primo comma dell’art. 87  Cost. che “il Presidente della Repubblica è il Capo dello Stato e rappresenta l’unità nazionale”. Nel 150mo anniversario dell’Unità le sparate di Berlusconi si qualificano per quelle che sono: farneticazioni di un uomo quanto mai prossimo alla sua lenta fine politica.

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Delle ciance sulle primarie del PD.

4 Gennaio 2011 2 commenti

 Le primarie non sono un progetto politico ma uno strumento di democrazia ha dichiarato un suo autorevole esponente. È vero. Finora, però,  sono servite per dare maggiore legittimazione alle scelte dell’oligarchia centrale. Infatti su indicazione del centro, le primarie hanno confermato le scelte dell’oligarchia e, qualche volta come nel caso di Prodi, la scelta è stata confermata anche in sede elettorale.

 Nel passato quando  le strutture di partito funzionavano meglio erano i congressi di partito che sceglievano i segretari di partito e i candidati  tra i vari esponenti delle correnti che si erano messi in qualche modo in evidenza.

Qual è il problema generale? È quello della competizione e del merito, analogo a quello che dovrebbe valere nel privato e nella società civile, nei partiti e nel sistema politico in generale. Lasciando da parte, da un lato  i piccoli partiti personali e, dall’altra, il partito-azienda dell’imprenditore Berlusconi, il problema si pone principalmente nel Partito Democratico, al momento il secondo partito più grosso del Paese.  Un partito necessariamente plurale in una società fortemente pluralista, nel quale occorre presentare candidati non necessariamente sulla base della quota interna di iscritti e riconoscere una rappresentanza alle varie componenti. Candidati che siano riconosciuti anche da non iscritti e che, comunque, sappiano conquistarsi il consenso più largo ed il rispetto di simpatizzanti e avversari. Se il problema riguardava anche gli altri partiti si poteva pensare ad una disciplina legislativa delle primarie per assicurare l’affidabilità e la correttezza delle procedure o a una riforma elettorale che prevedesse il doppio turno la quale può produrre effetti equivalenti. Ma se il problema è solo del PD, è quest’ultimo che deve decidere se mantenere la scelta all’interno delle sue strutture o allargarla alla eventuale coalizione che intende guidare o estendere la partecipazione a chiunque volesse parteciparvi.

Giovanni Sartori sul Corriere della Sera del 3 u.s. fa un’analisi interessante della problematica e sostiene che negli USA i partiti sono deboli e sono scelti dagli uomini politici. Anche in Italia i partiti sono deboli e gli uomini politici si impadroniscono di essi. Negli USA i partiti politici sono deboli, sono prevalentemente macchine elettorali e sono contendibili. In Italia sono deboli ma non sono contendibili specie se si considera che il meccanismo pubblico di finanziamento consolida il potere di chi, per un motivo o per un altro, ne ha acquisito il controllo. Il punto toccato da Sartori è molto delicato e merita qualche osservazione. Non basta dire che “agli italiani delle primarie non importa un fico secco”. Il problema fondamentale è che se la guida dei partiti non è contendibile, se non si pratica il metodo democratico nella vita interna dei partiti, non c’è concorrenza democratica neanche nel sistema politico complessivo. In fatto,

c’è una correlazione tra attività interna dei partiti e  sistema elettorale che forse è sfuggita a Sartori. Se si considera infatti  che da un lato c’è un partito aziendale e, dall’altro lato, c’è un PD che non ha saputo rinnovarsi a sufficienza  nella sua classe dirigente, si capisce poi come anche la dirigenza di quest’ultimo non abbia cercato di modificare la legge elettorale del 2005 che consente di nominare i parlamentari o i rappresentanti in tutte le assemblee legislative e amministrative. Di recente, il PD si è ravveduto sulla legge elettorale e,  proprio per questo, la questione delle primarie o della concorrenza è importante e merita un approfondimento.  A mio giudizio, si  richiede una disciplina legislativa dei partiti specialmente ora che essi beneficiano di generosi contributi pubblici. Si richiedono nuove regole.  Come noto, la questione fu affrontata in sede costituente nella fase di elaborazione dell’art. 49 Cost dove si afferma che “tutti i cittadini hanno diritto di associarsi liberamente in partiti per concorrere con metodo democratico a determinare la politica nazionale”. Si discusse allora su che cosa si dovesse intendere per “metodo democratico” ed, in particolare, se questo dovesse applicarsi  anche nella vita interna dei partiti. A questa estensione si opposero tra gli altri anche gli On. Togliatti e Marchesi – giocando anche  sulla correlazione con l’art. 18 sul “diritto dei cittadini di associarsi liberamente, senza autorizzazione , per fini che non siano vietati ai singoli dalla legge penale”. E così un emendamento al testo della commissione proposto dall’On. Mortati, secondo cui i partiti dovevano “uniformarsi al metodo democratico nell’organizzazione interna  e nell’azione diretta alla determinazione della politica nazionale”, alla fine, venne ritirato. Ma allora come oggi, non viene colta un’altra correlazione, quella con l’art. 51 Cost,  secondo cui “tutti i cittadini dell’uno e dell’altro sesso possono accedere agli uffici pubblici e alle cariche elettive in condizioni di eguaglianza, secondo i requisiti stabiliti dalla legge”. Ora se i partiti o le associazioni sono strumenti essenziali per la vita democratica del Paese e se essi hanno altissimi costi di transazione – come è comprovato dal finanziamento pubblico – è chiaro che la libertà di associarsi riconosciuta in pieno dalla Costituzione, in pratica va a cozzare contro una barriera finanziaria che viene riconosciuta solo ex post. Non  c’è vera competizione democratica esterna se da un lato ci sono partiti monopolistici, oligopolistici o personali che controllano l’offerta politica e dall’altro singoli cittadini che possono sempre liberamente associarsi e costituire un partito  ma che difficilmente riusciranno a contendere ad armi pari il potere e le macchine organizzative di quelli più grossi. In queste condizioni, in pratica, non ci sono condizioni di eguaglianza tra chi è cooptato dal sistema oligarchico esistente  e chi potrebbe o vorrebbe conquistarsi  un nuovo spazio e  nuovi consensi.

Se poi lo scopo fosse quello di assicurare un’alternanza non solo tra le diverse coalizioni al governo ma anche tra i diversi iscritti alla guida dei partiti, perché non prevedere regole che vietino più di due mandati non solo nelle cariche elettive ad ogni livello  ma anche nelle cariche interne dei partiti. Se si volesse veramente un  rinnovamento generazionale, queste ultime potrebbero essere adottate con semplici modifiche statutarie. Sarebbe questo un modo per cominciare ad attuare sul serio sia l’art. 49 sia l’art. 51 sopra citati. La verità è che concorrenza, meritocrazia e competizione democratica, al di là delle previsioni costituzionali, in Italia non sono generalmente bene accolte né nel settore privato né in quello pubblico.

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Non è questione di appartamenti ma di democrazia.

27 Settembre 2010 2 commenti

Da tempo molti commenti di autorevoli editorialisti, fingendo di rispondere a domande dei lettori, si chiedono se è normale  che la vicenda di un appartamento da 55 mq a Montecarlo possa dominare per mesi interi le cronache dei giornali e degli altri media di un paese come l’Italia  che ama considerarsi tra i primi dieci del mondo. No. Non è normale! Molti ritengono che la questione sollevi comunque dubbi sulla credibilità e reputazione della terza carica dello Stato. Altri ignorano che i due giornali della famiglia Berlusconi hanno almeno un precedente significativo come quello riguardante Boffo il direttore dell’Avvenire, organo della Conferenza episcopale italiana. Pochi si rendono conto che questo è parlare d’altro per nascondere la vera materia del contendere.  All’indomani della diffusione di un videomessaggio da parte del Presidente della Camera (25.09.10)  si distingue un editoriale di Sergio Romano sul Corriere della Sera “Più in basso è difficile”, che la dice lunga sulla posizione c.d. terzista di questo giornale. Secondo Romano,  il paese è affetto da una sorta di schizofrenia. “quando discute di politica o scende in campo come militante per un partito o un movimento, l’italiano esprime giudizi radicali, denuncia situazioni intollerabili, minaccia azioni violente, propone soluzioni estreme. Quando organizza la sua vita, amministra i suoi soldi e fa le sue scelte quotidiane , è generalmente un buon calcolatore dei costi e dei benefici di una qualsiasi decisione, piccola o grande, che attenga ai suoi personali interessi”. Insomma, gli italiani sono tutti affaristi. Seguono le evidenze sulla ricchezza degli italiani e altre considerazioni di contorno.   Nel contesto del pezzo, è evidente che questa osservazione si riferisce anche al comportamento di Fini e della sua attuale famiglia acquisita. E, infatti, nel suo videomessaggio del 25 u.s., Fini ammette qualche ingenuità o leggerezza, promette di dimettersi se fosse provato per tabulas che la casa di Montecarlo appartiene al cognato. In sostanza, fa un discorso sostanzialmente conciliante con il premier. Ha detto, inoltre, che non c’è stato cattivo uso del denaro pubblico. Come noto, l’appartamento è arrivato ad AN da una donazione di una ricca signora che credeva nella causa. Su questo punto vorrei fare una prima osservazione scarsamente tenuta presente  dagli editorialisti e commentatori. Se i partiti, secondo la Costituzione, sono pilastri essenziali della nostra democrazia, non si può sostenere che le risorse che ad essi affluiscono dai privati siano un fatto privato. L’approvvigionamento  e l’utilizzo dei fondi  dei partiti, per noti motivi, deve esser sottoposto al massimo di trasparenza e di correttezza se ai mali del populismo non vogliamo aggiungere quelli della plutocrazia.

La seconda osservazione riguarda proprio l’ennesimo chiarimento di Fini che è una mezza confessione di colpevolezza non proprio sulla linea “così fan tutti” ma di quelle che non fanno chiarezza del tutto rispetto ad una situazione avvolta da diversi veli societari particolarmente opachi come sono quelli delle società offshore costruite volutamente per nascondere i veri proprietari. E tuttavia è un fatto che il cognato ha in affitto l’appartamento. Ma se uno pensa alla casa dell’ex ministro  Scaiola, in parte pagata a sua insaputa, alle ristrutturazioni graziosamente fatte con fondi pubblici, alle dimissioni “spontanee” del sottosegretario Brancher,  alle consulenze elargite alle mogli, ai parenti e agli amici degli amici,  e ad altre più importanti accuse che gravano su componenti di questo governo a partire dalle vicende di corruzione dei giudici da parte di emissari  dell’attuale primo ministro, si pone inevitabilmente una questione di etica pubblica e di proporzionalità delle pene, che non va affatto trascurata se questo paese vuole trovare la strada per uscire dalla palude melmosa in cui è sommerso.  L’uomo più perseguitato del mondo – come lui stesso si definisce – non ha fatto un solo giorno di galera o di arresti domiciliari ma li hanno fatti  gli altri tra cui suo fratello e suoi  importanti collaboratori come l’Avv. Previti. Il Presidente Fini è stato sottoposto a campagne giornalistiche di discredito  che certamente gli hanno provocato grande afflizione fin da quando nell’aprile scorso osò dissentire con  il premier in pubblico nel corso della direzione del PdL e ancora più pesantemente da quando, nel luglio scorso, in pratica è stato espulso dal PdL senza l’ombra di un contradditorio.

Terza osservazione. Non è una questione di appartamenti venduti irregolarmente o a prezzi di favore. È una questione di potere non solo nel PdL ma soprattutto nel governo e nelle altre istituzioni.  La disputa tra Berlusconi e Fini nasce dalla diversa visione del mondo e del potere. Berlusconi è guidato dal modello “un uomo solo al comando”, ossia, un capo, un programma, e una maggioranza blindata. La sua è una rozza trasposizione di un  vecchio modello aziendale nella politica e nelle istituzioni, dove deve comandare uno solo e tutti gli altri devono obbedire a chi ha avuto l’investitura diretta del popolo. Chi non rispetta questo principio è un fellone. Non è più un amico ma un nemico che va sconfitto o annientato con tutti i mezzi a disposizione – leciti o illeciti. E della legittimità dei mezzi utilizzati è lui, l’eletto dal popolo, che può giudicare.  Si scrive molto di dossieraggio ma sarà difficile ottenere le prove ma l’obbiettivo resta quello di distruggere il nemico. E Berlusconi, tycoon dei media – come viene spesso definito  dalla stampa estera –, ha ben altri mezzi a disposizione con i quali , direttamente o indirettamente influenzare l’opinione pubblica e gli opinionisti. 

Molti scrivono di aria torbida e di atmosfera desolante; parlano di Fini, della famiglia Tulliani che si sarebbe arricchita alquanto velocemente; insinuano pensieri maliziosi  ma lasciano in ombra il motivo vero per cui tutto ciò sta accadendo. Berlusconi perde consensi; vede sempre meno probabile assicurarsi uno scudo giudiziario che lontano dai processi a vita; vede grosse difficoltà a mantenere la maggioranza; vede il terreno che gli frana sotto i piedi;   ha perso l’appoggio della Chiesa per via dei suoi comportamenti disdicevoli; sta perdendo quello della Confindustria che non beve più la storiella “ siamo usciti dalla crisi meglio degli altri e siamo più forti di prima”. Non esita a usare qualsiasi  mezzo per distruggere la figura di Fini nella speranza che, una volta distrutto il leader di FeL, molti dei finiani tornino all’ovile e gli restituiscano la maggioranza che aveva vinto nelle elezioni del 2008. Dopo tutto, secondo Berlusconi, tutti hanno un prezzo e da uomo con mezzi abbondanti, con le buone o le cattive, pensa di potersi comprare i voti che gli servono. I prossimi giorni o mesi ci diranno se la classe dirigente e gli opinion makers vorranno prendere atto che in questo paese c’è una fondamentale questione di democrazia oltre che di etica pubblica. E i grandi editorialisti del più grande giornale italiano farebbero bene a parlare chiaro e smettere di fare i terzisti.

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L’ineffabile leggerezza dell’On. Veltroni.

27 Agosto 2010 2 commenti

Veltroni scrive agli italiani perché ha preso quasi 14 milioni di voti e perché, dopo la batosta, si è dimesso dalla carica di segretario del PD. Non è andato in Africa né si è ritirato dalla politica attiva. Lui è un professionista. Ha oltre 30 anni di carriera e soprattutto ha ancora cose da dirci. Ci dice che la linea di demonizzare Berlusconi è sbagliata, che non è il caso di costruire sante alleanze contro il Sultano e che, in buona sostanza, bisogna dialogare con lui per convincerlo a essere ragionevole.

Ma come si può dialogare serenamente con chi, dopo la caduta del Muro di Berlino e l’implosione dell’Unione Sovietica, scende in campo e vince per tre volte le elezioni su un ticket anticomunista? Delegittimando continuamente  la magistratura e, negli ultimi due anni, tutta la pubblica amministrazione. Come si possono fare accordi con chi non li vuole fare ed usa i dossier veri o falsi per distruggere il “nemico” anche interno al suo partito? Chi ha fatto fallire la Bicamerale presieduta dall’On.  D’Alema? Chi ha sposato come ideologia fondante la logica amico-nemico (Carl Schmitt) mentre la sinistra postcomunista – più precisamente la maggioranza degli ex compagni del PCI – mandano in soffitta la lotta di classe? Ma questa è archiviata veramente da parte di tutti? E Rifondazione Comunista? E i 2-3  partiti minori che non rinunciamo a chiamarsi comunisti?

Si rende conto Veltroni che la logica amico-nemico è equivalente alla lotta di classe  alla rovescio? Questi schemi riflettono culture politiche egemoniche del Secolo Breve: comunismo, anticomunismo, fascismo, nazionalsocialismo che hanno provocato  tragedie senza precedenti. Per archiviare il suo passato giovanile di comunista a Veltroni è bastato sostituire il ritratto di Berlinguer con quello di Bob Kennedy ma a milioni di persone e militanti dell’uno o dell’altro schieramento tale operazione non è bastata, anche perché non pochi avevano morti in casa da onorare. Veltroni non lo capisce e continua a fare il buonista o l’evangelico: porge l’altra guancia. Dice che il maggioritario in Italia non ha funzionato per via dell’anomalia Berlusconi. Ha avuto anche l’opportunità di sperimentare direttamente il suo approccio dialogante ma il suo avversario non l’ha neanche riconosciuto come avversario. Ci ha provato ma ha fallito e ha riconsegnato il paese a Berlusconi. Ha rifiutato alleanze o apparentamenti con la c.d. sinistra radicale  e ha impedito che questa avesse una qualche rappresentanza parlamentare. Rivendica come un successo personale di aver preso quasi 14 milioni di voti ma non lo sfiora il dubbio che molti hanno votato obtorto collo per la coalizione di Centro-sinistra perché non avevano un’alternativa per via del sistema elettorale. Non lo sfiora il dubbio che altri hanno votato non per la sua bella faccia ma per l’organizzazione che gli stava dietro e tantissimi altri si sono astenuti. Prodi aveva vinto  per la seconda  volta ma a lui non piaceva rimanere sempre in seconda linea. La sua smisurata ambizione gli ha annebbiato la vista nell’autunno 2007. Lui era  un ambizioso esponente del partito dei sindaci irresponsabili il cui motto era: chi sa governare una grande città può governare il paese. Veltroni ha male amministrato la capitale d’Italia lasciando un debito pubblico quasi il doppio di quello della Regione Lazio. Saggiamente Alemanno ha rifiutato di gestirlo e con un escamotage è riuscito a farne commissariare la  gestione. È stato aiutato dal Gran Maestro della finanza creativa italiana Giulio Tremonti. È stato Veltroni a scegliere Marrazzo come presidente della Regione e così il Centro-sinistra, alla fine, ha perso anche la Regione. Come si spiega? Il boss di turno della politica romana controlla anche la Regione e la Provincia. La riprova? La signora Rauti, moglie del sindaco Alemanno, ambiva a far politica in prima persona. È stata subito accontentata. E’  stata inclusa nel listino della Polverini  e ora siede nel consiglio regionale. Come sono usciti i dossier su Marrazzo? Se l’è chiesto Veltroni?

Non pago dei risultati conseguiti nell’amministrazione della capitale, Veltroni va all’elezioni e perde. Aveva promesso di andarsene in Africa ad aiutare i diseredati di quel continente ma ha tradito anche questa promessa.  Ora torna con un discorso marinettiano e  di alta retorica populista. Scrive non al Direttore del Corriere ma agli italiani, al Suo meraviglioso Paese. Saggiamente ha evitato la parola popolo, riservata a Berlusconi. Si tratta di una lettera lunghissima, piena di belle frasi, che fa intravedere agli addetti ai lavori alcune cose interessanti ma ne nasconde altre essenziali. Ho già menzionato la sua preferenza per il maggioritario che non ha funzionato per via di Berlusconi non perché in Italia è una società pluralista nelle idee e nei valori, in forte declino civile ed etico, con una classe dirigente pubblica e privata deresponsabilizzata e dove le cricche di ogni tipo la fanno da padrone. Non dice una parola sul sistema elettorale. Sappiamo che a lui la porcata di Calderoli va bene. Non dice nulla sulle riforme costituzionali e la forma di governo che vuole. Mi correggo lo dice: vuole una repubblica forte e decidente. Sappiamo che in realtà il suo modello è lo stesso di quello di Berlusconi: un leader, un programma e una maggioranza (blindata). In sostanza, “un uomo solo al comando”,  come nei municipi e nelle regioni. Non dimentichiamo che è stato Sindaco di Roma e autorevole esponente del partito dei sindaci irresponsabili. Ma il governo del Paese non è il municipio della capitale. Veltroni ha una grande capacità di semplificazione. Lui vuole una democrazia forte e decidente o decisionista di craxiana memoria. Certo da sindaco lui mandava i fiori alle vecchiette che compivano cento anni ma aveva anche risanato le periferie di Roma. Ora scopriamo che Alemanno addirittura vorrebbe radere a suolo Tor Bella Monaca. È evidente che mentono entrambi platealmente. L’uno aveva restaurato con una grande archistar l’Ara Pacis l’altro vuole cancellare le modifiche e il muro di protezione.

Ma  seguiamone le argomentazioni più forti. “in una società globale una democrazia che non decide è destinata a soccombere…..”una repubblica forte e decidente.. comporta profonde e coraggiose innovazioni, nei regolamenti delle Camere, nell’equilibrio dei poteri tra governo e Parlamento, nelle leggi elettorali, nella riduzione dell’abnorme peso della politica, nella soppressione di istituzioni non essenziali”. Magari abolendo la magistratura ordinaria e contabile!? Al di là dell’ironia, detto così può sembrare tutto ragionevole e, invece, no. Perché supposto che si facessero al meglio tutte queste riforme, esse non basterebbero. Dette riforme riguardano la democrazia interna. In Italia la democrazia funziona male non perché mancano le leggi o le regole ma perché gli italiani non le rispettano, se le mettono sotto i piedi.  Ricordo continuamente che in Inghilterra non c’è una costituzione scritta, eppure è considerato il paese di più antica democrazia. Nessuno propone di introdurre una costituzione scritta e, non a caso, gli inglesi hanno criticato aspramente il lungo e complesso Trattato costituzionale europeo.

Tirare  in ballo la globalizzazione senza però dire una sola parola sull’Unione europea è profondamente errato. Anche lui continua a ragionare con il modello di stato nazionale di stampo ottocentesco troppo piccolo per affrontare i problemi globali e troppo distante per occuparsi dei problemi della gente. Veltroni non si rende conto che, alla luce della costituzione europea, i governi nazionali possono essere appropriatamente considerati alla stregua dei governi regionali e, presi ad uno ad uno, sulla scena internazionale contano poco o nulla. Purtroppo anche lui,  come tanti altri, è in preda ai rigurgiti nazionalisti per cui tutti i leader europei resistono ad oltranza ad accettare una progressiva riduzione del loro ruolo.  Chi ha risolto il caso greco ? un solo governo nazionale o l’UE sia pure con qualche mese di ritardo? Certo nella concertazione, la Merkel vi ha avuto un ruolo significativo da prima donna nonché di freno ma, in buona sostanza, la crisi l’ha risolta la co-decisione  o cooperazione di organismi collegiali europei ed extra-europei come il Consiglio europeo, la Commissione, l’Eurogruppo, l’Eurofin, il FMI. Dov’è il leader in tutti questi organismi che condividono poteri e responsabilità? Quando vogliono o vi sono costretti i leader riescono a prendere le decisioni giuste! Veltroni – come Berlusconi – continua a ragionare con le categorie dei leader decisionisti, della politica personalizzata. Di nuovo, eccesso di semplificazione o costruzione dell’immagine? Il controllo dei media non consente di farlo a prescindere dal merito effettivo?

Tornando all’Italia di oggi. “Cosa sta succedendo agli italiani? Abbiamo trascorso la più folle e orrenda estate politica che io ricordi – dice Veltroni. Una maggioranza deflagrata, un irriducibile odio personale e politico tra i suoi principali contraenti, toni e giudizi che si scambiano non tra alleati ma tra i peggiori nemici. E poi dossier, colpi bassi, una orrenda aria putrida di ricatti e intimidazioni che ha messo in un unico frullatore informazione, politica e forse poteri altri costruendo un mix che non può non preoccupare chi considera la democrazia come un insieme di regole, di valori, di confini”. Bene, bravo! Ma perché non dice chi è il protagonista principale di tutto questo? Non è quello con cui lui ha tentato di dialogare direttamente e inutilmente? Il PD viene criticato perché sta a guardare. E che cosa avrebbe potuto fare se anche le prediche del Presidente della Repubblica rimangono inascoltate? Di che cosa si meraviglia, lui che,  quale membro della Commissione antimafia, ha fatto dichiarazioni interessanti sulla presunta trattativa tra pezzi deviati dello Stato e mafia e ora, di nuovo, li evoca? Parli se sa qualcosa di concreto! Chi è che, non da oggi, utilizza dossier di dubbia provenienza o addirittura ha voluto una Commissione parlamentare di indagine c.d. Mitroskin? Forse Veltroni ha la memoria corta e allora, implicitamente e masochisticamente, sembra riconosce al Centro-destra riformismo e innovazione mentre il Centro-sinistra viene dipinto come conservatore e arroccato a difesa dell’esistente.

Tornando all’Italia di sempre, pluralista, divisa a lungo in due Chiese, con forze laiche e socialiste minoritarie, stenta a rimuovere le sue culture comuniste, anticomuniste e ad assumere un comune spirito laico e repubblicano.  Per questi motivi, non ci sono le condizioni per un maturo maggioritario. Perché non cresce come vorremmo il progetto del PD voluto anche da lui? Perché non è bastato cancellare dallo Statuto – come lui ha voluto – la parola socialista perché si compiesse l’amalgama con i cattolici di sinistra? Non basta dire che la Destra e la Sinistra non esistono più. Per fortuna – direi – ci sono ancora ma manca quel minimo di regole e valori condivisi che consente ad una democrazia di funzionare chiunque sia al governo.

Abbiamo una costituzione europea ma dei valori e dei principi in essa codificati non si è tenuto conto né al momento della riforma del Titolo V né al momento della riforma di tutta la II Parte della Costituzione e così ci troviamo a discutere inutilmente dell’artt. 1 e 41 che, secondo la Destra, rifletterebbero visioni da democrazia popolare di stampo sovietico. Come si fa a dialogare seriamente con chi ritiene che la I Parte della Costituzione riflette un mondo che non c’è più, addirittura, il Patto di Yalta?

Manca il progetto generale condiviso. Non ci sono valori condivisi da tutti. Non ci sono valori condivisi da tutti all’interno dei due schieramenti. E il sistema maggioritario tende ad accentuare o a sfruttare tali diversità. In Italia, il sistema maggioritario spacca in due il nucleo moderato del paese e lo mette alla mercè delle ali radicali dei due schieramenti. Inoltre, non c’è in Italia un signore che ha fatto dell’antipolitica un modo per conquistare il potere?   Non c’è in questo momento  una lotta senza quartiere all’interno   del Centro-destra per conservare questo potere tutto intero in testa ad una sola persona? Ma dice Veltroni, dimentico della premessa su cui ha costruito i suoi superficiali ragionamenti: “L’Italia è un paese meraviglioso. Amare l’Italia e gli italiani dovrebbe essere una pre-condizione per partecipare alla vita politica”. Alice nel paese delle meraviglie! Si noti l’assonanza con il Partito dell’Amore del suo avversario. Certo l’Italia è un paese bello ma gli italiani sono quello che sono da duemila anni a questa parte. Gli italiani non sanno stare in squadra. Il nostro spirito repubblicano è molto raro ed il nostro senso civico molto scarso. Perseguiamo l’interesse particolare anche a scapito di quello generale.  Se serve un rinnovamento culturale, bisogna sapere  che questo richiede tempi lunghi e, quindi, non basta che Berlusconi si ritiri perché tutto torni a funzionare in modo “meraviglioso”. Non è mai successo e non succede in tempi normali. È stato detto – e secondo me è vero – che gli italiani danno il meglio di sè nelle tragedie che magari si sono procurati da soli. Certo l’Italia e gli italiani hanno grosse potenzialità ma di certo non hanno un progetto condiviso né una classe dirigente all’altezza del compito. E anche il brillante e suadente Veltroni è un esponente di questa classe. Non di quella che servirebbe.

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Sovranità popolare e art. 67 della Costituzione.

Secondo Piero Ostellino , Corriere della Sera del 23.08.10, la sovranità passa  attraverso il voto. Lui parla di governo eletto e usa il caso inglese. Ma questo è un modello diverso dal nostro. Secondo me, in Italia si può ragionevolmente discutere sul soggetto destinatario della delega.  A chi passa? Alle assemblee legislative o solo al I ministro designato nella scheda elettorale?  Entrambe le ipotesi sono legittime ma devono essere codificate nella Costituzione e non semplicemente in una legge elettorale ordinaria modificabile dalla maggioranza di turno. Se si ammette questa ultima ipotesi,  facilmente si scivola nella c.d.  dittatura della maggioranza e tutto il sistema legislativo precipita nell’instabilità, come già avvenuto non solo con quelle elettorali ma con molte leggi che vengono riscritte a ogni cambio di maggioranza. A prescindere dai destinatari (parlamentari e/o governo eletto), occorre qualificare il concetto di sovranità che oggi non si trasferisce solo con il voto ogni 4-5 anni. Questa visione  è storicamente in parte superata e asfittica. Non funziona bene una democrazia dove i cittadini votano, delegano e si mettono da parte. Intanto viviamo società molto complesse e, invece, i programmi elettorali sono di norma generici, vaghi e per molti aspetti convergenti – in Italia per la verità molto divergenti. Se si lasciano da parte gli elettori per tutta la durata della legislatura, si lascia alla maggioranza o al premier troppa discrezionalità. Nelle democrazie più avanzate , si cerca di passare dalla partecipazione al voto a istituti di democrazia diretta e deliberativa sia attraverso referendum propositivi e non solo abrogativi, sia attraverso altre forme di coinvolgimento diretto nel processo decisionale di forze sociali organizzate, gruppi di interesse organizzati, lobby,  di comunità qualificate interessate a certi problemi  vuoi perché se ne occupano professionalmente o perché si tratta di questioni di interesse generale che implicano delicati e complessi problemi ( anche eticamente sensibili)  e/o intergenerazionali. È troppo semplice dire: si vota, si delega e i delegati facenti della maggioranza risolvono tutti i problemi. Servono forme sofisticate di consultazione e concertazione. Peraltro la tecnologia già oggi offre tutti gli strumenti per poterlo fare ma, nel  nostro pseudo regime plebiscitario, discutiamo vanamente l’idea o il modello di un uomo solo al comando, del capo supremo che a tutto pensa e provvede. Tutti si devono piegare al suo volere. I suoi ordini vanno sempre e comunque eseguiti anche se illegittimi. Senza ricordare che nello Stato di diritto persino un ordine ritenuto illegittimo di una gerarchia militare non va eseguito. Se si accettasse l’idea che solo il programma generico,  vago e  “votato” dagli elettori è quello da attuare senza correzioni o integrazioni, non avrebbe senso eleggere un migliaio di parlamentari. Basterebbe un ristretto Consiglio del Sultano.

Anche Ostellino chiama in causa l’art. 67 della Costituzione quello che non prevede un vincolo di mandato per i parlamentari  per dire che è proprio quest’articolo che “esautora il popolo della sua sovranità, in quanto ne affida l’esercizio alla discrezionalità dei suoi rappresentanti, conferendo istituzionalmente un carattere elitario, oligarchico, trasformista e autoritario alla democrazia rappresentativa così intesa”.

I rappresentanti del popolo che usano la discrezionalità sarebbero quindi degli oligarchi, dei trasformisti e autocrati. Ma se la democrazia moderna è nata proprio per rompere il monopolio e l’oligopolio del potere? E che liberale è quello che toglie ogni discrezionalità al singolo parlamentare? Che razza di democrazia è quella che prevede una esecuzione automatica e meccanicistica di un programma elettorale vago ed ambiguo che, ad un’analisi più attenta, si riveli non idoneo a risolvere il problema per il quale era stato studiato oppure perché è idoneo a risolvere quel problema ma ne crea altri che prima non erano stati previsti?

Parole grosse ed inappropriate perché delle due l’una: o si crede nella democrazia diretta tuttora praticata in molte piccole comunità elvetiche – dove si vota nella piazza del villaggio per alzata di mano –  oppure si deve accogliere con tutti i limiti una via intermedia tra la democrazia rappresentativa di massa (con ampio uso della delega) e la dittatura. In ogni caso,  non mi sembra ragionevolmente sostenibile che il monopolio  sia meglio dell’oligopolio.   Certo se l’oligopolio è collusivo può essere equivalente al monopolio ma se è competitivo è molto meglio del monopolio. Ma questa è roba che si discuteva 80-90 anni fa. Oggi, come detto sopra, se in Italia si dovesse prendere sul serio l’idea di restituire al popolo la piena sovranità che gli è stata tolta, allora bisognerebbe suggerire tra l’altro una modifica dell’art. 67 che  prevedesse la revoca del parlamentari e dei leader che radicalmente tradiscono il programma o il mandato che gli è stato affidato. Sarebbe bello mandare a casa Berlusconi  perché non ha mai ridotto le tasse come promette da 16 anni o no?

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Costituzione materiale e sovranità popolare.

L’altro ieri il Direttivo del PdL, alias, il Gran Consiglio del Sultano ha confermato i 4-5 punti programmatici del governo. Punti generali ed essenziali  come quelli da campagna elettorale e, su di essi, Berlusconi  proporrà la fiducia alla ripresa dell’attività parlamentare. I finiani hanno detto che, in questi termini,  vanno bene e voteranno la fiducia. È ovvio che poi occorrerà valutare gli articolati di legge. E lì l’accordo potrebbe saltare o rivelarsi più difficile. In conferenza stampa,  il Sultano ha confermato che non ci sono margini di trattativa: prendere o lasciare e che il PdL è contrario a riformare la legge elettorale del 2005, la c.d. porcata di Calderoli. A quanti nei giorni scorsi hanno discusso e argomentato sul concetto e sulla sede della sovranità popolare secondo la costituzione formale e quella materiale vorrei ricordare il caso americano. Premesso che il PdL utilizza il concetto ad usum delfini e quindi in maniera non attendibile, ricordo che nella Costituzione americana c’è la netta separazione dei poteri. Congresso e Presidente sono eletti direttamente dal popolo ma nessuno dubiterebbe che la vera ed autentica sede della sovranità sia il Congresso. Originariamente, ossia ancora al tempo delle monarchie assolute, nelle intenzioni dei padri fondatori americani, il Presidente doveva sostituire la figura del monarca, essere la persona con la quale la gente potesse identificarsi, essere la più alta carica dello Stato che, alla pari, ricevesse i capi di Stato o re di altri Paesi. Come noto, negli USA l’iniziativa legislativa è condivisa tra Congresso e Presidente. Questi devono mettersi d’accordo se vogliono vedere le loro iniziative legislative arrivare a buon fine. Il Presidente ha un potere di veto sulle leggi di iniziativa parlamentare che non condivide. Il Congresso, a sua volta, può non approvare leggi di iniziativa presidenziale. Non di rado, avviene che le due camere con identici poteri e il Presidente partano con testi diversi che poi attraverso negoziati vengono unificati. Anche negli States, in linea di prassi o di costituzione materiale, molte leggi sono di iniziativa presidenziale e la loro approvazione dipenderà dall’abilità del Vice-presidente che presiede il Senato oltre che dal colore politico della maggioranza e del presidente della Camera. In ogni caso, il Presidente deve guadagnarsi il consenso del Senato e della Camera e tutti sanno come ciò possa essere particolarmente difficile quando capita che il Presidente non ha una maggioranza nell’una o nell’altra Camera o in entrambe perché non c’è nessun meccanismo che assicuri automaticamente l’omogeneità della maggioranza parlamentare con quella del Presidente. Anzi le elezioni di mid term ( a metà del mandato presidenziale) sembrano volere assicurare il contrario o, quanto meno, prendere atto degli eventuali cambiamenti di orientamento da parte degli elettori. Come se tutto questo non bastasse a complicare le cose, bisogna tener presente la natura complessa dei due grandi partiti americani: quello democratico e quello repubblicano. Sia nell’uno che nell’altro ci sono ali conservatrici e  progressiste.  Non di rado, leggi importanti riguardanti i diritti civili o grosse questioni economiche, la politica estera, della difesa, ecc. sono approvate con accordi bipartisan tra le ali moderate dei due partiti. Nessuno grida allo scandalo o parla di inciuci.  Nei casi in cui non c’è omogeneità di indirizzo politico e non c’era ad esempio con Clinton, a nessuno viene di pensare che la Costituzione sia sbagliata e vada modificata perché non produce una maggioranza per il Presidente. In Italia, invece, se i risultati elettorali  non sono quelli desiderati o dalla maggioranza o dall’opposizione, si dice che la legge è sbagliata perché non assicura la stabilità o l’efficienza del sistema. A nessuno viene di pensare che le preferenze dei cittadini possono essere così diversificate da non produrre una maggioranza omogenea e stabile per tutta la durata della legislatura. Le preferenze possono cambiare prima.

Non c’è dubbio che in Italia la costituzione formale prevede una Repubblica parlamentare  e che il governo deve avere la fiducia del Parlamento. Nella riforma del 2004-05 era previsto che il governo non avesse un rapporto fiduciario con il Senato federale come nel sistema americano dove il Presidente viaggia autonomamente senza un rapporto di fiducia né con la Camera né con il Senato. Alcuni saccenti parlarono di modello Minotauro. Ma veniamo ai cambiamenti della costituzione materiale in Italia. Anche prima del Berlusconi 1(di una sola estate), il  governo aveva espropriato il Parlamento dell’iniziativa legislativa e si riteneva, in modo trasversale, che si dovesse assicurare la sua stabilità nella legislatura – prerequisito essenziale  per la governabilità. Si era già approvata la legge per le direzione diretta dei sindaci e dei presidenti delle province (l. n. 81/93) e si parlava molto del modello Sindaco d’Italia. Poi si approvò la legge per l’elezione diretta dei governatori delle regioni (l. n. 43/95) e si pensava di applicare questo modello al governo nazionale. Con le leggi citate, si assicurò certo la stabilità dei sindaci e dei presidenti, ma di buon governo se n’è visto poco specialmente in certe latitudini. Ad un certo punto ci si rese conto che per il governo nazionale non andava bene la soluzione regionale – per me profondamente sbagliata – di concentrare tutti i poteri nel governatore. Finché si tratta del Molise può ancora andare,  ma quando uno pensa alla Lombardia una delle regioni più ricche d’Europa e con nove milioni di abitanti, concentrare tutto il potere in una sola persona mi sembra eccessivo e pericoloso. Analogo il mio discorso per l’elezione diretta del Sindaco. La legge può andare bene per i piccoli e medi comuni ma non per quelli grandi. Il modello un uomo solo al comando è superato persino nelle piccole e medie imprese che operano in un contesto competitivo e di economia aperta. In maniera più o meno condivisa, per il livello di governo nazionale si decise di ricorrere ad un escamotage: quello di arrivare ad una designazione del Presidente del Consiglio all’interno della scheda elettorale in assenza di una vera e propria riforma della forma di governo. Escamotage era e tale è rimasto. Ma Berlusconi non la pensa così e ritiene che ci sia stato un grosso  cambiamento della costituzione materiale in particolare con riguardo ai poteri del Presidente del Consiglio. Il quale riceverebbe una investitura diretta dal popolo e risponderebbe solo al popolo delle libertà. Berlusconi nasce come capo di un’azienda inizialmente familiare e in questa non c’è neanche la formalità di una vera e propria assemblea degli azionisti.  Al diavolo, quindi, la costituzione formale e i riti della democrazia parlamentare. Se per un motivo o per un altro, lui viene a perdere la maggioranza, lui il Sultano non accetta di dimettersi. Lui scioglie il Parlamento come può fare il governatore di una Regione con il suo consiglio regionale. È chiaro che una tale interpretazione del sistema non è accettabile e se dovesse essere accolta in fatto la deriva autoritaria che ha caratterizzato i governi Berlusconi si tradurrebbe in una vera e propria fuoriuscita dal sistema liberaldemocratico e rappresentativo. Entreremmo in un regime c.d. plebiscitario, nella sostanza, in una dittatura. Anche nella dittatura si mantiene qualche larva di rappresentanza allargata ma il Parlamento non sarebbe più la sede della sovranità popolare. In buona sostanza, è il modello che in maniera condivisa si è adottato per i governatori delle Regioni dove i consigli regionali contano poco o punto perché, ipocritamente, si è adottato il principio “simul stabunt simul cadunt”.

Nella stessa logica, Berlusconi nel 2005 aveva fatto approvare dopo 4 letture e 2 anni di lavoro e a colpi secchi di maggioranza la riforma di tutta la seconda parte della Costituzione. Un leader, un programma ed una maggioranza (blindata). In quella riforma – poi bocciata dal referendum popolare – era previsto appunto che se il leader  avesse perso la maggioranza della Camera egli poteva scioglierla. Ma in nessuna costituzione avanzata al leader eletto direttamente viene dato tale potere. Non ce l’ha il Presidente degli Stati Uniti non ce l’ha  il premier inglese che può fare solo la proposta di scioglimento.  Per il Regno Unito,  non ricordo casi in cui la Regina abbia respinto la proposta. Il confronto con il caso inglese non regge anche perché per lunga prassi costituzionale il leader del partito che vince le elezioni automaticamente va a Downing Street e non si pone il problema della costituzione formale perché quest’ultima non c’è.

Tornando a casa nostra, conviene ricordare che la legge elettorale restava fuori dalla riforma della II parte della Costituzione ma essa veniva prontamente riformata  a parte per assicurare comunque una maggioranza omogenea al leader in entrambe le Camere e nell’imminenza della scadenza della legislatura.  L’assenza di partiti ben strutturati sull’uno e sull’altro fronte ha in fatto consentito che tutti i candidati fossero scelti o nominati dalle oligarchie centraliste. Che ciò sia desiderabile nel PdL non sorprende data l’originaria  natura aziendale dei partiti fondati da Berlusconi. Che tale metodo di selezione sia stato accettato dalla coalizione di Centro-sinistra è frutto della miopia della sua classe dirigente. I partiti come noto, sono attori fondamentali della democrazia. Sono previsti dall’art. 49 Cost che è  norma programmatica troppo generica. Essa  abbisogna di una disciplina attuativa che ne assicuri la democrazia interna e la corretta gestione. Neanche i partiti di centrosinistra in oltre 60 anni hanno manifestato alcuna solerzia per promuovere tale disciplina  e, così, non si può revocare in dubbio la fondazione di un partito azienda come Forza Italia. E così gli italiani continuano a discettare astrattamente quanto innocuamente dei conflitti di interessi. Anche questa è questione di costituzione materiale che si è affermata in assenza di precisazioni su una norma costituzionale generale ed essenziale. Vedi a questo riguardo il sistema inglese e il ruolo che in esso giocano i partiti. 

Tornando alla legge elettorale, non mi pare di ricordare che l’opposizione abbia organizzato l’ostruzionismo in Parlamento   o  dimostrazioni nelle piazze al momento della sua discussione e approvazione nel 2005.  Anzi ricordo invece che ad alcuni costituzionalisti vicini al Centrosinistra il sistema proposto non dispiacesse affatto. Ne proponevano varianti marginali ma con lo stesso obiettivo: quello di assicurare per legge la nomina diretta del Presidente e la sua stabilità. Allora se così, è chiaro che tra costituzione formale e quella materiale in questo quindicennio si è registrata una notevole divaricazione. Non si può sostenere che niente sia accaduto rispetto alle regole del 1948. Se volessimo discutere sul serio di sovranità popolare con l’idea di restituirla al popolo e di ricollocarla nella sua sede naturale (il Parlamento), allora dovremmo pensare a riformare non solo la legge Calderoli, ma anche quella per l’elezione diretta dei governatori, dei sindaci e dei presidenti delle province. Dovremmo pensare anche ad una seria disciplina di attuazione dell’art. 49 Cost sui partiti. Non credo di avere un largo consenso su questa mia impostazione. Ma questo è particolare irrilevante. Il problema resta grave. Ora abbiamo un governo  che ha perso o sta perdendo la sua maggioranza, non può assicurare la sua stabilità né tanto meno la governabilità del paese – basti citare i problemi della crescita e dell’occupazione – e quando riesce ad approvare alcune leggi  quasi sempre contengono forzature costituzionali. In questi ultimi dieci anni,  il contenzioso davanti alla Corte costituzionale sui conflitti di attribuzione è enormemente cresciuto e, nella maggior parte dei casi, il governo nazionale ne esce perdente – come del resto davanti alla Corti di Strasburgo e del Lussemburgo.

L’altro ieri Berlusconi ha detto che la legge elettorale non si tocca e, quindi, non c’è consenso bipartisan per rivedere le regole elettorali o del gioco democratico. L’unica ipotesi che potrebbe consentire un accordo bipartisan è quella non di un governo tecnico ma di un governo di responsabilità nazionale – come proposto dall’UDC – ma esso è escluso dalla logica dell’amico-nemico, del prendere o lasciare, del bere la sua minestra o saltare dalla finestra che guida Berlusconi sin dalla sua discesa in campo. Una simile proposta non è accettata neanche dall’opposizione. Non c’è un progetto condiviso e, quindi, la proposta di Casini è impraticabile.

Secondo costituzione formale il Presidente Napolitano farà le sue brave e oneste verifiche parlamentari ma, quand’anche dovesse trovare una maggioranza alternativa a quella di Berlusconi, è chiaro che la modifica del sistema elettorale non può essere fatta in modo unilaterale e alla vigilia di nuove elezioni. Ammesso e non concesso che in tale maggioranza ci fosse unanimità sulla questione – e non c’è -, sarebbe scorretto dal punto di vista della teoria e della prassi costituzionale:  le modifiche delle regole del gioco democratico devono essere condivise. Mi si dirà che Berlusconi lo ha fatto nel 2005? Un torto non giustifica l’altro. Non c’è un progetto condiviso. Il Centro-sinistra deve   dimostrare una sua superiore e/o diversa etica pubblica. Non può seguire l’esempio di Berlusconi. Deve accettare la sfida elettorale e batterlo, se possibile,  nelle cabine elettorali. Può e deve assumere come punto programmatico prioritario la riforma della legge elettorale e includerla tra le leggi da approvare nei primi 100 giorni. Una diversa etica pubblica ha un costo e forti rischi ma non ha alternative se non in compromessi di bassa lega. Se questo significa dover sciogliere anticipatamente la legislatura, ben vengano le elezioni. Berlusconi ha fin qui fallito i suoi obiettivi, non ha più una maggioranza sicura in Parlamento  e gli italiani se ne sono  resi conto.

Ben altra e ben più grave questione è quella di verificare se i cinque punti programmatici rilanciati dal Gran Consiglio del Sultano siano in tutti i punti compatibili con l’attuale costituzione formale vigente e con lo Stato di diritto. Ma su questo torneremo nel prosieguo se e in quanto Berlusconi avrà il tempo e la maggioranza per farli discutere ed approvare prima delle elezioni. Secondo Michele Ainis il governo programmatico, della non sfiducia, delle astensioni che abbiamo visto già con la mozione di sfiducia nei confronti del sottosegretario Caliendo e che Berlusconi propone oggi assomiglia molto al governo Andreotti 3 del luglio 1976. Quindi un ritorno  ai riti della tanto biasimata I Repubblica. Come disse allora la vecchia volpe della politica italiana: “è meglio tirare a campare che tirare le cuoia”. E ciò che, malgrè lui, è costretto a fare il Sultano.

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