Archivio

Archivio per la categoria ‘federalismo’

Sul triste declino di Roma

9 Settembre 2017 Nessun commento

Sul degrado di Roma sono intervenuti sul Corriere della Sera (1-09-17 e 6-09-17) due personalità di grande reputazione e credibilità: il prof. Sabino Cassese, eminente Maestro di diritto amministrativo e giudice emerito della Corte Costituzionale, e il Dott. Giuseppe Roma, Direttore del Censis nonché Segretario generale della Rete Urbana delle Rappresentanze. A fronte dell’evidente declino della Capitale che, per molti versi, riflette il declino economico e civile del Paese, entrambi propongono, da un lato, un organismo tecnico per la gestione per i servizi pubblici della Capitale, dall’altro, un Ufficio politico-istituzionale (addirittura un ministro senza portafoglio o un Ufficio presso la Presidenza del Consiglio dei ministri) che coordini gli interventi su Roma come è stato fatto, con qualche successo, in occasione del Grande Giubileo del 2000 quando a tal fine fu istituita una Commissione presso la Presidenza del Consiglio dei ministri (ex legge n.651/1996). Ma allora detta Commissione ebbe a disposizione finanziamenti straordinari per circa 7.500 miliardi di vecchie lire (3.500 come contributo al Gande Giubileo del 2000 e l’altra parte come contributi vari alla Capitale d’Italia. Se come ricorda il dott. Roma, nel gennaio 2004, Roma cresceva più di Milano e l’allora sindaco Veltroni fantasticava di una Tiburtina Valley (in analogia con la californiana Sylicon Valley) ciò era dovuto agli effetti economici di quegli investimenti al di là dell’assetto formale del governo locale, di quello regionale, delle chiacchiere sullo statuto speciale di Roma – diventata nel frattempo area metropolitana. Al di là della riforma del Titolo V della Costituzione del 2001, della legge n. 42 del 2009, della legge Del Rio (n. 56/2014) – per non parlare delle singolari vicende delle province – ora riesumate per effetto del referendum costituzionale del 4-12-2016. Nelle leggi citate ci sono norme importanti e positive, ma soffrono di quattro problemi: 1) sono arrivate tutte in grande ritardo rispetto alla riforma del 2001; 2) non hanno affrontato seriamente il problema dell’autonomia tributaria e finanziaria dei vari livelli di governo a partire dalle stesse Regioni; 3) non hanno mai attuato il coordinamento della finanza pubblica se non con atti d’imperio; 4) non sono state mai attuate in modo compiuto e coerente con i principi ispiratori della riforma costituzionale.
Una seconda osservazione preliminare riguarda nello specifico il modello di governo locale come emerso dalla legge per la elezione diretta del sindaco (n. 81/1993), una legge che ha introdotto il maggioritario e che impropriamente ha concentrato tutti i poteri politici e amministrativi in testa al sindaco favorendo il leaderismo e la personalizzazione della politica. È vero che ha portato stabilità nel governo locale ma non sempre vera governabilità, ossia, capacità di risolvere i problemi dei cittadini. Con le dovute cautele ed eccezioni, già venti anni fa, ho visto in azione un partito dei sindaci irresponsabili perché, nel funzionamento reale del modello, detto partito: 1) ha semidistrutta la democrazia locale; 2) ha continuato a tollerare la devastazione del territorio; 3) ha fomentato la corruzione attraverso l’uso spregiudicato delle società miste dei servizi locali; 4) non partecipa in maniera significativa alla lotta all’evasione fiscale – in non pochi casi tollerandola anche per gli stessi tributi propri. A mio giudizio, la legge n. 81/1993 può andare bene per i comuni con popolazione sino a 10-15 mila residenti ma non per le medie e grandi città. Invece, inopinatamente, la legge è stata estesa all’elezione del Presidente della Provincia e di quello della Regione. Addirittura è stata a lungo propugnata come modello per il governo nazionale o per il Sindaco d’Italia ignorando le tematiche complesse della gestione delle grandi città e/o delle metropoli globali o semplificandole solo a parole.
Ciò detto, bisogna specificare che la situazione non è omogenea in tutto il paese. Roma appartiene al Sud. Cassese cita l’ambasciatore francese a Roma Gramont che, nel 1860, sintetizzava il suo giudizio sulla Città eterna dicendo “è qui che comincia l’Oriente”, e lui aggiunge che “Roma torna a grandi passi verso il livello di una città medio-orientale”. F. S. Nitti più di cento anni fa sosteneva che a Roma non c’era un quartiere europeo. E qualche amante della storia antica e medioevale potrebbe collegare il declino di Roma alla caduta dell’Impero romano d’Occidente e/o al potere temporale dei Papi. Eppure Roma mantiene alcuni presupposti per diventare una metropoli globale essendo una e trina: è la Capitale d’Italia, comprende l’enclave del Vaticano, ospita la FAO una delle grandi organizzazioni delle Nazioni Unite. Oggi il sindaco di Roma è anche presidente dell’Area metropolitana che comprende 101 comuni. Ma chi conosce il programma dell’area metropolitana e le risorse disponibili per la sua attuazione? Il Sindaco di Roma mostra chiari limiti di competenza e fin qui scarsa attitudine a gestire i problemi della sua città-capitale, figuriamoci quelli di altri 100 comuni? Il dott. Roma giustamente evoca il ruolo del decentramento interno alla Capitale ma sappiamo che i mini sindaci non contano niente ma sono utili per raccogliere voti nelle campagne elettorali. Il decentramento è solo di facciata: le decisioni circa i lavori pubblici sono concentrate al Campidoglio. Non possiamo contare sulla resuscitata Provincia perché ci vorrà tempo prima che sia dotata di personale e risorse nuovi. La stessa Regione Lazio, per decenni egemonizzata dal Sindaco di Roma – fa fatica a riconquistarsi un ruolo effettivo di coordinamento degli enti locali e dell’area metropolitana come la vicenda dell’acqua attinta dal Lago di Bracciano dimostra. Se uno pensa alla vicenda dell’Atac, dello stato penoso delle strade comunali e provinciali a Roma, al problema del debito pubblico di Roma (12 miliardi al 30-09-205 vedi audizione CD della Commissaria Scozzese) di cui l’attuale Sindaco non ha responsabilità né emerge un quadro disperato e disperante non solo di mancanza di progetti ma, soprattutto di risorse, che non consente alcuna ipotesi ottimistica circa il futuro di Roma come Capitale d’Italia e, meno che mai, come Città globale.
Ciò detto e premesso che sia le proposte del prof. Cassese che quelle convergenti del dott. Roma sono ragionevoli e condivisibili in una logica di intervento straordinario, osservo che, alla luce delle esperienze fallimentari dell’Agenzie delle entrate e quella della riscossione (Equitalia) attuate all’interno del Ministero dell’economia e delle finanze, e con relative proiezioni a livello locale e regionale, e di tante Autorità amministrative locali come quelle sulla qualità dei servizi pubblici locali, c’è da dubitare che esse possano risultare risolutive dei problemi che affliggono il governo di Roma. In molti manuali di economia pubblica si contrappone la fornitura pubblica di un servizio e/o bene pubblico alla produzione diretta dello stesso. Quello che molti manuali non chiariscono è che la fornitura pubblica di un servizio prodotto dal privato o da una società mista – in ossequio alla direttiva comunitaria del partenariato pubblico-privato – in generale, porta ad un aumento del costo di produzione del servizio. È vero anche che per via delle inefficienze organizzative e manageriali alcuni servizi prodotti direttamente da imprese pubbliche non riescono a minimizzare i costi di produzione per dati standard qualitativi del servizio. Ma chi, in pratica, propone esternalizzazioni o addirittura privatizzazioni di certi servizi pubblici, come panacea di tutti i mali, di norma, in Italia, non presenta uno straccio di analisi dei costi e benefici per gli utenti del servizio. Ignora scientemente che certi servizi come ad esempio i trasporti pubblici locali non possono essere gestiti in termini di pareggio ragionieristico tra costi e ricavi come per le imprese private perché ci sono economie esterne da calcolare in un apposito bilancio sociale. Invece, in pratica, le decisioni sono assunte sulla base di una presunta ma non dimostrata maggiore efficienza della gestione privata rispetto a quella pubblica. Ma anche a parità di efficienza – per ipotesi ottimistica – l’agenzia tecnica delegittimerebbe le attuali strutture amministrative locali e l’istituzione di un Ufficio e/o commissariato presso la Presidenza del Consiglio dei ministri farebbe altrettanto con la Regione. Ragionando in termini non di genuino federalismo – ormai messo in soffitta – ma di Stato regionale, come quello previsto nella Costituzione del 1948, non mi sembrano misure da assumere in via ordinaria e strutturale. Come sanno meglio di me, il prof. Cassese e il dott. Roma, il problema vero è quello di lavorare seriamente e congruamente per avere delle strutture amministrative efficienti a tutti i livelli (locale, regionale e nazionale). La riforma Madia si muove questa direzione?

Categorie:federalismo Tag:

Geometria variabile o culto della uniformità?

7 Dicembre 2016 Nessun commento

Il mio amico Carlo Clericetti riprende il discorso del rapporto tra Stato e regioni e la situazione di disomogeneità tra Regioni a statuto ordinario (RSO) e quelle a statuto speciale (RSS). La riforma Renzi non toccava questo punto e alcuni giuristi hanno criticato questa scelta perché, a loro giudizio, veniva a creare una situazione di disparità non solo con riguardo alle competenze e alle risorse assegnate ma anche con riguardo all’attuazione dei diritti fondamentali dei cittadini. Il secondo punto riguarda il riparto delle competenze in alto tra i governi sub-centrali dei Paesi Membri e quello centrale dell’Unione europea.
Sono questioni complesse che la propaganda renziana non ha chiarito e su cui conviene ritornare. Parto dalla questione delle RSS. Va premesso che ad es. lo Statuto della Regione Sicilia è stato emanato con regio decreto luogotenenziale 15-05-1946 n. 455, prima che si tenesse il referendum del 2-06-1946 che vide prevalere la Repubblica sopra la monarchia e ancora prima che venisse approvata la nuova Costituzione entrata in vigore nel gennaio 1948. Il regio decreto fu quindi convertito in legge costituzionale 26-02-1948, n. 2. Il motivo? dopo lo sbarco degli alleati in Sicilia si venne a creare un forte movimento secessionista che addirittura teorizzava l’adesione alla Federazione nord-americana. Sulla scia dell’esempio siciliano, seguirono altre regioni di confine con situazioni politiche ed economiche particolarmente delicate come la Val d’Aosta, Il Trentino-Alto Adige, il Friuli Venezia-Giulia e la Sardegna. C’erano spinte secessioniste in alcune di queste Regioni e la risposta fu intelligente e flessibile: no alla repressione fascista e/o agli spostamenti di popolazioni ad esempio in Alto Adige per riequilibrare la composizione della popolazione ma Statuti che consentissero una maggiore autonomia negli affari regionali e che valorizzassero elementi specifici della cultura locale. Nella tanto vituperata riforma del Titolo V del 2001 era stato inserito nell’art. 116 su richiesta della stesse regioni il principio della geometria variabile secondo cui in fase attuativa sarebbe stato possibile attribuire competenze diverse a diverse regioni secondo la loro autonoma richiesta e capacità di svolgere le funzioni. Tale principio nella riforma Renzi è stato mantenuto sia pure condizionato al rispetto del bilancio in pareggio come se questo vincolo non dovesse vale per le altre regioni. Purtroppo come noto, l’attuazione del Tit. V è rimasta per strada e la sua mancata coerente attuazione è stata spacciata fraudolentemente come il fallimento di una riforma concepita e scritta male. Resta vero che 4-5 competenze concorrenti hanno forte valenza nazionale e possono essere trasferite alla competenza “esclusiva” dello Stato ma si tratta di materie su cui non si può trascurare l’intesa con le regioni e gli enti locali interessati. Un esempio estremo vale a chiarire il concetto: una autostrada europea non può attraversare o passare sopra la piazza di un centro storico. De Siervo, presidente emerito della Corte costituzionale, il prof. Cerulli Irelli che ha avuto un ruolo non secondario nella formulazione delle norme del Titolo V novellato nel 2001 confermano la falsità dell’argomento che i maggiori poteri delle regioni siano stati alla base della crescita del contenzioso su conflitti di attribuzione. Lo confermo anche io. La causa principale è stata il comportamento del governo nazionale che, nonostante la riforma, ha continuato a legiferare come se detta riforma non ci fosse stata. Non ultimo all’assegnazione delle più ampie competenze non è seguita l’assegnazione di maggiori risorse finanziarie attraverso trasferimenti né il rafforzamento dell’autonomia che, in termini percentuali, è rimasta sempre al disotto di quella dei Comuni prima che il governo centrale abolisse l’IMU sulla prima casa. Anche a questo riguardo è stata sempre sollevata la questione della disparità di trattamento con le RSS che in base agli accordi istitutivi hanno sempre goduto di maggiori risorse proprie. Sprechi a parte, è chiaro che se devo svolgere più funzioni devono avere maggiori risorse, ma la mentalità codina di certi giuristi ha sempre criticato la geometria variabile che, inevitabilmente, c’è in Italia, nella UE ed è destinata a rimanere. C’è una causa profonda di natura culturale che spinge molti italiani a propendere verso il “culto della uniformità” su cui, per ragioni di spazio, rinvio al bel saggio di Cesare Pinelli (1995). Gli italiani non amano la diversità.
Venendo al punto due, con tutto il rispetto delle idee altrui, quella in difesa delle sovranità nazionali mi sembra una battaglia di retroguardia. Viviamo in un mondo globalizzato e/o di forte interdipendenza. L’Italia è a pieno diritto e per sua libera scelta inserita nel processo di integrazione europea che ha garantito 70 anni di pace. Ci sono molti problemi in detto processo a partire dal grande deficit democratico all’interno delle istituzioni europee. Ma c’è anche ancora più in alto al livello delle istituzioni della Nazioni Unite. PQM c’è una deriva autoritaria e tecnocratica all’interno della verticalizzazione dei processi decisionali sui quali un singolo Paese non può incidere significativamente. PQM il discorso della salvaguardia della democrazia non passa solo all’interno di un singolo Paese ma va affrontato in Italia, in Europa e nel mondo. Anche per gli Stati di piccola e media dimensione vale la logica dell’azione collettiva. So che mi sto ripetendo ma non vedo altre soluzioni.
Note: Pinelli Cesare (1995), “Del culto per l’uniformità in Italia. Il caso della finanza regionale”, estratto dal volume: Studi in onore di Manlio Mazziotti di Celso, Cedam, Padova, pp. 391-416;
Enzo Russo, (2013), “Il sentiero sempre più stretto della democrazia di bilancio”, in Rivista Giuridica del Mezzogiorno, n. 4/2013: pp. 903-918,
Per approfondire vedi: Complex Sovereignty and the emergence of transnational Authority, in Edgar Grande – Lews W. Pauly editors, Complex Sovereignty. Reconstituting Political Authority in the 21st Century, University of Toronto Press, Toronto, 2005.

Categorie:federalismo Tag:

La riduzione del potere legislativo delle regioni

7 Novembre 2016 Nessun commento

L’art. 117 della costituzione, come riformato nel 2001, prende 17 lettere dell’alfabeto (sino alla s) per elencare le competenze esclusive dello Stato. Poi elenca 19 materie di competenza concorrente di cui 15 trasferite alla competenza esclusiva dello Stato. L’elencazione di queste ultime nell’articolo modificato occupa tutte le lettere dell’alfabeto, ma questo tipo di conteggio è ingannevole perché se sommiamo le nuove alle vecchie competenze arriviamo a 32 commi. Neanche questo conteggio racconta la verità perché, come abbiamo visto anche esaminando l’art. 55 sulle nuove competenze del Senato, all’interno di un solo comma si ammucchiano diverse materie che, nel rispetto della tecnica della scrittura legislativa, dovrebbero essere assegnate a commi diversi. In diritto la forma è sostanza. In diritto si distingue anche tra competenze e funzioni. Queste ultime possono anche comprendere più competenze.
Quando si procede ad una diversa suddivisione delle competenze, quello che conta è capire quale criterio logico, giuridico, economico, storico-normativo si è seguito e se i criteri scelti sono coerenti con l’obiettivo della forma di governo che si vuole attuare. Come ho già osservato in un mio scritto del 2003, le materie erano state suddivise in tre commi: nel comma 2 le competenze esclusive dello Stato; nel comma 3 le competenze concorrenti; nel comma 4 quelle esclusive delle regioni. Al riguardo i giuristi che scrivono le norme. in generale, adottano il c.d. criterio storico-normativo: una certa funzione, nel passato, è stata svolta da un ente e la si mantiene a quel livello di governo; gli economisti adottano le loro categorie: guardano all’ambito in cui si estendono i benefici di un certo bene o servizio pubblico e indicano i beneficiari come soggetti che devono contribuire al finanziamento delle spese necessarie a produrre detti servizi e/o collegamento più stretto tra decisioni di spesa e di prelievo; in questo modo cercano di individuare l’ottima dimensione della giurisdizione; gli economisti adottano anche un altro criterio quello sotteso alla logica degli aiuti allo sviluppo; specialmente in contesti caratterizzati da forti squilibri economici, infrastrutturali, lontananza dai mercati, ecc., devono prevedersi trasferimenti del tipo di quello previsto nel comma 6 dell’art. 119 non per rispettare lo sbandierato – quanto inattuato – principio di solidarietà ma quello dell’efficienza: le aree deboli e/o periferiche devono essere messe in grado di competere con quelle più forti, e così facendo, si promuove la convergenza, si migliora l’efficienza del sistema e si riduce nel tempo la necessità di trasferimenti compensativi. Sul piano pratico, però, non basta scrivere nella costituzione la nuova distribuzione delle competenze. Devono seguire quindi coerenti leggi attuative che assicurino la copertura finanziaria delle funzioni nonché la copertura amministrativa, ossia, la presenza di uffici amministrativi capaci di attuare le norme secondo la volontà del legislatore.
Anche la riforma Berlusconi del 2005 aveva proceduto ad una redistribuzione delle competenze dalle regioni al governo centrale ma l’accentramento riguardava: a) le reti di trasporto e di navigazione; b) la produzione, trasporto e distribuzione nazionale dell’energia; c) la tutela della salute; d) l’ordinamento generale della comunicazione; e pochi altri aggiustamenti marginali circa la definizione e l’attribuzione delle competenze.
Con la riforma Renzi si cancella in toto l’attuale comma 3 facendo finta di semplificare e/o rimediare a un problema in realtà inesistente, quanto meno, non nelle dimensioni propalate. Perché lo hanno fatto? Per rispondere nel merito dobbiamo esaminare partitamente quattro motivi ossessivamente ripetuti:
1) perché le competenze concorrenti avrebbero generato continui conflitti di attribuzione tra lo Stato e le regioni e, di conseguenza, congestionato il lavoro della Corte costituzionale. Si tratta di affermazione vaga e tendenziosa senza idoneo supporto di dati statistici i quali dovrebbero contare non solo il maggior numero di ricorsi, ma anche chi li ha proposti, quali esiti hanno dato, chi ha invaso le competenze dell’altro, ecc.. Il Presidente emerito della Corte costituzionale De Siervo e con lui altri ex Presidenti e giudici della Corte negano che la maggior parte dei ricorsi sia dipesa da conflitti generati dalle competenze concorrenti; una gran parte di ricorsi è stata generata dal fatto che il governo centrale, nelle more dell’attuazione del Titolo V (2001) e della legge Calderoli (2009), ha continuato a legiferare come se la riforma del 2001 non ci fosse stata. Inoltre, bisogna sapere che, in pratica, non esistono materie nettamente separate. È una truffa ideologica assumere che esse lo siano. Nella Costituzione, non casualmente, c’è scritto il principio di leale collaborazione a cui devono ispirarsi non solo i poteri dello Stato ma anche le varie amministrazioni di pari e diverso livello. Non è una invenzione dei costituenti, è una necessità. Di conseguenza, anche le competenze concorrenti sono una necessità ineludibile (G. Zagrebelsky). Un esempio può essere utile per dimostrare quanto qui si sostiene. La proposta riforma trasferisce alla competenza esclusiva dello Stato (lett. u) dell’art. 117) il governo del territorio per le disposizioni generali e comuni ma lascia alla competenza esclusiva delle regioni la pianificazione del territorio regionale. Le due materie ovviamente sono strettamente connesse. Ma se aggiungiamo la tutela dell’ambiente ed ecosistema (lett. s) del proposto art. 117), si può ragionevolmente pensare che essa possa essere attuata solo perché si approva una legge dello Stato e senza la fattiva collaborazione delle regioni e degli enti locali? L’esperienza dei 25 anni antecedenti la riforma del 2001 ci dice che spesso le norme dello Stato non si limitavano ai principi generali ma entravano nel dettaglio erodendo la parte di sovranità legislativa spettante alle regioni. Se questa prassi continuerà, come è probabile, l’abrogazione delle competenze concorrenti non risolverebbe il problema. È solo fumo negli occhi.
2) perché “vogliamo ridurre i poteri delle regioni per semplificare la vita dei cittadini” (così la Boschi al TG”” del 5-09-2016, ore 20:30); argomento risibile che la dice lunga sulla cultura costituzionale della Ministra che ha portato avanti la riforma; basti pensare che, a prescindere dalla riforma del 2001, la Costituzione del 1948 prevede lo Stato regionale. Allora che si sta cercando di fare centralizzando le competenze concorrenti? Si stanno effettivamente riducendo i poteri delle regioni non per semplificare la vita dei cittadini ma per rendere gradualmente inutile la presenza delle regioni ed, eventualmente, procedere alla loro abrogazione. Tutto questo nel silenzio per me incomprensibile delle regioni stesse. Un’altra interpretazione è che le classi dirigenti regionali tacciono perché ritengono che si tratta di un’operazione tipicamente gattopardesca: cambiamo tutto per lasciare le cose come stanno.
3) perché per via delle competenze concorrenti gli imprenditori non sanno se investire in questa o in quella regione (sempre la Boschi a 8 e mezzo del 7-10-2016); altro argomento falso; è compito del governo coordinare la finanza pubblica e la legislazione degli incentivi fiscali e non delle regioni peraltro sottoposta alla rigorosa gestione dei c.d. aiuti di Stato da parte della Commissione europea; ma i ministri preferiscono parlare dei permessi, delle licenze che richiedono procedure amministrative complicate e tempi diversi. Ma non era stato istituito lo sportello unico nelle varie regioni proprio per superare questi problemi? Da quando c’è Renzi al governo, non ne parla più nessuno. Il governo ha una strategia ben definita per il Mezzogiorno che affronti decisamente anche i problemi burocratici in quella parte del Paese nel suo insieme? No. Il presidente del governo gira l’Italia come una trottola firmando non meglio identificati Patti con le regioni e con i Sindaci dei Comuni più importanti. Ma questi patti come entrano nella legge di bilancio? Nessuno ne parla. Prima la prassi era che presidenti delle regioni e sindaci importanti venivano a Roma a perorare le loro cause: i primi presso la Presidenza del Consiglio i secondi presso il ministero degli interni; ora la prassi è stata rovesciata: è l’instancabile Renzi che va in periferia portando presunti “pacchi dono”, ma il risultato non cambia: l’autonomia tributaria e i trasferimenti alle regioni e agli enti locali restano ridotti ai minimi termini.
4) perché – sempre secondo la Boschi 5-10-2016 – “la gente vuole meno burocrazia”. Affermazione apodittica su cui si esercita giornalmente anche Renzi anche lui senza portare uno straccio di evidenza empirica. Se le competenze restano seppure diversamente distribuite e accentrate ci devono essere dei funzionari pubblici che le attuano e, quindi, la burocrazia resta e come. Se tra una riforma e l’altra le Regioni hanno assunto personale per svolgere le competenze concorrenti che faremo nel caso in cui la riforma fosse approvata, li trasferiamo tutti a Roma o li lasciamo in periferia senza lavoro? Premesso che un assetto istituzionale decentrato presuppone una pubblica amministrazione decentrata e viceversa, come si coordina la riforma Madia con la riduzione delle competenze delle regioni? Il governo non lo dice ma se la riforma dovesse essere malauguratamente approvata i governi che verranno avranno problemi ben complessi da risolvere. La riforma Madia non affronta i complessi temi della organizzazione degli uffici periferici statali. Va a incidere sui c.d. modelli direzionali. Traspone anche dentro i ministeri e gli enti autonomi il modello di un uomo solo al comando. Si ridimensiona il ruolo dei consigli di amministrazione e degli organi collegiali, si dà tutto il potere ai direttori generali e/o all’amministratore delegato sui quali applicare lo spoil system o procedure di licenziamento semplici e veloci. Nella scuola secondaria si arriva addirittura a ridurre il numero dei presidi per “abolire le poltrone” e così leggiamo sui giornali che in una regione del Nord ad una Preside è stata affidata la direzione di ben cinque istituti scolastici dispersi nel territorio.
Dopo quindici anni dalla riforma del 2001 – peraltro solo parzialmente attuata – si propone una riforma che inverte la rotta di 180 gradi ma senza ridefinire la missione delle regioni, senza toccare l’art. 118 comma 1 che assegna la generalità delle funzioni amministrative ai comuni – nella stragrande maggioranza dei casi non propriamente attrezzati per svolgerle. Non è strano che mentre si centralizzano molti poteri legislativi si lasci in generale l’attuazione amministrativa ai Comuni? Come già detto, non sarebbe necessario rimodulare tutta l’organizzazione amministrativa? Oppure non è vero che anche Renzi pensi che tutti i problemi si risolvono con la riforma costituzionale e con l’approvazione più spedita di nuove leggi? Ieri, in toni affatto conciliativi, il Premier ha detto alla Leopolda che il 4 dicembre p.v. c’è una sorta di sfida all’O.K. Corral tra chi vuole garantire un futuro al Paese e chi guarda al passato. Sarà una sfida o un derby ma senza un’appropriata ed efficiente copertura amministrativa, temo che le nuove leggi siano destinate a rimanere in parte o in toto inattuate.
Non ultimo, le stravolgenti modifiche dell’art. 117 operate dalla riforma Renzi sono in contrasto con la costituzione europea che in armonia con quella italiana valorizzano l’autonomia non solo delle regioni ma anche degli enti locali. Secondo A. Manzella (1994), il principio di autonomia trova più di una dimensione in quelli accolti dal Trattato di Maastricht: a) sussidiarietà; b) compartecipazione e partenariato; c) l’addizionalità dell’intervento comunitario, alias, cofinanziamento. Questi principi non solo approfondiscono e rendono maggiormente operativo il concetto di autonomia ma danno sostanza alla norma sulla cittadinanza europea.
Nell’Unione europea non ci sono paesi membri con un assetto genuinamente federale ad eccezione della Germania, non casualmente, chiamata Repubblica federale tedesca. Ci sono altri Paesi più o meno decentrati. Ma il Trattato costituzionale prima e poi il Trattato sul funzionamento dell’Unione europea prefigurano un assetto federale che concili meglio l’unità con le diversità del vari Paesi membri. In questi termini già il Trattato di Maastricht del 1992 incorporava i principi federalistici citati sopra da Manzella.
Se, come abbiamo visto sopra la modifica dell’art. 117 riduce il potere legislativo e nulla cambia circa la indebolita autonomia tributaria delle regioni e dei comuni, si va contro i principi della costituzione europea.

Note: Vincenzo Russo (2003), Il riparto delle competenze nel nuovo art. 117 della Costituzione e le proposte di modifica, Rivista dei Tributi Locali, anno XXIII, n.4/2003: pp. 351-390;
V. Russo, Il riparto delle competenze tra Stato e Regioni in materia di governo del territorio, in Rivista dei Tributi Locali, anno XXIV, n. 4/2004: pp. 353-58.

Categorie:federalismo Tag:

Le vere intenzioni del governo nella riforma costituzionale

5 Settembre 2016 Nessun commento

Udite, udite le vere intenzioni del governo per la voce di Maria Elena Boschi, ministro dei rapporti con il Parlamento, che a torto o a ragione viene considerata vice-premier. A proposito della riforma costituzionale, ieri sera ha detto letteralmente: ” vogliamo ridurre i poteri delle regioni per semplificare la vita dei cittadini”. E’ questa la concezione della democrazia della Boschi e probabilmente anche del premier. Le regioni, il decentramento il federalismo non implementano la democrazia ma complicano la vita dei cittadini. E a complicarla sono proprio le regioni non il governo centrale che costringe un Parlamento di nominati e, per giunta, eletti con una legge elettorale dichiarata incostituzionale dalla Corte Costituzionale ad approvare leggi kilometriche incomprensibili ai più. Ma la Boschi non si rende conto che se si ridicono i poteri delle regioni e, conseguentemente, quelli dei comuni che insistono sul territorio delle stesse, alla fine si riducono i poteri dei cittadini. Non si rende conto che se si eliminano – si fa per dire – le province e si trasformano in aree metropolitane dov’è i dirigenti sono sempre i sindaci o politici non scelti direttamente dai cittadini, si annulla o si riduce la rappresentanza dei cittadini. Ma la Boschi e il governo dicono che, in questo modo, si riduce il costo della politica, alias, si riducono le poltrone. Argomento di un certo effetto ma sempre ingannevole. Perché i costi della politica non si riducono tagliando solo le poltrone ma verificando l’efficienza e l’efficacia delle funzioni svolte. Se fosse vera la premessa del ragionamento del governo, bisognerebbe abolire la Camera dei deputati e ogni organismo collegiale e affidare tutte le decisioni ad un solo uomo, all’Uomo della Provvidenza. Questa sì che sarebbe vera semplificazione. Ma il massimo di semplificazione distrugge la democrazia in una società moderna e complessa. Forse bisogna spiegare alla Boschi che riducendo le sedi di partecipazione dei cittadini alle scelte pubbliche, si riduce la democrazia, si conculcano i diritti dei cittadini, si scivola inesorabilmente verso la dittatura. Nel merito la costituzione del 1948 prevede un c.d. Stato regionale, qualcosa di molto diverso da quello centralizzato, come era stato il regime fascista, qualcosa di molto vicino allo stato federale. Per oltre 20 anni il parlamento italiano ha approvato leggi rubricate come provvedimenti mirati ad introdurre e attuare schemi federalisti. Adesso scopriamo che non solo non vogliamo più il federalismo ma non vogliamo neanche lo Stato regionale. La riprova è che nella riforma costituzionale che stiamo valutando il senato che rimane non è un senato federale, non è un senato delle regioni ma delle autonomie perché ci sono anche i sindaci e i Comuni hanno solo autonomia amministrativa. Renzi, che è stato sindaco per due mandati, abrogando le imposte di tipo patrimoniale sulla prima casa ha ridotto l’autonomia tributaria dei Comuni ma ora fa partecipare alcuni sindaci al processo legislativo e può quindi vantarsi di avere valorizzato il loro ruolo.

Categorie:federalismo Tag:

È vero cambiamento?

Per un paio di decenni, il partito dei sindaci irresponsabili (PSI), con le dovute eccezioni, ha chiesto il federalismo municipalista che non c’è in nessuna democrazia avanzata del mondo. Da tre anni, dopo gli scandali occorsi in alcune regioni, non si parla più di federalismo anzi si sono rafforzate vieppiù le spinte centralizzatrici. Per decenni il PSI ha temuto un presunto neo-centralismo regionale imponendo un sistema c.d. a tre punte per cui i Comuni ricevono trasferimenti sia dalle Regioni sia dal governo centrale. Ora eminenti rappresentanti del PSI si sono impadroniti del potere centrale. La vittoria alle elezioni europee del Partito Democratico mentre è benvenuta nei limiti in cui ha posto un argine alle forze antieuropee preoccupa nei limiti in cui consolida il potere centrale degli ex-sindaci, aprendo incerte prospettive per le riforme costituzionali a cui essi assegnano una forte priorità. Il rischio è alto che si vada avanti con la demolizione dello Stato regionale, previsto dalla Costituzione del 1948, a cui alcuni volevano dare un’impronta più schiettamente federalista in armonia con il nascente Stato federale a livello europeo. Preoccupa perché il Paese non può stare in transizione permanente. Per 25 anni verso il federalismo, ora si inverte la marcia e si torna verso lo Stato centralizzato.
So che il mio discorso è impopolare ma devo dire quello che penso. Dopo la vittoria di oggi, temo che il PD di Renzi andrà più decisamente avanti con la revisione del Titolo V della Costituzione (riformato nel 2001), additato da molti come la causa principale del malfunzionamento della macchina della pubblica amministrazione. La verità è che questa non funzionava bene neanche prima della riforma del 2001 e che la legge delega n. 42 del 2009 di attuazione del federalismo, a sua volta, attende ancora di essere attuata. Ma questo non viene spiegato alla gente e dopo aver “riformato” le Province a furore di popolo (o meglio di alcuni opinionisti dei grandi giornali), ora tocca alle Regioni ordinarie e/o speciali che siano. Non a caso, non si parla più di Senato federale ma di Senato delle autonomie. Infatti il progetto non è semplicemente quello di superare il bicameralismo perfetto – che peraltro c’è e funziona bene negli Stati Uniti – ma quello di arrivare ad un sistema monocamerale camuffato e centralizzato. Il progetto è di togliere la fiducia al Senato e cancellare le competenze concorrenti che ci sono in tutti gli Stati genuinamente federali come ad esempio gli Usa e la Repubblica federale tedesca (RFT). In altre parole, non solo si intende tornare indietro alla situazione ante riforma del 2001 con un’accentuata compressione dei poteri legislativi delle Regioni, ma si intende cambiare la forma di governo andando verso il modello un uomo, un programma e una maggioranza blindata.
Il PSI in questo modo si illude di massimizzare i propri spazi di autonomia e libertà ora che alcuni suoi rappresentanti controllano più saldamente il Centro. Si illudono perché restano i ferrei vincoli del Patto di stabilità interno e perché non vedo nel programma del governo alcun progetto serio che restituisca autonomia tributaria agli stessi Comuni che dicono di difendere. Al contrario abbiamo tutti sotto gli occhi l’immane pasticcio delle imposte municipali une e trine, ereditato dal governo dei tecnici incompetenti di Monti e da cui né il governo Letta né quello attuale “dei sindaci” riescono a venirne a capo. Se c’è vero federalismo o – se si vuole – vera autonomia quando c’è suddivisione della sovranità legislativa anche in materia fiscale e se restano, come sembra probabile, i ferrei vincoli del Patto di stabilità interno anche per il “governo dei Sindaci” è alto il rischio che l’annunciata riforma del Senato delle autonomie sia l’ennesima operazione gattopardesca per cui si cambia tutto per non cambiare niente. Un congruo gruppo di Sindaci in carica – secondo il progetto – potrà ricoprire la carica di Senatore , però, senza potere mettere becco sulle leggi finanziarie che li riguardano da vicino. Discorso analogo vale per i Senatori eletti e/o scelti in rappresentanza delle Regioni.
Ora, con o senza le riforme costituzionali che, sia ben chiaro, riguardano le sovrastrutture e non le strutture, i problemi più urgenti e drammatici restano quelli della crescita economica, delle migliori politiche per l’occupazione e della giustizia sociale. Rispetto a questi problemi abbiamo avuto nei giorni scorsi il dato che conferma la crescita negativa del primo trimestre del 2014 , oggi, quello del calo dei consumi e che le chiacchiere, gli annunci e l’ennesimo provvedimento sul lato dell’offerta del mercato del lavoro non funzionano. Non è sufficiente ai fini del rilancio della domanda interna lo stesso provvedimento degli 80 euro tanto propagandato. Serve una svolta radicale di politica economica e finanziaria non solo a Roma ma anche a Bruxelles, anzi, prima in Europa e immediatamente dopo in Italia, visto che con il Fiscal Compact e gli annessi protocolli ci siamo legati mani e piedi alle decisioni del Consiglio europeo. E qui gli affari si complicano perché c’è un serio problema di democrazia sia in Italia sia in Europa. Non basta dire abbiamo cambiato verso in Italia adesso lo cambiamo in Europa. Non servono le guasconate e altre manovre gattopardesche. Molto probabilmente ha ragione Alan Friedman che intitola il suo recente libro sull’Italia “Ammazziamo il Gattopardo”. Con l’occhio disincantato del giornalista americano aggiunge “la gente ha capito. I politici no. Il Paese vuole cambiare. Davvero”. Io non sono sicuro che la gente abbia capito veramente. Di certo il Paese ha bisogno di una svolta seria ed urgente nella politica economica e finanziaria dell’Italia (e a monte dell’Europa) se vuole uscire da una delle due crisi più gravi di questa Repubblica. Chi sia il Gattopardo di turno lo lascio indovinare alla gente.

Categorie:federalismo Tag:

La ministra Madia scivola sulla riforma della pubblica amministrazione.

La ministra Madia, incaricata di affrontare in poche settimane il grande problema della riforma della pubblica amministrazione, ha partorito un vecchio topolino: prepensionare 85 mila dipendenti pubblici anziani ed immetterne altrettanti più giovani e gagliardi. La collega Giannini, ministro meno giovane alla pubblica istruzione, ha avuto modo di manifestare il suo dissenso ma la Madia va avanti imperterrita nonostante le critiche e le riserve che, da ultimo, ha manifestato la Ragioneria generale dello Stato sui costi dell’operazione. L’avvicendamento non è un’operazione a somma zero; non è indolore e non è dimostrato che la sostituzione di anziani con giovani di per se induca una maggiore efficienza. Quanto al costo, è chiaro che i prepensionamenti dei dipendenti pubblici centrali spostano i trasferimenti dal ministero del Tesoro all’INPS e se questo va in deficit, pagherà sempre lo Stato.
Intanto mi piace citare l’opinione sulla questione di un sindacalista di razza e un giornalista di vaglia come Giorgio Benvenuto e Antonio Maglie – vedi la prefazione al loro libro “Il divorzio di San Valentino. Così la scala mobile divise l’Italia, Fondazione Bruno Buozzi, Roma 2014: p. 24 : “Pensare che si creino posti di lavoro ‘perseguitando’ gli anziani, spingendoli sempre di più verso la soglia della povertà, declassandoli a soggetti inutili, passivi e parassitari, alimentando risentimenti generazionali, è sbagliato non solo per elementari motivi etici ma anche per questioni prettamente pratiche: se la mamma dei bischeri è sempre incinta, di conseguenza bischeri si può essere a sessanta come a venti anni; l’utilità sociale, non ha nulla a che vedere con i dati anagrafici indicati sulla carta d’identità; se l’Italia ha attutito gli effetti perversi della crisi, il merito è di un welfare familiare che consente agli ultra trentenni senza ‘posto fisso’ di potere usufruire di un tetto e di un vitto garantito da mamma e papà (e questo discorso vale soprattutto per i precari che, al contrario, dallo Stato, lo stesso Stato che sembra avere in odio i pensionati, sono abbandonati); se il disagio sociale non si è trasformato in rivolta sociale, la ragione va ricercata nel fatto che i licenziamenti di massa per motivi economici (ben oltre quelli individuali prefigurati da Elsa Fornero) sono stati, in diversi casi, rivestiti con l’abito più elegante dei prepensionamenti ‘volontari’ o delle dimissioni anticipate e agevolate con uno ‘scivolo’ economico in prossimità del raggiungimento dell’età pensionabile (gli e le altre sollecitati più dai datori di lavoro che dai lavoratori)”.
Devo aggiungere che negli ultimi anni il numero dei dipendenti pubblici è stato ridotto di ben 315 mila unità . Rispetto alla Francia e all’Inghilterra abbiamo un numero di dipendenti pubblici più basso e, sulla base di una ricerca comparata della Corte dei Conti, di qualche anno fa, abbiamo anche il costo del lavoro più basso dopo la Germania. Il problema è che la giovane ministra non spiega come la riduzione e/o la sostituzione di personale di per se migliori l’efficienza della PA. Forse non si rende conto che la produttività del dipendente non discende solo dal suo sforzo individuale ma dalla qualità del management e dell’organizzazione del lavoro. Forse non si rende conto che l’efficienza costa perché bisogna investire sul capitale umano con la formazione permanente, con l’analisi e l’innovazione nelle procedure, con la dotazione di attrezzature sempre più moderne.
La proposta della ministra Madia non è un taglio lineare ma non ha niente a che fare con una seria riforma della pubblica amministrazione. Con le misure riguardanti le Province e, soprattutto, con quelle riguardanti il Titolo V, siamo davanti ad un processo di centralizzazione di molte competenze. Ora il primo problema è che il governo deve chiarire tutto ciò che riguarda il riparto delle competenze perché questo ha evidenti conseguenze sull’organizzazione non solo degli uffici centrali ma anche di quelli che fanno capo ai livelli di governo sub-centrali. In breve, non si è ancora capito se questo governo vuole andare avanti con l’attuazione del federalismo e/o decentramento o se vuole tornare indietro ad uno Stato centralizzato. Se questa ultima fosse la strada scelta – come appare probabile – diventerebbe molto rilevante l’ipotesi della mobilità sollevata dalla Madia. A suo tempo, negli anni ’70, non funzionò il trasferimento dal centro alle periferie dei dipendenti pubblici. È sicura la ministra della pubblica amministrazione che la mobilità funzionerebbe dalla periferia al centro? E a quale costo?

Categorie:federalismo Tag:

La colpa è del Titolo V della Costituzione

27 Febbraio 2014 Nessun commento

1,2 e 3. Il Presidente Napolitano è al suo terzo governo del Presidente. Il Presidente della Repubblica continua a utilizzare pesi e misure variabili a seconda delle persone e delle circostanze. Nel 2011 nomina Monti dopo averlo preliminarmente nominato senatore a vita. Nel febbraio 2013 Bersani vinse le elezioni con una solida maggioranza alla Camera dei deputati ma riceve un incarico esplorativo a tempo limitato (3-4 giorni). Non gli ha dato l’opportunità di cercarsi una maggioranza al Senato. Viene messo da parte e dopo essersi fatto rinnovare il suo incarico nomina il governo Letta con mandato a tempo. Il c.d. governo di servizio doveva durare sino al 2015 ma non si è ancora capito perché tale compito non poteva svolgerlo Bersani.
Nel frattempo Renzi vince le primarie per la segreteria del Partito democratico e, come molti osservatori avevano previsto, gli eventi precipitano. Il neosegretario del PD incalza e critica continuamente Il Presidente del Consiglio dei ministri in carica sino a spingerlo alle dimissioni. A questo punto il Presidente della Repubblica cambia opinione e dà un incarico pieno ad un uomo politico che non è neanche parlamentare. Dice di volere un governo di intese più o meno larghe per l’intera legislatura. Che cosa è cambiato per giustificare questo suo cambiamento di impostazione? Forse ce lo spiegherà nelle memorie supposto che abbia la voglia e il tempo di scriverle. Qualcuno si è chiesto come mai non abbia preliminarmente nominato Renzi senatore a vita come fece con Monti nel 2011. Come che sia, Renzi ha ottenuto la fiducia da entrambe le Camere e ha avuto anche il cattivo gusto di ricordare ai senatori che questa era l’ultima volta che venivano chiamati a darla. Temo che anche questa volta Renzi si sbagli.
Ieri parlando a Catania il Presidente della Repubblica è tornato a sollecitare la riforma del Titolo V della Costituzione. Si riferisce al progetto di abrogare le competenze concorrenti e restituire alla esclusiva competenza dello Stato la materia delle reti, delle grandi infrastrutture, l’energia, ecc. Motiva la scelta con le complicazioni e le lungaggini che il coordinamento dei vari livelli di governo provoca anche nella esecuzione dei progetti infrastrutturali e nell’utilizzo dei fondi sociali. Non si rende conto che in questo modo si presenta anche lui come supporter della forte spinta neocentralista che c’è nel Paese. Come se fosse sola colpa delle Regioni il fatto che non si riescano a spendere i fondi strutturali e sociali dell’Unione europea. Come se non fosse a conoscenza che tutte le manovre di risanamento dei conti pubblici fin qui sono state attuate con il taglio degli investimenti in conto capitale. Come se non si sapesse che l’Unione europea finanzia solo il 50% del costo dei progetti e che questi non possono essere avviati se prima l’Italia non rende disponibile l’altra metà. Come se non sapessimo che dal 2008 ad oggi, tutta la PA non abbia tagliato circa 100 di spese in conto capitale proprio per il risanamento dei conti pubblici. Ma si, diamo addosso alle Regioni specialmente meridionali. È musica per le orecchie del nuovo Presidente del Consiglio, ora massimo esponente del Partito dei sindaci che storicamente teme il neocentralismo regionale. Ora che a capo del governo centrale abbiamo un Sindaco, è preferibile il neocentralismo statale.
Ma c’è un problema? È che da 25 anni il Paese è in transizione. Vorrebbe muoversi verso un assetto federale in linea con il modello Germania o quanto meno attuare lo Stato regionale previsto dalla Costituzione del 1948. Un assetto decentralizzato ha precise implicazioni ai fini della sventolata riforma della pubblica amministrazione che, a parole, sembra un’alta priorità del governo Renzi. Nel 2001 si è modificato il Titolo V della Costituzione. Nel 2005 lo si era di nuovo modificato prevedendo anche un Senato federale ma poi la legge è stata abrogata da un referendum. Ci sono voluti ancora quatto anni per arrivare alla legge delega n. 42 del 2009 di attuazione del titolo V. Legge portata in porto da Calderoli ma ampiamente condivisa anche dal Partito democratico. Si erano emanati anche alcuni decreti legislativi ma poi con l’arrivo del governo Monti e con il precipitare della crisi, l’attuazione della legge 42/2009 è stata praticamente sospesa. Scoppiano alcuni scandali in diverse regioni e si scatena a ragione la canea contro le Regioni. Ma se non sappiamo quale modello di Stato vogliamo, se restiamo sempre in mezzo al guado, come possiamo riformare la pubblica amministrazione? Giro la domanda non solo al Presidente della Repubblica ma anche e soprattutto al Presidente del Consiglio e al ministro competente.

Categorie:federalismo Tag:

Continua la farsa delle riforme costituzionali

18 Novembre 2013 Nessun commento

Ridurre il numero dei parlamentari; superare il bicameralismo perfetto; semplificare il sistema; renderlo più efficiente; ridurre i costi della politica. E’ il leitmotiv che sentiamo ripetere quasi ogni giorno. Secondo me, non se ne farà niente anche in questa legislatura perché non ci sono i tempi e manca il consenso politico necessario.
Superare il bicameralismo perfetto trasformando la seconda camera in un Senato federale prendendo atto che a livello mondiale si registra una tendenza al decentramento perché questo favorisce la partecipazione, avvicina la politica alla gente, migliora l’efficienza del sistema perché consente di tenere conto meglio delle preferenze dei cittadini. La proposta della Commissione di esperti per le riforme costituzionali nella sua relazione finale del 17-09-2013 prevede che il Governo non debba avere la fiducia dal Senato e che questo abbia un potere di veto solo in alcune materie tra le quali le leggi finanziarie. Non senza ironia, la Commissione scrive che l’obiettivo primario è quello del rafforzamento del Parlamento. Si capisce subito che in realtà una simile riforma tende a rafforzare il ruolo del governo e simmetricamente indebolire quello del Senato quando il problema vero e grave è quello della efficienza della pubblica amministrazione a tutti i livelli. Non v’è chi non veda come, in un assetto realmente decentrato, la stragrande maggioranza delle leggi hanno implicazioni per le Regioni. Quindi limitare il potere di co-decisione del Senato delle regioni in realtà mira a indebolire non solo la loro più alta rappresentanza ma anche le regioni stesse. La Commissione ha valutato positivamente anche l’ipotesi del monocameralismo, ossia, dell’abrogazione del Senato. Ha riconosciuto che garantirebbe una maggiore semplificazione del sistema istituzionale e, quindi, una migliore stabilizzazione della forma di governo. Non ultimo renderebbe più agevole il processo di riforma costituzionale. Il riferimento ovvio va alle lungaggini della doppia lettura in due Camere diverse. A scanso di equivoci devo precisare che da Commissione di esperti ha fatto una specie di rassegna delle varie proposte di riforma che sono state avanzate negli ultimi anni e si è limitata a sviluppare meglio quelle che hanno raccolto il maggior numero di consensi all’interno della Commissione stessa – a quanto riferiscono alcuni suoi componenti – senza fare ricorso a votazioni formali.
È prevalsa largamente la proposta di un bicameralismo differenziato con un Senato delle regioni. Teniamo conto che la Costituzione del 1948 prevede per l’appunto uno Stato regionale con una suddivisione della sovranità legislativa tra il Parlamento nazionale e i Consigli regionali – vedi art. 117 Cost. pre-riforma del 2001. La Commissione però ha esaminato anche l’ipotesi di una rappresentanza dei Comuni al suo interno che ne complicherebbe enormemente la formazione, ossia, l’elezione diretta o indiretta. Ma non è di questo che voglio occuparmi qui. Dice la Commissione che la scelta del bicameralismo differenziato è coerente con le questioni relative alle attribuzioni delle competenze. L’opinione dominante in questi ultimi anni che nell’art. 117 novellato nel 2001 ci siano troppe competenze concorrenti e per questo motivo si sarebbero prodotti da un lato una paralisi decisionale del governo centrale e dall’altro un eccesso di conflitti di attribuzione tra il governo centrale e le Regioni davanti alla Corte Costituzionale. Io non condivido questa opinione e ritengo che le competenze concorrenti che esistono negli USA e nelle Repubblica federale tedesca non producono le disfunzioni che producono da noi. Queste dipendono in primo luogo dal modo disordinato e alluvionale con cui legifera in primo luogo il legislatore nazionale. In ultima analisi è una questione dei leale collaborazione tra i diversi livelli di governo. E’ questione di comportamenti dei soggetti istituzionali coinvolti nei processi decisionali.
In ogni caso la Commissione si è orientata sull’obiettivo di ridurre consistentemente le competenze concorrenti, muovendosi verso un’ipotesi di competenze chiaramente distinte e separate. Da economista, sostengo che tale scelta non sia corretta perché confligge con due criteri ordinatori di un genuino modello federalista. Il primo è il principio di sussidiarietà, adeguatezza e differenziazione secondo cui il livello superiore di governo può e deve fare solo quello che il livello di base (il Comune) non riesce a fare per via delle dimensioni, della mancanza di risorse o della natura del problema da risolvere. Ma se correttamente si coniuga il principio di sussidiarietà con quello dell’ottima dimensione della giurisdizione, si intuisce che per una serie di servizi l’ambito territoriale ottimale può non coincidere con la giurisdizione amministrativa del Comune, della Provincia e della Regione. Un caso di scuola è quello dei trasporti locali in cui sono forti le interdipendenze e strette le esigenze di coordinamento tra un bacino di utenza e l’altro. Certo si possono costituire dei Consorzi o delle Unioni con territori di dimensione ottimale ma questo, per l’appunto, implica che le attuali giurisdizioni amministrative possano intervenire in un processo decisionale comune e che siano dotate di sufficiente autonomia finanziaria. Non a caso l’art. 116 novellato nel 2001 prevede al c.d. geometria variabile, ossia, la possibilità di prevedere oltre alle Regioni a statuto ordinario, quelle a statuto speciale, oltre ai comuni, le province e le aree metropolitane, “ulteriori forme e condizioni di autonomia proprio per le materie di competenza concorrente ed esclusiva delle regioni”. Delle due l’una: o sbagliò maldestramente il legislatore del 2001 o sbagliano gli esperti del 2013. Secondo me, vale la seconda ipotesi. Intanto il Paese resta in mezzo al guado perché non sappiamo se attuare sul serio il federalismo e coglierne tutte le implicazioni in chiave di riforme amministrative – come fa correttamente la Commissione – oppure tornare indietro verso un rinnovato assetto centralizzato. A 12 anni dalla riforma del 2001, sembra prevalere, ancora una volta, la linea del rafforzamento del governo centrale in controtendenza con quanto sta avvenendo a livello mondiale e nella Unione europea.

Categorie:federalismo Tag:

Modeste proposte: abrogare il Senato e la Presidenza della Repubblica

Nel recente dibattito in Parlamento che nei giorni scorsi ha avviato il discorso delle riforme costituzionali, non pochi hanno sostenuto che occorre conservare il Senato per trasformarlo in Senato federale e così attuare il federalismo. Altri tra cui i saggi nominati dal Presidente della Repubblica in vista della formazione del governo del Presidente, sostengono che bisogna superare il bicameralismo perfetto perché lento ed inefficiente. Bisogna differenziare le competenze e possibilmente prevedere che il governo ottenga la fiducia solo dalla Camera dei Deputati senza rendersi conto che prevedere ciò in pratica significa adottare la forma di governo del premier. Il Senato rimarrebbe come una sorta di organo consultivo. Di certo con poteri superiori alla Camera dei Lord ma senza vero poter e di veto sulle leggi che riguardano la perequazione e i trasferimenti alle regioni. Ma noi vogliamo il governo del premier o il semi-presidenzialismo alla francese? Lo sappiamo?
Ecco che quelli che inopinatamente avanzano detta proposta probabilmente non tengono conto della tripartizione delle competente operata dall’art. 117 Cost novellato dalla riforma del 2001: competenze esclusive dello Stato; competenze concorrenti tra lo Stato e le Regioni; competenze esclusive delle Regioni. Ma non tengono conto soprattutto delle competenze dell’Unione europea. A livello europeo c’è un Comitato delle regioni che interloquisce direttamente con la Commissione europea e che ha diritto a esprimere un parere in pratica su tutto.
Oggi se prendiamo sul serio il discorso di svolta del presidente francese Hollande che ha proposto due anni di tempo per attuare l’Unione politica. Non si può far finta di niente e pertanto bisognerebbe tener presente quello che va maturando a livello centrale. Se vogliamo veramente gli Stati Uniti d’Europa il senato andrebbe spostato a livello centrale – sempre che qui si voglia un Senato come lo intendiamo oggi. Ma se così, il senato italiano può essere abrogato tranquillamente senza causare problemi di sorta. Negli USA i singoli Stati federati hanno una camera dei rappresentati ma non un senato. Quelli che ancora propongono un Senato federale ragionano sul vecchio modello di Stato nazionale, secondo me, ormai largamente superato. In questo senso, la proposta del prof. D’Alimonte non è così peregrina come potrebbe sembrare a prima vista e non è peregrina neanche la mia proposta di abrogare la Presidenza della Repubblica. Questo non deve garantire più l’unità nazionale. Semmai bisognerebbe pensare al modello di Stato che sui vuole adottare a livello europeo. Se il modello è quello presidenzialista o semi-presidenzialista il compito di garantire l’unione si sposta a livello centrale. Anche per questi motivi non bisognerebbe ripetere l’errore che si è fatto con la riforma Berlusconi del 2005 quando non si è tenuto in alcun conto delle elaborazioni fatte in sede di Convenzione per la formulazione del Trattato costituzionale.
Infatti, quando nel 2005 è stata approvata dalle Camere la riforma della II parte della Costituzione, l’art. 70 (formazione delle leggi) era lungo tre pagine. Secondo il parere di molti costituzionalisti era ingestibile ed avrebbe rallentato il processo di formazione delle leggi probabilmente più dell’attuale bicameralismo perfetto. Occorrerebbe riflettere più attentamente su questi problemi e, soprattutto, occorrerebbe meditare seriamente sulla questione dei costi della politica. Se si vuole fare sul serio, ecco abrogare il Senato e la Presidenza della Repubblica nella prospettiva dell’Unione europea farebbe risparmiare cospicue risorse. Come detto precedentemente, occorre che sia a livello italiano sia a livello europeo si chiariscano le idee circa la forma di Stato e di governo che vogliamo.

Categorie:federalismo Tag:

Di che cosa sono responsabili i Sindaci?

26 Novembre 2012 1 commento

Con la nuova legge n. 81/93 per l’elezione diretta dei sindaci e con il rilancio del federalismo in seguito all’alleanza tra Forza Italia e La Lega Nord, il Partito dei Sindaci ha rilanciato lo slogan del federalismo municipalista. Nel 2001 riesce a ottenere l’art. 114 nella modifica del Titolo V della Costituzione che impone l’equi-ordinazione tra Comuni, Province, Regioni e lo Stato (rectius: governo centrale). Si tratta di un assetto discutibile visto che il federalismo serio implica suddivisione della sovranità legislativa anche in materia fiscale e questa può essere operata solo tra gli organi muniti di tale potere legislativo. In questo modo, i Comuni e le Province hanno scongiurato l’assunto ma non dimostrato rischio di un centralismo regionale che, secondo me, in Italia non c’è mai stato. C’è stato e rimane il centralismo burocratico del governo centrale ma questo evidentemente è meno temuto dai rappresentanti dei Comuni e delle Province che preferiscono praticare la politica dei due forni.
Dopo l’elezione diretta dei Sindaci e dei Presidenti delle Province abbiamo avuto quella dei Presidenti delle giunte regionali. Tralascio l’evoluzione ed involuzione delle leggi maggioritarie per eleggere il Parlamento nazionale e la proposta del “Sindaco d’Italia”. Proprio perché sono in corso le importanti primarie del partito democratico dove è candidato il Sindaco di Firenze che, di certo, non difetta di ambizione e presunzione come altri suoi colleghi, con le dovute cautele e qualificazioni, io sono portato a riflettere sul ruolo dei Sindaci negli ultimi 50 anni ed in particolare con riferimento ad un paragone storico: i Sindaci di fine ottocento e inizio Novecento e quelli di fine Novecento e inizio del XXI secolo. Non c’è partita. Erano meglio quelli di un secolo fa. È una mia sensazione che merita più attenta analisi e soprattutto evidenza empirica. A mio “avventato” giudizio, il Partito dei sindaci irresponsabili – come li ho definiti nel mio libro sul federalismo bloccato del 2000 – ha contribuito non poco: a) al degrado della democrazia locale; b) alla devastazione del territorio e c) ad alimentare un flusso di corruzione senza precedenti. Da venti anni a questa parte, i consigli comunali non contano più niente, i piani regolatori sono fatti ad uso e consumo dei poteri forti locali e il familismo e il clientelismo più biecamente amorale impronta la gestione delle così dette società miste. Così è stato tradotto il principio comunitario del partneriato pubblico-privato che elude ad un tempo la privatizzazione netta e la liberalizzazione dei servizi pubblici locali. Certo ci sono eccezioni, cautele da prendere e opportune distinzioni da operare nell’assumere questa tesi. Ma se non si tiene conto di questi fenomeni non si spiegano in grossa parte i sessanta miliardi di corruzione stimati dalla Corte dei Conti.
Ma vengo al primo più importante punto. I Sindaci predicano il decentramento, la trasparenza e la responsabilizzazione ma non li praticano. Io non ce l’ho con i sindaci eletti direttamente, ma una cosa è affidare una città con diverse centinaia di migliaia di persone alle mani di una sola persona ed un’altra è limitare tale sistema ai sindaci dei comuni sino a 15 mila abitanti. Prendiamo il caso del decentramento all’interno dei grandi comuni . Proposte di legge per la istituzione delle circoscrizioni risalgono a 50 anni fa, al periodo glorioso del primo centro-sinistra. Ci sono voluti decenni per attuarle e dove sono state attuate si è a lungo sperimentato che le circoscrizioni non contavano nulla. Poi si è detto: facciamo i municipi ma alla prova dei fatti neanche i Municipi contano niente. Sono meccanismi di raccolta dei voti ma un consigliere di un municipio prende 1.500 euro al mese. Non è molto ma neanche poco. Adesso abbiamo l’improvvido ed insulso provvedimento sulla riduzione del numero delle Province che in alcuni grandi agglomerati saranno trasformati in Aree metropolitane. Ma se la trasformazione sarà fatta accogliendo le istanze dei Sindaci, non c’è da aspettarsi niente di buono. L’attuazione delle aree metropolitane sarà sicuramente all’ordine del giorno del prossimo governo di Centro-sinistra ma se non si riflette seriamente sulle questioni di cui sopra, alto è il rischio di fare l’ennesimo papocchio.

Categorie:federalismo Tag: