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Archivio per la categoria ‘democrazia’

Costituzione materiale e sovranità popolare.

L’altro ieri il Direttivo del PdL, alias, il Gran Consiglio del Sultano ha confermato i 4-5 punti programmatici del governo. Punti generali ed essenziali  come quelli da campagna elettorale e, su di essi, Berlusconi  proporrà la fiducia alla ripresa dell’attività parlamentare. I finiani hanno detto che, in questi termini,  vanno bene e voteranno la fiducia. È ovvio che poi occorrerà valutare gli articolati di legge. E lì l’accordo potrebbe saltare o rivelarsi più difficile. In conferenza stampa,  il Sultano ha confermato che non ci sono margini di trattativa: prendere o lasciare e che il PdL è contrario a riformare la legge elettorale del 2005, la c.d. porcata di Calderoli. A quanti nei giorni scorsi hanno discusso e argomentato sul concetto e sulla sede della sovranità popolare secondo la costituzione formale e quella materiale vorrei ricordare il caso americano. Premesso che il PdL utilizza il concetto ad usum delfini e quindi in maniera non attendibile, ricordo che nella Costituzione americana c’è la netta separazione dei poteri. Congresso e Presidente sono eletti direttamente dal popolo ma nessuno dubiterebbe che la vera ed autentica sede della sovranità sia il Congresso. Originariamente, ossia ancora al tempo delle monarchie assolute, nelle intenzioni dei padri fondatori americani, il Presidente doveva sostituire la figura del monarca, essere la persona con la quale la gente potesse identificarsi, essere la più alta carica dello Stato che, alla pari, ricevesse i capi di Stato o re di altri Paesi. Come noto, negli USA l’iniziativa legislativa è condivisa tra Congresso e Presidente. Questi devono mettersi d’accordo se vogliono vedere le loro iniziative legislative arrivare a buon fine. Il Presidente ha un potere di veto sulle leggi di iniziativa parlamentare che non condivide. Il Congresso, a sua volta, può non approvare leggi di iniziativa presidenziale. Non di rado, avviene che le due camere con identici poteri e il Presidente partano con testi diversi che poi attraverso negoziati vengono unificati. Anche negli States, in linea di prassi o di costituzione materiale, molte leggi sono di iniziativa presidenziale e la loro approvazione dipenderà dall’abilità del Vice-presidente che presiede il Senato oltre che dal colore politico della maggioranza e del presidente della Camera. In ogni caso, il Presidente deve guadagnarsi il consenso del Senato e della Camera e tutti sanno come ciò possa essere particolarmente difficile quando capita che il Presidente non ha una maggioranza nell’una o nell’altra Camera o in entrambe perché non c’è nessun meccanismo che assicuri automaticamente l’omogeneità della maggioranza parlamentare con quella del Presidente. Anzi le elezioni di mid term ( a metà del mandato presidenziale) sembrano volere assicurare il contrario o, quanto meno, prendere atto degli eventuali cambiamenti di orientamento da parte degli elettori. Come se tutto questo non bastasse a complicare le cose, bisogna tener presente la natura complessa dei due grandi partiti americani: quello democratico e quello repubblicano. Sia nell’uno che nell’altro ci sono ali conservatrici e  progressiste.  Non di rado, leggi importanti riguardanti i diritti civili o grosse questioni economiche, la politica estera, della difesa, ecc. sono approvate con accordi bipartisan tra le ali moderate dei due partiti. Nessuno grida allo scandalo o parla di inciuci.  Nei casi in cui non c’è omogeneità di indirizzo politico e non c’era ad esempio con Clinton, a nessuno viene di pensare che la Costituzione sia sbagliata e vada modificata perché non produce una maggioranza per il Presidente. In Italia, invece, se i risultati elettorali  non sono quelli desiderati o dalla maggioranza o dall’opposizione, si dice che la legge è sbagliata perché non assicura la stabilità o l’efficienza del sistema. A nessuno viene di pensare che le preferenze dei cittadini possono essere così diversificate da non produrre una maggioranza omogenea e stabile per tutta la durata della legislatura. Le preferenze possono cambiare prima.

Non c’è dubbio che in Italia la costituzione formale prevede una Repubblica parlamentare  e che il governo deve avere la fiducia del Parlamento. Nella riforma del 2004-05 era previsto che il governo non avesse un rapporto fiduciario con il Senato federale come nel sistema americano dove il Presidente viaggia autonomamente senza un rapporto di fiducia né con la Camera né con il Senato. Alcuni saccenti parlarono di modello Minotauro. Ma veniamo ai cambiamenti della costituzione materiale in Italia. Anche prima del Berlusconi 1(di una sola estate), il  governo aveva espropriato il Parlamento dell’iniziativa legislativa e si riteneva, in modo trasversale, che si dovesse assicurare la sua stabilità nella legislatura – prerequisito essenziale  per la governabilità. Si era già approvata la legge per le direzione diretta dei sindaci e dei presidenti delle province (l. n. 81/93) e si parlava molto del modello Sindaco d’Italia. Poi si approvò la legge per l’elezione diretta dei governatori delle regioni (l. n. 43/95) e si pensava di applicare questo modello al governo nazionale. Con le leggi citate, si assicurò certo la stabilità dei sindaci e dei presidenti, ma di buon governo se n’è visto poco specialmente in certe latitudini. Ad un certo punto ci si rese conto che per il governo nazionale non andava bene la soluzione regionale – per me profondamente sbagliata – di concentrare tutti i poteri nel governatore. Finché si tratta del Molise può ancora andare,  ma quando uno pensa alla Lombardia una delle regioni più ricche d’Europa e con nove milioni di abitanti, concentrare tutto il potere in una sola persona mi sembra eccessivo e pericoloso. Analogo il mio discorso per l’elezione diretta del Sindaco. La legge può andare bene per i piccoli e medi comuni ma non per quelli grandi. Il modello un uomo solo al comando è superato persino nelle piccole e medie imprese che operano in un contesto competitivo e di economia aperta. In maniera più o meno condivisa, per il livello di governo nazionale si decise di ricorrere ad un escamotage: quello di arrivare ad una designazione del Presidente del Consiglio all’interno della scheda elettorale in assenza di una vera e propria riforma della forma di governo. Escamotage era e tale è rimasto. Ma Berlusconi non la pensa così e ritiene che ci sia stato un grosso  cambiamento della costituzione materiale in particolare con riguardo ai poteri del Presidente del Consiglio. Il quale riceverebbe una investitura diretta dal popolo e risponderebbe solo al popolo delle libertà. Berlusconi nasce come capo di un’azienda inizialmente familiare e in questa non c’è neanche la formalità di una vera e propria assemblea degli azionisti.  Al diavolo, quindi, la costituzione formale e i riti della democrazia parlamentare. Se per un motivo o per un altro, lui viene a perdere la maggioranza, lui il Sultano non accetta di dimettersi. Lui scioglie il Parlamento come può fare il governatore di una Regione con il suo consiglio regionale. È chiaro che una tale interpretazione del sistema non è accettabile e se dovesse essere accolta in fatto la deriva autoritaria che ha caratterizzato i governi Berlusconi si tradurrebbe in una vera e propria fuoriuscita dal sistema liberaldemocratico e rappresentativo. Entreremmo in un regime c.d. plebiscitario, nella sostanza, in una dittatura. Anche nella dittatura si mantiene qualche larva di rappresentanza allargata ma il Parlamento non sarebbe più la sede della sovranità popolare. In buona sostanza, è il modello che in maniera condivisa si è adottato per i governatori delle Regioni dove i consigli regionali contano poco o punto perché, ipocritamente, si è adottato il principio “simul stabunt simul cadunt”.

Nella stessa logica, Berlusconi nel 2005 aveva fatto approvare dopo 4 letture e 2 anni di lavoro e a colpi secchi di maggioranza la riforma di tutta la seconda parte della Costituzione. Un leader, un programma ed una maggioranza (blindata). In quella riforma – poi bocciata dal referendum popolare – era previsto appunto che se il leader  avesse perso la maggioranza della Camera egli poteva scioglierla. Ma in nessuna costituzione avanzata al leader eletto direttamente viene dato tale potere. Non ce l’ha il Presidente degli Stati Uniti non ce l’ha  il premier inglese che può fare solo la proposta di scioglimento.  Per il Regno Unito,  non ricordo casi in cui la Regina abbia respinto la proposta. Il confronto con il caso inglese non regge anche perché per lunga prassi costituzionale il leader del partito che vince le elezioni automaticamente va a Downing Street e non si pone il problema della costituzione formale perché quest’ultima non c’è.

Tornando a casa nostra, conviene ricordare che la legge elettorale restava fuori dalla riforma della II parte della Costituzione ma essa veniva prontamente riformata  a parte per assicurare comunque una maggioranza omogenea al leader in entrambe le Camere e nell’imminenza della scadenza della legislatura.  L’assenza di partiti ben strutturati sull’uno e sull’altro fronte ha in fatto consentito che tutti i candidati fossero scelti o nominati dalle oligarchie centraliste. Che ciò sia desiderabile nel PdL non sorprende data l’originaria  natura aziendale dei partiti fondati da Berlusconi. Che tale metodo di selezione sia stato accettato dalla coalizione di Centro-sinistra è frutto della miopia della sua classe dirigente. I partiti come noto, sono attori fondamentali della democrazia. Sono previsti dall’art. 49 Cost che è  norma programmatica troppo generica. Essa  abbisogna di una disciplina attuativa che ne assicuri la democrazia interna e la corretta gestione. Neanche i partiti di centrosinistra in oltre 60 anni hanno manifestato alcuna solerzia per promuovere tale disciplina  e, così, non si può revocare in dubbio la fondazione di un partito azienda come Forza Italia. E così gli italiani continuano a discettare astrattamente quanto innocuamente dei conflitti di interessi. Anche questa è questione di costituzione materiale che si è affermata in assenza di precisazioni su una norma costituzionale generale ed essenziale. Vedi a questo riguardo il sistema inglese e il ruolo che in esso giocano i partiti. 

Tornando alla legge elettorale, non mi pare di ricordare che l’opposizione abbia organizzato l’ostruzionismo in Parlamento   o  dimostrazioni nelle piazze al momento della sua discussione e approvazione nel 2005.  Anzi ricordo invece che ad alcuni costituzionalisti vicini al Centrosinistra il sistema proposto non dispiacesse affatto. Ne proponevano varianti marginali ma con lo stesso obiettivo: quello di assicurare per legge la nomina diretta del Presidente e la sua stabilità. Allora se così, è chiaro che tra costituzione formale e quella materiale in questo quindicennio si è registrata una notevole divaricazione. Non si può sostenere che niente sia accaduto rispetto alle regole del 1948. Se volessimo discutere sul serio di sovranità popolare con l’idea di restituirla al popolo e di ricollocarla nella sua sede naturale (il Parlamento), allora dovremmo pensare a riformare non solo la legge Calderoli, ma anche quella per l’elezione diretta dei governatori, dei sindaci e dei presidenti delle province. Dovremmo pensare anche ad una seria disciplina di attuazione dell’art. 49 Cost sui partiti. Non credo di avere un largo consenso su questa mia impostazione. Ma questo è particolare irrilevante. Il problema resta grave. Ora abbiamo un governo  che ha perso o sta perdendo la sua maggioranza, non può assicurare la sua stabilità né tanto meno la governabilità del paese – basti citare i problemi della crescita e dell’occupazione – e quando riesce ad approvare alcune leggi  quasi sempre contengono forzature costituzionali. In questi ultimi dieci anni,  il contenzioso davanti alla Corte costituzionale sui conflitti di attribuzione è enormemente cresciuto e, nella maggior parte dei casi, il governo nazionale ne esce perdente – come del resto davanti alla Corti di Strasburgo e del Lussemburgo.

L’altro ieri Berlusconi ha detto che la legge elettorale non si tocca e, quindi, non c’è consenso bipartisan per rivedere le regole elettorali o del gioco democratico. L’unica ipotesi che potrebbe consentire un accordo bipartisan è quella non di un governo tecnico ma di un governo di responsabilità nazionale – come proposto dall’UDC – ma esso è escluso dalla logica dell’amico-nemico, del prendere o lasciare, del bere la sua minestra o saltare dalla finestra che guida Berlusconi sin dalla sua discesa in campo. Una simile proposta non è accettata neanche dall’opposizione. Non c’è un progetto condiviso e, quindi, la proposta di Casini è impraticabile.

Secondo costituzione formale il Presidente Napolitano farà le sue brave e oneste verifiche parlamentari ma, quand’anche dovesse trovare una maggioranza alternativa a quella di Berlusconi, è chiaro che la modifica del sistema elettorale non può essere fatta in modo unilaterale e alla vigilia di nuove elezioni. Ammesso e non concesso che in tale maggioranza ci fosse unanimità sulla questione – e non c’è -, sarebbe scorretto dal punto di vista della teoria e della prassi costituzionale:  le modifiche delle regole del gioco democratico devono essere condivise. Mi si dirà che Berlusconi lo ha fatto nel 2005? Un torto non giustifica l’altro. Non c’è un progetto condiviso. Il Centro-sinistra deve   dimostrare una sua superiore e/o diversa etica pubblica. Non può seguire l’esempio di Berlusconi. Deve accettare la sfida elettorale e batterlo, se possibile,  nelle cabine elettorali. Può e deve assumere come punto programmatico prioritario la riforma della legge elettorale e includerla tra le leggi da approvare nei primi 100 giorni. Una diversa etica pubblica ha un costo e forti rischi ma non ha alternative se non in compromessi di bassa lega. Se questo significa dover sciogliere anticipatamente la legislatura, ben vengano le elezioni. Berlusconi ha fin qui fallito i suoi obiettivi, non ha più una maggioranza sicura in Parlamento  e gli italiani se ne sono  resi conto.

Ben altra e ben più grave questione è quella di verificare se i cinque punti programmatici rilanciati dal Gran Consiglio del Sultano siano in tutti i punti compatibili con l’attuale costituzione formale vigente e con lo Stato di diritto. Ma su questo torneremo nel prosieguo se e in quanto Berlusconi avrà il tempo e la maggioranza per farli discutere ed approvare prima delle elezioni. Secondo Michele Ainis il governo programmatico, della non sfiducia, delle astensioni che abbiamo visto già con la mozione di sfiducia nei confronti del sottosegretario Caliendo e che Berlusconi propone oggi assomiglia molto al governo Andreotti 3 del luglio 1976. Quindi un ritorno  ai riti della tanto biasimata I Repubblica. Come disse allora la vecchia volpe della politica italiana: “è meglio tirare a campare che tirare le cuoia”. E ciò che, malgrè lui, è costretto a fare il Sultano.

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il PD e le riforme costituzionali.

Sulle riforme, il PD dovrebbe darsi una linea più precisa. Dice di voler preservare la forma di Repubblica parlamentare. Se così, non c’è terreno di trattativa con il PdL e con chi propone modelli presidenzialisti o semipresidenzialisti – snaturati all’italiana. Personalmente non sono contrario al modello presidenzialista all’americana, ossia, quello che incorpora la doppia (orizzontale e verticale) separazione netta dei poteri. Ma in Italia Berlusconi vuole realizzare un modello “un uomo solo al comando”, alias, una dittatura soft. Negli USA, al di là delle immagini che mostrano quasi sempre il Presidente, prima di questi al vertice del potere c’è il Congresso – con rappresentanti e senatori che hanno gli stessi poteri.

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la vera natura populista del PdL.

23 Aprile 2010 1 commento

“le “correnti” o “componenti” negano la natura stessa del Popolo della Libertà ponendosi in contraddizione con il suo programma stipulato con gli elettori e con chi è stato dagli stessi designato a realizzarlo attraverso il governo della Repubblica”. Questa è la frase cruciale del documento finale della Direzione nazionale del PdL. E’ la quintessenza del populismo che, in non pochi casi, in diversi paesi, ha portato alla dittatura. Prima si vietano le correnti, poi, se possibile, si vietano i partiti di opposizione. Con le leggi fasciste, in Italia  erano vietati i capannelli o assembramenti, di per sé  considerati  sediziosi. Se quello della Libertà è un popolo e non un partito, nel populismo l’unico interprete della volontà popolare è il leader designato o eletto. Tutti gli altri collaborano lealmente con il leader oppure lo disturbano, ne ritardano l’attuazione della sua missione.

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Napolitano poteva non firmare la legge sul legittimo impedimento?

Concordo pienamente con Michele  Ainis (Sole 24 Ore di oggi) quando afferma che il Presidente Napolitano non poteva non firmare la legge  sul legittimo impedimento. Il punto di domanda è se essa, oltre che ad assicurare un certa serenità al premier ,  non costituisca un passo importante verso l’impunità a vita di Berlusconi. Il prof. Ainis precisa che la legge sospende la prescrizione solo per 18 mesi. Nel frattempo però il governo ha messo in cantiere una legge costituzionale che, di nuovo, sospenderebbe la prescrizione per le massime cariche dello Stato per tutta la durata del mandato. E nessuno oggi può escludere che alla fine del mandato del Presidente Napolitano, Berlusconi non riesca a prenderne il posto o comunque a farsi rieleggere primo ministro. Se così, si consoliderebbe l’ipotesi di Berlusconi al potere sino al 2018-20. Considerando che Berlusconi al potere lavora all’erosione continua  delle regole costituzionali, considerata la debolezza delle nostre strutture istituzionali  a 150 anni dall’Unità, i rischi per la fragile democrazia italiana, a mio giudizio,  non sono affatto da sottovalutare. Per cui non bisognerebbe escludere l’ipotesi di promuovere un referendum abrogativo di detta legge.

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L’oscuramento del dibattito politico.

“I talk show televisivi non si limitano a essere un brutto spettacolo. Da loro passa anche l’impoverimento della democrazia italiana. La consueta scena avvilente di uomini politici che sbraitano l’uno contro l’altro è solo un sintomo (fra i più seri, certo) di un dibattito pubblico di scarsa qualità, dove gli argomenti sono miseri o confusi, il rapporto con la verità dei fatti è inconsistente, conta solo lo schieramento, non esistono torti e ragioni e dunque ha la meglio la ragione peggiore” così Leopoldo Fabiani – Repubblica del 25 febbraio u.s. – sintetizza il contenuto del libro di Franca d’Agostini, Verità avvelenata. Buoni e cattivi argomenti nel dibattito pubblico, Bollati Boringhieri, pp. 258, € 15.

“Gli argomenti cattivi o fallaci – dice la D’Agostini – sono quelli ad hominem: si tende non a discutere tesi e programmi, ma ad attaccare le persone. Sono frequentissimi, e ne esistono molte varianti. Per esempio il tu quoque, ossia banalmente: se accuso x di comportamenti immorali, vengo accusata a mia volta di avere percorsi poco chiari. Una variazione sullo stesso tema produce rovesciamenti impensati: “sono gli omosessuali che veramente discriminano, accusando gli altri di discriminarli”.

Ancora: le fallacie ad populum: tutti quegli argomenti che si rivolgono all’emotività collettiva. Sono utilizzati spessissimo nelle discussioni che riguardano la sicurezza, la lotta alla  criminalità, l’immigrazione. Insomma: fatto così il discorso politico diventa privo di logica e di verità”.

Nell’intervista a Repubblica la D’Agostini sostiene che in Italia “c’è una sorta di totalitarismo della comunicazione che consente ai sofisti di oggi di diffondere il falso praticamente senza conseguenze…. perché la  voce di chi vuole stabilire il vero farà fatica  a farsi sentire… e se gli argomenti fallaci non vengono smascherati, ma anzi si moltiplicano, … ne consegue una sfiducia generale nella possibilità di riconoscere il vero, la ragione, il torto. Nessuno crede più a nessuno, e si genera una fondamentale disaffezione all’azione politica e alla democrazia stessa”.

L’intervista riporta altre interessanti considerazioni della D’Agostini sulla personalizzazione della politica, sulla rinuncia da parte di molti a formarsi un’opinione, sul conflitto di interessi, sull’abnorme anomalia berlusconiana, sul popolo  italiano distratto e sottostimolato che ha fatto l’abitudine a un linguaggio politico confuso o scadente”. Vale la pena di leggere l’intervista per chi non l’abbia fatto già e, per chi vuole approfondire,  il libro che si prospetta molto interessante.

Sono motivi sufficienti per non rimpiangere l’oscuramento dei talk show.

Cosa diversa è però l’oscuramento del dibattito politico sull’elezioni regionali. A  Meno di venti giorni dal voto, la questione delle liste  non ammesse alla competizione elettorale, la questione del decreto legge sui cui si addensano forti dubbi di costituzionalità,  hanno oscurato l’analisi di bilanci consuntivi, di programmi e quant’altro.

Secondo me, hanno ragione i Radicali a chiedere un rinvio. Non si può andare a votare come se nulla fosse successo in queste ultime settimane. Si devono rispettare le regole, non si può apporre la firma a sostegno di una lista senza sapere chi sono i candidati ma, senza dibattito, non si può andare a votare e, in pratica,  dare una delega in bianco.

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