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Gli “eroi” di Cortina

10 Gennaio 2012 Nessun commento

Spero di non essere accusato di intelligenza con il nemico (l’evasore) per i commenti che seguono. Parlando a Reggio Emilia, il Presidente Monti ha detto una cosa corretta : “le mani in tasca ai contribuenti le mettono gli evasori e non lo Stato che in cambio delle tasse finanzia i servizi pubblici richiesti dai cittadini”. Subito dopo, ha detto che altre misure mirate a combattere l’evasione fiscale saranno adottate e ha sentito anche il dovere di ringraziare gli uomini e le donne della Guardia di finanza e dell’Agenzia delle entrate (AdE) per la straordinaria partita giocata a Cortina. Per favore no, se le misure prospettate sono come quelle adottate nella recente manovra e se si tratta di operazioni mediatiche dagli esiti molto incerti che si conosceranno solo fra 2-3 anni, se tutto va bene.
L’opinione pubblica si è divisa tra due partiti nettamente contrapposti: quelli che vedono una svolta chiara tra la politica dell’accertamento di questo governo e quello precedente (di certo, inaccettabile) e quanti reputano eccessiva, inutile e persino pericolosa l’assegnazione di ulteriori poteri pervasivi all’Agenzia delle entrate. In mano a giornalisti disinvolti e a volte faziosi, le parti in causa sono fatte apparire come paladini del bene e del male, tra chi vuole e non vuole la giustizia tributaria, tra chi vuole annientare il Leviatano e chi invece vuole trasformare lo Stato in un mostro totalitario. Purtroppo la realtà è ben diversa da come viene rappresentata. Abbiamo un’Agenzia delle entrate che ha appena compiuto 10 anni, ma, secondo me, deve ancora dimostrare di essere cresciuta. Il suo direttore Befera è molto abile nella comunicazione ma lesina i dati sull’attività dell’AdE e di Equitalia. I risultati macro dell’attività di controllo sono ancora largamente insufficienti se è vero che le stime dell’evasione fiscale degli ultimi dieci anni non sono cambiate.
Abbiamo un governo tecnico che nella manovra economica, seguendo una prassi al limite della legittimità, ha trovato modo di dare all’Agenzia delle entrate strumenti ritenuti decisivi per il successo della lotta all’evasione e, invece, non si rende conto che la lotta è impari per l’AdE finché continuerà la gestione politicizzata dell’accertamento. Al riguardo, ricordo che il direttore dell’accertamento Magistro intervistato da Fossati del Sole 24 ore del 5-01-12 afferma che : “non basta avere i dati, ci vuole qualcuno che li metta insieme”. Lamenta il calo del personale per oltre tre mila unità ma sostiene che annualmente si svolgono 700.000 accertamenti all’anno; 600 mila controlli su situazioni minori; e 15 mila verifiche, a fronte di alcuni milioni contribuenti a rischio. Ma se fosse così e se i controlli fossero di qualità, in alcuni anni non si potrebbero controllare tutti i sospetti evasori? O sono pericolosi tutti i lavoratori dipendenti e tutti i pensionati soggetti a ritenuta alla fonte?
Ci si poteva aspettare che un governo tecnico si astenesse da valutazioni sulla portata dei blitz stile Cortina e, invece, i l Presidente Monti si produce in elogi per un’azione prodromica non necessaria che svela situazioni di già ben conosciute dall’Anagrafe Tributaria e che ancora deve produrre risultati concreti. L’AdE cita: 80 agenti impegnati; 35 esercizi controllati. I ristoranti hanno registrato maggiori incassi del 300%; i bar + 40%; le boutique +400%; rilevate 251 auto di grossa cilindrata (FiscoOggi, 4-01-12). Sulle attività pregresse circolano in questi giorni i dati della Corte dei Conti sull’attività di Equitalia SpA.

Riscossioni nel triennio 2008-10 in milioni di €
2008 2009 2010 2010/08 % 2010/09 % anni
3.723 3.966 4.613 23,9 16,3 Ruoli erariali
2.141 2.454 2.839 32,6 15,7 Ruoli Inps-Inail
1.150 1.315 1.425 23,9 8,4 R. enti non statali
7.014 7.735 8.876 26,5 14,8 Totali
Fonte: Corte dei Conti, Relazione sulla gestione Equitalia, n. 81/2011

C’è un miglioramento al margine ma i dati di Equitalia sono presentati in maniera tendenziosa. Vengono calcolate le variazioni % anno per anno oppure inizio/fine periodo. Sono buone percentuali a prima vista. Se però prendiamo la variazione totale delle riscossioni tra il 2009 e il 2010 (1,141 miliardi) e la rapportiamo ai dieci milioni di cartelle di cui parla il direttore dell’AdE, vediamo che la riscossione media si ragguaglia a 114 € . Ma la relazione della Corte dei Conti (p.24) cita un altro dato interessante. Nel 2010, 1,8 miliardi sarebbero stati riscossi dai grandi debitori (1055 debitori con morosità superiore ai 500 mila euro, in media 1.706.161 a testa). Non dice però quanti sono gli altri e quanto ha riscosso in media. Ma se prendiamo la variazione totale 2010/09 e la rapportiamo all’evasione stimata (125 miliardi) delle imposte erariali vedremmo che potrebbero essere necessari sino a 80 anni per recuperare l’evasione di queste ultime.
Vengono proposti gli incrementi annuali sulle somme riscosse che comprendono imposte, contributi, tasse evasi, sanzioni, interessi e aggi, ma non si accostano le prime alla maggiore imposta accertata o a quelle definite. Tali dati riguardano flussi che originano da attività di accertamento svolte anche in anni relativamente lontani. Non sappiamo così se il sistema non funziona perché è insufficiente l’attività di accertamento vera e propria, oppure è l’attività di riscossione che complessivamente, a mio giudizio, resta inefficiente.
Lungi da me l’idea di colpevolizzare il governo Monti che probabilmente non ha avuto il tempo di rendersi conto di queste complesse tematiche. Né basta scaricare tutte le responsabilità sul precedente governo come sembra fare ora il direttore dell’AdE (intervista a M. Giannini, Repubblica 8-01-12). Non voglio assolvere Berlusconi e il suo ministro dell’economia e delle finanze. Dico che nel tempo si è costruito un sistema che tuttora non funziona. Il sistema tributario non è tutto da rifare ma le imposte vanno applicate seriamente. Bisogna rivedere la strategia degli studi di settore. Le responsabilità sono diffuse e, in primo luogo, mi sento di chiamare in causa quelle delle competenti Commissioni Parlamentari dove queste questioni dovrebbero essere attentamente valutate anche con l’aiuto dei migliori esperti.

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Le speculazioni sugli attentati a Equitalia.

In nessun modo voglio giustificare l’escalation di reazioni violente, veri e propri attentati contro Equitalia, ma pur sempre di reazione si tratta. Reazione a che cosa? Ad un sistema di riscossione che resta inefficiente, costoso e vessatorio nei confronti dei contribuenti onesti, disattenti, morosi perché spiazzati da disguidi postali e anche dei piccoli evasori parziali. In nome della sacrosanta lotta all’evasione, si sono anticipati alcune fasi della riscossione – a volte spacciandole per risultai della lotta all’evasione fiscale – e si sono inasprite in maniera esagerata le sanzioni, le pene pecuniarie e gli interessi moratori, ma i grossi evasori continuano a farla franca se è vero che l’ammontare delle imposte evase si è stabilizzato da anni attorno ai 125 miliardi di €. Allora c’è qualcosa di sbagliato, c’è qualche malfunzionamento nel sistema di accertamento delle imposte e non solo in una sua fase particolare come quella della riscossione.
Al di là delle rituali geremiadi, nessuno ne vuole parlare sul serio. Ma si continuano ad approvare provvedimenti da stato di polizia tributaria che, di nuovo, esplicheranno effetti vessatori e inaccettabili intrusioni nella privacy non solo sui veri evasori fiscali ma anche sugli altri. Mi riferisco ovviamente anche ai più recenti provvedimenti del Governo Monti che oltre all’archivio dei conti correnti obbliga le banche a trasmettere periodicamente gli estratti conti di tutti i contribuenti italiani. Nessuno si è chiesto se detta misura è veramente necessaria. Se il problema è la qualità dei controlli o la mancanza di dati. Nessuno ha riflettuto sul fatto che le indagini finanziarie svolte annualmente dalla Guardia di Finanza e dall’Agenzia delle entrate sono solo alcune migliaia anche perché sono di una enorme complessità e richiedono molto tempo per essere portare a termine.
Beppe Grillo ha il suo linguaggio e certamente va censurato per certi toni. Ma il disagio nel paese c’è in una fase recessiva in cui molte famiglie e molte imprese incontrano serie difficoltà ad adempiere al loro dovere tributario. Parlarne non significa giustificare gli attentati degli anarchici. Mi sembra anche esagerata la caccia alle streghe che si è scatenata nei confronti del suddetto invece di sollecitare le forze dell’ordine a dare la caccia a chi mette le bombe o invia le cartucce intimidatorie. Criticare Equitalia non significa schierarsi con gli attentatoti.
Si mettono in mezzo gli uomini di Equitalia che cercano di applicare le leggi, che vanno certamente protetti ma che non sono i veri e diretti responsabili della situazione. Il vero responsabile è il legislatore fiscale e il suo modo di legiferare in maniera alluvionale, confusa, in affanno e, non di rado, con illegittimo ricorso al voto di fiducia. Ecco cosa scrisse sul Sole 24 Ore del 14-11-2005 Enrico De Mita commentando la manovra finanziaria di allora e la riforma della riscossione.

“Nella parte fiscale della manovra, dovrebbero trovare posto solo aliquote e detrazioni, solo quelle voci cioè strettamente legate alla situazione economica e finanziaria dell’anno. Invece anche quest’anno nel decreto legge collegato alla Finanziaria troviamo, come si dice, “di tutto e di più.
Troviamo aspetti delle leggi generali delle imposte, come la revisione della giurisdizione tributaria, la revisione radicale dello strumento della riscossione, un perno della disciplina dell’accertamento come la collaborazione dei Comuni all’accertamento, uno strumento che non ha mai funzionato e che non si capisce come possa essere “potenziato”. (quest’ultimo ora abrogato dal governo Monti, sollevando le ire del suo predecessore Tremonti che lo ha accusato di rinunciare alla lotta all’evasione fiscale).
“La ragione della tecnica legislativa seguita (se di tecnica si può parlare) è invece la tutela di interessi particolari: revisione della giurisdizione tributaria, collaborazione dei comuni e riforma del soggetto della riscossione non nascono, nel decreto fiscale n. 203/2005, da una raffinata concezione delle procedure e del processo, ma dalla tutela di interessi particolari che poco hanno a che fare con una visione razionale e moderna dell’amministrazione pubblica”.

Per la cronaca la riforma della riscossione passò con il voto di fiducia su un maxiemendamento, così tagliando fuori centinaia di emendamenti della maggioranza e dell’opposizione e le indicazione di una Commissione parlamentare che aveva lavorato per circa due anni sull’argomento. La domanda è: non è che, al di là delle buone intenzioni, questo comportamento del legislatore fiscale fa il gioco proprio degli evasori?

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Come si manipolano le regole per proteggere gli evasori e i debitori.

12 Luglio 2011 1 commento

L’anno scorso con il dl n. 40/2010 Tremonti ha introdotto la doppia soccombenza per cui il processo tributario deve  essere estinto se l’amministrazione finanziaria, alias, Agenzia delle entrate, risulta soccombente in primo e secondo grado. Pare che il provvedimento sia stato preso anche per aiutare la Fininvest che aveva un grosso procedimento davanti alla Corte di Cassazione. La motivazione del provvedimento era quella di sfoltire il contenzioso tributario anche se gli ultimi rapporti del Consiglio superiore della giustizia tributaria non evidenzia un grave problema di congestione del processo tributario. Anche nel DL n. 98/2011 c.d. manovra d’Estate c’è un’altra sanatoria per le controversie inferiori ai 20 mila euro. Ormai snellire il contenzioso tributario è l’ossessione del governo in spregio degli effetti diseducativi che i condoni fiscali e non hanno sulla propensione all’adempimento delle leggi.

Nella logica del primo provvedimento, se l’amministrazione finanziaria perde due volte, non può ricorrere in Cassazione. Nella norma introdotta nottetempo nella recente manovra, si era previsto che se nel processo civile, una delle parti perde due volte di seguito, non deve pagare sino a che si conclude il procedimento davanti alla Cassazione. In altre parole, l’interesse privato merita il terzo grado, quello pubblico no.  Come noto, il terzo grado davanti alla Cassazione è processo di legittimità che valuta soprattutto il rispetto delle regole processuali e, in generale, delle leggi. Non il merito anche se questo, pur fondato,  può essere compromesso dal mancato rispetto delle regole procedurali. Viene in mente un certo giudice della Cassazione – definito dai media: ammazzasentenze – che annullava le sentenze emesse dai giudici di Palermo nei  confronti dei mafiosi processati nei c.d. maxi-processi. Con decine e decine di imputati non era difficile trovare qualche vizio procedurale tenuto anche dell’innovazione chiesta e voluta dal pool di Palermo, guidato da Falcone e Borsellino.

Mi si potrà obiettare che il processo penale è alquanto diverso da quello civile e che questo è ancora diverso da quello tributario. Resta tuttavia l’analogia tra il processo civile e quello tributario con la differenza che in quest’ultimo, è direttamente coinvolta l’amministrazione finanziaria a difesa  degli interessi dell’Erario. In entrambi i casi legiferati da questo governo – che tra l’altro minaccia di introdurre la norma in sede di conversione del DL  manovra 2011 – due pesi e due misure. Ma con una sola finalità: privilegiare l’interesse privato rispetto a quello pubblico. Altro che norma di civiltà giuridica!

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La progressività soprattutto per i più poveri.

17 Giugno 2011 2 commenti

Le aliquote vigenti attualmente sono cinque e si applicano ai seguenti scaglioni di reddito. Sino a 15 mila €: 23%; da 15 a 28 mila €: 27%; da 28 a 55 mila €: 38%; da 55 a 75 mila €: 41%; oltre 75 mila €: 43% . La scala delle aliquote dà un prima idea della progressività dell’Irpef e, tuttavia, anche da un primo sguardo, si evidenzia che la progressività crescente soprattutto per i redditi medio bassi. Infatti nel passaggio dal secondo al terzo scaglione, c’è un incremento dell’aliquota marginale di ben 11 punti. Poi per i redditi più alti, l’aumento delle aliquote è rispettivamente di 3 e 2 punti. Naturalmente tutto questo in termini di aliquote nominali, cioè, senza tener conto delle detrazioni e/o deduzioni che per i primi scaglioni,  abbattono le aliquote nominali aumentando la progressività sui redditi medio-bassi.

Ci sono tanti metodi statistici per misurare la progressività.  Alcuni sono molto complessi e  non posso spiegarli qui. Quello più semplice e immediato – che i volenterosi possono svolgere da soli –   è calcolare l’aliquota media effettiva, ossia, rapportare l’imposta effettivamente pagata alla base imponibile. Se l’aliquota media effettiva cresce al crescere del reddito imponibile si può affermare – senza tema di sbagliare – che l’imposta è progressiva. Il problema sta nella definizione di reddito imponibile. Negli anni sessanta si teorizzava correttamente una base imponibile onnicomprensiva di tutte le sei categorie di reddito che prevede il nostro testo unico sull’imposta personale sul reddito. Ma se il legislatore ne  lascia fuori alcune (rendite finanziarie, dividenti azionari, redditi di fabbricati, incrementi di valore patrimoniale, ecc.),  è chiaro che per i soggetti che introitano questi tipi di reddito non sta considerando la loro capacità contributiva effettiva come prescrive l’art. 53 Cost.. Così facendo favorisce alcuni e danneggia altri perché sta usando misurazioni diverse della loro capacità contributiva, violando non solo l’art. 53 ma anche il tre sull’uguaglianza. I due articoli vanno necessariamente coniugati.

Fin dalla riforma del 1971, le rendite finanziarie sono state lasciate fuori dalla progressività e,  come altre voci, sono state sottoposte a c.d. regimi sostitutivi più o meno favorevoli ma tutti agevolati rispetto a quello principale.  Così è stato per i capital gain, gli interessi sui titoli del debito pubblico e, negli ultimi venti anni, per la rendita della prima casa prima esonerata dall’Irpef e poi dall’ICI e, in prospettiva, dalla nuova imposta municipale unificata. In questo modo, il legislatore, scientemente ha determinato una situazione per cui la progressività – come ho già detto nel post del 7 giugno scorso – si applica quasi esclusivamente ai redditi di lavoro dipendente o autonomi sottoposti a ritenuta alla fonte. Se poi considero che i titolari di redditi di lavoro autonomo (per la parte non sottoposta a ritenuta alla fonte) e di impresa evadono alla grande, si capisce che è violato  gravemente il principio di uguaglianza perché alcuni sono tassati su basi imponibili effettive e altri su basi imponibili evase o sottostimate generosamente dagli studi di settore – comunque largamente inferiori a quanto effettivamente incassano.

 La proposta di Tremonti di ridurre il numero delle aliquote senza precisare l’altezza comparata né l’ampiezza degli scaglioni è nella linea illusoria della semplificazione. Ci si aspetterebbe, infatti, che la rimodulazione delle aliquote e degli scaglioni fosse operata in relazione a studi approfonditi con riguardo alle modifiche che si sono determinate nella distribuzione personale  del reddito ma non mi risulta che i quattro tavoli abbiano fatto analisi di questo tipo. Anche per questi motivi confermo che la proposta è avventata e propagandista. Comunque pericolosa perché potrebbe preludere non solo a consistenti perdite di gettito ma anche all’ennesimo condono fiscale questa volta giustificato dalla riforma. Chiudiamo con il passato e apriamo a parole una nuova era. E sappiamo che con i condoni Tremonti è stato sempre di manica larga.

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Riforma fiscale: dalle chiacchiere all’imbroglio.

15 Giugno 2011 1 commento

Parlando ieri al convegno Rete Impresa Italia, Tremonti ha rilanciato sulla riforma fiscale dopo che nei giorni scorsi aveva frenato temendo gli effetti inflazionistici di un aumento delle aliquote IVA. La riforma – ha detto ieri – sarà realizzata a tappe all’insegna della semplificazione con sole 5 imposte e tre aliquote per l’Irpef. Niente di nuovo se negli anni ’90 sia Tremonti sia Visco, in ruoli alternati, parlavano di voler fare il federalismo fiscale con 7-8 imposte. Sono passati 10-15 anni, il federalismo fiscale sulla carta è “cosa fatta” e, quindi, può apparire ragionevole la proposta di ridurre ulteriormente il numero delle tasse. In un vero e proprio Stato federale, in teoria, al governo centrale vengono lasciate poche imposte: quelle strettamente necessarie a finanziare i beni pubblici nazionali. Tutte le altre imposte vengono assegnate ai livelli sub-centrali di governo che in Italia sono tre (Regioni, province e comuni per non menzionare le comunità montane, le ATO ed altri consorzi che riscuotono a vario titolo contributi vari).

Ma l’Italia non è ancora una Repubblica federale e se uno va a leggere i decreti legislativi sul fisco regionale e locale, si rende subito conto che a detti livelli di governo è lasciata scarsa autonomia tributaria in senso tecnico. Pochi tributi propri. Il grosso del gettito dovrebbe arrivare dai tributi propri derivati (rectius: statali, il cui gettito è devoluto alle regioni e/o agli enti locali) e dalle c.d. compartecipazioni al gettito delle imposte erariali. Le compartecipazioni vanno a sostituire i trasferimenti diretti ed espliciti dal governo centrale. Quindi, secondo me, si tratta di una operazione di nuovo allestimento della vetrina,  che non cambia i termini sostanziali di finanza derivata per tutti i livelli sub-centrali di governo.  Se così delle due l’una: o Tremonti ha intenzione di rivedere da cima a fondo tutta la costruzione del federalismo fiscale fin qui messa in atto sulla base della legge delega n. 42/2009 oppure, come dicevo in un precedente post, sta facendo solo delle chiacchiere – sotto la pressione crescente del PdL e della Lega Nord che vedono nella proposta di riforma fiscale un modo di recuperare il consenso elettorale perduto.

Ma c’è di più.  Tremonti ha detto ieri che bisogna abbattere le aliquote perché così si combatte meglio l’evasione. È vero abbassare le aliquote, in teoria di prima approssimazione,  riduce l’incentivo ad evadere. Chiunque però capisce che se riduci il numero delle imposte e vuoi o devi, allo stesso tempo,  mantenere la parità di gettito,  non puoi ridurre anche le aliquote. Sarebbe bello se fosse possibile. Tremonti in più  propone uno scambio sciagurato: intende ridurre alcune aliquote dell’Irpef e aumentare quelle dell’IVA. Il discorso  è infondato perché le aliquote più alte si abbattono per lo più sui redditi di lavoro dipendente e autonomo soggetti a ritenuta alla fonte ed esse dovrebbero essere ridotte soprattutto per motivi di perequazione rispetto a quanti, come operatori economici e quindi soggetti IVA, evadono in primo luogo questa ultima imposta e poi, a cascata, tutte le altre. È evidente quindi che se fosse attuata detta operazione, l’evasione potrebbe addirittura aumentare se sono solo le aliquote a determinare l’incentivo ad evadere. Se così, non siamo più a livello delle chiacchiere ma dell’imbroglio vero e proprio. Qualche giorno prima,  Tremonti aveva presentato il suo progetto ad un convegno di sindacalisti CISL a Levico. Mi sorprende molto che il segretario generale di questa organizzazione Bonanni abbia potuto definire interessanti le proposte principali di Tremonti. Ho menzionato la CISL ma il discorso vale per tutte le parti sociali e per tutti i partiti che, all’unisono, invocano una riduzione della pressione fiscali per le famiglie, le imprese, i giovani, le nubili, i pensionati e quanti altri. Ma siamo veramente nelle condizioni di fare una riforma con riduzione generalizzata delle tasse?

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Le chiacchiere sulla grande riforma fiscale.

7 Giugno 2011 3 commenti

Sulla grande riforma fiscale è parlare del nulla per lo più  da parte di soggetti incompetenti. Eppure all’indomani della sconfitta del PdL e della Lega, nell’ultima tornata di elezioni amministrative che hanno interessato 15 milioni di elettori, si moltiplicano le prese di posizione del premier, del MEF Tremonti, del ciarliero ministro della funzione pubblica, della Confindustria, dei sindacati, ecc. Alcuni – e tra questi si distinguono politici della maggioranza –  pensano ad un recupero di consenso in vista delle elezioni politiche che al più tardi arriveranno nel 2013. Altri rappresentanti di gruppi di interesse organizzati pensano di approfittare della debolezza del governo e della maggioranza che lo sostiene proprio per ottenere sconti ed agevolazioni varie dimenticando i vincoli di quadro (nazionale e sovranazionale) che la situazione ci impone se non vogliamo metterci da soli nella condizione disperata della Grecia. I suddetti, con in testa il premier,  quasi all’unisono reclamano che il Mef allenti “i cordoni della borsa”  e faccia la grande riforma fiscale da tempo promessa.

Si ragiona come se all’ordine del giorno ci fosse una riduzione generalizzata delle imposte. Tutti amano dire che bisogna ridurre le aliquote delle imposte sul lavoro e sulle società. È vero sono alte e pesano maledettamente sul lavoro dipendente. L’aliquota iniziale dell’Irpef è del 23% dopo che per decenni era stata al 10% e poneva dei problemi di capienza per gli oneri deducibili dei soggetti con i redditi più bassi. Ora se c’è un problema con l’Irpef – come con l’Iva – è quello dell’evasione. La sua struttura è ormai un colabrodo. La sua progressività ormai si applica prevalentemente ai redditi di lavoro dipendente. Le rendite finanziarie non vi sono mai entrate. I redditi di fabbricati ne sono usciti gradualmente negli ultimi venti anni e, da ultimo, ne sono usciti anche i canoni delle case date in affitto da persone fisiche.

Il problema dell’Irpef è quello dell’evasione da parte di imprenditori, lavoratori autonomi, e quanti altri sono soggetti solo in parte al sistema della ritenuta alla fonte e di quanti possono nascondere parte dei ricavi. Ma nascondere ricavi significa in primo luogo evadere l’IVA che per capacità di gettito è la seconda imposta del sistema. La gestione politicizzata dell’accertamento e degli studi di settore ha di fatto legalizzato l’evasione ordinaria. Quindi non si capisce che cosa si possa fare in riforma dell’IVA che è imposta regolamentata a livello europeo. Si possono aumentare le aliquote che è esattamente quello che propone Tremonti. È un suo vecchio obiettivo quello di spostare il carico fiscale dalle imposte dirette a quelle indirette. Ma queste sono regressive e graverebbero maggiormente sulle persone e le famiglie con redditi medio-bassi che consumano tutto il reddito. Una ipotesi allo studio è quella di portare dal 4 al 6% l’aliquota più bassa e dal 20 al 21% quella normale. Basterebbe questo per dire quali effetti sperequativi potrebbe avere detta manovra. E suona come una beffa l’affermazione di Tremonti secondo cui con le imposte indirette c’è libertà di non pagare le tasse perché, a monte, il consumatore  può decidere di non consumare. Oltre che iniqua detta operazione taglierebbe i consumi e danneggerebbe la crescita se questa deve contare sul rilancio dei medesimi oltre che degli investimenti.   

Secondo i piani del governo approvati da Bruxelles solo nel 2014 con le previsioni di entrate e spese fatte con le attuali imposte si raggiungerebbe il pareggio. Ma secondo gli impegni assunti al momento dell’irrigidimento delle regole del Patto di stabilità e crescita, il governo dovrebbe tornare abbassare il debito pubblico di un ventesimo della differenza tra l’attuale 120% ed il 60% fissato nel 1991 dal Trattato di Maastricht. Il che significa che il governo dovrebbe mettere in programma nei prossimi anni manovre nell’ordine dei tre punti di PIL. Le manovre interesseranno sia l’entrate che le spese.  La cosa può significare anche un aumento delle entrate. Rimettere in discussione il sistema tributario significherebbe rimettere in discussione la sua capacità di produrre maggiore gettito. Governi seri e responsabili studiano le riforme fiscali a parità di gettito,  valutando i miglioramenti delle misure alternative in termini di equità ed efficienza del sistema nel suo insieme. Il nostro governo ragiona come se si trattasse di ridurre le imposte a tutti e aumentare la spesa pubblica, pensando soprattutto ad un eventuale ritorno elettorale.  

Se compito principale di un governo è quello di assicurare la giustizia penale, civile e non ultima quella tributaria, mi sembra che il nostro governo tira solo a campare alzando il livello delle promesse irresponsabili.

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Il difficile accordo sul fisco municipale

27 Gennaio 2011 2 commenti

Prima nel 1993 si è tolta la rendita catastale della prima casa dall’Irpef. Si accoglieva l’idea che non si poteva tassare un reddito figurativo. Poi si è abrogata a tappe l’ICI sulla I casa. L’On. Rutelli, politico di traballante cultura finanziaria, ebbe a dire che essendo la stragrande maggioranza delle famiglie proprietarie di casa, questa non poteva costituire capacità contributiva differenziale.

In piena fase di accelerazione della   globalizzazione siamo andati  contro la sua logica che vuole una tassazione maggiormente ancorata ai fattori fissi. E gli immobili sono tali per definizione. Ora si continua sulla stessa linea: quella di tirare fuori dall’Irpef anche le rendite della case affittate  con motivazioni risibili. Una tassazione secca al 20- 23% potrebbe incentivare l’adempimento. Ci si rifiuta di prendere atto che molti italiani continuano ad evadere semplicemente perché non funzionano i controlli – nonostante quello che racconta l’Agenzia delle entrate durante le vacanze. E i controlli non funzionano perché il governo non lo vuole assecondando lo scarso senso civico di molti italiani in cerca di favori. Si ha un bel dire che è difficile controllare la proprietà capillarmente diffusa sul territorio  e in possesso di milioni di famiglie. Ma abbiamo 450 mila uomini nelle forze dell’ordine e 8.103 Comuni e se non riusciamo a controllare le case fisse sul terreno  figuriamoci come possiamo controllare le persone che si spostano liberamente sul territorio! E infatti abbiamo la nostra  criminalità che dilaga al Nord come al Sud, in Italia, in Europa e nel mondo.

Oggi la tecnologia e l’informatica offre strumenti e opportunità mai viste prima. Essa è già a disposizione dell’amministrazione finanziaria ma sono convinto che non la si vuole utilizzare sul serio. Periodicamente ci dicono che esistono due milioni di edifici fantasma ma poi non si fa niente per individuarli e si prevedono incentivi per un improbabile adempimento volontario. Ci dicono che esistono tali e tanti comodati ed usufrutti finti da potere recuperare  un miliardo di euro di imposte. Ma se questi ultimi sono regolarmente registrati perché non si procede con i previsti controlli?

Tornando alla cedolare sugli affitti, tutti i calcoli fatti dalla Confedilizia, dalla CNA, dai commercialisti ed esperti dimostrano  che la cedolare secca avvantaggerebbe i possessori di case in affitto con redditi medio-superiori. Il governo imperterrito va avanti non curante delle critiche, anzi desideroso di assumere una misura che va a costituire un ennesimo regalo alle famiglie più ricche. Qualcuno ha giustamente osservato che detta operazione  aggraverebbe la sperequazione tra redditi di lavoro e rendite. È questa una novità? No. la ricchezza italiana non è formata all’80-85% da rendite immobiliari e finanziarie? E guai a toccarle!  Non è il momento giusto. Solo nel 1939, alla vigilia dell’ingresso in guerra, Mussolini adottò un’imposta patrimoniale ordinaria, su base reale e proporzionale. Nel 1947 essa fu riscattata con un lieve prelievo straordinario, in altre parole, abrogata. Tutti i successivi tentativi di discriminare appropriatamente tra redditi di lavoro dipendente e altri redditi sono via via falliti. Vedi il caso dell’Ilor (imposta locale sui redditi), dell’Invim (l’imposta comunale sugli incrementi di valore degli immobili), e quello dell’Irap ormai destinata a fare la stessa fine. Ora si va in direzione opposta.

Certo la globalizzazione e il regime di piena libertà dei movimenti di capitale costituisce un forte limite alla tassazione dei redditi di capitale. Ma alleggerire il carico anche sui redditi delle case in affitto delle famiglie più fortunate non ha alcun fondamento teorico né empirico. A me sembra palesemente incostituzionale.

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La cedolare secca sulle case affittate.

15 Ottobre 2010 Nessun commento

Il giorno in cui si respinge la mozione di sfiducia nei confronti del sottosegretario Caliendo e si certifica che il governo Berlusconi non ha più  una maggioranza alla Camera dei Deputati,   il consiglio dei ministri ha varato   il 4° decreto legislativo sulla fiscalità dei comuni in attuazione della delega n. 42/2009 sul federalismo fiscale. Si prevede una “profonda” (si fa per dire) revisione della imposizione immobiliare. Ma come di consueto, si annuncia l’ennesima legge manifesto verosimilmente destinata a rimanere per lo più sulla carta se è vero che tra il c.d. terzo polo politico (destinato ad avere un peso condizionante) tendono a prevalere le forze dichiaratamente contrarie al federalismo.

Il governo ha ripreso una sua vecchia proposta di 16 anni fa. Si pensa ad un grosso accorpamento delle imposte che gravano sulla casa e sarà introdotta la cedolare secca al 20% sugli immobili dati in affitto. Rispetto al provvedimento ho obiezioni di metodo e di merito. La prima è che il governo procede, come al solito, top-down alla stregua del più bieco centralismo. Infatti, si tratta di una misura di pseudo federalismo telecomandato dal centro che opera direttamente sulla fiscalità degli enti locali consolidando il disegno a tre punte per cui enti locali e regioni hanno tutti rapporti diretti con lo Stato. Certo in questo  caso della fiscalità degli EELL l’intervento dello Stato era inevitabile anche perché è lo Stato che dovrebbe cedere quota parte del gettito  di imposte erariali nel senso pieno del termine. Resta il fatto che per le imposte di registro ed altri casi, si tratta in buona sostanza di devoluzione di gettito di imposte erariali e, quindi, di un trasferimento implicito. Quindi non mi sembra corretto sostenere – come fa il governo – che si sta aumentando l’autonomia tributaria degli EELL perché, in questo caso, di tributo proprio c’è solo il nome e non la sostanza.

La riforma entrerebbe in vigore in due tappe: la prima è  quella che istituisce la cedolare secca sugli immobili in affitto  a partire dal 2011 e l’altra (quella dell’autonomia tributaria degli enti locali) a partire dal 2014[1].

La parte di più ravvicinata rilevanza del provvedimento riguarda la cedolare secca del 20% sugli immobili in affitto. L’aliquota  proposta inizialmente dal MEF era del 25% ma il CdM l’ha abbassata al 20%. Il nuovo regime è peraltro opzionale. Nella sostanza la cedolare secca è  equivalente a un regime sostitutivo dell’Irpef e, quindi, si tratta di gettito devoluto ai comuni a parziale compensazione di quello venuto meno con l’abrogazione totale della ICI sulla prima casa. Un gettito devoluto è,  nella sostanza, un trasferimento implicito. Inoltre è previsto un Fondo sperimentale di riequilibrio (perequazione) che evidentemente vuole tenere conto della diversa potenzialità di gettito a seconda del diverso patrimonio di immobili in affitto presente nei comuni poveri e in quelli ricchi, nelle grandi e nelle piccole città, nei comuni a vocazione turistica, ecc..[2] Per questo motivo, il provvedimento di per sé non aumenta l’autonomia tributaria degli enti locali.

Il provvedimento, come al solito, è assunto nel nome della semplificazione ma in realtà complica enormemente il sistema. In primo luogo perché, come detto, è opzionale. Lascia al contribuente la scelta e questa dipende anche dalla circostanza dell’adesione agli accordi comunali agevolati secondo cui solo il 58,5%  del canone  è tassato. In ogni caso, introduce un secondo regime sostitutivo rispetto a quello principale.

 tabella confedilizia

Dalla tabella emerge chiaramente come la proposta per l’ennesima volta va a premiare le famiglie più ricche. La simulazione tiene conto dei diversi regimi previsti attualmente: libero o concordato. Le famiglie con i redditi più bassi sarebbero addirittura penalizzate e la penalizzazione sarebbe più forte nel caso di contratti a canone concordato. Di tal che, per questi casi, non si vede la convenienza a optare per la cedolare secca – supposto che a tali livelli di reddito si possano possedere appartamenti dati in affitto.

In secondo luogo, la convenienza a passare al nuovo regime  potrebbe  non verificarsi per niente o verificarsi solo per quelle  persone fisiche che hanno un cospicuo patrimonio immobiliare  intestato direttamente, senza interposizioni fittizie. E qui, secondo me, c’è un altro limite della proposta. Le famiglie con redditi superiori alla media che possiedono diversi immobili di norma gestiscono il loro patrimonio attraverso società immobiliari che, a torto o a ragione, utilizzano ben altri strumenti per abbattere il peso delle imposte e, quand’anche, fossero soggetti estremamente scrupolosi che denunciano correttamente tutti i canoni percepiti,  hanno sempre  la possibilità del tutto legale di suddividere il reddito per quote tra i soci – di norma, familiari -  e non incorrere nel rigore della progressività dell’Irpef.

In terzo luogo,  c’è un’altra complicazione che revoca in dubbio la efficacia della norma. L’applicazione dell’aliquota del 20% è condizionata all’emersione degli immobili. In testa ai comuni è previsto l’obbligo di recuperare almeno il 60% degli immobili in affitto non denunciati per niente o solo in parte. Questo allo scopo di non perdere gettito. L’intenzione è nobile dati i fabbisogni correnti ma cervellotica.  I calcoli sarebbero stati fatti sull’ipotesi di un’aliquota del 25%. L’abbassamento di questa al 20% comporterebbe un recupero più forte del sommerso. In altre parole si assume la possibilità di una  graduale e discrezionale  accelerazione dell’attività di accertamento da parte degli uffici finanziari dei comuni come se questi avessero a disposizione una struttura di controllo di comprovata efficienza ed efficacia. Ci si può chiedere se i redattori di questa bellissima norma conoscano veramente lo stato degli uffici finanziari locali. Mi chiedo: se non c’è il previsto recupero del sommerso, si dispone un rialzo dell’aliquota?

In quarto luogo, il provvedimento prevede il raddoppio delle sanzioni ma in assenza di controlli efficienti, l’escalation delle sanzioni appare inutile e dannosa. Siamo alle solite. Il cane legato al palo abbaia alla luna. La norma in fatto non tiene conto che l’evasore è meglio informato del contribuente medio. Egli sa che la stragrande maggioranza dei comuni italiani non hanno uffici finanziari all’altezza del compito e la riprova è l’esistenza di oltre due milioni di immobili non denunciati al fisco (e rilevati attraverso il satellite dall’agenzia del territorio)  e il fallimento di tutti gli incentivi che da dieci anni a questa parte sono stati previsti per la partecipazione dei comuni all’attività di accertamento[3]. Ma la stragrande maggioranza di comuni piccoli e medi avevano bisogno della rilevazione satellitare per scoprire immobili abusivi sul loro territorio? Se questo è vero, la nuova cedolare secca rischia di rivelarsi un mero escamotage propagandistico di finta lotta all’evasione.

 

 


[1] E questo governo potrebbe non esserci più proprio a partire dal 2011 se è vero che nei mesi scorsi la maggioranza ha perso coesione e spinta propulsiva. In ogni caso, sembra poco probabile che riesca a finire la legislatura.

[2] Da quello che si sa fin qui, i parametri del fondo perequativo che verrebbero presi in considerazione sarebbero: a) lo spessore dei mercati immobiliari locali; b) il numero ed il valore dei  contratti di locazione; c) il livello medio delle rendite catastali. Da un lato è positivo che si cerchi di superare il fondo unico e non condizionale di perequazione di cui al comma 3) dell’art. 119 Cost (fondo perequativo senza vincoli di destinazione), dall’altro, dal mio punto di vista,  è negativo che si adotti un meccanismo di tipo orizzontale che mette in contrapposizione gli interessi dei Comuni ricchi e di quelli poveri. Non ultimo, osservo che un tale meccanismo orizzontale solleva qualche dubbio di legittimità costituzionale perché in contrasto con le previsioni dell’art. 119 Cost..

[3] Secondo Grassi (2006) diverse sono le cause del fallimento della partecipazione dei comuni all’accertamento delle imposte erariali: a) mancata trasmissione ai Comuni delle copie delle dichiarazioni da controllare; b) disinteresse dei Comuni ad esercitare il loro diritto al riguardo; c) la sfiducia da parte degli uffici statali di ottenere informazioni utili e nei tempi previsti – al riguardo aggiungo che non di rado gli uffici lavorano in prossimità della decadenza della loro azione e quindi non hanno il tempo per chiedere il parere; d) la riluttanza dei politici locali a inimicarsi il proprio elettorato tanto più che la proposta di aumento dell’imponibile ai sensi del comma 4 dell’art. 44 del DPR 600/73 (partecipazione dei comuni all’accertamento)  va adottata in piena trasparenza (ad evidenza pubblica) con deliberazione della giunta comunale.   Vedi più approfonditamente Grassi (2006) che fa notare come già con i provvedimenti del 2005 fosse previsto il riconoscimento del 30% sulle maggiore imposta accertata. Aggiungo che dopo cinque anni il governo non si perita di fare un’attenta valutazione sul mancato funzionamento di tale schema incentivante ma si limita a incrementare la partecipazione “agli utili” e suggerire la istituzione dei consigli tributari previsti nella norma.

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