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Il Governo accantona la lotta all’evasione fiscale: arrivano le elezioni.

Dallo sbraco di Renzi alla rottamazione degli strumenti più importanti della lotta all’evasione. Dopo gli SDS è il turno del redditometro e/o degli accertamenti sintetici.
A leggere l’ultimo Rendiconto generale della Corte dei Conti (CdC) sull’attività dell’Agenzia delle Entrate (AdE) nel 2016 si ha la conferma della “netta riduzione dell’attività di controllo basata sull’accertamento sintetico, sugli studi di settore e sulle indagini finanziarie, fenomeno quest’ultimo che conferma il progressivo indebolimento dell’attività di controllo fiscale, anche alla luce dell’enorme potenziale informativo assicurato dall’anagrafe dei rapporti finanziari”. Come noto, detta banca dati fu fatta approvare dal governo Monti e riguarda tutti i contribuenti ivi inclusi lavoratori dipendenti e pensionati come se l’evasione fiscale fosse perpetrata massicciamente anche da queste ultime due categorie.
Come si spiega questa caduta dell’attività di controllo sostanziale da parte dell’ADE? Si spiega con il cambio di strategia nella lotta all’evasione. Il governo è passato dalla lotta all’evasione all’incentivazione della compliance (adesione, adempimento), ossia, all’incentivo all’adempimento (non spontaneo ma comprato). Ma agendo in questo modo non si crea una nuova etica della responsabilità sociale ma un comportamento opportunistico da parte dei contribuenti che ne usufruiscono. Non si adempie un dovere, un obbligo ai sensi dell’art. 53 della Costituzione ma si fa mercimonio delle indulgenze. Si fa baratto del credito erariale e non si promuove la virtù civica. Si discrimina ingiustamente tra quanti sottoposti a ritenuta alla fonte pagano il dovuto e quanti (lavoratori autonomi e imprenditori, ecc.) hanno il controllo di alcune variabili importanti che concorrono alla formazione della base imponibile.
Se poi aggiungiamo i condoni e/o le voluntary disclosures, la rottamazione delle cartelle, dei ricorsi in essere e la riduzione del personale è comprensibile che l’AdE non può assolvere ai nuovi compiti senza sacrificare l’ordinaria attività di controllo. Si spiega così il passaggio dagli accertamenti sintetici alle “lettere di cortesia” con le quali si segnalano ai contribuenti alcune irregolarità ed anomalie che commettono nella redazione delle loro dichiarazioni. I primi richiedono indagini complesse e una particolare interlocuzione con il contribuente. Non di rado manca il tempo per svolgere bene le une e l’altra. Invece le letterine, da sole, inducono i destinatari al ravvedimento operoso, ma – osserva la CdC – “relativa risulta essere l’efficacia delle comunicazioni inviate in rapporto agli introiti conseguiti (403.755 comunicazioni complessive e 128,6 milioni di introiti a titolo di ravvedimento indotto)”. Con un recupero medio di 318 euro ci vorrebbero circa mille anni per recuperare l’attuale evasione. Ma non basta, la CdC avverte che “questo strumento dovrebbe in prospettiva ridimensionarsi al crescere delle informazioni e dei dati considerati in sede di precompilazione delle dichiarazioni”.
Non ultimo, la CdC aggiunge che diminuisce “il numero delle comunicazioni di irregolarità emesse nel 2016 a seguito delle procedure di liquidazione automatizzata delle imposte emergenti dalle dichiarazioni dei redditi e dell’IVA, passato da 6,6 milioni di comunicazioni a 5,9 milioni (-10,3 per cento), mentre aumenta l’introito complessivo derivante da tale attività, che raggiunge gli 8.013 milioni, con un incremento di 1.121 milioni rispetto al 2015 (+16,3 per cento). Ciò conferma il rilievo che ha assunto il fenomeno del mancato versamento delle imposte dichiarate (IVA, ritenute, imposte proprie), divenuto ormai una inconsueta forma di finanziamento delle attività economiche e, in alcuni casi, una modalità di arricchimento illecito”.
C’è qualcosa che non funziona nella fase dell’accertamento e in quella della riscossione se le strutture specializzate non riescono a riscuotere neanche le imposte dichiarate. Vedremo se con l’accorpamento della riscossione (Equitalia) e dell’AdE si potrà porre qualche rimedio a questo grave problema.
Dulcis in fundo, scrive la CdC che “i pur limitati dati che è stato possibile acquisire relativamente ai procedimenti penali tributari mettono in luce, dopo le modifiche recate alla disciplina contenuta nel d.lgs. n. 74 del 2000, dai decreti legislativi n. 128 del 5 agosto 2015 e n. 156 del 24 settembre 2015, una notevole riduzione delle notizie di reato segnalate alle procure penali già dagli ultimi mesi del 2015 e, in misura ancora maggiore, nel corso del 2016”. Quindi al di là di qualche caso sporadico di arresto di qualche callido evasore, gli altri possono continuare ad operare tranquilli nella loro attività di pianificazione fiscale mirata a comprimere al massimo le imposte da pagare all’Erario.
La CdC cita ancora una riduzione del personale del 6,6% negli ultimi 6 anni; una flessione dei controlli sostanziali con una sensibile riduzione della maggiore imposta accertata (-10.7%) e risultati finanziari (-17,2%) rispetto al 2015. Trovo questi dati veramente impressionanti e per me sono il risultato di questo continuo insensato cambio di strategia che abbiamo visto sopra. Ne emerge un quadro desolante secondo cui lavoratori autonomi, piccoli artigiani e imprenditori, alcuni professionisti rischiano un controllo ogni 33 anni. A ogni ricerca annuale l’evasione viene confermata nell’odine dei 7-8 punti di PIL mentre le stime del tax gap da parte dell’AdE – si noti l’elegante termine inglese – viene valutato prudentemente o benevolmente attorno ai 94 miliardi – all’ingrosso un paio di punti di PIL in meno.
Intanto continua la giostra dei rimedi alle nomine illegittime nelle Agenzie ora unificate quelle delle entrate e della riscossione. Tutti i governi dell’ultimo quarto di secolo hanno voluto le Agenzie per poter fare nomine a go go di persone di loro fiducia. Personalmente sono stato sempre contrario alle agenzie perché l’autonomia gestionale non è sinonimo di buon andamento ed imparzialità come prevede l’art. 97 della Costituzione. Né la deroga alla selezione dei dipendenti e soprattutto dirigenti per concorso pubblico sembra aver fatto bene allo svolgimento dei loro compiti. Le strutture finanziarie di un paese industriale e fortemente terziarizzato sono complesse e difficili da capire e governare per nominati provenienti dalla società civile. Ne risulta una gestione fortemente politicizzata della funzione di controllo fiscale che è esattamente l’opposto di quello che prescrive la Costituzione.
Se poi uno considera la qualità della legislazione e le continue modifiche che il governo promuove ci si rende conto che anche i migliori esperti e le stesse strutture tecniche sono in continuo affanno prima per capire l’esatta portata delle nuove leggi e poi per emanare le circolari applicative.
E su questo terreno purtroppo c’è continuità tra i governi di centro-destra e quelli di centro-sinistra. Si cerca di attuare la delega fiscale a suo tempo voluta da Tremonti-Berlusconi e portata avanti dagli ultimi tre governi del Presidente. Si conferma la tesi secondo cui condoni, sconti fiscali e sbrachi vari vengono spacciati come esigenza di assicurare la certezza del diritto in primo luogo agli investitori esteri. Ma se questi devono ancora arrivare, a chi servono i condoni e le agevolazioni fiscali? A certi contribuenti nostrani. E risibili sono i continui annunci ed evocazioni di semplificazione degli adempimenti e della legislazione. Se le società moderne sono complesse e si moltiplicano le forme con cui si può organizzare l’attività produttiva e distributiva e le fattispecie contrattuali che le regolano, è chiaro che, nella migliore delle ipotesi, quello che si può sperare e fare è evitare le complicazioni inutili. E se non è cambiato niente in termini di dati macro ciò significa che i cambiamenti nell’assetto organizzativo non hanno inciso sui risultati.
Non sarebbe corretto non menzionare che l’AdE dall’anno scorso punta tutto sulla fatturazione elettronica ma sembra sfuggire all’Agenzia che in un paese dove dilaga l’evasione, erosione, l’elusione, un sommerso enorme, contraffazione di prodotti griffati, corruzione ed estorsione, una criminalità organizzata di livello mondiale vale quello che vale per i computer garbage in/garbage out: monnezza dentro monnezza fuori. Potrà essere solo un colpo di fortuna accorgersi via computer che una fattura elettronica è falsa e la Guardia di finanza può spiegare bene quanto siano difficili questi controlli, si richiedono accessi presso le imprese collocate ovunque e, quindi, un difficile e lento coordinamento sovranazionale. Personalmente nel passato avevo riposto una certa fiducia nella moneta elettronica ufficiale ma ora sta prendendo piede anche la moneta elettronica privata che allo stato risulta del tutto incontrollata. Se uno pensa poi che la Banca centrale europea non riesce a controllare la contraffazione delle proprie banconote e che l’Italia ha un primato anche in questo settore, figuriamoci come potrà controllare le transazioni finanziate con la bitcoin. Ne deduco che quella dell’AdE – e del governo che l’avalla o la impone – di puntare su un solo strumento di contrasto all’evasione sia una strategia alquanto stupida se non assunta in mala fede. E se, a ben riflettere, non si è visto da nessuna parte una burocrazia seria e responsabile che rinunci spontaneamente ai suoi poteri/strumenti più incisivi, allora delle due l’una: o c’è la responsabilità diretta del governo o abbiamo delle strutture amministrative fortemente deresponsabilizzate.

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L’8 settembre della lotta all’evasione fiscale

10 Settembre 2016 Nessun commento

Mai vista tanta innovazione accompagnata da tanta comunicazione: ogni mese si cambia spartito. In una lunga intervista al Sole 24 Ore del 17 agosto scorso la Direttrice dell’Agenzia delle Entrate (d’ora in poi: AdE) Rossella Orlandi annunciava che le indagini finanziarie e il redditometro sarebbero stati utilizzati solo se strettamente necessari. Di converso, annunciava l’invio di 220 mila lettere su incongruenze riguardanti il mod. 730 come noto sottoscritto per lo più da lavoratori dipendenti e pensionati. Siamo al secondo anno della versione precompilata; questa è stata accolta da due milioni pari al 10% di quelli che si avvalgono di detto modello. Secondo la Orlandi la precompilata “è oggi una scommessa vinta”.
A poco più di tre settimane, altra novità veramente devastante: si archiviano gli studi di settore. Uno strumento previsto dal decreto legge 30 agosto 1993 n. 331, convertito con modificazioni dalla legge 29 ottobre 1993 n. 427, attuato poi con tre anni di ritardo. Non servono più, ma non si chiude la società per l’elaborazione degli studi di settore SOSE acronimo di Soluzioni per il sistema economico di cui sono soci fondatori il ministero delle finanze e la Banca d’Italia). Per la SOSE non vale il discorso della riduzione delle poltrone. Lo slogan è “dagli studi di settori agli indicatori di compliance” (adempimento, adesione). Una parola in inglese ci sta bene anche in tempi di Brexit. Gli indicatori serviranno a dare i voti in condotta ai contribuenti (da uno a dieci). E del resto, negli ultimi anni, alla SOSE erano stati affidate altre missioni tra le quali il calcolo dei fabbisogni standard per i servizi pubblici nazionali e locali.
Quando fu costituita la SOSE, il suo storico presidente Brunello, con un passato in Confcommercio, aveva sostenuto che gli SdS avrebbero apportato un tale contributo di conoscenza non solo dei diversi settori economici nel loro insieme ma anche dei loro cluster (gruppi omogenei) da poter cogliere non solo la produttività dove c’era ma anche le debolezze e le situazioni di crisi congiunturale o strutturale su cui basare politiche industriali ben calibrate ed articolate sul territorio.
Se in Parlamento ci fossero Commissioni che facessero sul serio il loro lavoro dovrebbero convocare con urgenza Ministro e dirigenti del MEF, dirigenti dell’Agenzia delle entrate e della SOSE per capire come si è arrivati ad una decisione così grave se si considera l’impegno di lunga lena di uomini e di risorse che è stato profuso per arrivare alla elaborazione degli studi di settore che avrebbero dovuto consentire una migliore programmazione dei controlli degli Uffici finanziari e una più fondata motivazione degli accertamenti. Sappiamo che questi due obiettivi fondamentali non sono stati conseguiti per motivi che non posso approfondire qui. La prova di fatto è che l’evasione fiscale si aggira sempre tra il 7 e l’8% del PIl secondo i dati citati dal Presidente della Repubblica Mattarella nel suo discorso di fine anno.
In realtà, l’abbandono degli SdS non segna il cambio di strategia, non è una svolta, ma una decisione che integra e rafforza una serie di decisioni coerenti tra di loro che sono state assunte dal governo Renzi. Qui ne cito solo alcune. Nel Rendiconto generale dello Stato presentato nel luglio 2015, la Corte dei Conti certificava il dimezzamento dei controlli fatti con il redditometro: nel 2014 accertamenti sintetici erano scesi a quota 11.091 contro 21.535 nel 2013. Anche il gettito di tali controlli era rimasto sotto le attese. Precedentemente, erano usciti altri dati deludenti sulle indagini finanziarie. Ma prima ancora la Dott.sa Orlandi aveva dichiarato che l’Anagrafe Tributaria era in grado di controllare i saldi giornalieri dei conti correnti perché, finalmente, era stata messa a punto la mega banca dati con i conti bancari di tutti gli italiani lavoratori dipendenti e pensionati – a suo tempo voluta dal Governo Monti. La linea comunicativa è stata quella di persuadere i contribuenti ad adempiere spontaneamente e non quella di migliorare l’efficienza e l’efficacia del sistema dei controlli. In teoria la strategia non è sbagliata ma se la si cala in un Paese di evasori incalliti e se il governo non rifugge dal concedere condoni e sanatorie – pardon, dimenticavo l’inglese: voluntary disclosures -, in pratica, tale strategia non può funzionare, specialmente se lo stesso governo con dati dubbi sostiene – in contrasto con il Presidente della Repubblica – che sono stati conseguiti notevoli successi in termini di lotta all’evasione fiscale.
Ma seguiamo detta linea comunicativa. Ora che gli SdS hanno raggiunto l’obiettivo di sconfiggere l’evasione fiscale mi chiedo se essi siano ancora utili per guidare le politiche industriali. No, non servono perché il governo non ha una vera politica industriale. Non serve neanche questa se a monte c’è una politica generale di riduzione delle tasse a prescindere e se, a valle, c’è una politica clientelare degli incentivi – come chiede la stessa Confindustria. La politica clientelare produce consenso politico, quella di forte contrasto all’evasione produce risentimento e ostilità. E, d’altra parte, perché l’Italia dovrebbe avere una politica industriale se non ce l’ha l’Unione europea! Per i governanti di Bruxelles essa non serve perché distorce il corretto funzionamento del mercato concorrenziale. Bisogna lasciare che questo funzioni secondo le regole proprie: è quello che sostengono i fautori della teoria dei mercati efficienti. Le imprese efficienti scalzeranno quelle inefficienti e la maggiore efficienza complessiva favorirà i consumatori. Di conseguenza, niente aiuti di Stato salvo casi eccezionali. E per ridurne l’esigenza basta la concorrenza fiscale illimitata salvo a scoprire dopo che i grandi oligopoli globali evadono ed eludono le tasse alla grande nei Paesi ad alta pressione tributaria. La vera risposta a questo problema non è quella che addita la Commissione europea o qualche governo ipocrita dei Paesi membri dell’Unione. La vera risposta sarebbe l’armonizzazione fiscale, ossia, la riduzione delle differenze tra le aliquote dell’imposta sulle società e l’adozione di regole comuni nella determinazione delle basi imponibili. Queste cose non le chiede nessuno e finché ci saranno differenze da due a tre volte nelle aliquote medie effettive, è chiaro che imprese residenti e stabili organizzazioni andranno a stabilire le loro sedi nei Paesi che assicurano trattamenti più favorevoli.
Tornando all’Italia, mi sembra che il Governo abbia adottato la strategia seguente: perché combattere l’evasione e l’elusione se l’obiettivo generale del governo è quello di ridurre le tasse? Perché perdere tempo a scegliere come e a chi ridurle? Lasciamolo fare agli interessati: loro possono farlo da soli. Lo hanno sempre fatto con cognizione di causa, ossia, con la pianificazione fiscale. Al bando le difficili operazioni di perequazione, la lotta all’evasione, all’elusione, all’abuso del diritto. Renzi ripete continuamente due slogan molto belli: “Investire nella lotta contro la paura” ; anche gli SdS possono mettere paura agli evasori se utilizzati bene. “Bisogna restituire fiducia e speranza ai cittadini”. A tutti ovviamente anche se sono evasori. Addio alla lotta all’evasione. Vivi e lascia vivere.

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Una menzogna la rivoluzione copernicana delle tasse

Chi parla di rivoluzione copernicana in materia fiscale o non sa di che cosa parla oppure mente spudoratamente. Ovviamente il riferimento va all’annuncio del Presidente del Consiglio della settimana scorsa. Dopo l’annuncio del premier, i commentatori dei principali giornali – alcuni anche increduli e scettici – si sono buttati a capofitto sul nuovo e più avanzato programma del PD. Non sono mancati i commenti di quanti si ricordavano delle analoghe proposte di Berlusconi del febbraio 2013.
In quella occasione Berlusconi, oltre all’abolizione dell’IMU sulla prima casa e dell’IRAP, propose la restituzione dell’IMU 2012 e un condono fiscale tombale, a suo dire, motivato da una profonda riforma fiscale. Sull’ultimo punto l’ex Premier mentì spudoratamente perché dopo il condono del 2002 e quelli del 2010 e 2011 – prorogati da Monti sino al 2012 – c’era ben poco da condonare. Bisogna ricordare che allora l’utilizzo dell’arma anti-tasse non funzionò e che Berlusconi non vinse le elezioni come gli era riuscito di fare nel 2001 e nel 2008.
Bisogna dare atto che Renzi non ha proposto un nuovo condono anche perché ormai da decenni siamo in regime di condono permanente e c’è una nuova linea di dialogo dell’Agenzia delle entrate con i contribuenti-evasori che naturalmente va a beneficio soprattutto di quanti sono soggetti agli studi di settore che ormai da sette anni sono stati continuamente revisionati al ribasso per tener conto “opportunamente” degli effetti della stagnazione economica in cui è caduta l’economia italiana dopo le pesanti recessioni del 2009 e del 2012.
A quanto pare all’insaputa del ministro competente, Renzi ha annunciato un piano riduzione delle tasse per 45 miliardi di euro in tre anni. Non ha previsto alcun condono. Non ha spiegato come intende finanziare un simile rilevante sgravio. Lo hanno fatto nei giorni scorsi i suoi esperti di economia e finanza e, più tecnicamente il nuovo commissario alla revisione della spesa Gutgeld. Gli sgravi saranno finanziati in parte con i tagli della spesa e in parte con i margini di flessibilità che il governo pensa di ottenere dalla Troika. Vedremo all’opera le straordinarie capacità di Gutgeld dopo il fallimento di tutti i precedenti commissari alla spending review. E vedremo se davanti a tanta irresponsabilità, la Troika sarà disponibile ad aumentare i margini di flessibilità finanziaria se le riforme di cui mena grande vanto il premier sono quelle costituzionali e quelle della scuola e della PA. Le prime non hanno alcuna rilevanza economica e finanziaria e le seconde, semmai saranno applicate correttamente, potrebbero avere qualche effetto positivo nel medio-lungo e non nel breve termine. In un post precedente ho cercato di spiegare come ai complessi meccanismi dell’output gap e del deficit strutturale e non mi pare che l’Italia si troverà nelle condizioni migliori per potere invocare maggiore flessibilità per il fondamentale motivo che negli ultimi anni ha tagliato gli investimenti che avrebbero potuto accrescere il gap tra la crescita effettiva e quella potenziale e, di conseguenza, la flessibilità. A mio giudizio, si tratta di conti fatti senza l’oste e di annunci programmatici campati in aria per recuperare consenso a fronte del calo di popolarità di cui soffre il grande rottamatore.
Alcuni hanno scritto anche che l’annuncio possa essere stato un diversivo per distrarre le masse dal caso Roma e da quello di Palermo dove il partito democratico si trova in grosse difficoltà perché se manda a casa Marino e Crocetta rischia di favorire l’ulteriore successo del Movimento 5 stelle e se li mantiene al potere rischia comunque di perdere ulteriori consensi. Si tratta di situazioni veramente difficili e complesse. Personalmente non ritengo che questa argomentazione sia fondamentale per spiegare l’uscita disinvolta di Renzi. Dico che tale discorso mi ricorda le discussioni ferragostane, le grandi riflessioni sotto l’ombrellone, che politici e commentatori facevano dopo che il governo, in fretta e in furia, aveva pubblicato il Documento di programmazione economica e finanziaria. Sarebbe quindi stato molto più serio da parte di Renzi aspettare la Nota di aggiornamento al Documento economia e finanza atteso per settembre per avere un quadro della situazione economica e finanziaria più aggiornato e prendere decisioni più meditate. E non al ritorno di un viaggio in Africa dove si è meritoriamente occupato di altri problemi.
Trovo a dir poco disinvolta l’idea dei suoi esperti che uno sgravio fiscale strutturale si possa finanziare con i margini di flessibilità eventualmente strappati alla Troika. In altre parole, si finanzierebbero gli sgravi con un maggiore indebitamento. Una tale misura sarebbe una plateale violazione del principio del pareggio di bilancio e, in teoria, della golden rule che prescrive l’indebitamento solo per finanziare investimenti direttamente produttivi. Se questo è vero – come è vero – allora Renzi e il suo ministro dell’economia e delle finanze dovrebbe battersi non per avere qualche miliardo in più da una gestione più flessibile delle regole di bilancio ma per la golden rule. Ma sottili lingue biforcute difendono la proposta di Renzi di abrogare l’imposta sulla prima casa dicendo che questa rappresenta il risparmio degli italiani e che esso va protetto perché è condizione necessaria per potere rilanciare gli investimenti. Si tratta di un’argomentazione fasulla intanto perché detto risparmio non è liquido e solo se si verifica un effetto ricchezza che dipende dal mercato immobiliare, può spingere gli italiani a spendere di più. Se la ripresa è stentata e debole sono più efficaci gli investimenti diretti da parte dell’operatore pubblico anche a livello locale. Ma se si taglia la maggiore fonte di entrata dei comuni questi investiranno sempre meno per la manutenzione delle strade, l’edilizia popolare e l’arredo urbano. Ma la Confcommercio è corsa subito in soccorso del governo sostenendo che a livello di finanza locale ci sarebbero 73 miliardi di sprechi e che 23 di questi sono eliminabili senza nessuno effetto depressivo sulla domanda. A me i numeri di Confcommercio non sembrano credibili.
Altri esegeti ed apologeti della rivoluzione fiscale di Renzi giustificano la proposta come strumento per rompere la maledizione delle socialdemocrazie del XXI secolo secondo cui la sinistra europea non può vincere senza fare i conti con la questione fiscale e con il modello sociale europeo. Dopo otto anni, i socialdemocratici sono tornati al governo della Svezia e i loro predecessori si sono ben guardati dallo smantellare il welfare state. E la Svezia insieme all’Austria, la Francia, il Belgio, la Danimarca hanno una pressione tributaria ben più alta di quella italiana. Non ci si rende conto che la pressione fiscale – a parte gli sprechi o l’uso improprio che i politici corrotti fanno della spesa pubblica – è una questione fondamentale di democrazia che trova il suo fondamento economico nella tendenza storica all’aumento della spesa pubblica. In altre parole, al crescere del reddito medio pro-capite i cittadini elettori vogliono consumare non solo più beni privati ma anche più beni pubblici. Sostenere che essi vogliano consumare solo più beni privati è falso – senza trascurare che il soddisfacimento di certi bisogni pubblici con beni pubblici quasi sempre è più economico ed efficiente che farlo con finanziamenti privati attraverso le assicurazioni. Sul caso sanità, le statistiche dell’OCSE dimostrano che la sanità Usa costa il doppio della media dei paesi OCSE in cui prevalgono i sistemi pubblici di finanziamento.
In conclusione se Renzi vuole affrontare direttamente e più efficacemente il rilancio della crescita e dell’occupazione dovrebbe intervenire con un massiccio programma pluriennale di investimenti pubblici e non con la agevolazioni e i sussidi alle imprese e alle famiglie i cui risparmi eventualmente e dopo l’intermediazione bancaria si tradurrebbero in maggiori investimenti privati.
Sulla questione fiscale ieri è intervenuto saggiamente il governatore della Banca d’Italia Ignazio Visco cercando di scoraggiare la proposta. Il problema è la produttività che non cresce da un quarto di secolo. L’Italia in pratica è nella c.d. stagnazione secolare. Se vuole sostenere la crescita l’Italia deve investire massicciamente nel capitale umano, nel capitale fisico e nell’organizzazione del lavoro; deve investire in ricerca e sviluppo e deve promuovere una grande ristrutturazione del suo sistema produttivo non esposto alla concorrenza internazionale. Inganna se stesso e la gente se pensa che l’efficienza della pubblica amministrazione possa migliorare semplicemente con i tagli o reintroducendo obsoleti criteri di gerarchia. Si tratta di compito estremamente complicato e difficile che implica una programmazione a medio e lungo termine. Abbassare le tasse è ricetta semplicistica. Quando lo fece Reagan negli USA degli anni ’80, lasciò un debito pubblico più grande di quello che aveva trovato. Speriamo che Renzi voglia ascoltare sagge raccomandazioni di Visco e non quelle dei suoi cortigiani e adulatori.

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Il Cardinale Bagnasco e il fisco predatorio

23 Settembre 2014 Nessun commento

Premesso che la Prolusione del Cardinale Presidente della Conferenza dei Vescovi italiani del 22-09-2014 affronta una serie di temi diversi a partire da quelli internazionali (persecuzioni dei cristiani, conflitti locali, terrorismo, ecc.) in vista del Sinodo sulla famiglia e dell’Assemblea generale di novembre e, quindi, non di un discorso specifico, dedicato alla giustizia sociale e tributaria, devo esprimere la mia insoddisfazione per il passaggio sul fisco predatorio. L’insoddisfazione è maggiore se penso a discorsi di ben più alto spessore etico e culturale nel passato dedicato a questo tema da parte della stessa Conferenza e da singoli Vescovi. Riprendo il testo alla lettera sui problemi economici e sociali dell’Italia ormai a sei anni dall’inizio della crisi.
“Tornando al nostro amato Paese, le notizie parlano ancora di recessione, della necessità di tempo, di riforme strutturali, di più ampie partecipazioni imprenditoriali, di investimenti, di visione industriale, di reti solide affinché i piccoli possano trattare con i grandi, di ricerca e continua innovazione per non essere imitati e penetrare mercati nuovi. Come Pastori dobbiamo testimoniare che serpeggia una depressione spirituale che non solo fa soffrire chi ha perso il lavoro o i giovani che non l’hanno ancora trovato, ma che debilita le forze interiori e oscura il futuro. Fino a quando? Chiediamo a tutti i responsabili della cosa pubblica, a coloro che hanno risorse finanziarie o capacità imprenditoriali, di fare rete “super partes” poiché la gente è stremata e non può attendere oltre. Il disagio, lo si sa, più perdura e più lascia il segno negli animi, fissa abitudini non sempre positive, è brodo di coltura non del meglio. L’occupazione difficile e il fisco predatorio, la burocrazia asfissiante e la paura diffusa di fare passi sbagliati, tutto concorre a non creare lavoro nei vari settori del pubblico e del privato, non stimola l’inventiva, non trattiene i giovani nel Paese. Questi, come emigranti forzati, forti della loro intelligenza e preparazione, tentano la fortuna altrove”.
Ecco sono d’accordo che la lunga recessione (rectius: depressione )economica “debilita le forze interiori e oscura il futuro”, ecc. anche se qui avrei usato anche toni più gravi. Piuttosto banali e mistificanti le parole sull’occupazione, il fisco e la burocrazia. Che significa dire fisco predatorio? Significa che il governo ruba risorse ai poveri per darle ai ricchi, che c’è una redistribuzione perversa delle medesime, che il legislatore nel tempo favorisce l’appropriazione delle risorse da parte dei pochi a danno della masse diseredate. Ora francamente un’affermazione del genere delegittima le istituzioni pubbliche e, prima di parlare, bene avrebbe fatto il Cardinale Bagnasco a informarsi meglio sulla entità spesa sociale in Italia. Le politiche d’austerità che gli ultimi tre governi del Presidente portano avanti una linea mirata a ridurre proprio la spesa sociale (per l’istruzione, la sanità, le pensioni, ecc.) perché dalla destra ritenuta non sostenibile. Tutti i confronti recenti e meno recenti dimostrano che la nostra spesa sociale non è superiore a quella degli altri Paesi membri dell’Eurozona e che un problema di composizione relativa: generosa spesa per le pensioni in grossa parte corretta dagli ultimi interventi e spesa insufficiente per l’assistenza sociale alle famiglie bisognose e a quelle senza reddito, ai giovani inoccupati, ecc..
Sostenere che il nostro Fisco sia predatorio sposa una tesi molto popolare a destra ma in realtà infondata. Non tiene conto in fatto che le alte aliquote formali sono in effetti più basse perché gli studi di settore sottovalutano i ricavi da dichiarare. Non si spiegano altrimenti i 120 miliardi di evasione fiscale stimati non da me ma dalla stessa Agenzia delle Entrate. A meno che non vogliamo sostenere che tanta evasione sia perpetrata dai lavoratori dipendenti e dai pensionati. L’evasione fiscale è il frutto perverso di un patto scellerato tra lo Stato e gli evasori per cui il primo preferisce chiedere i soldi in prestito ai ricchi invece che prenderli loro a titolo di imposta. Per i ricchi è più vantaggioso prestare i soldi allo Stato perché in cambio incassano gli interessi per il servizio del debito pubblico. A spanne questi ammontano a 4-5 punti di PIL che corrispondono alla minore spesa sociale italiana (istruzione, sanità, ricerca e assistenza) se confrontata con quella dei paesi con il welfare più avanzato. Se fossi al posto del Cardinale Bagnasco starei attento ad “assolvere o scagionare” gli evasori fiscali italiani anche perché nel passato sono stati duramente condannati da altri documenti della Conferenza.

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Un primo commento sull’annuncio di una nuova tassa sulle rendite finanziarie.

Il governo ha deciso di alzare l’aliquota secca sulle rendite finanziarie dal 20 al 26% tranne che per gli interessi dei titoli del debito pubblico. Positivo lo spostamento del carico tributario sulle rendite “pure”(?) , alias, sui frutti del risparmio, alias, redditi di capitale, riducendo le imposte sul lavoro.
A prima vista il discorso non fa una grinza ma per un Paese che non riesce ad attirare investimenti dall’estero e che, recentemente, ha visto una sensibile riduzione della propensione media al risparmio, forse, il governo dovrebbe preoccuparsi anche del finanziamento dell’economia. In una congiuntura in cui la BCE non riesce a far arrivare la liquidità alle imprese e alle famiglie, in un contesto in cui per ridurre il debito pubblico bisogna vendere i beni patrimoniali pubblici e, quindi, assorbire liquidità dal sistema economico, l’operazione sembra rendere più difficile il rinvenimento delle risorse per finanziare gli investimenti necessari alla ripresa dell’economia e dell’occupazione. Mantenendo ferma l’aliquota sugli interessi del debito pubblico sembra essere prevalsa l’idea di lasciare invariato l’incentivo alla sottoscrizione dei titoli di stato da parte delle famiglie. Ma ragionando in termini di capacità contributiva non si trova un fondamento per questa discriminazione a favore degli interessi sui titoli del debito pubblico, ad esempio, rispetto, a quelli delle obbligazioni emesse dalle società private o rispetto agli interessi sui conti correnti bancari vincolati o meno.
Alcuni commentatori dicono che il 20% secco era un’aliquota bassa e che è stata allineata a quella più alta di alcuni paesi europei. Anche questa è un’affermazione generica, una mezza verità. In primo luogo perché per fare un confronto appropriato bisogna confrontare aliquote e categorie di reddito omogenee. In secondo luogo perché bisogna guardare non solo all’aliquota ma anche alle detrazioni e/o al sistema di tassazione sostitutiva e/o di inclusione in quello principale comprensivo anche delle rendite.
In un confronto operato dal Sole 24 Ore si prendono in considerazione i regimi fiscali delle plusvalenze sulle azioni, dei dividendi e degli interessi dei titoli di Stato in 4 paesi europei: Francia, Spagna, Inghilterra e Germania. Con riguardo ai primi si vede che, intanto, in Francia ed in Inghilterra ci sono degli abbattimenti anche in funzione del periodo di detenzione delle azioni per distinguere tra risparmiatori e c.d. speculatori; nei primi tre Paesi il trattamento in vario modo persegue il principio di progressività; in Germania l’aliquota del 26,375% (compresa la tassa di solidarietà) è secca ma chi paga un imposta sul reddito con aliquota inferiore al 25% può chiedere la differenza. Ora se teniamo conto attualmente i capital gains di borsa pagano la Tobin Tax – che paradossalmente esenta quelli che aprono e chiudono operazioni giornalmente – e una minipatrimoniale del 2 per mille sul valore dell’investimento attraverso l’imposta di bollo, l’Italia andrebbe a prelevare un’imposta nell’ordine del 30% e oltre. È troppo o e poco? Secondo me, è troppo. Perché penalizza quel dieci per cento delle famiglie che investono in attività finanziarie e sono diverse dal decile più alto che detiene il 46% della ricchezza del Paese. Per spiegare meglio il problema la nuova aliquota secca di base e senza abbattimenti nell’ordine del 30% va confrontata non con l’aliquota marginale più alta dell’Irpef (43%) ma con l’aliquota media effettiva del 20% che incide sul reddito medio pro-capite dell’italiano (25.000 euro), con il 23-24% che è l’aliquota media effettiva di tutto il gettito Irpef rapportato all’imponibile dichiarato; con il 32-33% che è l’aliquota media effettiva prelevata su un reddito dichiarato di 70-75 mila euro. Ovviamente sto parlando di redditi dichiarati e non di capacità contributiva effettiva di quelli che evadono, eludono e erodono il loro carico di imposta attraverso veli societari, suddivisione del reddito con familiari e/o di soggetti complessi che hanno visto crescere progressivamente i loro patrimoni.
Anche sui dividendi e sugli interessi dei titoli di Stato nei quattro paesi indicati ci sono sistemi misti che perseguono la progressività o con abbattimenti alla base o con l’inclusione di queste voci nella dichiarazione dei redditi.
Quindi concordo con quanti ritengono l’innalzamento della ritenuta secca dal 20 al 26% non solo non allinea la tassazione delle rendite finanziarie a quella dei principali paesi europei ma rischia di risultare la più esosa e, probabilmente, più iniqua ed inefficiente. Voglio sperare che non incentivi l’ennesima fuga di capitali mentre lo stesso governo punta a farli rientrare.

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L’improbabile riforma fiscale di Renzi

18 Febbraio 2014 Nessun commento

Renzi e i suoi corifei, tra altre cose più e meno importanti, hanno promesso la riforma fiscale entro il mese di maggio. Nell’ editoriale del Corriere di oggi, Severgnini scrive che attendiamo tale riforma da 30 anni. Sic! Si tratta in realtà di false promesse e false attese. False promesse che solo i creduloni possono prendere sul serio. Infatti Renzi non dice esattamente cosa intende per riforma fiscale. Se intende la modifica formale di 20-30 articoli del codice tributario, allora la cosa è fattibile e potrà mantenere la promessa. Non sarebbe una grande innovazione perché basterebbe leggere le leggi finanziarie degli ultimi 30 anni per verificare che di questo tipo di riforme tutti i governi ne hanno fatto almeno una all’anno. Una vera riforma fiscale implica che il sistema tributario diventi più equo e più efficiente e questo non dipende dalla modifica di 20-30 articoli e/o di alcune aliquote di questa o quella imposta. Il problema non è solo quello di approvare una nuova legge o un nuovo decreto legislativo da pubblicare sulla Gazzetta Ufficiale come amano fare molti ministri delle finanze. La difficoltà sta nel riuscire a far pagare gli evasori, a fare perequazione dei carichi tributari, nell’avere un sistema tributario che non disincentivi l’offerta di lavoro anche imprenditoriale, che non alimenti la fuga dei capitali, che riesca a finanziare il welfare State, che non sia eccessivamente complicato e, non ultimo, riduca gli adempimenti a carico dei contribuenti e dei sostituti di imposta. Se questi sono i principali problemi da risolvere con una vera riforma fiscale, allora quella di Renzi è una promessa irrealizzabile in tempi brevi. E certi giornalisti ignari della complessità della materia non fanno altro che alimentare facili entusiasmi a cui seguono cocenti delusioni.
Ma quando sento le ipotesi più recenti di programma come ridurre le imposte sui redditi di lavoro, sulle imprese, abbattere il cuneo fiscale, ecc. con la copertura di improbabili risparmi (tagli) dal lato della spesa pubblica, capisco che stiamo parlando del nulla a meno che non si voglia sfondare il vincolo del 3% del deficit corrente previsto ora anche dal Fiscal Compact. Si continua a parlare di ipotesi molto costose come se non avessimo un problema di avanzo primario, come se avessimo un surplus invece di un deficit bilancio, come se le riforme fiscali non dovessero essere studiate a parità di saldo di bilancio, come se l’unico obiettivo di una riforma fiscale fosse quello di una riduzione generalizzata delle imposte. Ma qualcuno apparentemente più assennato parla di spostare il carico sui capital gain di borsa come se questi non fossero già tassati più o meno al 30% come in Francia e Germania, come non se non ci fosse il rischio di alimentare ulteriormente la fuga di capitali per via della concorrenza fiscale dominante anche all’interno dell’eurozona. Altri ancora più assennati parlano di imposte patrimoniali nell’ordine di diverse centinaia di miliardi come se anche in Italia non ci fosse già un significativo sgonfiamento della bolla immobiliare, come se la ricchezza finanziaria delle famiglie più ricche fosse tenuta sotto il materasso o nelle cassette di sicurezza delle banche. E potrei continuare ma mi fermo per dire che le riforme fiscali vanno studiate attentamente per anni. Per fare quella di Reagan del 1986 negli Stati Uniti si è studiato per un decennio e il governo federale aveva un’amministrazione finanziaria molto più efficiente della nostra. Come molti contribuenti hanno realizzato a loro spese nel corso del 2013 non sono bastati 6-7 mesi per cambiare l’IMU in IUC e risolvere il pasticcio dell’abrogazione-sostituzione-mantenimento-camuffamento di una sola imposta locale. E non è ancora finita: vedi il caso della TASI. Come Sindaco di Firenze di questa esperienza il Presidente incaricato è a conoscenza e dovrebbe farne tesoro. In un mese o due non è possibile attuare una riforma fiscale che funzioni bene. Prima di fare annunci roboanti e, soprattutto, prima di mettere mano alle modifiche legislative, farebbe bene a circondarsi di persone che di queste cose se ne intendono. Severgnini ha ragione solo se intendeva dire che attendiamo da 30 – anzi da 40 – anni un po’ di giustizia tributaria che è grossa parte della giustizia sociale. Ma su questi temi non ho ancora sentito dire niente di specifico dalla bocca del Presidente incaricato.

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Le prospettive della lotta all’evasione fiscale

27 Gennaio 2014 1 commento

Sono oltre 40 anni che il ministero delle finanze mette a punto i criteri selettivi per scegliere i contribuenti da sottoporre a controllo fiscale ma l’evasione continua a mantenersi stabile (7-8 punti di PIL) . Ora l’Agenzia delle entrate ci ricorda che entro venerdì 31 gennaio la Super Anagrafe tributaria riceverà i dati 2011 dei conti correnti bancari e dei rapporti con altri intermediari finanziari per capire meglio i movimenti finanziari e le variazioni patrimoniali dei contribuenti. In questo mondo, il sistema informativo si arricchirà dei dati bancari e finanziari relativi a circa 35 milioni di lavoratori dipendenti e pensionati come se l’evasione fiscale si annidasse principalmente tra di essi. È il frutto di una previsione sbagliata e secondo me inutile della legge n. 214/2011 c.d. Salva-Italia del governo tecnico di Mario Monti che ancora attende attuazione. Come se, per scovare l’evasione fiscale non fosse sufficiente controllare bene la contabilità delle imprese e dei lavoratori autonomi. Come se già dal 2005 non fosse stato dato all’Agenzia delle entrate il potere di accedere all’Anagrafe dei conti correnti della Banca d’Italia e così rendere più facili i controlli per eccezione dei rapporti con le banche e intermediari finanziari dei soggetti sospettati di evadere il Fisco. Come se gli studi di settore introdotti da una legge del 1993 – e da allora presentati come uno strumento risolutivo addirittura per fare anche la politica industriale – non fossero serviti a niente. Come se i controlli sul rilascio delle fatture, delle ricevute e degli scontrini fiscali non servissero a nulla.
Ma torniamo alla Super Anagrafe per citare Giovanni Parente e Benedetto Santacroce sul Sole 24 Ore di oggi. Ci dicono che “difficilmente qualsiasi altra amministrazione finanziaria dispone di un simile arsenale” , ossia, di una banca dati così ricca ma sollevano dubbi, da un lato, sulla utilizzabilità pratica di tali dati e, dall’altro, sulla capacità dell’Agenzia delle Entrate di valorizzare una simile mole di informazioni. Scrivono chiaramente – ed io concordo – che “l’abbondanza delle informazioni non è di per sé un elemento idoneo a realizzare un efficace contrasto all’evasione fiscale, in quanto, per ottenere risultati bisogna garantire una piena affidabilità e coerenza delle informazioni acquisite ed una capacità piena di incrocio ed analisi di tutte le informazioni a disposizione”. In altre parole, non basta constatare che 10 mila euro sono entrati ed usciti dal mio conto corrente. Bisogna appurare se sotto quel movimento c’era un’operazione con un preciso contenuto economico incrementativo della mia capacità contributiva oppure, ad esempio, una donazione, un prestito, ecc.. Al riguardo i due validi giornalisti ci ricordano gli avvertimenti della Commissione parlamentare di vigilanza sull’Anagrafe tributaria e del Garante della privacy che, in fatto, hanno ritardato l’utilizzazione del redditometro 2.0 e probabilmente rallenteranno anche l’attuazione del c.d. spesometro.
Dopo lo scandalo suscitato dalla signora Armellini che è riuscita a nascondere al fisco per decenni ben 1.243 immobili pure sottoposti ad un rigoroso regime di registrazione e trasparenza, viene da pensare che se continuiamo a costruire banche dati sempre più grandi, a inventare nuovi algoritmi per analizzare i dati e costruire programmi informatici per verificare la congruità e la coerenza delle dichiarazioni, se preliminarmente non guardiamo all’efficienza delle strutture preposte alla effettuazione dei controlli, alla loro capacità operativa più o meno adeguata ad affrontare il compito, non è affatto assicurato il successo dell’operazione. Siamo sicuri che con la nuova Super Anagrafe, l’amministrazione finanziaria sarà in grado di espletare molti più controlli finanziari degli attuali 12-13 mila? In sintesi, in un paese dove l’evasione fiscale è massicciamente praticata da quanti hanno la possibilità di farlo perché i controlli sono inefficienti ed i governi – anche quello in carica – continuano ad adottare provvedimenti di condono, non verremo mai a capo del problema che provoca tanta ingiustizia tributaria e sociale.

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Sulle esternazioni del dott. Befera direttore dell’AdE

So di ripetermi ma lo scrivo lo stesso: negli USA, in Inghilterra e in altri paesi seri pochi sanno chi sono i capi dello IRS, del BIR e di quelli che all’interno dei rispettivi ministeri dell’economia e delle finanze si occupano dell’accertamento e della riscossione delle imposte. Parlano raramente di accertamento che è una questione tecnica di buona amministrazione. In Italia abbiamo la gestione politicizzata dell’accertamento. Negli Usa la destra repubblicana e il collegato movimento dei Tea Parties parlano oltre ogni misura di politica tributaria e, irresponsabilmente, stanno bloccando le procedure di bilancio del governo federale. In Italia tutti ci occupiamo di politica tributaria e dell’accertamento a proposito e a sproposito. Preciso che tutti hanno pieno diritto ad occuparsi delle tasse specialmente quei contribuenti che pagano spontaneamente e/o coercitivamente le imposte che alimentano le casse dell’Erario. Ma ieri, con grande disappunto, ho letto gli echi di un’intervista del direttore dell’Agenzia delle entrate che entra nel merito di questioni come il livello della pressione tributaria, gli sprechi della PA e la semplificazione del sistema. Ma prima di dire più chiaramente quello che penso, faccio qualche passo indietro per ricordare alcuni fatti. Sono ormai poco meno di due anni che il governo Monti ha fatto approvare dal Parlamento una norma che impone alle banche di inviare all’Anagrafe tributaria tutti i dati finanziari dei lavoratori dipendenti e pensionati come se queste fossero le categorie che evadono maggiormente le imposte. Almeno da un anno a questa parte il dott. Befera ci ha raccontato delle grandi prospettive che si erano aperte per la lotta all’evasione fiscale grazie alle nuove possibilità di utilizzo dei dati bancari nella procedura degli accertamenti sintetici. Siamo arrivati al punto in cui per alcune serate una nuova recente circolare sull’utilizzo del redditometro è stata ripresa e commentata dai telegiornali di prima serata.
Poi nelle settimane successive scoppiano alcuni scandali che riguardano la stessa Agenzia ed Equitalia diretta e controllata dallo stesso dott. Befera. Equitalia inchiesta per corruzione riportata dai principali giornali del 19 settembre scorso; altre inchieste per tassi da usura praticati da Equitalia del 27-09-13; concorsi truccati nella stessa Agenzia delle entrate, ottobre 1, 2013; scandalo Equitalia: nomine di centinaia di dirigenti dichiarate nulle dalla giustizia amministrativa con conseguenze sulla legalità degli atti nel frattempo emanati maggio 2013; e si potrebbe continuare. Per qualche settimana non si leggono notizie del dott. Befera. Poi inopinatamente lo stesso ci viene a raccontare che per il 2013 non sarà possibile svolgere i 35.000 controlli con metodo sintetico precedentemente sbandierati come indice di intensificazione della lotta all’evasione fiscale. Il Direttore dell’Agenzia non ha spiegato bene i motivi di tale dietrofront ma agli evasori va bene lo stesso. Molti di loro possono stare un po’ più tranquilli. E non è finita. Nei giorni scorsi arrivano le statistiche sul gettito delle imposte. In particolare il gettito dell’IVA nei primi otto mesi del 2013 segna -5,2% (3,7 e/o 4,1 in meno se si considerano le altre imposte indirette. È un argomento per una manovra aggiuntiva?
Secondo me, ce n’è abbastanza per suggerire che il dott. Befera farebbe meglio a occuparsi di buona amministrazione più che di politica tributaria. D’altra parte sarebbe da ingenuo o da malizioso sostenere che il minore gettito dell’IVA sia colpa dell’Agenzia. È colpa della crisi: cala il PIL, calano i consumi, calano le importazioni e quindi cala anche il gettito dell’IVA. Se nell’intervista il dott. Befera si fosse limitato a dire questo, neanche io avrei avuto qualcosa da ridire a parte l’appropriatezza della sede dove va esternare il suo pensiero. A parte il fatto che, nonostante i successi della lotta all’evasione vantati dallo stesso, l’Italia resta con una evasione nell’ordine dei 125 miliardi di euro all’anno e che la prima imposta massicciamente evasa è proprio l’IVA. L’evasione dell’Irpef, delle addizionali, sovrimposte n’è conseguenza automatica. E se così un contribuente onesto si aspetterebbe una qualche analisi approfondita del perché l’IVA resta un catino bucato. Forse c’è qualche problema con l’efficienza degli uffici dell’Agenzia preposti all’accertamento. Invece no, anche il dott. Befera ci viene a raccontare nell’Intervista a Gianni Minoli su Radio24 che “indubbiamente se la pressione tributaria fosse più bassa, ci sarebbe meno evasione, quanto meno non ci sarebbe evasione da carenza di liquidità”. G. Trovati del Sole 24 Ore dell’8-10-13 ci dice che “l’affermazione del direttore dell’Agenzia delle entrate e Presidente di Equitalia ha mietuto consensi quasi unanimi fra politica e mondo dell’economia”. E come non credergli! Trovati riferisce anche di posizioni dissenzienti di esponenti di Scelta Civica e del PD con i quali concordo. Come tecnico e dirigente pubblico il dott. Befera può esprimere un’opinione del genere solo se richiesto dalle competenti Commissioni parlamentari. Ma siamo in Italia ed ognuno parla di quello che devono fare gli altri e così ha aggiunto che “gli sprechi della macchina pubblica tolgono senso al nostro recupero delle imposte”. E come se tutto questo non bastasse parla anche di semplificazione del sistema. Un vero paradosso per chi ha sempre doverosamente collaborato all’elaborazione di leggi fiscali alluvionali, confuse e di estrema complicazione nonché alla produzione diretta di circolari e istruzioni a dir poco ponderose.
Non ce l’ho con il dott. Befera e non mi piacciono le caccie alle streghe. Ci sono responsabilità storiche che vanno ben oltre il dott. Befera se la macchina del Ministero dell’economia e delle finanze non funziona bene. Nei giorni scorsi ho letto che ci sono voluti 7 anni per accatastare 500 mila case fantasma rilevate con la fotografia aerea. Qui il dott. Befera non c’entra. Ma se questi sono i tempi del MEF – la struttura più avanzata di tutta la PA – gli evasori possono dormire sonni tranquilli.

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Una svolta storica nella lotta all’evasione fiscale?

La Suprema Corte di Cassazione ha confermato ieri la sentenza della Corte di appello di Milano che aveva condannato Berlusconi per frode fiscale. Ha respinto i ricorsi dello stesso Sen. Berlusconi, di due dirigenti di sue imprese e di un altro produttore ed operatore del settore cinematografico. Ha rinviato ai giudici di merito solo la questione della determinazione delle pene accessorie (l’interdizione dai pubblici uffici) per Berlusconi perché i giudici di merito applichino l’art. 12 del D. Lgs. n. 74 del 2000 che prevede pene più miti rispetto a quelle del codice penale. Ricordo che, nel 2000, la revisione ed edulcorazione della legge manette agli evasori fu iniziativa del governo di centro-sinistra con Vincenzo Visco al ministero delle finanze. È storica la sentenza della Corte di appello di Milano ed è storica la sentenza della Corte di Cassazione che la conferma nei suoi principali punti. Essa potrebbe divenire un punto di svolta fondamentale nella lotta all’evasione e all’elusione fiscale. Quest’ultima ora ridefinita con termine meno comprensibile ai non addetti ai lavori come abuso di diritto. Sull’argomento c’è una letteratura sterminata. Ma negli Stati Uniti la questione fu risolta in termini semplici e pratici in occasione della storica riforma tributaria bipartisan del 1986 con la c.d. alternative minimum tax. Puoi detrarre tutto quello che è previsto dalla legge ma il tuo debito di imposta non può scendere al disotto di un dato livello minimo.
Qui vorrei spiegare in parole semplici il significato di abuso del diritto. Significa che io sto utilizzando in maniera smodata le previsioni di legge che discendono dal diritto fondamentale di scegliere la forma societaria con cui svolgere la mia attività imprenditoriale e che utilizzo tutte le previsioni annesse e connesse che mi consentono di ridurre il carico di imposta senza limiti addirittura trasformando i profitti in perdite. Alcuni esperti chiamano queste operazioni: pianificazione fiscale. Naturalmente posso scegliere anche la sede legale di queste società a seconda delle agevolazioni e riduzioni che diversi Stati membri e non membri dell’Unione europea mi offrono. Alcuni di questi Stati sono i c.d. paradisi fiscali che in cambio di imposte fisse mi consentono agevolazioni particolarmente favorevoli e garanzie di riservatezza. Se l’imposta sulle società è molto alta in Italia posso scegliere di creare una società in Irlanda o in Olanda dove le aliquote sono meno della metà di quelle italiane e così realizzo un forte risparmio di imposta. Le grandi società italiane che operano a livello globale hanno decine di società c.d. off-shore che consentono loro di ridurre le imposte da pagare in Italia ed accumulare scorte di capitali per pagare tangenti e commissioni nell’anonimato. Mediaset utilizzava queste società per gonfiare i costi di acquisizione di film, serials che utilizza in Italia nei suoi canali televisivi o nella sua rete di distribuzione di film. Le società off-shore sono in molti casi mere interposizioni fittizie che non svolgono alcuna operazione reale neanche di confezione dei prodotti acquistati e rivenduti. Sono in qualche modo analoghe alle c.d. cartiere che emettono fatture per operazioni inesistenti. Formalmente le società e le operazioni contabili sono “vere” ma, nella sostanza, servono solo allo scopo di pagare meno imposte ed esportare capitali all’estero in maniera largamente illegale. Organizzato su larga scala questo schema identifica la frode fiscale, alias, elusione, alias, evasione fiscale. Quindi mi sembra molto ardita la tesi degli avvocati della difesa di Berlusconi secondo cui non c’era reato. Basti ricordare che negli ultimi tempi il fisco americano e di alcuni paesi interessati stanno perseguendo giganti informatici come Google e Facebok per le imposte evase-eluse. Basti ricordare gli impegni inconcludenti fin qui assunti da organismi informali come il G-20 sul rilancio della lotta all’evasione sul piano globale.
Recentemente parlando all’assemblea di Equitalia il Presidente Letta ha avuto modo di dire che istruirà l’Agenzia delle Entrate perché vada a scovare l’evasione fiscale dovunque si trovi. Ma sono belle parole e proclami perché sul piano interno si fa ben poco per fare una seria lotta all’evasione fiscale se sui 800 miliardi di cartelle emesse negli ultimi 13 anni si sono riscossi solo 69 miliardi. E se ogni anno la stessa Agenzia conferma l’evasione fiscale nell’ordine dei 120-30 miliardi all’anno.
Dal 1982 esiste la c.d. legge n. 516/1982 manette agli evasori sono scattate una serie di denunce penali che hanno intasato di fascicoli le Procure della Repubblica e che, nella quasi totalità, si sono concluse con l’archiviazione. A memoria mia ricordo solo alcuni casi di arresto. Dopo la riforma del 2000 mi risulta che pochi contribuenti siano stati arrestati per evasione e/o elusione fiscale proprio per il modo astruso e bizantino in cui è costruita la legge. In questo senso la sentenza della Cassazione segna una possibile svolta non del legislatore ma della magistratura dando un contenuto operativo alla legge. Il paradosso è che ora la vittima è un ex Presidente del Consiglio che, in diverse occasioni anche ufficiali, aveva sostenuto la legittimità dell’evasione a fronte di aliquote elevate confondendo la legittimità con la convenienza. È un paradosso che la legge sulla ineleggibilità ed anti-corruzione sia applicata al capo di un partito che sosteneva il Governo Monti.
Se Berlusconi è uno dei pochi azionisti di riferimento condannati in sede penale per elusione fiscale e se la svolta della magistratura si consoliderà, bisogna sapere che molti manager di grandi imprese rischiano il carcere. Temo perciò che Berlusconi scatenerà una vera e propria guerra mediatica per modificare la legge a suo favore e, per tali motivi, vorrà restare al governo e nella maggioranza per influenzare direttamente il processo legislativo. Temo che dietro a lui si muoveranno forze oscure quanto potenti per aiutarlo allo scopo. Spero che le forze seriamente impegnate a perseguire la giustizia tributaria e sociale in questo Paese sapranno opporre la necessaria resistenza.

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Le beghe chiozzotte sull’evasione fiscale

Il vice-ministro delle finanze On. Fassina, alla ricerca di facili consensi in un convegno organizzato dalla Confcommercio, ha affermato che “si evade anche per necessità”. Si è scatenato il finimondo come se fosse stata la prima volta che un uomo di governo affermasse una cosa del genere. Basti ricordare le tante volte che Berlusconi come Presidente del Consiglio dei ministri ha affermato che era legittimo evadere quando le aliquote dell’imposta sul reddito superavano il 33%, così legittimando il comportamento degli evasori e poi premiandoli con condoni straordinari , ordinari e permanenti. Non a caso l’On. Brunetta dà a Fassina il “benvenuto nel Pdl”. Al di là delle polemiche, si dà il fatto che l’On. Fassina ha ragione e non è la prima volta che fa un’affermazione del genere. Qual è il problema? Artigiani, piccoli e medi imprenditori e professionisti sono tassati per lo più con gli studi di settore (SdS). Questi sono costruiti sulla base di stime dei ricavi all’interno di gruppi omogenei da cui partire per arrivare a determinare i redditi imponibili da dichiarare . Per quanto sia stata migliorata, con regressioni multiple all’interno del cluster, la stima dei ricavi da dichiarare resta il fatto che chi sta al di sotto della media è penalizzato perché viene chiamato a pagare di più mentre chi sta al di sopra è avvantaggiato tanto più quanto più si discosta dalla media. Si dice da un lato che così si premia l’efficienza ma è anche vero che il sistema crea iniquità perché chi ha maggiore capacità contributiva paga di meno e viceversa specie per chi è inefficiente, in difficoltà o all’inizio di una certa attività, paga proporzionalmente di più.
Così come attuato il meccanismo degli SdS è sbagliato anche perché stima i ricavi e non i redditi da dichiarare. E gli operatori medi e grandi hanno maggiori occasioni per ridurre le basi imponibili avvalendosi di deduzioni e detrazioni. Le organizzazioni delle categorie citate sfruttano il malcontento dei piccoli e dei marginali per ottenere riduzioni dei ricavi da dichiarare. Questo è stato fatto puntualmente ogni anno negli ultimi cinque anni anche a causa della perdurante crisi economica che ha ridotto il PIL di circa 10 punti. E questo spiega uno dei motivi per cui nonostante i proclami e bollettini della vittoria del direttore dell’Agenzia delle entrate, a fine anno, lo stesso ha dovuto confermare la stima dell’evasione nell’ordine dei 120-130 miliardi di euro.
Ieri l’affermazione di Fassina ha fatto il giro della rete ed è stata criticata per motivi sbagliati da esponenti del suo stesso partito nonché dalla segretaria generale della CGIL Susanna Camusso. Dico così perché le critiche sono superficiali e non colgono 2-3 punti, secondo me, fondamentali. Il primo è la necessità di rivedere la metodologia dell’accertamento fondato sugli SdS. Il secondo è quello di rivedere la procedura del concordato di massa che si esplica nella trattativa “tecnica” tra rappresentanti delle categorie e organi del MFE sotto diretta influenza del ministro di turno. La gestione politicizzata dell’accertamento è una peculiarità tutta italiana che non trova riscontro in altri paesi che combattono meglio l’evasione fiscale. Solo in Italia gli esponenti dell’Agenzia delle entrate riscuotono successo in convegni organizzati dalle categorie che comprendono anche i maggiori evasori. Solo in Italia i membri del governo, un giorno sì e un giorno no, fanno proclami sull’inasprimento della lotta all’evasione fiscale salvo poi essere smentiti dai fatti.
Gli SdS dovrebbero essere utilizzati dagli uffici periferici come ausili all’accertamento del reddito effettivo attraverso concordati non di massa ma tendenzialmente individuali. Solo in questo modo si può aprire una prospettiva seria per migliorare il mix di efficienza ed equità nella complessa attività di accertamento delle imposte sui redditi di impresa e di lavoro autonomo. Se questo è vero non serviva e non serve l’invio di tutti gli estratti conto bancari di 17 milioni di lavoratori dipendenti e altrettanti pensionati deciso con legge voluta dal governo Monti. Su questo punto l’attuale governo non sembra avere alcun orientamento.

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