I lager sovietici nei ricordi di Salamov. di Carlo Vallauri
Si danno ormai per scontati, conosciuti, obsoleti, gli eventi drammatici che condussero la Russia a trasformarsi in una enorme prigione per i suoi figli, dove, indipendentemente da una qualsiasi “colpa” si poteva essere arrestati, torturati, condannati a morte o ai lavori forzati a vita. Lo scrittore Varlam Salamov – per lunghi decenni imprigionato – ricorda in Visera – Antimonianze (Adelphi, 2010) la sua tragica esperienza, sottoposto come fu per anni ad un regime spietato di segregazione, lavoro pesante e punizioni.
Il libro, pubblicato dai suoi eredi, è stato scelto da Roberto Saviano per lanciare la sua agenzia letteraria, e lo scrittore italiano dichiara: “leggere Varlam Salamov mi ha cambiato la vita”, dichiarazione elogiativa quanto mai. Tra l’altro egli, precisa nell’introduzione, che la “sua gradizione non è solo nella testimonianza” perché il testo ha “una dimensione universale”, se la sua lettura richiede impegno e forza morale in quanto perché rappresenta “un’ascesa verso la spogliazione dell’anima”. Eppure nella consapevolezza del proprio essere individuale, l’autore, vittima di tante violenze, ha ritrovato in quell’inferno quotidiano “la bontà del singolo”.
Una realtà lacerante nella descrizione dei corpi lacerati, nella disperazione dei tanti condannati, donne ed uomini, ridotti a larve. Eppure – osserva Saviano – questa scrittura diviene per Salamov una forma di liberazione, l’unica “speranza” per raccontare la propria verità”. Pagina per pagina, il lettore ripercorre quell’inferno, nei suoi aspetti fisici, politici, psicologici: innumeri episodi, ricordi che spiegano sino a qual punto possa pervenire la degenerazione ideologica. Provocazioni, tradimenti, delusioni, tutto il peggio dell’esistenza in quei campi di fatica e di sterminio, conferma di come il totalitarismo del XX secolo abbia organizzato i suoi tribunali, le sue carceri, gli strazi infiniti per distruggere popolazioni intere, decine di milioni di esseri umani, Eppure – ecco le ragioni della scelta di Saviano – in quelle terribili vicende si possono scorgere (e l’autore infatti scorge) – la possibilità del “bene”, la capacità di non lasciarsi corrompere e di salvarsi. Questa è l’autentica forza che ha sorretto tanti in quelle terribili e disumane esperienze.
Malgrado le privazioni, le sofferenze “c’è una possibilità di vita: resistere si può”. Ecco il messaggio, per quanto terribile, pure se “male” e “bene” s’intrecciano, c’è modo di distinguere l’uno dall’altro. Quale la conclusione della testimonianza?
“Volevo una cosa sola: dimenticarsi del padre, dimenticarsi in genere dei problemi, dimenticarsi di se stesso in un qualche angolo remoto, senza che nulla lo distinguesse da altri vicini, conosciuti o passanti diversi per vestiario, interessi, o condotta”. A questo nulla hanno condotto i regimi di un fondamentalismo cinico e perverso. Eppure non mancano segni di “umanità” e di “bontà” che Varlav Salamov ha rintracciato nell’inferno dei gulag – come ha scritto Roberto Saviano nell’introduzione a Visera che, malgrado gli errori, le privazioni, in ogni singola vicenda c’è una possibilità di “vita” “per darsi la forza di continuare a vivere … per scrivere”.

