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Archivio per la categoria ‘politica’

Per capire meglio il dibattito sulla Banca d’Italia

22 Ottobre 2017 Nessun commento

Premesso che sono molto critico delle principali riforme portate avanti dal governo Renzi e non sto a difendere neanche il suo comportamento nella qualità di segretario generale del Partito democratico in particolare la sua iniziativa di una mozione parlamentare di censura della Banca d’Italia.
Premesso che il Governatore Visco è un ottimo economista, una persona competente, seria e rispettabile e che il suo ruolo di governatore della BdI andrebbe tenuto distinto da quello del responsabile della vigilanza che, oggi come oggi, risponde direttamente all’Autorità europea di vigilanza.
Premesso che ci troviamo in un contesto istituzionale diverso da quello di dieci fa – quando Visco non era governatore – perché è in fase di avanzata costruzione una Unione bancaria e che esiste già ed è operativa un’Autorità europea di vigilanza sulle banche anche qui formalmente distinta dalla BCE.
Premesso che sono affari diversi valutare il record storico della BdI in materia di gestione della politica monetaria e creditizia e la vigilanza sulle banche prima e dopo l’entrata in vigore dell’euro e del sistema delle banche centrali europee.
Premesso che negli ultimi trent’anni il governo ha espropriato il Parlamento della iniziativa legislativa ed è costretto a lavorare indefessamente per approvare una enorme quantità di leggi scritte male che non di rado rimangono inattuate e che, per questo motivo, le Camere hanno trascurato e/o ridotto al minimo la funzione di controllo sugli atti del governo, delle AAI, della PA in generale.
Tutto ciò premesso, dopo alcuni cenni storici sul perché si è pervenuti a concepire e praticare una netta separazione tra i due principali strumenti della politica economica e finanziaria: la politica monetaria e creditizia e la politica fiscale e finanziaria per cui si è venuta a creare una diarchia tra le autorità fiscali che formalmente devono tradurre in leggi le loro misure di politica economica e le autorità di politica monetaria che per lo più agiscono a mezzo di provvedimenti amministrativi. Specialmente a livello europeo la diarchia sta creando seri problemi di coordinamento dei due strumenti. Secondo il paradigma tradizionale era la politica monetaria che accomodava la politica fiscale dei governi, oggi per via dell’assetto improprio sono le politiche fiscali dei paesi membri che devono essere coordinate con la politica monetaria della BCE conferendo a quest’ultima un ruolo egemonico su tutta la politica economica e finanziaria dell’UE.
Negli anni ’70 il problema era la stagnazione con inflazione e molte riforme furono finanziate con l’emissione di debito pubblico. Negli USA fiorivano anche gli studi sul ciclo politico-economico elettorale secondo cui pur di vincere le elezioni i governi usavano disinvoltamente gli strumenti della politica monetaria per dare una impronta espansiva alla politica economica. Inoltre trionfava la scuola monetarista di Chicago che affermava sinteticamente che la politica monetaria è strumento troppo delicato per lasciarlo in mano ai governi e così iniziava una campagna per rafforzare l’autonomia e l’indipendenza delle Banche centrali. Una linea di pensiero che ha trovato condivisione e sostenitori anche tra economisti di altre scuole di pensiero economico. L’operazione non è senza costi e non si può dire che abbia funzionato bene. In particolare durante periodi di grande crisi economica e finanziaria come quella che ha caratterizzato le economie occidentali negli ultimi dieci anni. Formalmente in Italia la Banca d’Italia è un Autorità amministrativa indipendente e queste sono nominate con procedure più o meno idonee. La BdI non è una istituzione dello Stato – non è menzionata nella Costituzione – come invece è la Banca centrale europea nell’assetto istituzionale europeo vedi l’art. 13 del Trattato sul Funzionamento dell’Unione Europea. E’ una Autorità Amministrativa Indipendente per molti aspetti anomala perché ha una lunga storia alle spalle ed è caratterizzata da un conflitto di interessi grave essendo le banche controllate formalmente titolari delle azioni della Banca d’Italia medesima. Inoltre non è detto che la stessa procedura di nomina del suo massimo esponente sia la migliore possibile se, da un lato, esclude un ruolo delle commissioni parlamentari e, dall’altro, prevede il parere della Consiglio superiore della stessa Banca d’Italia. PQM, al di là della valutazione della persona che riveste o dovrà rivestire la carica di governatore sarebbe, secondo me, opportuno valutare l’appropriatezza dell’assetto proprietario della Banca e della procedura di nomina del suo governatore. Atteso che è stata nominata una Commissione parlamentare di inchiesta sulla nostra Banca centrale, probabilmente essa si occuperà anche di questi problemi non secondari.
Ma al di là dell’assetto formale delle istituzioni e delle regole di nomina sia in Italia che nella Unione deve prevalere il principio di leale collaborazione e la valutazione dell’autonomia e indipendenza va verificata nei fatti e nell’esercizio delle loro funzioni presenti e passate. Non è questa la sede per fare un’analisi del record storico della BdI. Mi basti dire che come in altri casi, nella storia della Banca ci sono luci e anche ombre.
Qui voglio brevemente soffermarmi su alcune aspetti poco convincenti del dibattito che si è scatenato sui media tra il partito dei difensori ad oltranza della piena autonomia ed indipendenza della BdI e gli avversari o, meglio, di quelli che vorrebbero maggiore trasparenza ed una valutazione più attenta del suo operato – compito ora affidato alla Commissione parlamentare di inchiesta che ha iniziato i suoi lavori da poco tempo e, quindi, non è ragionevole arrivare a giudizi ponderati fino a quando non saranno disponibili le sue conclusioni. Secondo me, c’è profonda contraddizione tra chi sostiene la piena autonomia e indipendenza della Bdi e poi affida la nomina del suo governatore al governo che è espressione di una maggioranza politica e, quindi, partitica. Certo in sede istituzionale bisogna assumere che il governo persegua gli interessi generali del Paese che governa ma siamo in una fase di degenerazione della politica della sfiducia e anche i cittadini elettori non credono più nella superiore correttezza dei governanti. Lo stesso vale rispetto a quanto si fa sia in Italia che in altri paesi riguardo alla nomina dei presidenti delle AAI. Negli USA c’è un ruolo forte delle Commissioni parlamentari sul controllo delle nomine proposte dal Presidente. In Italia autorevoli commentatori si oppongono alla parlamentarizzazione della valutazione dei candidati e, quindi, difendono a spada tratta l’attuale procedimento di nomina. Certo un Parlamento composto per lo più da nominati non dai partiti strutturati di una volta, ma da oligarchie centralistiche o da soli leader neanche il Parlamento o il Presidente della Repubblica sfuggirebbe al sospetto di scelte interessate. Vedi l’esperienza dei governi del Presidente di questa legislatura. Se il modello all’interno del quale si opera è quello di un “uomo solo al comando”, tutte le procedure di nomina possono essere distorte e non del tutto corrette. Tuttavia ritengo che la sede parlamentare, la sede principale della sovranità popolare, dove in un modo o nell’altro le forze politiche esprimono direttamente le loro rappresentanza è quella migliore, è quella che offre le maggiori garanzie di trasparenza e di valutazione articolata vuoi del record storico di funzionamento di strutture amministrative che di individuazione delle personalità più idonee a dirigerle – senza trascurare le implicazione dell’assetto europeo provvisorio e per molti versi inappropriato.
Enzorus2020@gmail.com

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La governabilità non dipende solo dal sistema elettorale

In un suo articolo sul Corriere della Sera del 5-06-2017, il prof. Angelo Panebianco facendo eco a tutti quelli che come lui sono aprioristicamente favorevoli al maggioritario lancia l’allarme sul fatto che verosimilmente l’adozione di un sistema “proporzionale” favorirà l’ingovernabilità del Paese. Evidentemente AP ha la memoria corta. Con il sistema proporzionale la DC ha governato per 44 anni anche in situazioni più drammatiche di quelle degli ultimi decenni, ossia, come sostiene Giovanni Sabbatucci con il “golpe in agguato”. Si potrà discutere sulla qualità dell’azione di governo e non mi pone nessun problema accedere all’idea che complessivamente e storicamente la Repubblica sia stata mal governata. Ma questo non dipende dal sistema elettorale dipende dalla qualità della classe politica in particolare e dalla classe dirigente in generale. Prova ne sia che con la II Repubblica non abbiamo visto un grande salto di qualità. Anzi i partiti tradizionali della prima, si sono dissolti per via del leaderismo e della personalizzazione della politica. Addirittura sono sparite alcune delle culture politiche più radicate nella società italiana. Con il crollo del Muro di Berlino (1989) e l’implosione dell’URSS (1991) finiva la Guerra Fredda e veniva meno la minaccia esterna che teneva insieme alcune forze politiche minori attorno alla DC. Con il proporzionale e il CAF (la coalizione tra Craxi, Andreotti e Forlani) non si è affrontato il problema del debito pubblico perché nel 1983 l’Italia agganciava la ripresa internazionale, e la “nave andava”. Si perse una occasione storica. In quel periodo, economisti, noti a livello internazionale, sostenevano che era il proporzionale a far lievitare la spesa e il debito pubblici e non il comportamento irresponsabile dei governi in carica. Ma come abbiamo visto, negli ultimi 25 anni, con il maggioritario “coatto” della II Repubblica non si è risolto il problema perché a governi di Centro-Sinistra relativamente virtuosi si sono alternati governi lassisti di Centro-Destra. E poi è arrivata la crisi mondiale che è stata affrontata con politiche economiche sbagliate che in Europa hanno provocata una doppia recessione e, quindi, oggettivamente e in particolare nei Paesi euromed, non c’erano le condizioni per poterlo fare. Allora ragionando in una prospettiva storica, è chiaro che almeno in Italia una sana gestione dei conti pubblici non dipende semplicisticamente dal tipo di sistema elettorale proporzionale o maggioritario ma dai valori che guidano l’azione dei governanti, dai loro comportamenti più o meno responsabili che si alternano alla guida dei paesi, e non ultimo dalle fasi congiunturali che attraversano l’economia mondiale e quelle nazionali. Non sto sostenendo che i sistemi elettorali non c’entrano per niente. Dico che essi concorrono in associazione ad altri fattori che hanno a che fare con l’etica pubblica e l’accountability dei governanti. Purtroppo questi fattori di natura morale in Italia non sono molto apprezzati e praticati nella sfera pubblica né in quella privata della società civile. Purtroppo il debito pubblico italiano è storicamente il frutto del patto criminale (implicito) tra i governi che si sono succeduti alla guida del Paese e gli evasori. Le statistiche ricostruite dalla Banca d’Italia e dall’Istat a partire dall’Unità ci dicono che l’Italia è sempre stato un Paese ad alto debito pubblico prima per via del finanziamento delle Guerre di indipendenza da parte del Piemonte e dei debiti pubblici ereditati dagli Stati preunitari, poi per via delle due Guerre Mondiali e della Grande depressione e, da ultimo, per via dell’ultima depressione. Ma non c’è solo l’evasione fiscale. La corruzione e l’estorsione dilagano nel paese e per debellarla non basta certo la nomina del Commissario straordinario e la creazione dell’ANAC (autorità nazionale anti-corruzione) con risorse umane e materiali limitate.
A proposito di evasione fiscale, ricordo che il Servizio Centrale degli ispettori tributari creato nel 1981 in forza di una legge voluta dai ministri Reviglio e Andreatta è stato sciolto dopo che era stato trasformato in un organo di mera consulenza – come se il problema dell’evasione fosse stato risolto. In vista dell’attuazione del federalismo si sono abrogati controlli esterni ed interni sugli EELL e le Regioni e poi ci si meraviglia che evasione fiscale e corruzione sono stabili e aumentino da 45 anni a questa parte. Nonostante che da cinque anni a questa parte il processo di attuazione del federalismo sia stato bloccato del tutto in concomitanza dell’approvazione della legge di riforma costituzionale poi bocciata dal referendum del 4-12-2016, non c’è stato alcun tentativo di attuare un sistema efficiente ed efficace di controlli interni ed esterni. Non senza menzionare che l’Italia resta la patria delle tre più grandi organizzazioni criminali del mondo che continuano a prosperare nel nostro paese e che si internazionalizzano progressivamente. E continueranno a farlo e, per altro verso, non si capisce che dette associazioni di stampo mafioso, a livello interno, continuano a controllare pacchetti rilevanti di voti qualunque sia il sistema elettorale adottato.
Il Sole 24 Ore nei giorni scorsi ha contato a livello locale 39 simboli di liste per le amministrative e, a livello locale, è vigente un sistema maggioritario, ma possiamo dire che la maggioranza delle Regioni e dei Comuni sono ben governati? E allora alcuni commentatori e politologi dovrebbero capire che la governabilità dipende dall’abilità dei politici al governo di far rispettare le leggi, di risolvere i problemi reali della gente e soprattutto dei più deboli e bisognosi. E questa abilità è tanto più alta quanto più alta è la coesione sociale, quanto più condivisa è l’etica pubblica, quanto più responsabili sono i politici e i funzionari pubblici nei confronti dei loro elettori e dei loro cittadini in generale, quanto più è condivisa è una teoria della giustizia sociale.
Ora è chiaro che in Italia su questo terreno siamo a livelli molto, troppo bassi. E se le principali forze politiche scelgono un sistema elettorale che prevede sue terzi di parlamentari nominati non dai grandi partiti di una volta ma da oligarchie e/o conventicole centralistiche che selezionano i candidati sulla base della fedeltà al leader, è chiaro che il rapporto di agenzia tra elettori ed eletti si allenta e fomenta la deresponsabilizzazione dei politici in generale. Molti si illudono che la risposta potrebbe venire da un leader volitivo e decisionista ma è solo una illusione a cui segue di norma una profonda delusione.
Se il processo legislativo degenera perché il governo ha espropriato all’85% le Camere della loro iniziativa legislativa e più della metà delle leggi viene approvata con il voto di fiducia che riduce al minimo e, alla fine, strozza il dibattito parlamentare, è chiaro che ne consegue la deresponsabilizzazione non solo dei politici ma anche del governo stesso e della PA che il governo dovrebbe controllare nella delicata fase di applicazione della leggi. In questo modo, il governo diventa dominus del tutto e del nulla e se, perversamente, si esercita a dire che è colpa della PA e in fatto la delegittima, non si rende conto che così facendo delegittima se stesso. Anche qualche buona legge resta inattuata e si rimedia proponendo una nuova legge senza aver analizzato i motivi per cui la precedente non è stata attuata e senza una valutazione preliminare dell’idoneità della nuova legge a risolvere il problema. Si consolida la prassi secondo cui i problemi si risolvono con l’approvazione di nuove leggi. Nell’era della sfiducia non solo tra elettori ed eletti ma anche tra i poteri dello Stato, ognuno chiede leggi sempre più precise, casistiche da applicare “burocraticamente” ma non di rado i problemi della gente rimangono irrisolti. Aumenta la sfiducia nei confronti dei politici e delle istituzioni che essi animano. C’è un rischio per la democrazia? Si e qui concordo con il prof. Panebianco ma non è solo un rischio. È una realtà. C’è in corso in Italia, in Europa e nel mondo una deriva autoritaria e tecnocratica che, pur non risolvendo i problemi reali della gente, lavora in tal senso. E la risposta secondo me non è quella del rafforzamento del governo ma delle istituzioni rappresentative.
Giorgio Galli (1983) L’Italia sotterranea. Storia politica e scandali, Laterza, edizione club degli editori, Mi;
<> a cura di Gianfranco Pasquino, in Paradoxa, anno IX, n. 4, Ott.-Dic. 2015; http://www.novaspes.org/paradoxa/scheda.asp?id=560;
Sabbatucci Giovanni, <> in Belardelli G., L. Cafagna, E. Galli della Loggia e G. Sabbatucci, Miti e storia dell’Italia unita, Bologna, il Mulino, 1999: 203-216.

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Il papocchio del Senato delle Autonomie.

Secondo il Presidente del Consiglio Renzi il Senato si riunirà un giorno al mese. Evidentemente si tratta dell’ennesima battuta menzognera perché delle due l’una: o Renzi non ha letto l’art. 55 riformato oppure non ha capito quello che il nuovo Senato dovrebbe fare.
L’art. 55 vigente è composto di soli due commi. Formalmente il nuovo è composto di sei commi nominali. In realtà di 14-15 perché il nuovo comma 5 contiene non un comma ma 9-10 commi a seconda che uno di essi sia considerato doppio o singolo.
Per farla breve, ci concentriamo solo sull’analisi del nuovo comma 5. “Il Senato della Repubblica rappresenta le istituzioni territoriali ed esercita funzioni di raccordo (rectius: coordinamento, ndr) tra lo Stato e gli altri enti costitutivi della Repubblica”. Sono due funzioni diverse accorpate.
“Concorre all’esercizio della funzione legislativa nei casi e nelle modalità stabiliti dalla Costituzione, nonché all’esercizio delle funzioni di raccordo tra lo Stato, gli altri enti costitutivi della Repubblica e l’Unione europea”. Anche qui si tratta di due funzioni diverse e, quindi siamo a quattro funzioni diverse. Ricompaiono in questi due primi commi le funzioni concorrenti che si escludono nel successivo art. 117 perché avrebbero creato tanti ricorsi davanti alla Corte costituzionale e ritardi nell’attuazione delle politiche pubbliche.
“Partecipa alle decisioni dirette alla formazione e all’attuazione degli atti normativi e delle politiche dell’Unione europea”. Ancora si tratta di due funzioni diverse perché esplicita non solo la partecipazione alla formazione degli atti normativi ma anche all’attuazione dei medesimi che è compito collegato non sempre esercitato nel passato ne’ da parte della CD ne’ da parte del Senato. Siamo a sei funzioni.
“Valuta le politiche pubbliche e l’attività delle pubbliche amministrazioni e verifica l’impatto delle politiche dell’Unione europea sui territori”. Anche qui due funzioni ma più incerte e confuse perché sono pubbliche tutte le politiche a partire da quelle degli enti territoriali, dello Stato e della UE. Non si capisce perché il nuovo Senato verificherebbe solo l’impatto – quale impatto? Quello economico, quello amministrativo, quello ambientale? – delle sole politiche dell’UE. Anche qui si tratta della sommatoria di due funzioni ma il comma è scritto male perché tutte o quasi le politiche pubbliche hanno impatti sui territori. Siamo a otto funzioni.
“Concorre ad esprimere pareri sulle nomine di competenza del Governo nei casi previsti dalla legge e a verificare l’attuazione delle leggi dello Stato”. Non è chiaro con chi concorre se con il governo o con le commissioni della Camera dei deputati nei casi previsti dalla legge ma non dalla Costituzione per cui il governo di turno potrà restringere a volontà i casi in cui è richiesto detto parere. Non è detto se il parere è vincolante o meramente consultivo. Concorre inoltre a verificare l’attuazione delle leggi dello Stato. Di nuovo, a me sembrerebbe strano che tale compito non fosse assorbito nella valutazione delle politiche pubbliche di cui al precedente comma. Se così, non si capisce perché tale difficile funzione viene ripetuta. O si tratta di una svista? Non è dato saperlo. Vale la pena precisare di che cosa stiamo parlando.
Premesso che in Italia una politica pubblica, quasi sempre, si traduce in una legge e/o in un decreto legislativo con molti contenuti tipici di regolamento o di una circolare amministrativa. Valutare una politica pubblica significa fare un’analisi preventiva della idoneità di una data legge a risolvere un dato problema; controllarne l’attuazione in itinere; verificarne infine l’efficienza, l’efficacia e l’economicità come amano specificare i giuristi che si occupano di questi problemi. Si tratta di un’attività molto complessa che richiede competenze interdisciplinari di economisti, giuristi amministrativisti e sociologi. È chiaro che non è compito che i senatori possono svolgere da soli né possono limitarsi ad affidarlo a esperti esterni o a strutture interne sia pure rafforzate. Spesso e volentieri si traduce anche nella convocazione dei dirigenti delle strutture ammnistrative chiamate ad applicare le leggi. In sintesi, un lavoro complesso che richiede un forte impegno di energie e soprattutto forte continuità, non di rado, attraverso diversi governi. Un lavoro che finora raramente o mai è stato svolto sia dalla CD che dal Senato. Miracolosamente tale compito dovrebbe essere svolto da un Senato sottodimensionato, a tempo parziale e per composizione senza alcuna esperienza pregressa né in sede regionale né a livello comunale. Sia che si ricorra ad esperti esterni sia che si rafforzino le strutture interne, il costo di tale operazione probabilmente assorbirebbe o supererebbe il risparmio discendente dalla prevista riduzione del numero dei senatori.
Siamo a dieci funzioni. Se escludiamo quella che ci sembra un doppione, ossia, la valutazione delle leggi dello Stato, sommiamo nove funzioni accorpate nel comma 5 del nuovo art. 55. In fatto, l’art. 55 novellato contiene almeno 14 commi che si confrontano con i due commi di quello vigente. Perché questo pasticcio? Perché vogliono farci credere che il legislatore sta comunque perseguendo la specializzazione delle funzioni. Non si tratta di semplificazione ma di complicazione.
Se questi sommariamente descritti sopra sono i compiti del nuovo Senato delle Autonomie non si capisce come essi possano essere svolti da senatori a tempo parziale. Se poi si considerano i precisi termini entro i quali ex art. 70 novellato i senatori, come collegio non come singoli, possono richiamare in pratica tutte le leggi ed esprimere pareri e sollecitazioni alla CD sempre entro termini precisi. Tenuto conto che consiglieri regionali e sindaci hanno già pressanti impegni da svolgere in relazione ai loro uffici ordinari non si capisce come detto lavoro possa essere svolto riunendosi un giorno al mese a Roma e senza rimborsi spese.
Certo oggi abbiamo a disposizione la tecnologia delle teleconferenze e delle votazioni elettroniche per cui si potrebbe fare a meno della loro presenza fisica. Peccato che il legislatore costituente non ci abbia pensato.

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La Centesimus Annus, i sindacati dei lavoratori e il referendum costituzionale.

21 Settembre 2016 Nessun commento

Sul Corriere della Sera del 19 u.s. Massimo Franco riferiva delle incertezze e dei dubbi che serpeggiano all’interno della Conferenza episcopale italiana e del mondo cattolico circa la posizione da assumere sull’imminente referendum costituzionale. Ci sarebbero spinte favorevoli al SI ed altre invece per il NO. La CEI appare incerta e confusa come il Paese nel suo insieme. C’è delusione per le politiche relative alla famiglia portate avanti dal governo Renzi. C’è anche insoddisfazione circa la riforma nel merito e nel metodo con cui è stata portata all’approvazione. A monte c’è la posizione di Papa Francesco poco propenso ad atti di ingerenza negli affari interni italiani in una materia così delicata come la politica costituzionale del governo. Massimo Franco ne fa un’articolata rassegna delle posizioni non ufficiali a partire da quelle del Cardinale Bagnasco, Presidente della CEI, di Monsignor Galantino segretario ma anche una specie di commissario papale della stessa Conferenza, di Dino Boffo, di Gaetano Quagliariello, dei catto-grillini, ecc. Merita di essere letta. Alla fine il giornalista azzarda una previsione: la CEI, pur sensibile alle ragioni del governo italiano, potrebbe astenersi dal prendere posizione come, invece, faceva e con determinazione ai tempi della Presidenza del Cardinale Ruini.
Quest’anno ricorre il 25mo anno della Centesimus Annus di Papa Giovanni Paolo II e il 125mo anno della Rerum Novarum di Papa Leone XIII. Questa costituisce la base moderna della Dottrina sociale della Chiesa Cattolica. Nei giorni scorsi ho avuto modo di rileggere alcuni capitoli della Enciclica Centesimus Annus. Vi ho trovato un passaggio sui corpi intermedi che, a mio giudizio, da solo, potrebbe costituire un motivo valido per motivare il NO della CEI alla riforma costituzionale del governo Renzi.
Cito dal capitolo II paragrafo 13: “Approfondendo ora la riflessione e facendo anche riferimento a quanto è stato detto nelle Encicliche Laborem Exercens e Sollicitudo rei socialis, bisogna aggiungere che l’errore fondamentale del socialismo (il riferimento è al socialismo reale dell’Est europeo ndr) è di carattere antropologico. Esso, infatti, considera il singolo uomo come un semplice elemento ed una molecola dell’organismo sociale, di modo che il bene dell’individuo viene del tutto subordinato al funzionamento del meccanismo economico-sociale, mentre ritiene, d’altro canto, che quel medesimo bene possa essere realizzato prescindendo dalla sua autonoma scelta, dalla sua unica ed esclusiva assunzione di responsabilità davanti al bene e al male”. Continua parlando di errata concezione della persona… di dipendenza dell’uomo dalla macchina sociale e da coloro che la controllano…. di mancato riconoscimento della sua dignità di persona… Riprendo la citazione.
“Al contrario, dalla concezione cristiana della persona segue necessariamente una visione giusta della società. Secondo la Rerum Novarum e tutta la dottrina sociale della Chiesa, la socialità dell’uomo non si esaurisce nello Stato, ma si realizza in diversi corpi intermedi, cominciando dalla famiglia fino ai gruppi economici, sociali, politici e culturali che, provenienti dalla stessa natura umana, hanno – sempre dentro il bene comune – la propria autonomia. E’ quello che ho chiamato la “soggettività” della società che, insieme alla soggettività dell’individuo, è stata annullata dal ‘socialismo reale’”.
Renzi, da giovane con un passato di boy scout, forse non è del tutto consapevole del significato dell’abrogazione del Consiglio Nazionale dell’economia e del lavoro contenuta nella sua riforma costituzionale e della sua propensione a non riconoscere come interlocutore il ruolo del sindacati dei lavoratori. La sua posizione sui corpi intermedi è analoga e assimilabile a quella delle passate dittature dell’Ovest e dell’Est europei. Nei modelli fascisti e in quelli di stampo sovietico c’era il sindacato ma esso era e doveva essere cinghia di trasmissione delle decisioni del governo. Ho detto della scarsa propensione di Renzi a riconoscere il ruolo dei sindacati del lavoratori – negli ultimi tempi attenuata per evidenti motivi elettorali – perché, come tutti sanno, nel suo governo il Ministero dello sviluppo economico resta affidato a noti esponenti del mondo dell’industria. Quindi due pesi e due misure.
Con tutto il rispetto, forse la CEI, prima di assumere una posizione ufficiale circa il referendum costituzionale, potrebbe riflettere su questi passaggi della Enciclica Centesimus Annus.

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La doppia crisi spiegata ai nostri nipoti da Luciano Gallino

17 Dicembre 2015 Nessun commento

Luciano Gallino (2015), Il denaro, il debito e la doppia crisi. Spiegati ai nostri nipoti. Passaggi Einaudi, Torino. Cinque snelli capitoli di cui tre fondamentali per capire i veri termini della crisi come non ce la raccontano i governanti né i media per lo più asserviti al potere dell’oligarchia. Nel primo capitolo, Gallino spiega la doppia crisi del capitalismo e del sistema ecologico. Nel secondo scrive della c.d. finanziarizzazione dell’economia, ossia, del ruolo egemonico della finanza rapace che ha spinto l’uomo su una linea autodistruttiva. Ha oscurato o spinto nelle retrovie i discorsi sulla crescita sostenibile e sulla giustizia sociale i cui obiettivi dovrebbero mirare soprattutto a migliorare le condizioni di vita degli strati sociali più deboli e più bisognosi di aiuto da parte della collettività. Nel terzo capitolo l’Autore ci porta dentro la crisi del processo di integrazione europea dove è in corso un processo di verticalizzazione del meccanismo decisionale senza che al centro ci sia un vero governo politico che abbia la fiducia del Parlamento europeo. Come noto, al centro c’è il Consiglio europeo formato dai capi di governo e di Stato. Soprattutto i primi rispondono ai loro elettori nazionali e, pure avendo votato per la centralizzazione non solo della politica monetaria ma anche di quella fiscale, ricorrono sistematicamente al doppio gioco di scaricare sull’Europa la responsabilità delle decisioni più sgradevoli che essi stessi hanno proposto e sottoscritto. Come noto l’UE è un’area regionale vasta con 500 milioni di cittadini. Essa opera nel contesto globale in un doppio regime di piena libertà dei movimenti di capitale e di concorrenza fiscale tra le diverse grandi potenze e i rimanenti Stati nazionali di stampo ottocentesco, ossia, di entità che avevano un buon controllo dei tre fondamentali strumenti che caratterizzavano lo Stato: la spada, la bilancia e la moneta. Oggi lo Stato nazionale è troppo piccolo per affrontare efficacemente i gravi e complessi problemi della globalizzazione e, a un tempo, troppo lontano dalla gente, nella maggior parte dei casi, per poterne rilevare correttamente le preferenze. Da qui si sviluppa un doppio processo: quello di integrare politicamente aree regionali vaste da un lato e decentrare all’interno dei singoli paesi membri. I governi italiani degli ultimi anni sembrano seguire una linea che contraddice entrambe le tendenze. Da un lato hanno sottoscritto Trattati e regolamenti che hanno centralizzato tutta la politica economica e finanziaria in fatto in testa ad un’Autorità amministrativa indipendente la BCE, dall’altro propongono riforme costituzionali che riducono le competenze di Regioni e comuni dopo avere surrettiziamente abrogato le Province. La finanza rapace dopo le deregolamentazioni degli anni ’80 e ’90 – ben descritte da Gallino – opera a livello globale. L’uso spregiudicato della moneta, del credito e dei prodotti derivati dopo l’abbattimento delle due torri (11-09-2001) porta alla crisi finanziaria prima (2007) e a quella economica (2008-09) subito dopo. La crisi non riguarda solo gli USA perché banchieri e finanzieri americani attraverso CDO, CDS e massicce cartolarizzazioni nude, senza una vera operazione economica sottostante, avevano provveduto a creare un rischio c.d. sistemico a livello globale. Simon Johnson (The Atlantic, 2009), ex capo economista del Fondo monetario internazionale, ha definito l’operazione un Golpe silenzioso delle banche americane, mettendo a dura prova la stabilità del sistema finanziario mondiale. Negli USA a metà settembre 2008 fallisce Lehman Brothers, a novembre viene eletto Barack Obama. Questi si coordina con Bush Jr. che restò in carica sino al 20 gennaio 2009, giorno dell’insediamento del successore. D’intesa intervengono per salvare AIG la più grande società americana di assicurazioni. Obama quindi interviene con decisione per salvare altre banche, assicurazioni e l’industria dell’automobile anche con l’accordo dei sindacati che mettono a disposizione le consistenti risorse dei loro fondi pensioni. Tutti i paesi europei subiscono gli effetti pesanti della prima recessione (2009). L’UE reagisce più lentamente e, peggio ancora, adottando la politica suicida dell’austerità che finirà con il precipitare l’economia in una seconda recessione, quella degli anni 2011-14. Correttamente Gallino spiega questa scelta europea con la prevalenza all’interno del Consiglio europeo di governi di centro-destra raccolti attorno alla Germania. L’analisi non si limita a spiegare solo la crisi 2007-14 considerata più grave di quella del 1929 (crollo di Wall Street e conseguente grande depressione). Essa va alle radici profonde della crisi del capitalismo e cita il caso emblematico di Wal Mart l’azienda americana della grande distribuzione che si è trasformata in una specie di rullo compressore dei prezzi a danno dei salari dei propri dipendenti. Questi se vogliono continuare a lavorare devono rinunciare a forme minime di protezione sociale e sindacale. Gallino spiega anche in questi termini il progressivo impoverimento delle classi medie con un forte aumento delle diseguaglianze. Quando il livello dei salari dei top manager supera di 4-500 volte in media – in Wal Mart l’AD o CEO guadagna 900 volte di più – quello del salario medio dei propri dipendenti. Diversa la situazione in Europa dove il grado di concorrenza è senz’altro più basso. Le imprese tendono a colludere e a fare cartello. I sindacati restano relativamente più forti e proteggono maggiormente gli occupati.
Ha scritto Robert Reich (in Supercapitalismo, Fazi editore, 2008 ) che Wall Street assedia il congresso americano e contribuendo alle costose campagne elettorali di deputati, senatori, e dello stesso Presidente è in grado di comprarsi tutte le agevolazioni e le deregolamentazioni che le servono. Sappiamo che in borsa prevale l’ottica di breve e brevissimo termine. Cresce enormemente l’influenza delle banche d’affari. I manager dell’industria devono produrre risultati trimestrali e utilizzano la liquidità anche per operazioni speculative a breve. L’industria e , più in generale, le banche e la borsa si mettono al servizio dell’alta finanza. Tende a prevalere la logica della finanza su quella dell’economia reale (della produzione) e, nei casi peggiori , della finanza speculativa con CDO “nude” e CDS anche nella forma di pure scommesse.
Come può avvenire tutto questo e come avviene che bolle speculative si gonfiano e si sgonfiano sempre più frequentemente lasciando comunque sul lastrico milioni di lavoratori? Avviene perché le banche da lungo tempo, anzi da quando sono nate, hanno avuto il potere di creare moneta bancaria e, più recentemente, sono state deregolamentate come se si trattasse di imprese qualsiasi. Non solo sono diventate banche universali che possono fare credito a breve e medio termine, possono assumere partecipazioni nelle imprese, possono attraverso interposizioni fittizie di comodo fare direttamente speculazioni con i titoli derivati. Hanno un potere di leva straordinario perché per ogni deposito che ricevono hanno un obbligo di riserva molto basso pari solo all’1%. Negli ultimi decenni si è detto che le banche sono imprese come le altre e possono fare profitti come qualsiasi altra impresa. Da qui la proposta di Gallino di riprendere il c.d. Piano Chicago degli anni 1930 per togliere alle banche detto potere elevando l’obbligo di riserva al 100%. Ora se si tiene conto che da un lato la politica monetaria è stata trasferita alla Banca centrale europea, ossia, ad un’autorità amministrativa c.d. indipendente ma in fatto, sotto il tallone del governo tedesco, dall’altro sul lato interno la Banca d’Italia esercita solo funzioni di vigilanza ora per delega della BCE, è chiaro che il vuoto di guida politica è occupato dalle banche, che a dispetto della funzione pubblica che assegna loro l’art. 47 Cost. perseguono i loro interessi.
La maggiore concorrenza spinge a tagliare i costi e, tra questi, in primo luogo, quelli del lavoro. E così la classe media si impoverisce vieppiù. Aumenta in essa la paura di perdere i livelli di benessere conquistati. In America i lavoratori soffrono per l’eccesso di concorrenza e di liberalizzazione, in Italia e in Europa per mancanza di concorrenza e liberalizzazione.
Nel primo capitolo Gallino si occupa anche della crisi del sistema ecologico. Ho avuto modo di recensire l’Enciclica “Laudato Si’” di Papa Francesco. http://enzorusso2020.blog.tiscali.it/?s=ecologia+integrale+&doing_wp_cron
Trovo che ci sia una totale convergenza di valutazioni nell’analisi della crisi ecologica. Cito dalla mia recensione dove sintetizzo il pensiero di Papa Francesco.
“Il degrado ambientale è anche degrado sociale che è generato dall’attuale modello di sviluppo che non produce spontaneamente un “rapporto armonioso” tra crescita economica e miglioramento dell’ambiente. Anzi, non di rado, la prima viene collegata anche alla produzione di diseconomie esterne di cui le imprese e i governi non si danno carico.
Continua Papa Francesco: “Oggi riscontriamo, per esempio, la smisurata e disordinata crescita di molte città che sono diventate invivibili dal punto di vista della salute, non solo per l’inquinamento originato dalle emissioni tossiche, ma anche per il caos urbano, i problemi di trasporto e l’inquinamento visivo e acustico. Molte città sono grandi strutture inefficienti che consumano in eccesso acqua ed energia. Ci sono quartieri che, sebbene siano stati costruiti di recente, sono congestionati e disordinati, senza spazi verdi sufficienti. Non si addice ad abitanti di questo pianeta vivere sempre più sommersi da cemento, asfalto, vetro e metalli, privati del contatto fisico con la natura”.
Il riscaldamento causato dall’enorme consumo di alcuni Paesi ricchi ha ripercussioni nei luoghi più poveri della terra, specialmente in Africa, dove l’aumento della temperatura, unito alla siccità, ha effetti disastrosi sul rendimento delle coltivazioni.
In queste frasi, come in altre che ricorrono nel documento, si esprime la visione dell’interdipendenza tra la natura, l’ambiente e l’uomo, tra l’economia e l’ambiente, tra il modello di sviluppo economico e sociale e la natura. Non è vera l’equazione che alcuni fanno tra crescita economica e crescita civile della società. Anzi prevale il contrario. Alla crescita di alcuni corrisponde l’impoverimento di altri. Un’interdipendenza totale tra destino della natura e destino dell’uomo via via che ci avviciniamo pericolosamente all’esaurimento di certe risorse come l’acqua e l’aria pulita”.
Posso aggiungere qui che questa analisi risulta quanto mai appropriata non solo per i Paesi con reddito medio pro-capite al di sotto dei 20 mila dollari ma anche per quelli più ricchi se è vero come è vero che negli Stati Uniti ed in molti paesi membri dell’Unione europea le percentuali dei soggetti a rischio povertà si collocano al di sopra del 20% delle rispettive popolazioni.
Se così è chiaro che si è perso ogni senso della misura. E questa è una fondamentale questione di etica pubblica e di giustizia sociale.
L’ultimo capitolo del libro è una sorta di testamento morale dell’Autore “alla ricerca di alternative… in attesa del nuovo soggetto”. Gallino sottoscrive la tesi della crisi strutturale del capitalismo e del suo inevitabile crollo che ha affascinato tanta cultura di sinistra nel secolo breve. Purtroppo detta cultura ha sempre sottovalutato la capacità di rinnovarsi del capitalismo. Si cita il caso emblematico di Wal Mart ma si ignora, ad esempio, la decisione di un’altra grande società americana Starbucks che si è impegnata a finanziare aggiornamento professionale e studi di secondo e terzo livello ai suoi dipendenti. È il c.d. welfare aziendale: una strada che stanno percorrendo anche i sindacati italiani. Si sottace il fatto più macroscopico che, nonostante i continui attacchi, il c.d. modello sociale europeo (alias, il compromesso socialdemocratico) resiste ancora e sopravvive. Si stenta a prendere atto che nel secolo scorso il socialismo reale dell’Est europeo ha perso la sua sfida al capitalismo occidentale. Bisogna prenderne atto non per rinunciare definitivamente all’idea socialista, socialdemocratica o al socialismo ecologico a cui accenna Gallino perché è vero che “il sentiero si traccia camminando. Ma –come precisa Egli stesso – bisogna camminare nella direzione giusta” (p.156). E se vogliamo essere realisti dobbiamo prendere atto che, in questa fase storica, nella UE e negli USA non c’è alcuna sfida seria al capitalismo e, se così, sulla sorte finale del capitalismo potrebbe risultare maggiormente fondata la tesi di Giorgio Ruffolo (Einaudi, 2008) secondo cui il capitalismo “ha i secoli contati”. Al momento, l’UE è sotto il tallone di governi di centro-destra, avanzano le destre reazionarie, la sinistra è divisa e, nella migliore delle ipotesi, possiamo prevedere contraddittori governi di larghe intese. Probabilmente Gallino scrivendo del “nuovo soggetto” voleva accendere un lumicino di speranza.

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Sul discorso inaugurale di Mattarella

3 Febbraio 2015 Nessun commento

Di certo, il Presidente Mattarella ha svolto un discorso di grande spessore politico e culturale specie quando il suo pensiero va a quanti soffrono gli effetti devastanti della depressione economica dalla quale non riusciamo ad uscire a distanza di sette anni dal suo inizio. È bene ricordare i dati che il Presidente non ha citato. Tra disoccupati ed inoccupati abbiamo 7 milioni di persone senza lavoro; abbiamo oltre otto milioni di persone tra working poor e persone in povertà assoluta e relativa; in tutto, circa un quarto degli italiani. Risollevare la sorte di queste persone dovrebbe essere la priorità del governo ma non è stato così negli ultimi decenni. Per limitarci agli ultimi tre “governi del Presidente”, le misure di austerità – acriticamente fatte proprie dai governi Monti e Letta hanno causato circa un milione di disoccupati. Gli ottanta euro di Renzi sono andati a beneficiare le classi sociali con redditi medio-bassi. La misura resta criticabile proprio perché diretta alla classe media perché viola criteri generali di giustizia sociale comunemente accettati nonché la Costituzione italiana che vorrebbero la priorità assegnata alle fasce sociali più deboli. E’ positivo che il Presidente Mattarella abbia citato questo immane problema ma deve essere chiaro che affrontarlo è compito precipuo del governo. Ed è chiaro che per affrontare il problema serve innanzitutto la ripresa economica ed una politica di tutti i redditi. Serve inoltre un contesto cooperativo in cui da un lato gli imprenditori investono ed innovano , il governo programma lo sviluppo e le riforme necessarie, innova anche esso e garantisce un livello di giustizia sociale, un senso di appartenenza che massimizzi la coesione economica e sociale e, quindi, legittima il sistema. Purtroppo anche oggi, con o senza il Presidente Mattarella non mi sembra ci siano nel Paese le condizioni politiche e sociali che vadano in questa direzione.
Positivo nel discorso il continuo riferimento alla Costituzione che su questi temi (lavoro e giustizia sociale è stata sistematicamente tradita ) ma sorge un punto di domanda . Il Presidente Matterella ha giurato sulla Costituzione del 1948. Egli è custode della Costituzione, ma di quale costituzione? Quella del 1948 o di quella che Renzi sta stravolgendo con le sue insulse riforme? Quindi andare avanti con le riforme è termine ambiguo. Le riforme costituzionali di Renzi mirano a rafforzare ulteriormente il ruolo del governo assicurandogli un peso preponderante in termini di iniziativa legislativa. Il quesito è: il PdR asseconderà o contrasterà questo disegno. Il PdR è arbitro del gioco istituzionale tra i diversi poteri dello Stato ma se l’esecutivo vuole prevaricare gli altri due poteri, cosa farà il Presidente Mattarella? Staremo a vedere.
Non ultimo il passaggio sul sistema elettorale. Andare avanti con le riforme? Con che cosa anche con l’Italicum che, notoriamente, in forte contrasto con la Sentenza della Corte costituzionale che ha bocciato il Porcellum, vuole ristabilire un maggioritario coatto che ha funzionato male per venti anni e comprime il pluralismo, essenza della democrazia, e non consente agli elettori di scegliere i loro parlamentari. Giustamente il Presidente Mattarella dice “bisogna ricostruire un rapporto vero tra cittadini e istituzioni, tra elettori e politica”. Ma l’Italicum si muove in questa direzione o si presta solo ad assicurare il massimo del potere al governo, raccogliendo una deriva tecnocratica e autoritaria in corso anche nelle istituzioni europee?
“Senza entrare nel merito delle singole soluzioni, che competono al Parlamento, desidero esprimere l’auspicio che questo percorso sia portato a compimento con l’obiettivo di rendere più adeguata la nostra democrazia”, ha detto il Presidente Mattarella. Ma queste sono solo belle parole, di protocollo. Delle due l’una: se il PdR dovesse mettere dei paletti precisi allo stravolgimento dell’attuale Costituzione entrerebbe in forte conflitto con l’attuale governo oppure lo lascia fare e consentirebbe lo stravolgimento dell’attuale Costituzione. Staremo a vedere.
Non ultimo il neopresidente ha detto che intende sovrintendere al processo di riforme come “arbitro imparziale”, ma ha anche auspicato che i giocatori (della politica) lo aiutino con la loro correttezza. Frase molto citata ma anche abusata e deviante. Nella storia della Repubblica abbiamo visto diversi Presidenti (compreso quello uscente) che non si comportati come arbitri imparziali. È un’affermazione ambigua e, secondo me, poco convincente perché inevitabilmente c’è un trade off tra l’essere imparziale e l’essere custode della Costituzione.

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Lo scandalo di Roma: Ulisse e le sirene

8 Dicembre 2014 Commenti chiusi

Ho forti dubbi sulla linea interpretativa dello scandalo di Roma Capitale. La Mafia avrebbe costruito una cupola attorno a Carminati e controllerebbe la politica romana per cui il problema è la lotta alla criminalità organizzata. Secondo me, la sequenza è rovesciata: sono i politici corrotti della Capitale che utilizzano anche la criminalità organizzata per conquistare e conciliare il loro potere. Intanto voglio premettere un discorso generale su quello che 15 anni fa ho definito il partito dei sindaci irresponsabili (PSI): a) l’elezione diretta dei sindaci ha dato troppo potere ad un solo uomo: il sindaco trasformandolo in una sorta di cacicco locale con annessi e connessi. Il Consiglio comunale peraltro composto da persone nominate non ha nessuno potere effettivo di controllo sull’operato sul sindaco e sulla sua giunta. Si è instaurato un sistema “simul stabunt simul cadunt” per cui se il Sindaco è messo in minoranza il Sindaco ha il potere di sciogliere il consiglio comunale. Detto sistema porta non di rado ad una certa collisione tra maggioranza e opposizione. Questo ha portato all’atrofizzazione della dialettica tra maggioranza ed opposizione e, quindi, al degrado della democrazia locale specialmente in tutte quelle aree dove è basso il senso civico. E Roma è uno di questi casi anche se non il solo. Più in generale il potere corrompe chi lo detiene: sindaci e governatori delle Regioni. La corruzione è una metastasi. L’Italia si conferma da decenni uno dei paesi europei più corrotti secondo la classifica di Trasparency e, da diversi anni ormai, la Corte dei Conti stima in 60 miliardi all’anno la corruzione;
b) i sindaci passati e presenti sono responsabili della devastazione del territorio. Nel tempo non hanno saputo far rispettare a dovere le norme urbanistiche e i piani regolatori. Non hanno vigilato sulla sicurezza dell’assetto del territorio dentro e fuori le loro giurisdizioni. Attorno ai piani regolatori delle città si sono confrontati grandi interessi della rendita fondiaria e dei costruttori e non di rado gli interessi particolari sono stati fatti prevalere su quello generale. Non è un caso che a Roma il maggior giornale locale Il Messaggero di proprietà della famiglia Caltagirone sia stato messo a disposizione degli ultimi Sindaci di Roma di cui detti costruttori hanno apertamente condizionato l’elezione;
c) la gestione disinvolta ed incontrollata delle società miste in tutta Italia più o meno, è divenuta veicolo di corruzione politica. Le società miste sono succedute alle vecchie municipalizzate e sono state costituite sulla base della Direttiva UE che prevede la partnership pubblico-privato nell’assunto non dimostrato che il pubblico tende ad essere inefficiente e che la presenza del privato renderebbe la gestione di alcuni servizi pubblici maggiormente efficienti. Le società miste operano in regime di diritto privato con qualche aggiustamento. I municipi non operano solo con le società miste ma anche con le società e/o cooperative attraverso le esternalizzazioni. Questo ha consentito ai sindaci più disinvolti di nominare nei consigli di amministrazioni amici, parenti e sodali. Ha consentito gli affidamenti diretti a società e cooperative e ai manager di dette società di assumere e licenziare senza concorso o affidandosi a società private di selezione del personale. A metà anni ’90, in attuazione del c.d. federalismo amministrativo (un ossimoro), sono stati abrogati i controlli esterni sugli enti locali (regioni comprese). A questa operazione non è seguita fin qui alcuna istituzione di sistemi di controlli interni di tal che, con le dovute eccezioni e cautele, si può sostenere che i sindaci sono irresponsabili in quanto non sottoposti ad alcun controllo. È chiaro che, senza controlli interni ed esterni , in un paese con bassi standard di moralità, la corruzione dilaga perché né i sindaci né gli amministratori locali sono angeli.
A livello locale si viene a creare un intreccio di interessi inestricabile tra pubblico e privato in cui si inserisce anche la criminalità organizzata. Ora se in piccole comunità locali, può sembrare plausibile che la Mafia condizioni soggetti privati e pubblici, la cosa non è più ragionevole nelle grandi città e, meno che mai, nella Capitale dove non di rado governano ex parlamentari anche con esperienza di governo nazionale e/o regionale. Che la Mafia che governa gli affari sporchi possa inquinare anche la politica della Capitale non è da escludere ma nel caso specifico ritengo che le carte vengano distribuite dai politici locali. Ovviamente le operazioni di gestione degli appalti, delle gare, di affidamento diretto non sono fatte in prima persona dai Sindaci e dai Governatori delle Regioni ma dagli alti burocrati ed in Italia questi, di norma, sono collusi con i politici che li hanno nominati o assunti con concorsi a scarsa evidenza pubblica.
Come le massicce privatizzazioni degli anni ’90, anche le esternalizzazioni in Italia sono state fatte e continuano ad essere fatte male semplicemente perché non sono mai precedute da uno straccio di analisi costi e benefici che dimostri che un servizio pubblico affidato ad un privato o anche ad una società mista costi di meno della gestione diretta. L’esternalizzazione è giustificata solo se si assume a priori che la gestione diretta di un servizio è sempre e comunque inefficiente. Lo stesso vale per il principio di sussidiarietà orizzontale secondo cui l’operatore pubblico non deve spiazzare e/o sostituirsi in quello che il privato svolge bene. Anche questo assunto è, in molti casi, una falso ideologico perché, al di fuori di casi limitati di non profit e/o di genuino altruismo, il privato di norma non può gestire un servizio pubblico senza remunerare il capitale investito.
Nei giorni scorsi se ne sono dette di cotte e di crude, ma non ci si è soffermati abbastanza sulla questione dei controlli esterni ed interni. Si è parlato in qualche caso di trasparenza senza però chiarire che la trasparenza è condizione necessaria ma non sufficiente se non si prevedono i controlli. Si è parlato delle nomine nella Commissione della trasparenza del Consiglio comunale di Roma. Recentemente ho avuto modo di rivedere su Rai-Storia il film di Francesco Rosi Le mani sulla città (1963). In questo film il grande regista dedica una decina di minuti al funzionamento della Commissione trasparenza e fa vedere come essa non poteva funzionare e che era solo un espediente per non concludere alcunché di serio. Lo ripeto, la trasparenza è fondamentale ma servono i controlli interni ed esterni anche perché la funzione di controllo è strettamente connessa a quella di bilancio. È chiaro che senza controlli non è possibile alcuna seria analisi e valutazione dell’efficienza e dell’efficacia delle politiche pubbliche a qualsiasi livello di governo. Non è possibile alcuna seria revisione della spesa (spending review) che, come noto, anche negli ultimi tre anni, non ha funzionato ed il governo è arretrato o ha preferito fare ricorso ai tagli lineari. Di nuovo, questo problema riguarda tutti i livelli di governo centrale e sub-centrali. Nella Capitale è particolarmente grave se consideriamo che Veltroni, a suo tempo, ha lasciato un debito pubblico più alto di quello della Regione Lazio e che esso è stato affidato ad un Commissario governativo.
Osservatori attenti hanno spiegato lo scandalo di Roma con l’intreccio politica-affari più o meno sporchi. È vero: questo è forse la causa principale ma bisogna anche dire che questo intreccio è alimentato dall’avidità dei politici i quali non solo vogliono consolidare il loro potere ma anche arricchirsi. In questo motivati appunto dall’avidità e dall’invidia di vedere manager (rectius: maneggioni) da loro nominati o confermati guadagnare 6-7 o anche 10 volte quello che guadagnano loro. Perché meravigliarsi che ciò succeda in un Paese in cui i codici etici storicamente sono stati sempre più bassi di quelli delle democrazie più avanzate?
Queste sono alcune delle considerazioni che mi portano a rovesciare le affermazioni superficiali e mistificatorie che vanno per la maggiore sulla stampa e gli altri media: la cupola mafiosa assedia la Capitale e corrompe i politici locali. No. A Roma è la cupola politica – che non coincide necessariamente con i vertici istituzionali – che utilizza anche la criminalità organizzata per i suoi sporchi fini. Come altrove, c’è l’intreccio politica-affari; c’è la politica autoreferenziale ma c’è anche l’avidità e la veduta corta degli stessi politici.
Nella metafora di Ulisse e le sirene, il Re di Itaca chiede ai suoi marinati di legarlo all’albero della sua barca perché non potesse cedere alle lusinghe delle sirene. A Roma non vedo alcun Ulisse che chieda di essere legato all’albero e non sento molte proposte serie per uscire da questa crisi. Secondo me, sono i cittadini-marinai che devono legare all’albero i loro rappresentanti. Se per ignavia o per ignoranza politica non sapranno farlo, sarà peggio per loro. Dice Platone che la punizione per chi non si occupa del bene pubblico è quella di essere governati da uomini malvagi.

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Ai fini del successo elettorale conta l’economia o la politica?

9 Novembre 2014 Nessun commento

I disoccupati negli Usa sono sotto il 6% – mai così pochi dall’inizio della crisi. Eppure Obama perde la maggioranza anche al Senato nelle elezioni di midterm. Ora viene definito un’anatra zoppa (lame duck) . Venerdì scorso 7-11.14 ulteriore calo della disoccupazione dal 5,9 al 5,8%. Come si spiega? Secondo alcuni osservatori, il crollo della popolarità di Obama è dovuto al fatto che le classi sociali con reddito medio e medio-bassi non si vedono gran che avvantaggiate dalla ripresa economica perseguita con successo dal Presidente e dalla Federal Reserve Bank. Altri osservatori la spiegano con le incertezze del Presidente in materia di politica estera. Secondo me, atteso che di politica estera negli USA si occupa una minoranza qualificata, è più plausibile la prima tesi. Nel 1992 Bill Clinton vinse il suo mandato contro Bush padre criticando i fallimenti del Presidente in carica nella gestione dell’ economia. Nel 2014 la teoria del ciclo politico-economico non sembra funzionare, ma bisogna tenere presente che Obama non era in corsa per il rinnovo del suo mandato. Quindi è presto per dare un giudizio perché detta teoria è costruita più sulle elezioni del Presidente che sugli scaglionati rinnovi parziali della Camera dei rappresentanti e del Senato. Dobbiamo aspettare le elezioni presidenziali del 2016.
Negli USA, ora abbiamo un Presidente che non ha una maggioranza né al Congresso né al Senato. Una situazione non nuova che però non evoca disastri o riforme istituzionali perché negli USA è prassi consolidata arrivare comunque ad accordi cooperativi tra le Camere e il Presidente che potrebbe mettere il veto sulle leggi approvate dalle Camere senza il suo consenso. Per contro le Camere possono non approvare le leggi proposte dal Presidente. La separazione netta dei poteri e i veti reciproci in qualche modo costringono alla collaborazione e/o a compromessi più o meno alti nell’interesse generale del Paese.
In Italia i disoccupati sono al 12,6% e non si vede alcun segnale di crescita dell’economia. Il continuo aumento della povertà e delle disuguaglianze interessa solo alcuni addetti ai lavoratori. I commentatori politici dei grandi giornali sorvolano ma si arrabattano ormai da diversi decenni a commentare le proposte poco serie di riforme costituzionali che hanno il solo scopo di rafforzare il governo garantendogli una maggioranza precostituita e un Senato senza il voto di fiducia. E poi dicono che nel Paese non c’è una deriva autoritaria e tecnocratica!

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Vallauri su Borges, Dorfles e Renzi: tra realtà, finzioni e speranze

In attesa di pubblicare la recensione di “I cento libri che rendono più ricca la nostra vita” di Piero Dorfles anticipiamo alcune considerazioni tratte dalla citazione relativa a “Finzioni” di Jorge Luis Borges.
Il nostro valente scrittore e critico osserva tra l’altro che l’autore argentino più che creare storie e personaggi mette in scena idee ed immagini mentali, dando luogo a una sorta di simbolismo del pensiero astratto. Infatti i suoi protagonisti sono, volta per volta, avvenimenti o brani di una storia, come nel descrivere un uomo che ricordava di tutto ma non sapeva pensare, spiegandoci la possibilità di conoscere ciò che l’esperienza non ci può dare. Borges – aggiunge – promette di fare un salto dalla dimensione dell’esperienza pratica a quella dell’esperienza fantastica.
Espressione che oggi, quasi alla fine del 2014, non può non richiamare la recente vicenda del giovane nostro politico premier Matteo Renzi. Questi infatti, nel valutare eventi e nell’indicare le proprie previsioni sul terreno delicato ed impervio della ripresa economica sembra proprio rientrare nella considerazione di Dorfles, cioè non tiene tanto conto dell’esperienza finanziaria recente nostra come degli altri paesi europei mentre sembra preferire volgersi verso una previsione ricca di annunci che contengono speranze. Borges – scrive Dorfles – ci permette di parlare al di là, vedere quello che sta fuori della nostra quotidianità con argomenti e nuove prospettive, visioni alternative, un intero universo di eventi quasi inimmaginabili.
Il nostro Renzi, “nostro” perché oggi rappresenta il nostro intero paese, a seguito del suo vittorioso esito elettorale (non dimentichiamolo) e perché ha fatto sorgere in un rilevante numero di italiani, tanta speranza per scelte economiche che dovrebbero migliorare le condizioni dell’Italia. Ma egli appare come il prototipo di chi sembra ignorare gli sviluppi che possono derivare dai suoi comportamenti e preferisce quindi regalare anche “fantasticherie”, secondo il linguaggio di Borges, cioè astrazioni più che analisi aderenti alla dura realtà. Ma se Borges, per professione e passione, anticipava fantasticherie, il nostro Renzi per professione e pensiero è legato inevitabilmente alla dimostrazione di una precisa capacità di leggere e vivere giorno per giorno i nostri ritardi, le insufficienze del nostro sistema, ravvisare le operazioni da compiere mediante indicazioni precise. Ecco perché il termine nel libro “Finzioni” di Borges riconduce a quel che avviene nel mondo politico italiano. Possiamo così immaginare dove potranno condurre le speranze (di Renzi) ma se la letteratura, per sua natura, può farci conoscere cose che l’esperienza pratica non può dare, Matteo dovrebbe tenere sempre presente che egli appartiene a comunità nelle quali si è tenuti a lavorare per aprirsi ai fatti concreti, comprese nuove prospettive, visioni alternative, ma realizzabili mentre la letteratura è universale ed è quindi tenuta a presagire anche contenuti inimmaginabili. Dovere di Renzi è restare ancorato invece alla realtà, nella quale è stato chiamato da tanti italiani e quindi suo dovere è restare quanto più possibile aderente alla dura realtà dei drammatici eventi europei e quindi effettuare le necessarie verifiche.
Speriamo che l’eccessivo speranzoso linguaggio del premier al quale tanti italiani (persino molti suoi dichiarati avversari) non hanno negato il sostegno nel momento della scelta elettorale, possa essere meglio sostenuto da un linguaggio e da comportamenti aderenti direttamente al concreto divenire della nostra economia, secondo quella che è stata l’indicazione dei “democratici” e degli altri italiani che lo hanno votato.

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Facile ma inefficace intervenire sul diritto del lavoro

17 Settembre 2014 1 commento

Si acuisce il dibattito sulla riforma dell’art. 18 dello Statuto dei lavoratori (legge n. 300/1970), già riformato dalla legge Fornero n. 92/2012. Ma parlare di riforma del mercato del lavoro a me appare inappropriato perché il mercato è il luogo dove si incontrano domanda ed offerta di lavoro. Su questo si interviene direttamente con una politica economica e finanziaria in grado di sostenere la domanda di lavoro. Certo poi nel mercato si fanno i contratti individuali e collettivi. Nel codice civile ci sono i contratti tipici ma il legislatore non interviene su di essi ogni anno per modificarli a favore di questa o di quella parte contraente. Vige il principio della libertà di contratto con il divieto di alcune forme perverse o iugulatorie.
Mi direte ma quelli di lavoro sono per lo più contratti collettivi e sono più delicati perché disciplinano non solo la parte economica ma anche lo stato giuridico, alias diritti e obblighi dei lavoratori sul posto di lavoro e procedure collettive di licenziamento al disopra di certe soglie. Richiedono anche la partecipazione delle rappresentanze sindacali soprattutto per assicurare generalità ed uniformità di trattamento ed evitare discriminazioni non giustificate. In caso di controversia si fa ricorso alla giurisdizione ma in Italia non ci si fida dei giudici.
Per 40 anni lo Statuto dei lavoratori è stato accettato anche se con ricorrenti tentativi di modificarlo da parte di certi settori dell’imprenditoria. Bisogna ricordare semplicemente un aspetto delicato del mercato del lavoro: quando l’economia impiega al massimo anche le risorse lavorative, i sindacati acquistano maggiore potere contrattuale e riescono a strappare miglioramenti salariali e, viceversa, in periodi di crisi cala l’occupazione e cala il potere dei sindacati. Non è un caso che nel 2012 il governo Monti ha approfittato della debolezza dei sindacati per intervenire anche sull’art. 18 citato. L’idea sbagliata era che i licenziamenti andavano resi più facili perché c’era e c’è ancora la crisi ed i costi vanno scaricati sui lavoratori nel tentativo di proteggere le imprese. In coerenza con l’impostazione offertista, per sostenere la crescita il governo italiano, in consonanza con la maggioranza di governi di centro-destra che dominano l’Eurozona, ha fatto ricorso a incentivi ed agevolazioni varie, cioè, a strumenti indiretti come riduzione del cuneo fiscale, dell’IRAP, incentivi alle assunzioni di giovani, ecc..
Gli strumenti diretti (come investimenti per lavori pubblici, infrastrutture, ecc.) vengono scartati perché farebbero aumentare l’intervento pubblico nell’economia e il debito pubblico. E questo non va bene per i neoliberisti sostenitori delle politiche di austerità che tanti lutti e sofferenze hanno prodotto nei paesi euromediterranei. Non importa se gli incentivi non funzionano quando le imprese non hanno ordini in portafoglio e per questo semplice e fondamentale motivo non assumono. Il risultato è stato che noi ci troviamo ora con la disoccupazione al 12,6% ed uno dei tassi di partecipazione al lavoro (55,6%) più bassi a livello europeo al 25.mo posto su 28.
Ma la parte più retriva degli imprenditori vuole approfittare di questo opportunità che offrono loro le autorità europee per regolare i conti con i sindacati con gli stessi lavoratori, con buona pace anche di quella parte degli imprenditori che sostiene opportunamente che l’impresa è una comunità di interessi e di destino. La cosa sconcertante per un governo di larghe intese è che con tre milioni e duecentomila disoccupati e altri tre milioni inoccupati e/o scoraggiati, con la povertà che si è raddoppiata rispetto all’inizio della crisi, i nostri governanti invece di occuparsi di come creare nuove opportunità di impiego per i nostri lavoratori, essi si affannano a cercare vie per facilitarne l’uscita e/o ridurre i diritti dei lavoratori a tempo indeterminato che lavorano in imprese con più di 15 dipendenti. La propaganda governativa giustifica la sua posizione sostenendo che non sia equo che una minoranza di lavoratori abbia diritti rafforzati ed altri no. Ma è equo ridurre o annullare certi diritti in modo che nessuno sia adeguatamente protetto? Per la destra è così. Quello che sorprende che tale posizione sia condivisa dal Presidente del Consiglio dei ministri, nonché segretario del Partito democratico, il quale si vanta di non volere interloquire con i sindacati.
Un commentatore dice che “non servono nuove regole che, spesso animate da furore ideologico, aumentano la complessità (come accaduto negli ultimi anni), ma c’è bisogno di interventi selettivi che demoliscano quella “barriera” di regole e costi inutili che si frappone tra domanda ed offerta di lavoro”. Si servono regole che favoriscano l’incontro fra domanda ed offerta di lavoro e non lo scontro. Ma se è la domanda che guida la danza e se è la domanda che è sistematicamente più forte servono anche regole che proteggano l’offerta di lavoro.
Posto in termini di giustizia sociale – come ci insegna John Rawls – il problema non è quello di ridurre i diritti di coloro che ce l’hanno ma di darli a quelli che non ce l’hanno, alias, di migliorare la sorte dei più deboli. Ed è veramente sconcertante che volendo intervenire in una materia così delicata, Renzi ieri abbia addirittura minacciato di fare ricorso alla decretazione d’urgenza.
E che fanno i sindacati a fronte di tutto questo? Si dividono e, per lo più, stanno a guardare.
Stamani 18 settembre apprendo che i sindacati, in particolare, la CGIL non escludono lo sciopero. Spero che sia unitario.

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