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Archivio per la categoria ‘finanza pubblica’

UN’IMPOSTA AD ALIQUOTA NOMINALE COSTANTE*

Con l’inizio delle elezioni primarie per la scelta del candidato alle elezioni presidenziali USA del prossimo novembre, i repubblicani hanno rispolverato la vecchia proposta di un’imposta ad aliquota costante (flat rate tax). Dopo poche settimane la proposta è rimbalzata in Italia ed anche qui si è sviluppato un certo dibattito che conviene esaminare.
Si tratta di un’imposta ad aliquota nominale costante (fissa) ma non di un’imposta unica come qualche inesperto commentatore ha ritenuto. Un’imposta ad aliquota costante tassa con la stessa aliquota proporzionale il reddito superiore ad un dato livello. Di nuovo, conviene precisare che si tratta di imposta progressiva sia pure di una forma molto limitata di progressione come quella per detrazione. Quindi non è un’imposta ad aliquota unica. Solo l’aliquota nominale è tale.
La proposta repubblicana è stata elaborata da un gruppo di esperti, nominato nel maggio 95 dai parlamentari Gingrich e Dole, leaders del partito repubblicano, e presieduto da Jack Kemp.
Si tratta di una versione di IAC che colpirebbe il reddito consumato. L’idea è sempre quella degli economisti c.d. offertisti (supply siders) che vogliono imposte molto basse per chi investe e per i ricchi; vogliono ridurre i costi di gestione del sistema che, secondo alcuni esperti, si aggirano ormai sui 100 miliardi di dollari all’anno; vogliono togliere molto del potere discrezionale allo Internal Revenue Service – l’equivalente del nostro ministero delle finanze; vogliono eliminare i principali varchi elusivi che sono rimasti dopo la riforma del 1986.
L’IAC pura è un modo di tassare il consumo a livello delle famiglie e delle imprese.
Se il consumo è uguale al reddito meno il risparmio, un’imposta sul reddito consumato tasserebbe il consumo a livello delle famiglie; un’imposta sul valore aggiunto lo tassa a livello delle imprese; la IAC combina i due schemi; il reddito da lavoro verrebbe tassato nella sede di destinazione: la famiglia; il reddito di capitale sarebbe tassato alla fonte nel luogo dove si forma: l’impresa.
Questa parte della IAC è simile all’imposta sul valore aggiunto. Simile perchè dai ricavi le imprese dedurrebbero non solo il costo dei beni intermedi e gli ammortamenti ma anche il costo del lavoro (i salari); i salari appunto verrebbero tassati con la stessa aliquota una volta che raggiungono i destinatari; anche la IAC può essere resa progressiva prevedendo delle deduzioni graduate secondo la composizione del nucleo familiare.
Stime fatte ipotizzano che con un’aliquota del 19% si possono esentare i consumi di 28 mila dollari di una famiglia di 4 persone; questo schema consentirebbe un’aliquota media effettiva crescente per tutti al crescere del reddito che è la caratteristica fondamentale della progressività.
L’attuale sistema invece presenta diverse funzioni di progressività per diversi contribuenti; i vantaggi della proposta sono sintetizzati in: a) meno distorsioni; b) maggiori incentivi al risparmio; c) aliquote marginali meno elevate; d) grande semplificazione; la dichiarazione dei redditi potrebbe essere contenuta in un modello della dimensione di una cartolina postale.
I contribuenti dovrebbero individuare solo due variabili: il reddito esente e l’imposta dovuta; il sistema tributario sarebbe progressivo solo dove è necessario che lo sia, ossia, nella ramo basso della scala distributiva.
In realtà le cose sono meno semplici di quanto si vuole far apparire perchè a livello delle famiglie e soprattutto delle imprese rimangono non facili problemi di definizione del risparmio e del consumo e, quindi, di controllo ed accertamento.
I fautori di questa proposta sostengono che l’eliminazione delle aliquote marginali più elevate, che caratterizzano le imposte progressive per scaglione, riducendo fortemente il grado di progressività dell’attuale income tax americana, taglierebbe l’erba sotto i piedi ad ogni comportamento elusivo; eliminerebbe l’interesse ad approfittare delle scappatoie che le complesse legislazioni sull’imposta sul reddito consentono più o meno in tutti i sistemi di imposizione sul reddito che sono in vigore nei paesi occidentali. Non ci sarebbe ragione di suddividere il reddito su più teste. Si eliminerebbe ogni problema di distribuzione del reddito su più anni per evitare il maggiore onere conseguente all’addensamento in un anno dei redditi percepiti.
Non ci sarebbe spazio – o quanto meno sarebbe drasticamente ridotto – per i c.d. arbitraggi fiscali che si verificano invece con la progressività per scaglioni. Vedi, ad. es., la distribuzione degli utili di impresa attraverso gli interessi pagati sulle obbligazioni sottoscritte dagli stessi azionisti di società a base ristretta; la convenienza dei soggetti con aliquota marginale più elevata ad indebitarsi con soggetti con aliquota marginali più basse, ecc..
Così strutturata l’imposta ad aliquota costante presenta numerosi vantaggi amministrativi.
Abbiamo detto che con la IAC è indifferente l’attribuzione del reddito a Tizio o a Caio.
La circostanza facilita enormemente gli aspetti amministrativi della riscossione. Il reddito può essere tassato alla fonte ancor più agevolmente; si ridurrebbero così i costi di adempimento dei contribuenti; e ciò potrebbe aumentare il grado adesione volontaria.
Si faciliterebbe anche la tassazione dei benefici accessori tipo assicurazione pagate dal datore di lavoro perché la ritenuta alla fonte sarebbe sempre la stessa. Il trattamento non sarebbe differenziato a seconda dei beneficiari.

Notevoli semplificazioni si realizzerebbero anche nell’integrazione tra imposte sulle persone fisiche e quelle sulle imprese. Nello schema americano l’imposta ad aliquota costante sostituirebbe le due principali imposte quella sul reddito delle persone fisiche e quella sul reddito delle società.
Qui conviene mettere in evidenza una forte differenza che c’è tra il sistema economico nord-americano e quello nostro; da noi c’è una fortissima presenza di piccoli e medi imprenditori (circa quattro milioni di soggetti organizzati per lo più in società di persone, imprese familiari, ditte individuali). Come noto, per questi ultimi soggetti, la tassazione del reddito di impresa avviene in regime di piena integrazione con l’imposta personale sul reddito; un conto è quindi ragionare con una struttura produttiva fondata sulle public companies e con azionariato di massa ed un altro è ragionare con quattro milioni di piccoli e medi imprenditori.
Mentre le società di capitali assicurerebbero una tassazione alla fonte degli utili distribuiti alle famiglie, bisognerebbe studiare un sistema che assicurasse la stessa possibilità per le società di persone per le quali, oggi, come detto, vige il principio della trasparenza, secondo cui il reddito prodotto si assume distribuito ai soci e viene tassato in testa agli stessi con le relative aliquote dell’imposta personale.
Si osserva che le società di persone che reinvestono gli utili all’interno dell’impresa andrebbero esenti per la quota di utili reinvestita. Si propone di tassarle al momento in cui cedono l’impresa magari per causa di successione. Questo comporterebbe, come attualmente, irrisolti problemi di valutazione del patrimonio netto di dette imprese e in ogni modo un forte differimento al futuro degli oneri dell’imposta.
In questo modo l’IAC non sarebbe neutrale con i risparmi investiti in società di capitali e gli utili reinvestiti nelle società di persone e nelle ditte individuali. Ci sarebbe un effetto d’immobilizzo in queste ultime e non nelle prime. Il sistema non sarebbe nè efficiente nè equo. In termini comparativi, rimarrebbe la discriminazione contro il risparmio investito nelle società di capitali.

Con riguardo agli aspetti redistributivi, in linea teorica, c’è compatibilità tra IAC ed equità.
Basta manovrare sul livello delle detrazioni: tanto più alte e opportunamente graduate le detrazioni quanto più l’onere della IAC graverà sui più ricchi.
Già prima della riforma del 1986, un economista americano Hausman sosteneva che l’introduzione della IAC avrebbe comportato una riduzione dell’aliquota media effettiva per tutti ed un netto miglioramento dell’efficienza allocativa. L’assunto era ed è che la riduzione delle distorsioni e degli effetti di disincentivo delle alte aliquote marginali avrebbe indotto un aumento generalizzato dello sforzo di lavoro. L’incremento del reddito prodotto sarebbe stato tale da compensare ampiamente la riduzione delle aliquote. Tuttavia i risultati delle verifiche empiriche di Hausman non erano e non sono accettati da tutti.
Ed invero la stessa esperienza Usa della riforma del 1986 dimostra che il previsto aumento del gettito non c’è stato e che il deficit di bilancio si è allargato e, tuttora, costituisce un problema irrisolto. Infatti chi ritiene rigida l’offerta di lavoro svaluta l’importanza del fattore fiscale; chi invece pensa che l’offerta di lavoro sia elastica, tra l’altro teme che per mantenere alta l’esenzione iniziale si debba alzare consistentemente l’aliquota media effettiva sui più ricchi e quindi ridurre le possibilità di manovra.
Non solo ma il problema redistributivo non si pone solo tra i più ed i meno ricchi ma anche tra i più ricchi e la classe media; se fatta a parità di gettito, la riforma comporta maggiori oneri per la classe media; tutto quello che pagano in meno i più ricchi deve essere pagato dalla classe media.
Forse questa è la difficoltà più grossa di attuazione della IAC anche alla luce del teorema dell’elettore mediano i cui interessi sono tenuti nella più attenta considerazione da parte degli opposti schieramenti.
I Repubblicani che nel 1996 tornano a rilanciare la proposta avranno un bel da fare a spiegare questo tipo di operazione ai loro elettori.
Altri ritengono che l’income tax uscita dalla riforma tributaria del 1986 costituisca in buona sostanza una versione modificata della IAC ma che le modifiche apportate al modello abbiano fatto perdere i più importanti vantaggi dello stesso.
I due economisti americani Hall e Rabushka, che nel 1983 e ’85 avevano formulato le proposte più analitiche e che perciò sono considerati i padri della IAC, insistono perché si adotti la versione pura.
Il vantaggio principale di una tale versione è quello di mettere in chiaro il livello di solidarietà che le classi abbienti sono disposte a pagare, ma non basta. Se definiamo i principali obiettivi di ogni sistema tributario in termini di capacità di assicurare: a) il gettito necessario; b) una certa redistribuzione; c) il finanziamento dei bisogni meritevoli (merit goods), vediamo che il problema si complica. Quello che è meritevole per alcuni non lo è per altri; è meritevole per alcuni sussidiare le spese per la ricerca e lo sviluppo; è meritevole per altri sussidiare l’acquisto della casa; per l’economista è facile sostenere che bisogna tagliare le agevolazioni, per il politico è ben difficile spiegare alle famiglie che non potranno più dedurre gli interessi sul mutuo per la casa.
Queste deduzioni menzionate sono proprio quelle che provocano una forte erosione della base imponibile dell’income tax americana.
Allora si ritorna al problema non facile di definire che cosa è equo, e al grado di intervento dello stato nell’economia; e qui le opzioni ideologiche, le visioni della giustizia sociale tornano ad occupare il centro della scena.
Per i politici ogni nuova proposta di spesa sarebbe più difficile da far passare perchè dovrebbero convincere le classi medie della necessità di aumentare l’aliquota.

Nonostante alcuni meriti della proposta, le possibilità che essa sia approvata sono molto esigue per quattro motivi di ordine politico:
1) i primi beneficiari della IAC sono i più ricchi e questo è difficile da far digerire non tanto ai poveri quanto alla classe media;
2) la IAC su base consumo inoltre tassa più pesantemente le persone anziane che, per lo più, consumano tutto quello che ricevono ; in effetti molte di esse consumano più del loro reddito perchè disinvestono; loro pagherebbero di più; per contro, attualmente, molti sistemi tributari prevedono agevolazioni per le persone anziane;
3) l’esenzione totale del reddito risparmiato e reinvestito è difficile da giustificare in termini comparativi; 40 milioni di consumi vanno tassati 40 milioni di risparmi vanno del tutto esentati;
nello schema proposto questo in realtà si verifica solo per chi reinveste nella propria azienda; mentre chi riceve un reddito di capitale è tassato alla fonte;
4) c’è la questione delle contribuzioni sociali; se i repubblicani vogliono eliminare le imposte sulle imprese, perchè, allora, non si dovrebbero eliminare anche le contribuzioni sociali che colpiscono i salari? L’obiezione – si osserva – non è fondata perchè a fronte delle contribuzioni sociali ci sono i benefici della sicurezza sociale;
ma la logica economica non sempre prevale sulle argomentazioni di tipo di politico;
5) non ultimo la proposta lascia nell’ambiguità o irrisolto il problema dei poveri. E’ vero si propongono generose detrazioni sino a 36-38 mila dollari per una famiglia di quattro persone ma per le famiglie che hanno un reddito; non si propone niente per assicurare lo stesso livello di benessere alle famiglie che non hanno redditi da esentare. Si dice che l’IAC colloca la progressività dove è importante che stia, ossia, nelle fasce medio-inferiori di reddito, ma ci deve essere un reddito. Se il reddito non c’è, allora il governo dovrebbe prevedere dei consistenti sussidi.
Su questo punto i repubblicani neo-liberisti USA non hanno una proposta coerente. Al contrario litigano con il Presidente Clinton perchè non accetta i tagli alla spesa sociale che essi propongono.
6) un altro motivo per cui la proposta repubblicana ha scarse possibilità di essere adottata negli USA e, a maggior ragione, in Europa sta nella circostanza che tutto il sistema delle convenzioni internazionali è costruito sul concetto ibrido di reddito prodotto-entrata. Piaccia o no, questo costituisce un vincolo sempre più stringente in un mondo di forte interdipendenza tra le principali economie del mondo, in un contesto di globalizzazione dei mercati e di crescente mobilità dei capitali e delle persone, per non parlare dei vincoli di armonizzazione fiscale che abbiamo sottoscritto con gli altri paesi dell’Unione europea.

E’ stato detto che adottare un’imposta sul reddito consumato ad una o più aliquote sarebbe una rivoluzione che sconvolgerebbe gli attuali ordinamenti tributari. E’ vero ma, sfortunatamente o meno, a seconda dei punti di vista, una simile rivoluzione non può essere fatta da un solo paese. O i principali paesi coordinano le loro azioni e concordano anche un periodo di transizione oppure l’azione isolata di qualcuno o alcuni di essi determinerebbe tensioni nel sistema.
E’ questa una ragione non secondaria per cui nonostante l’eleganza, l’efficienza ed altri meriti dell’imposta sul reddito consumato, nessun paese al mondo mi risulta che l’abbia adottata in tempi recenti, se si escludono i due esperimenti falliti di India e Ceylon degli anni ’50.
Per questi motivi, se c’è – come c’è – un problema di riforma del sistema tributario, sarebbe bene evitare le fughe in avanti, i viaggi nel futuro e guardare ad esperienze più realistiche come quelle in corso in alcuni paesi scandinavi che proprio nel momento del loro ingresso nell’Unione europea, hanno adottato un c.d. imposta duale (dual income tax), un’imposta che prevede un regime di progressività attenuata per i redditi di lavoro e di proporzionalità per quelli di capitale. Una proposta allo stato superiore anche dal punto di vista dell’equità e che non è difficile innestare sull’attuale sistema. Il che non è poco.

26.02.96
* Seguendo il dibattito sulla flat rate tax – per alcuni versi ingannevole e deviante nella proposta rincipale avanzata da N. Rossi – mi sono ricordato di un mio scritto indedito di 21 anni fa (febbraio 1996)- che commentava la proposta del Partito repubblicano Usa in vista delle elezioni presidenziali del novembre dello stesso anno che confermarono Clinton per un secondo mandato. Lo propongo tale e quale riservandomi di integrarlo ed aggiornarlo in relazione ai problemi del nostr sistema tributario ed alcu i spunti emersi dall’attuale dibattito estivo in vista delle prossime elezioni in vista delle quali con scarso senso di responsabilità molti politici parlano di taglio delle tasse.

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Lettera aperta ad Emma Bonino sull’ATAC

A fronte dello sfascio dell’Atac non c’è da stupirsi se anche Emma Bonino e i Radicali raccolgano firme per la liberalizzazione del trasporto pubblico locale (TPL) della Capitale. In Europa e in Italia soffia ancora un forte vento di destra. Nella UE fin qui non hanno vinto i partiti antieuropeisti ma, come in Francia, non hanno vinto i partiti di sinistra. In Italia a causa degli errori del Partito Democratico di Renzi si profila una vittoria del centro-destra nelle prossime elezioni politiche sempre che la coalizione riesca a mettere in campo un gruppo dirigente all’altezza del compito. In suddetta prospettiva, è naturale che arrivino proposte come quella della liberalizzazione del TPL della Capitale con “valenza politica nazionale” e quella ideologicamente affine della imposta ad aliquota nominale costante, alias, flat rate tax. Due proposte di destra che massacrerebbero le classi sociali con redditi medio bassi in nome di un presunto aumento dell’efficienza ottenibile semplicemente con la riduzione del perimetro di intervento dell’operatore pubblico a tutti i livelli di governo.
Mi dispiace ma non posso condividere la linea della privatizzazione del TPL. Non vedo come si possano introdurre in generale elementi di concorrenza in questo complesso e difficile settore. Viene citato il caso delle nettezza urbana in alcune grandi città ma si tratta appunto di un servizio facilmente suddivisibile a livello di Municipi o gruppi di municipi. Può anche darsi che in aree metropolitane si possa fare qualcosa del genere almeno per alcune zone e aree di grandi città ma non vedo come tale suddivisione del servizio TPL possa funzionare in Comuni di media e piccola dimensione. Il TPL è un servizio particolare che richiede una forte integrazione e coordinamento di linee ed orari difficile da operare anche da parte di un unico gestore. È illusorio pensare che tale complessa funzione possa essere meglio attuata perché ci sono più operatori in concorrenza tra di loro. Il TPL deve essere prodotto a costi inferiori a tutte o quasi le altre alternative esistenti. Il problema fondamentale è quello di minimizzare i costi di produzione dato un prefissato livello di qualità del servizio rispettando certi standard anche di trattamento del personale addetto, alias, evitando il dumping sociale praticato, ad esempio, dalle compagnie aeree low cost con sede sociale in paesi a fiscalità di favore e che, comunque, ricevono sussidi dalle Regioni italiane. Resta il fatto non trascurabile che una società privata deve remunerare il capitale investito e dovrebbe assicurare le tariffe le più basse possibili per favorire la mobilità di quanti non dispongono o non possono accedere a mezzi alternativi di trasporto. Se così resta valida la teoria tradizionale dell’impresa pubblica che remunera il capitale impiegato con le economie esterne che crea in termini di bassi costi del trasporto pubblico, decongestionamento del traffico privato, di minore inquinamento, di protezione dell’ambiente di cui tiene conto nel suo bilancio sociale. Un’impresa privata non ha alcun interesse a investire il suo capitale per produrre in perdita. Non c’è teoria dei mercati efficienti che può giustificare il contrario.
Per l’impresa pubblica è una questione di management serio e responsabile che deve garantire la mobilità di giovani, studenti e lavoratori con bassi redditi o disoccupati e inattivi in cerca di lavoro evitando inefficienze e sprechi. Deve affrontare un problema di contesto ossia, di regolazione appropriata di tutto il traffico locale pubblico e privato sapendo che se quest’ultimo è libero, anarchico, non disciplinato, impedirà il corretto funzionamento di quello pubblico. C’è un problema complesso di integrazione e coordinamento di tutti i sistemi di trasporto a livello di area metropolitana e/o di area vasta specialmente per quella che insiste intorno alla Capitale. È vero che il mercato privato svolge in un modo o nell’altro questa funzione per gli operatori privati ma qui si tratta, come detto, di coordinare gli operatori pubblici con quelli privati e si tratta anche di minimizzare la produzione di diseconomie esterne e proteggere l’ambiente. Il che richiede anche una programmazione dello sviluppo urbanistico, delle reti e delle infrastrutture di ogni tipo. Sono problemi che vanno affrontati con approccio programmatorio di tipo globale, sistemico in un’ottica di medio e lungo periodo. Cambiare l’assetto proprietario di una società di TPL non porta da nessuna parte come abbiamo visto con le altre società miste seguendo il criterio liberista della UE, del partenariato pubblico-privato. Non mi pare che in Italia dette società abbiano dato buona prova di se. Sono servite ad assumere senza concorsi, alias, con procedure privatistiche più adatte ad alimentare le clientele politiche. Non di rado sono diventate un veicolo di corruzione diffusa ovviamente con le dovute eccezioni. Non ultimo, occorre che le esistenti autorità amministrative indipendenti che controllano la qualità di tutti i servizi pubblici locali siano veramente attrezzate con personale competente e indipendente e non come succede a volte con personale proveniente dalle stesse strutture che dovrebbero controllare – come mi è capitato di vedere recentemente esaminando il caso Roma. Come molti sanno, a livello locale e non solo, c’è un gravissimo problema di controlli di gestione durante ed ex post sulle imprese pubbliche, miste, non profit e quanto altro largamente sottovalutato dai politici e dall’opinione pubblica.
Certo la liberalizzazione potrebbe escludere il modello delle società miste. Ma il TPL resta un bene pubblico locale e mi viene in mente l’analogia con la fornitura dell’acqua. Abbiamo il sistema degli acquedotti pubblici che perdono per strada all’incirca la metà dell’acqua. Servono ingenti investimenti pubblici per ridurre questi sprechi. La UE aveva dato delle indicazioni sul tasso di remunerazione (7%) che bisognava riconoscere agli investitori privati. C’è stato il referendum che ha bloccato la partecipazione dei privati all’efficientamento e alla gestione congiunta degli acquedotti. Il risultato è che continuiamo a sprecare una risorsa quanto mai preziosa.
Lo ripeto il settore del TPL è ben più complesso per i motivi detti sopra. Richiede un approccio programmatorio di tipo sistemico. Privatizzare non significa necessariamente liberalizzare. Tra l’altro significa ridurre la trasparenza perché mentre per le imprese pubbliche i dati sono immediatamente disponibili, non così per quelle private al netto dei falsi in bilancio in entrambi i settori. Ritengo che anche un’impresa pubblica locale possa essere gestita bene secondo i più appropriati criteri del bilancio sociale. Servono la volontà politica ed un adeguato controllo sociale.

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Quando votare e chi deve fare la legge di bilancio 2018.

I grandi commentatori e comunicatori disquisiscono su chi debba fare la legge di bilancio 2018 nel caso di elezioni anticipate, come sembra abbiano deciso i quattro partiti (M5S, PD, Forza Italia e Lega) che hanno raggiunto l’accordo su un sistema elettorale – “modello tedesco deformato”. A mio avviso si discute di quisquilie come direbbe Totò e ci si divide sul nulla a causa di una classe governante indecisa a tutto. Tecnicamente ci sono i tempi per “mettere in sicurezza” i conti pubblici a luglio come fece, con successo ma stravolgendo le procedure di bilancio, Tremonti nel 2008-2009 e 2010 con decreti leggi che anticipavano i contenuti principali delle leggi finanziarie per gli anni successivi. La manovra del luglio 2011 fallì per colpa di Berlusconi che, dopo avere ricevuto un gruppo di ministri, irritati da Tremonti, dichiarò che lui non si riconosceva nella manovra del suo ministro dell’economia e delle finanze.
Oggi la manovra potrebbero farla Gentiloni e Padoan d’intesa con la Commissione europea che ha già espresso il suo parere su che cosa dovrebbe contenere. Come noto, a dicembre scorso, quest’ultima rinviò il suo giudizio sulla legge di bilancio 2017 per non influenzare in alcun modo l’azione del governo italiano prima e dopo il referendum costituzionale. La valutazione è arrivata nel febbraio 2017 a legge di bilancio già approvata e la Commissione chiese una manovra correttiva. Questa è stata approvata recentemente e non è successo niente. Perché? Perché ormai tutti sanno – anche gli analisti che studiano i mercati – che tra il semestre europeo, durante il quale i paesi membri dell’eurozona presentano alla Commissione documenti di economia e finanza e piani nazionali di riforma, e i semestri nazionali (elaborazione e approvazione dei documenti di bilancio con preventivo parere della stessa Commissione), ormai le procedure formali di bilancio durano un anno, anzi, si possono definire continue perché anche l’approvazione parlamentare “definitiva” entro dicembre può essere opportunamente modificata nei primi mesi dell’anno successivo. Da questo punto vista non c’è ragione seria per temere che in sei mesi il governo in carica o quello nuovo non debbano concludere niente e che si debba entrare nell’esercizio provvisorio che allarmerebbe i mercati.
Le società di rating conoscono queste procedure e i mercati speculano non speculano su di esse. Quello che conta è se nella sostanza i provvedimenti specifici che si assumono in materia di tasse, spese pubbliche e indebitamento sono veramente idonei a rilanciare la crescita del reddito e della occupazione in maniera sostenibile. Peraltro mettere in sicurezza i conti pubblici entro luglio e lasciarlo fare al governo Gentiloni per votare a settembre potrebbe essere un modo per evitare provvedimenti a carattere strettamente elettoralistico.
Un’altra considerazione riguarda appunto le incertezze sugli esiti delle elezioni italiane. Domani si vota nel Regno Unito, poi in Francia per rinnovare il Parlamento e, a settembre, per quello tedesco. Le incertezze che riguardano l’Italia sono strettamente interconnesse con quelle degli altri PM della UE e, a mio giudizio, sono secondarie rispetto alle prime. Personalmente propendo per le elezioni anticipate a settembre come le fa la Germania. Abbiamo un’occasione storica per coordinare le elezioni politiche con altri tre grandi PM della UE. Bisognerebbe non sprecarla. È specioso l’argomento di chi si schiera a favore delle elezioni dopo la fine naturale della legislatura trascurando il fatto che questa è una delle più screditate nella storia della Repubblica. In primo luogo, perché eletta con un sistema elettorale con un sistema elettorale subito dopo dichiarato in parte significativa incostituzionale e, in secondo luogo, per le reiterate manipolazioni e/o torsioni autoritarie del Presidente della Repubblica Napolitano. Quanto alle incertezze politiche, esse ci sono oggi, ci saranno a settembre e, molto probabilmente, anche nella Primavera prossima. La differenza è che quest’anno – come detto sopra – le nostre si confondono con quelle degli altri grandi PM della UE, l’anno prossimo l’Italia sarà sola e con un Parlamento ancora da rinnovare. Quest’anno è un anno perso per le decisioni importanti a livello europeo – livello più alto anche per l’Italia. Se votiamo nella Primavera 2018, noi rischiamo di aggiungere altri sei mesi di specifiche incertezze del nostro quadro politico. Ma tant’è se si accetta che quello italiano è un governo sub-centrale, regionale, che non pesa molto nelle decisioni europee importanti e che, in ultima analisi, è sotto la protezione dello “scudo europeo”.

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Le previsioni del DEF 2017 sul debito pubblico

A giustificazione del recente declassamento del rating dell’Italia Fitch adduce due motivi: l’alto debito pubblico e l’aumentata incertezza politica. Vediamo innanzitutto il primo problema. Nel suo recente rapporto sull’Italia la Commissione europea afferma che nel 2015 il rapporto debito pubblico/PIL era salito al 132,3% rispetto al livello pre-crisi del 2007 pari all’incirca al 100%. La Commissione ritiene tale alto livello del debito un fattore importante di vulnerabilità non solo per l’economia italiana ma anche per tutta l’eurozona. E non manca di ripetere questa preoccupazione nei suoi documenti. La crescita negativa del PIL e la bassa inflazione – in alcuni anni si è invero trattato di deflazione – spiegano, secondo la Commissione, il forte aumento del debito. Riconosce quindi che, da un lato, le passate riforme pensionistiche hanno migliorato la sostenibilità a lungo termine del debito ma che dal versante opposto la flessione dell’avanzo primario a partire dal 2013 e alcune misure contenute nella legge di stabilità 2017 operano in senso opposto. Non è escluso che gli analisti di Fitch abbiano fatte proprie le valutazioni della Commissione europea – poco o punto tenute presenti nel dibattito pubblico in Italia.
Il Governo italiano risponde con ciò che scrive nel DEF: il rapporto fra debito e PIL ha toccato il 132,6 per cento nel 2016, in lieve aumento sul 2015 (132,1 per cento). L’aumento è stato pressoché nullo se si considera che il Tesoro – come di consueto a fine anno – ha fatto scorte precauzionali di liquidità in misura superiore allo 0,4 per cento del PIL. Il rapporto debito/PIL tende oramai verso la stabilizzazione per poi ridursi progressivamente… Il governo afferma che si tratta di “un risultato non scontato alla luce della bassa crescita nominale degli ultimi anni”. Appare scarsamente credibile la previsione di una progressiva riduzione dello stock se si considera che i tassi di crescita economica si manterranno bassi anche negli anni avvenire e che per altro verso si deve scontare un probabile aumento dei tassi di interesse. Va ricordato che un aumento dell’inflazione comporta un aumento dei tassi e se, da un lato, l’inflazione riduce il peso degli interessi sullo stock di debito pregresso, dall’altro, le nuove emissioni di debito implicano una maggiore spesa.
Del resto è lo stesso governo che nella sua previsione programmatica per il rapporto debito/PIL nel 2017, comprensiva di possibili interventi a sostegno della ricapitalizzazione “precauzionale” delle banche, prevede un rapporto pari al 132,5 per cento. È singolare che parli di possibili interventi quando questi, a giudizio di molti commentatori e della stessa Commissione, appaiono necessari e urgenti. Se così non fosse non si capirebbe perché il governo abbia proceduto con decretazione d’urgenza – tramite il D.L. n. 237 del 23 dicembre 2016 – a mettere a disposizione delle banche in crisi risorse pari a 20 miliardi per la ricapitalizzazione precauzionale delle stesse. Quindi scrivere di interventi di salvataggio solo possibili e di utilizzo di metà dei venti miliardi a me sembra solo ipocrisia. È vero che nell’ultimo anno è stato possibile allungare la vita media del debito pubblico – ora pari a 7,28 anni a fine dicembre 2016 rispetto al 6,8 anni del 2014 – ma restano le incognite non tanto sull’an ma sul quantum dell’aumento dell’inflazione, dei tassi e dello spread direttamente correlato alle incertezze politiche. Dulcis in fundo, il governo prevede che il debito pubblico possa scendere al 125,7% del PIL e per giustificare tale risultato ipotizza consistenti aumenti del saldo primario pari all’1,7; 2,5; 3,5; e 3,8%, rispettivamente per gli anni 2.017, 2018, 2019 e 2020. Francamente mi sembrano ipotesi scarsamente credibili dopo 9 anni di vacche magre.

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DEF: avanti così nella stagnazione secolare.

“L’obiettivo prioritario del Governo – e della politica di bilancio delineata nel DEF – resta quello di innalzare stabilmente la crescita e l’occupazione, nel rispetto della sostenibilità delle finanze pubbliche; in tal senso le previsioni formulate sono ispirate ai principi di prudenza che hanno caratterizzato l’elevata affidabilità di stime e proiezioni degli ultimi anni, al fine di assicurare l’affidabilità della programmazione della finanza pubblica”. Certamente si tratta di massima prudenza. Se stiamo giocando sui decimali di punto, è chiaro che non ci si può sbagliare di molto. Dopo nove anni dall’ inizio della crisi forse un po’ di coraggio in più non guasterebbe. Ma continua l’ottimo spin doctor che scrive l’introduzione al DEF, dispensando manciate di ottimismo:
“L’evoluzione congiunturale dell’economia italiana è favorevole. Nella seconda metà del 2016 la crescita ha ripreso slancio, beneficiando del rapido aumento della produzione industriale e, dal lato della domanda, di investimenti ed esportazioni”. E tuttavia “restano sullo sfondo preoccupazioni connesse a rischi geopolitici e alle conseguenze di eventuali politiche commerciali protezionistiche promosse dalla nuova amministrazione statunitense. Tra i diversi fattori alla base dell’accresciuta incertezza hanno acquisito un ruolo crescente anche i risultati delle consultazioni referendarie o elettorali in Europa e negli USA”. In Italia, tutto a posto, il governo va al completamento della legislatura in modo da assicurare il vitalizio ai parlamentari nominati per la prima volta. Non importa se il governo nella prossima Primavera si troverà nudo e solo a fronte di probabili turbolenze. Se così perché prendersela con Fitch che ieri ha abbassato di un punto il rating dell’Italia? Lo dice lo stesso governo italiano che la situazione e le prospettive dell’economia italiana sono a rischio e lo dice senza considerare il problema del debito pubblico inchiodato – pardon stabilizzato – sopra i 132 punti di PIL.
Ma la cosa che impressiona di più è che dopo quasi cinque anni che i governi italiani (includo quelli di Monti, Letta e Renzi) vanno avanti lentamente su una strada che non li porta fuori del pantano, dopo che da oltre tre anni sia Renzi e ora anche Gentiloni si trastullano sulla flessibilità, il Presidente del Consiglio e il ministro dell’economia e delle finanze scrivano che “è intenzione del Governo continuare nel solco delle politiche economiche adottate sin dal 2014, volte a liberare le risorse del Paese dal peso eccessivo dell’imposizione fiscale e a rilanciare al tempo stesso gli investimenti e l’occupazione, nel rispetto delle esigenze di consolidamento di bilancio”. Tradotto significa che la mancata crescita dell’economia è dipesa solo dall’alta pressione tributaria. Non c’è un problema di domanda effettiva come riconoscono persino il FMI e l’OCSE, come se non ci fosse un problema di investimenti pubblici e privati. Tutto va bene la marchesa. Basta ridurre il perimetro dell’intervento pubblico nell’economia.
Stanco dell’ottimismo di maniera del governo che deve giustificare la sua esistenza, sulla questione degli investimenti riporto quello che scrive l’Ufficio parlamentare del Bilancio che dovrebbe fare le pulci al governo sulle questioni di economia e finanza:
“Per quanto concerne gli investimenti fissi lordi, nel 2016, si è verificata una crescita decisamente superiore alle attese, del 2,9%, in accelerazione rispetto al 2015, anno in cui, dopo sette anni consecutivi di valori negativi, si era finalmente registrata l’inversione di tendenza (+1,6%).
Il recupero ha riguardato soprattutto gli investimenti in mezzi di trasporto (+27,3%) e, in maniera più contenuta, quelli in macchinari e attrezzature (+3,9%), che hanno beneficiato dello stimolo fornito dagli incentivi governativi. Anche la componente delle costruzioni registra, nel 2016, per la prima volta dal 2007, un valore positivo (+1,1%). Il DEF sottolinea come tale comparto abbia manifestato una ripresa a partire dalla seconda metà dell’anno, nonostante il dato negativo registrato dall’ISTAT nell’ultimo trimestre dello stesso (-0,7% rispetto al trimestre precedente), grazie all’andamento positivo degli investimenti in abitazioni; tuttavia sono ancora fermi gli investimenti di natura infrastrutturale” (UPB2017: 21). Che cosa ci dicono questi dati? c’è un grosso problema di quantità e qualità degli investimenti. Gli italiani sono tornati a comprare automobili, case e mobili per arredarle. Una recente statistica precisa che in due anni il governo ha speso 3,1 miliardi per incentivi per l’acquisto di mobili. Si può ragionevolmente pensare che in questo modo si possa risolvere il problema della bassa produttività dell’economia italiana? Si c’è chi lo pensa ed è il Presidente Fella federLegnoArredo secondo cui il futuro dell’economia italiana sta nell’alleanza tra chi costruisce o ristruttura le case e chi le arreda, ossia, i mobilieri. Al diavolo le industrie hich tech.
Ma andiamo avanti: l’UPB, (2017: 30) non trascura “quanto emerge dall’ultima Nota mensile Istat, rilasciata lo scorso 5 aprile, secondo cui l’indice della produzione industriale ha registrato a gennaio una contrazione del 2,3% rispetto a dicembre, mantenendo tuttavia una variazione positiva dello 0,5% nel trimestre novembre-gennaio. Analoga flessione congiunturale a gennaio ha riguardato il fatturato e gli ordinativi dell’industria (rispettivamente in flessione del 3,5 e del 2,9%), che comunque hanno un andamento positivo (1,7 e 0,9%) in riferimento al medesimo trimestre. Con riguardo alla produzione industriale, peraltro, l’indice destagionalizzato, rilasciato dall’Istituto nel Comunicato del successivo 10 di aprile e che include anche il mese di febbraio, evidenzia un aumento dell’1,0%% rispetto a gennaio, con una media trimestrale – riferita al periodo dicembre-febbraio – in crescita dello 0,7% rispetto al trimestre precedente. Corretto per gli effetti di calendario, a febbraio 2017, l’indice risulta aumentato in termini tendenziali dell’1,9%”. Ora a me sembra evidente che questi dati confermano non un grosso ma un immane problema di domanda effettiva interna e non possiamo contare solo su quella estera. Questi dati confermano che c’è poco da essere ottimisti e gradualisti. Serve una scossa forte che rilanci la domanda interna di investimenti e consumi. Per potere farla serve una gestione intelligente e selettiva della golden rule su un vasto programma di investimenti pubblici che trainino anche quelli privati. Cosa che in teoria potrebbe essere attuata subito se ci fosse un accordo in tal senso dentro il Consiglio europeo. Il recente vertice di Madrid dei paesi euromed sembra volersi muovere in questa direzione ma il contesto politico generale a livello europeo è bloccato anche per via delle elezioni in Francia e in Germania. Eppure non c’è tempo da perdere e bisognerebbe muoversi prima che i tassi di interesse comincino ad aumentare.
P.S.: il titolo del post non è campato in aria. Il DEF contiene proiezioni al 2060 dei principali dati dell’economia e della finanza pubblica di dubbia affidabilità che prevedono una crescita del PIL sempre al di sotto dell’1,5.

http://www.upbilancio.it/wp-content/uploads/2017/04/Audizione_DEF-2017.pdf

http://www.linkiesta.it/it/article/2017/04/20/il-futuro-delleconomia-italiana-la-grande-alleanza-tra-costruttori-e-m/33921/

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Ecco come ragionano le società di rating

Secondo quanto ha riferito l’Agenzia Reuters ieri 27 giugno u.s., al momento non ci sono segnali di un significativo deterioramento dei fondamentali del debito pubblico italiano, che possa far ipotizzare un impatto della Brexit sul rating dell’Italia.
Lo ha detto il responsabile rating sovrani di Dbrs Fergus McCormick, in una conference call dedicata alle conseguenze del voto britannico per l’uscita dall’Unione europea rispondendo ad una domanda sulla situazione italiana. Ha motivato la sua affermazione dicendo che la DBRS segue attentamente l’evolversi della situazione tenendo sotto osservazioni le variabili che incidono sulla traiettoria del debito pubblico nei Paesi a rischio. Le variabili osservate sono: la crescita del Pil, i tassi di mercato, l’inflazione e le finanze pubbliche.
Fin qui ha ragione . I tassi di mercato sono bassissimi, invece dell’inflazione abbiamo la deflazione, la crescita è minima ma positiva e comparativamente i conti pubblici sono in parte risanati – naturalmente da un punto di vista strettamente contabile.
L’analista ha quindi definito “incoraggiante” il rimbalzo odierno del titoli di Stato italiani e spagnoli, ma ha poi sottolineato l’importanza del referendum costituzionale italiano di ottobre, definendolo il “prossimo passaggio cruciale in Europa”. “Vedendo come stanno andando i referendum in Europa è un appuntamento da guardare con grande attenzione” avrebbe concluso.
Secondo me, mettere sullo stesso piano il referendum sulla uscita della Gran Bretagna dall’Unione Europea e quello su una riformetta storpia e malfatta come la riforma costituzionale Italiana varata dal governo Renzi è a dir poco sbagliato e senza alcun fondamento economico. Non tiene conto che la riforma costituzionale di cui parla poco o nulla ha a che fare con i fondamentali che McCormick stesso ha citato precedentemente.
In miei precedenti post sul mio blog ho messo in rilievo la scarsa o nulla rilevanza della riforma costituzionale se il problema della crescita in Italiana è quello di un grave difetto di domanda interna sia per i consumi che per gli investimenti.
Ho osservato anche che il vero problema interno è quello della quantità e qualità della legislazione sulla quale la riforma costituzionale non sembra destinata a migliorare la situazione neanche sui tempi necessari per approvare le leggi. E del resto, come ho scritto ripetutamente, non ha effetti migliorativi velocizzare il processo decisionale all’interno di singoli paesi membri dell’Unione se poi quello principale resta lento e farraginoso.
Nell’ultimo post ho messo in evidenza quello che l’Unione europea dovrebbe fare costruendo un vero e proprio governo federale dell’economia e della finanza anche con meccanismi assicurativi di ultima istanza dei debiti pubblici dei paesi membri, alias, suddivisione del rischio.
Anche per la stabilità di questi debiti rilevano non le riforme sciacquetta dei governi sub-centrali ma quelli che si dovrebbero fare – e non si fanno – a livello centrale.
Lo tenga ben presente il sig. McCormick se non vuole creare egli stesso qell’incertezza che fa comodo ai suoi compari della finanza rapace. Che la finanza speculativa abbia bisogno di certezza è un controsenso perché essa realizza i maggiori profitti proprio nelle situazioni di incertezza. Chi ha bisogno di minore incertezza sono le imprese e le famiglie che devono avere fiducia che i contratti che stipulano saranno rispettati dalle controparti e che in caso negativo troveranno procedimenti giudiziari efficienti ed efficaci. Ecco un esempio preclaro di come funzionano le società di rating così sopravvalutate dalle parti di Wall Street.

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Sulla strada del welfare aziendale.

29 Gennaio 2016 Nessun commento

In diversi paesi occidentali , a partire dagli USA, si sta seguendo la strada del welfare aziendale e/o contrattuale. Anche i sindacati italiani sono decisi a seguirla e l’argomento costituisce uno dei capitoli del documento unitario delle tre Confederazioni CGIL, CISL e UIL del 14-01-2016. In fatto, essi sono stati anticipati dal governo Renzi che ha messo delle norme ad hoc nella legge di stabilità per il 2016.

Secondo una ricerca passata al vaglio del CNEL (ora abrogato) “Per welfare aziendale si intende genericamente l’insieme dei benefit e delle prestazioni non monetarie erogati e promossi dalle imprese al fine di incrementare, migliorare e sostenere la vita economica e sociale dei dipendenti di un’azienda e del loro nucleo familiare, in una dimensione di benessere e cittadinanza aziendale. Tipicamente, tali servizi includono diverse forme di tutela (ad esempio, la protezione della salute tramite parziale copertura di assistenza sanitaria, o la tutela di forme di reddito tramite pensioni integrative), servizi quali misure di sostegno alla conciliazione tra lavoro e vita privata (orari flessibili, congedi, contratti part-time, ”lavoro agile”, ecc.), sostegno al reddito familiare, all’istruzione e all’educazione dei figli, all’assistenza alla persona (dipendenti, famiglia, bambini e anziani), e agevolazioni di carattere commerciale o proposte di servizi per il tempo libero” (Confedir-Cnel 2014).

Sull’argomento c’è ormai una vasta letteratura essendo che la tesi del welfare aziendale in Europa parte proprio dalla crisi del welfare state gestito prevalentemente dall’operatore pubblico, alias, dalla c.d. crisi fiscale dello Stato. È chiaro e risaputo che il welfare universale comporta alti costi di finanziamento ma da qui a sostenere che il welfare state non è sostenibile ce ne passa. Nelle società avanzate vale la legge di Wagner secondo cui al crescere del reddito medio-pro-capite cresce la quantità di beni pubblici. Da qui la crescita della spesa al netto di inefficienza e corruzione. Che lo Stato sociale debba diventare azienda sociale ce ne passa. Ben venga negli USA la disponibilità di Starbucks a finanziare gli studi anche di terzo livello dei suoi dipendenti e relativi figli. Accanto a Starbucks abbiamo anche Walmart che taglia drasticamente i diritti dei lavoratori. Ma questi restano episodi non molto frequenti e non si risolvono così i problemi dell’istruzione, della formazione permanente, della sanità, dell’assistenza e della previdenza.

Diversa apparentemente sarebbe la motivazione delle tre Confederazioni nell’intraprendere la strada del welfare aziendale e/o contrattuale.
“Contemporaneamente, l’obiettivo di Cgil, Cisl e Uil è quello di rafforzare,
quantitativamente, attraverso una sua maggiore estensione e, qualitativamente, attraverso un regolato trasferimento di competenze, la contrattazione di secondo livello, con l’obiettivo di realizzare il miglioramento delle condizioni di lavoro con la crescita della produttività, competitività, efficienza, innovazione organizzativa, qualità, welfare contrattuale, conciliazione dei tempi di vita e di lavoro. Tali obiettivi vanno perseguiti anche attraverso il beneficio delle agevolazioni fiscali e contributive previste dalla legge”. Così nel documento CGIL-CISL-UIL160114

Mi sembra opportuno ripetere che produttività e competitività non dipendono solo da quello che si fa all’interno dell’azienda. Occorre che l’azienda si collochi nel contesto adeguato senza gravi diseconomie esterne materiali ed immateriali. Ma il punto più delicato è forse quello finale secondo cui gli obiettivi sarebbero conseguibili attraverso il beneficio delle agevolazioni fiscali e contributive. Forse non ci si rende conto che in questo modo si rovesciano i presupposti le fondamenta su cui è costruito il Welfare State. Non si tratta di attuare la “cittadinanza aziendale”, un ossimoro, ma la cittadinanza nazionale e universale, ossia, attuare in pieno e per tutti i diritti fondamentali, civili e sociali. Se a 45 anni dallo Statuto dei lavoratori – negli ultimi anni martoriato da diverse riforme deformanti – torniamo a parlare di diritti all’interno delle fabbrica e/o degli uffici pubblici, si vede che negli ultimi decenni il sindacato non ha saputo salvaguardarli.
Per questi motivi, ritengo che appoggiare il welfare al contratto aziendale comporta un cambiamento radicale di paradigma che, peraltro, opportunisticamente, non esclude l’intervento dello Stato anzi lo richiama in termini di incentivi e/o di imposta-spesa per i salari di produttività (con complicazioni nella gestione delle buste paga); per la previdenza complementare (pensioni integrative); per assicurazioni sanitarie aggiuntive; per il sostegno del reddito familiare; per la partecipazione agli utili dell’impresa; ecc.. Tutto bene e i costi? Coinvolgere imprese, assicurazioni, fondi pensioni e quant’altri non avviene a costo zero. Io trovo un’analogia con quanto avviene in generale con le esternalizzazioni o con la fornitura di servizi vari da parte di enti non profit. Secondo Giovanni Moro (2014:160), in questo modo, si realizza una specie di alleanza tra neoliberismo e cultura delle opere pie contro lo Stato. Ma quello che è peggio non ci si rende conto che, in questo modo, in via tendenziale, si lascia allo Stato un ruolo residuale. I fautori del welfare aziendale sostengono che, così facendo, si assicura ai lavoratori non solo un salario monetario ma anche il salario sociale. Belle parole ma ai disoccupati e agli inoccupati e alla massa dei lavoratori ai quali non sono generalizzabili detti benefici che cosa assicuriamo? Non c’è il rischio di aggravare la disuguaglianza tra gli insiders e gli outsiders?

Il meccanismo che le controparti propongono prevede il ricorso massiccio alle esternalizzazioni e si affida la produzione di servizi a privati senza fare una valutazione preliminare dell’efficienza, ossia, uno straccio di analisi costi e benefici, avremo situazioni analoghe a quelle che abbiamo avuto dopo le massicce privatizzazioni senza liberalizzazioni e/o con le esternalizzazioni fin qui operate a tutti i livelli di governo: dopo le privatizzazioni e le esternalizzazioni collusive, gli utenti pagano i servizi più cari. E ancora in omaggio alla brillante idea PPP, prodotta dall’Europa liberista, si promuovono le private-public-partnership e/o imprese miste e, di nuovo, quantità e qualità dei servizi non aumentano.

I fautori del welfare aziendale dicono che così si crea valore aggiunto ma questo, in termini di stretta contabilità pubblica, si crea anche quando in un’impresa municipalizzata ci sono dipendenti in esubero e/o quando si pagano le forniture di beni e servizi necessari alla produzione a prezzi maggiorati vuoi perché c’è la corruzione vuoi perché certi prezzi incorporano rendite monopolistiche. Sono i paradossi che caratterizzano la metodologia di calcolo del PIL. Non sto giustificando l’inefficienza dell’operatore pubblico. Dico che l’efficienza del privato come del pubblico va dimostrata preliminarmente. Non è più accettabile l’idea aprioristica secondo cui i fallimenti dello Stato sono più gravi di quelli del mercato. La sanità USA (un mix di privato e pubblico) costa il doppio della media dei Paesi OCSE; il sistema delle pensioni private costa di più e rende meno ai beneficiari per un’ovvia considerazione: le imprese di assicurazioni non sono enti non profit.

Il fatto che ci sia un “nuovo” approccio cooperativo e/o consociativo tra le imprese e i sindacati dei lavoratori è un fatto positivo purché non si ricada negli errori del passato. Mi riferisco ai primi anni 70 quando i sindacati erano al massimo della loro potenza negoziale e contrattavano anche alcune forme di welfare tra quelle sopra menzionate. Intanto allora, in Italia, c’era un sistema di welfare ancora meno sviluppato di quello attuale. Un esempio emblematico, allora il Comune di Bologna aveva un copertura al 100% del fabbisogno di asili nido ma era il Comune più indebitato d’Italia. Da ammiratore della impresa-comunità olivettiana sono favorevole all’idea che certi servizi sociali possano essere prodotti in azienda o accanto ad essa purché queste esperienze siano generalizzabili in misura significativa. Altrimenti rischiamo di creare alcune limitate aree felici – secondo alcuni di privilegio – con il contributo dei soldi del contribuente mentre gli altri lavoratori continueranno a utilizzare servizi sociali inadeguati perché non rispettano i livelli essenziali di assistenza e delle prestazioni.

Ci sono già calcoli abbastanza affidabili sui fabbisogni e costi standard e, quindi, ci sono e ci saranno sempre più i termini di riferimento per fare analisi costi e benefici delle gestioni esternalizzate rispetto a quelle pubbliche. Incentivi ed agevolazioni dovrebbero essere selettivi, mirati e soprattutto temporanei. In teoria, se uno volesse applicare il principio di sussidiarietà orizzontale (art. 118 comma 4 Cost. ) in maniera rigorosa l’operatore pubblico dovrebbe astenersi dall’intervenire, in qualsiasi modo, su tutto quello che il privato svolge bene. Sappiamo però che questa è un ipotesi utopistica e, quindi, non si può escludere l’intervento sussidiario dell’operatore pubblico. Anzi nel nostro caso, l’operatore pubblico ai vari livelli favorisce l’autonoma iniziativa di singoli o associati nello svolgimento di attività di interesse generale. Alias eroga sussidi ai suddetti soggetti senza una seria verifica della sussistenza dell’interesse generale e, peggio ancora, senza controlli ex post. Da qui secondo Moro cit. l’abnorme sviluppo del c.d. terzo settore.

Se stiamo parlando di attuazione di diritti fondamentali, civili e sociali sul serio allora dico che come cittadino mi sento maggiormente garantito se il garante ultimo di tali diritti é lo Stato o l’Unione europea a cui aderiamo e che in materia ha sviluppato anche una consistente giurisprudenza.
Stiamo uscendo – si spera – da sette anni di depressione avendo perso 10 punti di PIL e avendo la disoccupazione vicina all’11%. Si racconta la favoletta secondo cui con il welfare aziendale si darebbe una spinta agli incrementi di produttività dei lavoratori meglio gratificati e più sereni. Ma la produttività del lavoro dipende più direttamente dalle loro qualifiche e dalla migliore dotazione di capitale materiale e immateriale. E se uno guarda al problema della produttività negli ultimi 25 anni, è ragionevole pensare che l’economia italiana sia affetta da stagnazione secolare come il Mef Padoan ha ammesso recentemente. La detassazione del salario di produttività c’è dal 2008 ma nessuno ha dimostrato che essa abbia prodotto significati incrementi di produttività. Ammesso pure che incrementi ci siano stati, che apporto hanno potuto dare alla produttività del sistema economico? Secondo me trascurabile sulla base di un semplice calcolo. Per il 2016 la legge di stabilità per il salario di produttività prevedere di spendere 430 milioni di euro. Con il tetto di 2000 euro, elevabile a 2.500 in caso di attivazione di procedure di partecipazione, potrebbero essere interessati 215.000 lavoratori con salari sino a 50 mila euro; a parte i complicati problemi di corretta misurazione degli incrementi di produttività, se anche fossero 300 mila o più i lavoratori coinvolti, non mi pare che essi possano avere un impatto significativo sulla produttività media del sistema.
Il governo, da un lato prevede bonus a questa o a quella categoria, dall’altro taglia i fondi della sanità, progetta l’ennesima riforma delle pensioni, riduce i fondi per l’Università, la ricerca e il diritto allo studio. È riuscito a produrre una legge di stabilità con 997 commi (204 pagine della GU). Ma non ci sono scelte fondamentali di forte impatto economico se non quella altamente criticabile e criticata dell’abrogazione delle tasse sulla prima casa. Credo che la priorità sia una nuova politica economica in grado di innescare un processo di crescita del reddito e dell’occupazione. Data la struttura del nostro sistema economico, il welfare aziendale spinto ai confini di cui si parla nel documento delle tre Confederazioni non è generalizzabile e, se così, è alto il rischio che esso alimenti le disuguaglianze tra i lavoratori. In altre parole, a mio parere, la priorità deve essere la creazione di diversi milioni posti di lavoro e la difesa decisa del welfare statale per renderlo più efficiente ed efficace. Le scarse risorse dell’operatore pubblico non possono essere disperse in mille rivoli.

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Sulla cultura economico-finanziaria del nuovo PD

21 Ottobre 2015 Nessun commento

Debora Serracchiani, sul Corriere della Sera del 19-10-2015: “l’IMU è una tassa sul patrimonio, non sul reddito delle persone fisiche. Quindi non dovrebbe applicarsi il principio di progressività dell’art. 53. Se anche fosse, togliendola a tutti è progressivo perché incide di più su chi ha redditi più bassi, in proporzione”. Il vice-segretario del Partito democratico è coerente con la linea adottata dal suo leader: abrogare le imposte di tipo patrimoniale e tassare solo il reddito. La progressività va applicata solo alle imposte sul reddito e non anche a quelle sul patrimonio. È la linea che a suo tempo hanno perseguito Berlusconi e Tremonti abrogando l’ICI e le imposte di successione. Il passo successivo potrebbe essere quello di tassare solo i consumi ed esentare del tutto i risparmi.
Anche la Serracchiani cita il dato (80%) della diffusione della proprietà della casa di abitazione tra le famiglie italiane. Se la casa ce l’hanno tutte o quasi, non c’è capacità contributiva differenziale. Non importa se Tizio ha due stanze e Caio ne ha sei. Tizio e Caio hanno un c/c bancario e il secondo anche un deposito titoli. Non importa se il primo ha sul conto poche centinaia di euro e il secondo 100 mila euro. Hanno entrambi un conto in banca: sono ricchi; stanno bene. Se questa è la cultura economico-finanziaria della nuova classe dirigente del PD, siamo fritti. È non una novità! A suo tempo, anche Rutelli sosteneva la stessa idea. Qualcuno disse: Rutelli non ha uno straccio di laurea e non distingue tra imposta e tassa, mentre la Serracchiani è laureata in legge, ha esercitato la professione di avvocato e, per giunta, è presidente della Regione Friuli e di imposte e tasse dovrebbe capirne per ragioni di ufficio. Ma al di là del titolo di studio, la Serracchiani sembra mancare di buon senso. L’art. 53 va letto per intero. Il comma 1 parla di capacità contributiva ed è chiaro che questa dipende non solo dal reddito che il contribuente produce ma anche dal suo patrimonio, dalle rendite, dai gioielli, dai quadri di valore che esso possiede e di cui gode. È vero che, di norma, le imposte sono pagate con il reddito ma la capacità contributiva è nozione diversa.
È vero anche l’art. 53 Cost. è solo una norma programmatica, non di rado, attuata solo in minima parte tassando esclusivamente il reddito o, peggio ancora, solo i consumi. Questo significa che il giusto principio costituzionale non viene correttamente applicato consentendo così l’aumento delle diseguaglianze e quindi la violazione anche dell’art. 3 Cost.. Chiunque abbia un minimo di pratica legale – magari per avere presentato un ricorso – sa che i due articoli vanno letti insieme e che il secondo, ragionando in termini di capacità contributiva e di progressività, è uno strumento importante – ma non l’unico – per attuare l’uguaglianza o, quanto meno, cercare di ridurre le diseguaglianze.
Se la nuova classe dirigente del PD non ha chiaro questi collegamenti, è probabile che mancherà anche essa l’obiettivo della giustizia tributaria che è semplicemente premessa fondamentale per attuare la giustizia sociale. Un PD che non ha questo obiettivo non è più un partito di centro-sinistra checché ne dicano i suoi dirigenti. Non mi risulta che questi abbiano prodotto un documento sulla loro visione della giustizia sociale. In questo senso, hanno ragione i dissidenti come Civati, D’Attorre, Fassina e altri secondo cui il PD ha subito una vera e proprio mutazione genetica. Forse non è un caso che alcuni osservatori attribuiscano a Renzi l’idea di costruire un partito della nazione.
PS: Ho condotto il discorso sull’IMU perché tutti scrivono di IMU e non di Tasi. In realtà, l’IMU è stata sostituita dalla TASI nel 2013 e il discorso va riferito a questa ultima imposta.

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Abrogare l’IMU viola o no la Costituzione?

20 Ottobre 2015 1 commento

Secondo Bersani e Speranza, due noti esponenti della minoranza del Partito democratico (PD), l’abrogazione dell’Imposta municipale unificata (IMU) viola l’art. 53 della Costituzione e, ovviamente, usano questo argomento per criticare la scelta del premier nonché segretario del PD. Si sono scatenate subito delle pesanti critiche nei confronti dei due esponenti del partito del premier. È intervenuto pure il costituzionalista Michele Ainis dalle colonne del Corriere della Sera (19-10-15) per dire che i due esponenti sbagliano a cercare la progressività nella singola imposta. È vero la progressività va ricercata nell’insieme del sistema tributario ma –aggiungo io – anche nel sistema fiscale complessivo perché, in pratica, un sistema proporzionale o, nel caso estremo, regressivo può essere corretto e reso progressivo se la spesa pubblica – ed in particolare – i trasferimenti fossero costruiti in modo fortemente progressivo, ossia, andassero a beneficiare esclusivamente i soggetti e/o le famiglie con i bisogni più impellenti. Viceversa un sistema progressivo di prelievo – in formale rispetto del comma 2 dell’art. 53 della Cost. – potrebbe essere in fatto contraddetto ossia, reso regressivo da un sistema di trasferimenti che andasse a prevalente beneficio di persone e/o famiglie con redditi e patrimoni medio-alti.
Infatti sono superati i tempi in cui nei manuali di scienza delle finanze si sosteneva che la progressività si coniugava meglio con le imposte sul reddito personali mentre le aliquote proporzionali si addicevano alle imposte reali su singoli cespiti. Oggi elementi di progressività sono introdotti anche nelle imposte reali di tipo patrimoniale e in quelle indirette. Anche l’IMU porta una forma di progressività: quella elementare per detrazione. Ma è a tutti gli effetti un’imposta progressiva. Lo era ancora di più l’ICI che prevedeva aliquote differenziate per i residenti e i non residenti.
Sono superati i tempi in cui le imposte indirette sui consumi erano ad aliquota proporzionale fissa o eguale per tutti e , perciò, fortemente regressive rispetto al reddito. Oggi l’Imposta sul valore aggiunto prevede dei consumi fuori campo e/o esenti e, in più, aliquote ridotte, normali e maggiorate. Nel passato alcuni consumi c.d. di lusso venivano sottoposti ad un’aliquota maggiorata del 38%. Discorso analogo vale anche per le imposte di fabbricazione e/o accise che sono graduate anche in relazione al grado alcoolico e alla qualità del prodotto.
Facendo una valutazione di insieme sul sistema tributario che, come noto, prevede diverse decine di imposte. Una volta si valutava la progressività sulla base del rapporto tra imposte dirette (tendenzialmente progressive) e quelle indirette (tendenzialmente reali e proporzionali) : se prevaleva il gettito delle prime, il sistema era progressivo ; se prevalevano le seconde il sistema era regressivo. Se come abbiamo visto elementi di progressività sono introdotti in diverse imposte, occorrono analisi più attente per valutare la progressività del sistema. Anche perché essa va valutata non solo rispetto al reddito dichiarato – come erroneamente sostiene Ainis – ma anche ai cespiti di tipo patrimoniale di cui il soggetto è in possesso. Il comma 1 dell’art. 53 non parla di reddito ma di capacità contributiva che è nozione ben diversa. Anche perché nel sistema sono previste ben sei categorie di reddito diverse, le loro definizioni sono diverse; i metodi di accertamento e di riscossione sono diverse e, soprattutto, il grado di adesione al sistema dei titolari delle varie categorie di reddito sono diversi. Alcuni possono evadere e altri no.
Sembra intuitivo che è più facile arrivare ad un sistema tributario progressivo se anche le imposte di tipo patrimoniale compresa quelle sui trasferimenti e di successione abbiano aliquote progressive sia pure moderate che non farlo affidando la progressività solo all’imposta sul reddito.In questi termini, le critiche di Bersani e Speranza sono fondate e sbagliano coloro che, a vario titolo, criticano o arricciano il naso a causa della loro affermazione apparentemente estremistica.
PS: Ho condotto il discorso sull’IMU perchè le persone citate e la stampa per lo più parlano di IMU. In realtà questa nel 2013 è stata sostituita dalla imposta sui servizi locali indivisibili TASI e il discorso va riferito a quest’ultima imposta.

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Una legge di stabilità di stampo elettorale

18 Ottobre 2015 Nessun commento

Una manovra da 26,5 miliardi che potrebbero diventare 29,5 se la Commissione europea accogliesse la proposta del governo di aumentare il deficit di altri 2 decimi di punto portandolo al 2,4% del PIL. La richiesta è motivata dalla spesa programmata per i migranti ma il governo non chiede maggiore flessibilità per il fatto che abbiamo avuto due terremoti, diversi dissesti idrogeologici, scuole da mettere in sicurezza, strade statali e locali ridotte a colabrodo. Eppure nei primi due casi si tratta di eventi imprevisti – si fa per dire – ai quali non si può provvedere solo con gli stanziamenti normali della protezione civile. Anche negli altri casi, si tratta di spese straordinarie di notevole spessore che si rendono necessari quando, per anni e anni, non si provvede all’ordinaria manutenzione. Lo sappiamo i politici italiani amano l’inaugurazione ma non l’ordinaria manutenzione che non costituisce un evento che richiede la presenza del ministro, del governatore regionale o del sindaco e, così, all’occorrenza si tagliano i fondi per la manutenzione. Ma se lo fai per più anni, poi hai bisogno di fondi straordinari che possono essere mobilitati solo con il ricorso all’indebitamento perché non si può fare manutenzione straordinaria con aumenti straordinari delle imposte o con fondi messi da parte in via precauzionale. Ma qui scattano i vincoli europei che non sono stabiliti dai burocrati di Bruxelles ma dai governi che hanno sottoscritto, il SixPack, il Twopack (i tre regolamenti che modificano il Patto di stabilità e crescita del 1997, il Fiscal Compact, e , nel nostro caso, dal governo Monti che ha prontamente accolto anche la modifica dell’art. 81 della Costituzione ed emanato la legge rafforzata n. 243/2012.
Coerentemente appena nominato Renzi è corso a Bruxelles a rassicurare tutti dicendo che avrebbe rispettato le regole approvate dai suoi predecessori e che avrebbe agito nei margini della flessibilità prevista dalle medesime regole. E così ha fatto e sta facendo salvo a lasciarsi andare a qualche affermazione da gradasso quando la Commissione non apprezza qualche decisione di merito. Il saldo e i dati sulle entrate, sulle spese sono tutti provvisori e non vale la pena soffermarsi a lungo su di essi. Quello che conta secondo me, è se il disegno della legge di stabilità affronta i veri problemi dell’economia italiana e della finanza pubblica italiana.
A me pare che essa non lo faccia quanto meno nella misura che sarebbe necessaria.
Siamo in stagnazione storica. La produttività non cresce ormai da un quarto di secolo e che cosa fa il governo? Poco o niente. Ma se la produttività non cresce più o meno in tutti i settori economici, è chiaro che questo incide sulla competitività del sistema-paese. Certo ci sono le imprese manifatturiere che hanno saputo ricollocarsi sui mercati ma si tratta del 20-22% e, da sole, esse non bastano a spingere tutta l’economia su un sentiero di crescita sostenuta e sostenibile.
Al riguardo bisogna citare la misura degli ammortamenti deducibili al 140% per gli acquisti di beni strumentali e la proroga della detassazione del salario di produttività. La prima misura è potenzialmente positiva ma rischia di non essere operativa nel breve termine perché le imprese rinnovano gli impianti e allargano la propria capacità produttiva dopo che utilizzano in percentuale molto elevata gli impianti e quando si aspettano che la ripresa si consolidi e arrivano ordinativi crescenti. Non mi sembra che questa sia il caso dell’Italia, dell’Ue e del resto del mondo. Tutti dicono che la ripresa è debole e andrebbe meglio consolidata.
Quanto alla tassazione agevolata del c.d. salario di produttività – ormai in essere da 7 anni, è noto che spesso e volentieri esso ha poco a che fare con effettivi aumenti della produttività, che ha dato luogo anche ad accordi di tipo collusivo per pagare meno tasse, che comporta una notevole complicazione nella gestione delle ritenute alla fonte e che, non di rado, sta creando differenziali salariali motivati solo dall’agevolazione fiscale.
La LdS è costruita in un’ottica di breve termine per due motivi. Il primo è quello elettorale. La Primavera prossima si vota in 1287 comuni tra cui Napoli , Milano e Roma. È un testo elettorale molto delicato a fronte del calo di popolarità del governo e dello stesso premier. Questi non sembra avere la veduta lunga e se ce l’ha la nasconde bene ed è noto che è sempre più difficile affrontare e risolvere i problemi strutturali. È tale il problema del Mezzogiorno che pesa come un macigno sulle prospettive a medio-ungo termine dell’economa italiana. Ma per Renzi il problema non esiste e lo dimostra l’impegno che pone su di esso: 150 milioni. Ad agosto – quando si discutevano i dati agghiaccianti pubblicati dalla Svimez sul disastro meridionale – per effetto di un colpo di sole il premier aveva promesso un master plan ma di esso non c’è più traccia come lamenta il presidente dei giovani industriali Marco Gay.
Il disegno di legge di stabilità mantiene le agevolazioni fiscali per le ristrutturazioni, gli acquisti di elettrodomestici e le opere di efficientamento energetico. Certo sostenere l’edilizia che nella crisi ha perso oltre 700 mila posti di lavoro è importante ma questo è un settore che non contribuisce molto alla competitività del sistema economico. Aiuta le famiglie negli acquisti di beni durevoli e nel miglioramenti delle abitazioni, ma vista la scarsità delle risorse, sarebbe stato meglio investire direttamente in altri comparti produttivi che devono migliorare la loro efficienza.
Ma i governi populisti sanno che gli italiani amano le loro case e tengono ad esse molto di più di quanto tengono al decoro delle stesse strade e dei quartieri su cui insistono. Da qui anche la scelta sciagurata di abolire l’IMU sulla prima casa.
Non ha fondamento secondo me la tesi propalata dal governo secondo cui con detto risparmio d’imposta si sostiene la domanda interna di consumi. Questo può valere per le famiglie con i redditi più bassi ma è improbabile per le famiglie con i redditi più alti. Ma se quello proposto fosse veramente il vero obiettivo, il governo avrebbe potuto abbassare di un punto o due l’aliquota dell’IVA. Tutto fa pensare che il governo riducendo l’IMU, l’Irap e altre imposte dirette quest’anno o quello prossimo, in realtà, punti a ridimensionare ulteriormente quel poco di progressività che residua nel sistema tributario.